sabato, novembre 29, 2008

Hoffenheim-Bayern, settimana di fuoco

(Hoffenheim-Arminia Bielefeld, foto dal sito della Bundesliga)

Sabato del villaggio calcistico in Germania, in attesa dei posticipi domenicali. Prosegue la favola dell'Hoffenheim, la matricola terribile (ma ricchissima, insomma è una favola coi diné), che strapazza in casa l'Arminia Bielefeld e si tiene a tre punti di distanza dal ritrovato Bayern Monaco (0-2 a Leverkusen) e a quattro dall'altra sorpresa della stagione, la nostra Hertha Berlino, vittoriosa nell'anticipo di ieri all'Olympiastadion sul 1. FC Köln. Dal sito ufficiale della Bundesliga, oltre alla foto di apertura, il resoconto di Hoffenheim-Arminia, di Bayer Leverkusen-Bayern Monaco, quello di ieri di Hertha Berlin-1. FC Köln e la classifica generale. Il bello però arriva fra una settimana, nell'anticipo di venerdì, ore 20.30, quando l'Hoffenheim farà il suo ingresso dal tunnel dell'Allianz Arena, nella tana del Bayern.

venerdì, novembre 28, 2008

Un altro italiano ricostruisce il cuore di Berlino

(fotowalkingclass)

Chi è capitato a Berlino nei mesi passati avrà avuto modo di vedere la piazza di fianco al Duomo più o meno così, come appare nella foto che ho scattato lo scorso settembre. Una buffa impressione, quasi un'immagine da Berlino post-bellica, quando i bombardamenti aerei avevano consegnato alla città un panorama di macerie. Si tratta degli ultimi resti di quello che fu il Palazzo della Repubblica, la culla del potere politico della Ddr (vi si riuniva l'unanimemente plaudente parlamento) ma anche centro culturale, di concerti, di feste popolari. In questi giorni stanno tirando giù gli ultimi spuntoni. Dicono che l'ultimo sarà domenica. Poi via libera alla ricostruzione del vecchio castello degli Hohenzollern, raso al suolo dalla DDR nel 1951 per motivi politici e con la scusa che era stato danneggiato dai bombardamenti. Non sarà una ricostruzione totale, solo tre delle quattro facciate saranno le stesse, più la cupola. La quarta sarà moderna e l'architetto che ha vinto il concorso farà di testa sua, così come gli spazi interni, che saranno moderni e adibiti a musei e allestimenti culturali. Chi ha vinto? L'architetto prescelto si chiama Francesco Stella, più noto con il diminutivo Franco, vicentino, professore a Genova. Dopo la Potsdamer Platz di Renzo Piano sarà di nuovo un italiano a colmare un vuoto nel cuore della nuova Berlino.

La ricchezza nel mirino

(Delhi Chadni Chowk, foto Franco Oliva)

di Federico Rampini
L'India ancestrale delle faide religiose ha colpito selvaggiamente la sua figlia più splendida: Mumbai, la città-simbolo di una modernizzazione ammirata nel mondo. Un odio secolare si avvinghia alla più grande democrazia della storia e strangola la sua capitale economico-finanziaria. Il terrore aveva già insanguinato Mumbai due anni fa - 180 morti - ma fu una "strage povera", di pendolari, non colpì i pilastri del miracolo economico. Stavolta li hanno centrati tutti. A cominciare dai due hotel Taj Mahal e Oberoi perennemente affollati da delegazioni confindustriali e bancarie, tappe obbligate per il Gotha del capitalismo planetario e per i turisti occidentali [... continua su la Repubblica].

Il mito dell'Hotel Taj Mahal

(Delhi, Chadni Chowk, foto Franco Oliva)

di Stefano Malatesta
Ricordo di un pomeriggio a Bombay (allora si chiamava ancora così), davanti a quello che era una volta l'imbarcadero della P.&O., Peninsular and Oriental Lines, quella che prendeva sempre Somerset Maugham quando andava nell'estremo Oriente a rovistare tra i panni sporchi dei coloniali inglesi. La pioggia portata dal monsone era finalmente arrivata, spazzando le strade con raffiche furiose, attesa dagli arabi che alloggiavano al Taj Mahal, come i cattolici attendevano che lo Spirito Santo calasse sulla loro testa, et maneat semper. Erano funzionari di ditte petrolifere del golfo o impiegati nelle banche di Abu Dhabi che trascorrevano le loro vacanze passeggiando sotto quell'acqua tiepida davanti al monumento chiamato Gateway of India con espressione di assoluta beatitudine [... continua su la Repubblica]. 

Voci dall'India ferita: Rasheeda Bhagat

(Delhi, Chadni Chowk, foto Franco Oliva)

When one of the terrorists holed up in the Oberoi hotel demanded while talking to a television channel “Release all the Mujahideens, and Muslims living in India should not be troubled,” he was certainly not speaking for me. Or millions and millions of Indian Muslims either. Yes, Indian Muslims today face a plethora of problems. Problems related to an economic downturn that impacts their jobs, if already employed, or makes more bleak the prospects of the unemployed hunting for jobs [... continua su The Hindu Business Line].

Quindici centimetri di dimensione artistica

Insomma, parafrasiamo Elio per parlare di pene e di confronti. Da dove prendiamo la seguente classifica "penosa"? Dalla Bild, naturalmente, che riporta uno studio dell'Institut für Kondom-Beratung di Singen, un centro tedesco che si propone di informare sulla corretta utilizzazione dei preservativi. Lo studio ha misurato i centimetri ai peni di venticinque paesi dell'Unione Europea (mancano all'appello gli organi genitali dei maschietti romeni e bulgari, evidentemente). Insomma, per farla breve, i francesi ce l'hanno più lungo (15,48 centimetri), i tedeschi ce l'hanno mediano (14,61) e i machissimi greci si beccano l'ultimo posto (12,18). La media dei peni europei è di 14,27 centimentri. Agli sconsolati ellenici, tuttavia, la stessa Bild offre consolazione attraverso l'intervista a Bernhard Ludwig: "Un pene piccolo è solo una questione di prospettiva". (Grafico di apertura preso dalla Bild).

Berlino centra Kyoto

Non è una riedizione del famigerato "asse". E' che la Germania ha centrato i parametri stabiliti a Kyoto. Il calo delle emissioni dei famigerati Treibhausgase (CO2) previste entro il 2012 era del 21 per cento rispetto al 1990. Oggi siamo già al 22,4.

giovedì, novembre 27, 2008

Conseguenze geopolitiche dell'attacco in India

(Cartina da Limes online)
A massive and well-organized attack by militants in Mumbai, India, has left nearly 100 people dead so far, promises to cut deeply into India’s foreign investment prospects and threatens to rock India’s government. As India responds to the attack, its relationship with Pakistan will be front and center, and the potential for a destabilization of relations between the two geopolitical rivals is high. L'analisi su Stratfor.

Su Flickr, l'album di Vinu: la notte degli attentati a Mumbai.
Da Mash Get la timeline video degli attacchi.

Disoccupazione, Germania-Italia 4-3

Notizie differenti per Germania e Italia dal fronte dell'occupazione, a testimonianza che la crisi è dura per tutti ma in alcuni paesi (il nostro ad esempio) si fa sentire prima e di più. E' il giorno dei dati mensili e l'agenzia di Norimberga fa tirare un temporaneo respiro di sollievo al mondo sindacale e imprenditoriale tedesco. A novembre, disoccupati ancora in flessione, la tendenza che dura ormai da quattro anni non si è ancora interrotta, anche se nessuno si fa illusioni per i mesi futuri. Poca roba, rispetto alle performance dei mesi passati, ottomila occupati in più, appena lo 0,1 per cento: la percentuale passa dal 7,2 al 7,1; in termini assoluti la cifra dei senza lavoro è di 2 milioni 988 mila. Tuttavia, il dato si riferisce ad un mese in cui la crisi finanziaria avrebbe dovuto già far sentire i suoi effetti sull'economia reale.  Qui in tedesco l'analisi della Süddeutsche Zeitung.

Meno recenti e anche meno positivi i dati sull'Italia. Li fornisce l'Istat e si riferiscono al mese di settembre. Qui segni in rosso, sia sul lato dell'occupazione che su quello della produzione industriale. L'articolo che linko è di Repubblica, dunque non mi dilungo su cifre e analisi facilmente comprensibili dal lettore.

Francia e Germania, la crisi femminile dei socialisti

Per i socialisti francesi era proprio quello che non ci voleva. Due donne insieme al comando ma l’un contro l’altra armate: di frasi, accuse, minacce verbali e carte bollate. Il congresso che doveva una volta per tutte risolvere il problema della leadership e della linea politica e restituire al partito socialista di Francia un combattivo ruolo di opposizione, ne ha invece certificato la crisi. Anzi l’ha moltiplicata, amplificata, rappresentandola infine nel ridicolo e patetico accapigliarsi delle sue due primedonne. Invece che un partito unito ne è uscito uno diviso. Piuttosto che di contenuti si rischia ora di parlare di contenitori. Al posto di una guida ce ne sono due, divise da quarantadue voti e da rimproveri di brogli che da oggi, e chissà per quanti giorni, peseranno più delle divisioni politiche. Alla Francia mancherà ancora un’opposizione forte e responsabile. All’Europa manca un pezzo di storia socialista. L’ennesimo.

Se Parigi piange, Berlino non ride. Corre lungo l’asse carolingio la crisi della socialdemocrazia, l’idea, a questo punto forse l’illusione, che il fallimento del comunismo a oriente avesse risolto la secolare disfida a sinistra fra massimalisti e riformisti, consegnando a questi ultimi le chiavi di un mondo nel quale far convivere il tanto di mercato necessario con il tanto di giustizia sociale possibile. Vent’anni sono passati dalla caduta del muro di Berlino e in Europa non c’è uno straccio di leader nuovo capace di non far rimpiangere il panteon dei padri nobili e dei loro successori, da Willy Brandt a Pietro Nenni, fino a François Mitterrand, Bettino Craxi e Olaf Palme, personaggi di un tempo perduto. Perfino Zapatero, il giovane arrivato al governo per caso e interprete di una sorta di “hippysmo di ritorno”, annaspa nelle sabbie mobili della crisi economica che si sta mangiando il modello spagnolo celebrato appena qualche mese fa. Fortuna per lui che lì i popolari stanno messi pure peggio.

C’era Tony Blair, figlio di un’Europa diversa, se vogliamo chiamare Europa quella splendida eccezione che è l’Inghilterra e se vogliamo chiamare socialismo quel neo-laburismo post-tatcheriano che non a caso ha raccolto adepti più a destra che a sinistra, al di qua della Manica. Ma ora anche lui ha seguito l’inevitabile declino dei cicli e ha lasciato il posto a Gordon Brown che forse, nonostante il buon recupero ottenuto prendendo per le corna la crisi economica, non ce la farà a reggere il ritorno di Cameron e dei conservatori.

Se la disfida Aubry-Royal è in Francia cronaca di queste ore, in Germania la guerra dentro la Spd appare senza fine. Neppure il tempo di rimarginare le ferite e i rancori per il colpo di mano che aveva fatto fuori la debole segreteria di Kurt Beck, che la nuova-vecchia dirigenza legata alla stagione dell’ex cancelliere Gerhard Schröder s’è trovata fra i piedi il disastro di Wiesbaden. Lì, a discapito delle promesse elettorali, dell’opinione degli elettori e di una parte del suo stesso partito, la leader regionale Andrea Ypsilanti s’è giocata il partimonio politico suo e dell’Spd in una azzardata trattativa con la sinistra radicale per un governo rosso-verde con l’appoggio esterno (il primo nell’ex Germania ovest) della Linke. Tentativo naufragato contro la sfiducia di quattro rapprersentanti della stessa Spd un giorno prima del voto nel parlamento dell’Assia. Con conseguente annesso psicodramma giunto fino alla sede in vetro e acciaio dell’Spd a Berlino.

Fresco di giornata è invece l’addio di Wolfgang Clement, ministro dell’Economia nel secondo governo Schröder e uomo refrattario alla disciplina di partito, portato davanti a una sorta giurì d’onore con l’accusa di aver danneggiato la campagna elettorale della Ypsilanti con le accuse al suo programma energetico a pochi giorni dal voto. Il giurì lo ha assolto con una bella ramanzina, lui non l’ha digerita e ha preso cappello.

Il nuovo-vecchio segretario dell’Spd, Franz Müntefering, non sa quasi più che pesci prendere. Perduto dietro il domino impazzito di un partito che non trova pace, non riesce a dare visibilità ai contenuti e al programma. Eppure i tempi sembrerebbero essere perfetti per il ritorno in campo di una forza socialdemocratica. La crisi economica morde la Germania come e più di altri paesi europei, esposta com’è ai venti delle esportazioni, ma Frank-Walter Steinmeier, il ministro degli Esteri che sfiderà la Merkel per la cancelleria, non riesce a trovare i temi e gli spazi giusti per proporsi agli elettori. Nonostante il profilo basso della cancelliera, alla quale per la prima volta dal giorno in cui si è insediata giungono critiche di immobilismo e scarsa incisività.

C’è sicuramente una crisi di leadership nei partiti socialisti dell’Europa occidentale ma forse c’è anche qualcosa di più. Nel momento della crisi, del liberismo declinante, della richiesta di intervento pubblico, in qualche caso del ritorno degli Stati nell’economia (soluzione quest’ultima sempre piuttosto rischiosa), la ricetta dell’economia sociale di mercato pare più efficace e più rassicurante. E i partiti di centro-destra appaiono più attrezzati, più determinati (si può ammettere, in alcuni casi anche più cinici) a rimodulare le proprie politiche su corde meno vicine al laissez faire. Cosa che riesce meno alla sinistra. Ancor più in Italia dove, come ha osservato qualche settimana fa un commentatore attento come Enzo Bettiza, la rincorsa culturalmente confusa alla fonte liberista, con l’obiettivo di depurarsi di un passato statalista, ha lasciato scoperta l’attenzione per il sociale. Come il portiere di una squadra di calcio, spiazzato ancora una volta dalla palombella della storia.

martedì, novembre 25, 2008

President-Elect

Fatevi un'idea di come si muove Barack Obama dal sito ufficiale del President-Elect.

Spd, se ne va il socialista rompiscatole

Ieri una sorta di giurì dei probi viri lo aveva "assolto" dall'accusa di aver nociuto alla campagna elettorale del partito in Assia per le accuse lanciate contro la candidata Andrea Ypsilanti. Facendogli però una bella ramanzina: in termini tecnici, un biasimo. Poi aveva concesso: può rimanere con noi. Oggi, Wolfgang Clement, ministro dell'Economia e del Lavoro ai tempi di Schröder, rompiscatole esponente dell'area riformista dell'Spd, ha deciso che non poteva rimanere lui. Ha preso cappello e se n'è andato (Der Spiegel). Per i socialdemocratici un'infinita sequenza di guai politici, proprio nell'anno che porterà alle elezioni per la cancelleria.

Questo il testo della lettera con cui Clement si dimette:
"Hiermit erkläre ich mit Wirkung vom heutigen Tag meinen Austritt aus der Sozialdemokratischen Partei Deutschlands.
Die Gründe dafür sind
- erstens die Entscheidung der Bundesschiedskommission, die meint, die Wahrnehmung des Grundrechts auf Meinungsfreiheit mit einer öffentlichen Rüge drangsalieren zu sollen,
- zweitens die Tatsache, dass die SPD-Parteiführung zugleich keinen klaren Trennungsstrich zur PDS/Linken zieht, sondern sogar - in den Ländern - zu einer Zusammenarbeit mit dieser Partei ermuntert, obgleich deren Stasi-Verstrickung offenkundig ist, und
- drittens eine Wirtschaftspolitik treiben lässt, die - wie der IGBCE-Vorsitzende Hubertus Schmoldt soeben wieder warnend hervorgehoben hat - auf eine De-Industrialisierung unseres Landes hinausläuft.
Ich bedauere sehr, diesen Schritt, zu dem ich mich nach gründlicher Abwägung entschlossen habe, tun zu müssen.

An den weiteren Diskussionen und Auseinandersetzungen um die hier angesprochenen Fragen werde ich mich - nunmehr als Sozialdemokrat ohne Parteibuch - nach Kräften beteiligen."

Tre, dunque, i motivi delle dimissioni, e tutti e tre politici: l'annullamento del dissenso nel partito, la mancanza di una netta separazione con la Linke nonostante il legame di molti suoi esponenti con la Stasi (e anzi la disponibilità a cooperare sul piano regionale), una politica economica che porta diritto alla deindustrializzazione del paese. Il colpo di cannone è che queste accuse non vengono genericamente lanciate verso l'Spd ma proprio verso quella nuova dirigenza, riformista, dalla quale, evidentemente, Clement si attendeva una esplicita solidarietà che non è arrivata. La polemica, dunque, investe direttamente il duo Müntefering-Steinmeier.

Taxi Budapest

Effetti inintenzionali etc. etc: ovvero Wikilinke

La definizione è di Popper ma calza perfettamente per la storia del deputato della Linke che aveva denunciato Wikipedia per una biografia zeppa di errori. In Italia, su qualche sito e a mo' di gossip, era stata resa nota solo la prima parte della notizia. La cosa più divertente, invece, viene dopo e ce la racconta il blog Un po' di Danubio. Anche se bisogna ammettere che sulle biografie, Wikipedia ne scrive di cazzate!

Cucù, cucù, la Merkel non c'è più

Qualcosa comincia a incrinarsi, e proprio nell'anno elettorale. Ci torneremo, magari sul blog. Intanto mettete in fila: uno (Süddeutsche Zeitung), due (Economist)tre (ancora Economist) e quattro (Radiocor/Sole24Ore).

lunedì, novembre 24, 2008

Lächerlich

E' una bella parola tedesca. Leggo i nomi della nuova amministrazione di Barack Obama, nomi di grande personalità che potrebbero anche fare ombra al giovane presidente. Certo, dovremo vederli al lavoro, le aspettative sono enormi ed è più facile deluderle che appagarle. Però ci vuole una grande personalità (o una grande considerazione di se stesso, vedremo) per scegliere gente di qualità, sempre in grado di far ombra al proprio capo. Poi penso all'Italia e al governo che ha tirato su Silvio Berlusconi. In Italia, il governo ombra è quello del Cavaliere: ombre di se stesso. Non vado in dettaglio, per pietà e per carità di patria, e ovviamente qualcuno si salva. Di quello tirato su da Veltroni neppure voglio parlare, per pietà e per carità di patria. Ecco appunto: lächerlich.

Soffrono le economie dell'est

I mercati e le economie dell'Est europeo avevano resistito con una certa disinvoltura alla crisi innescata dallo scoppio della bolla dei mutui americani subprime. Fino a quando, la scorsa estate, non si è abbattuta la scure delle stretta creditizia. Economie più giovani e fragili oltre che il crollo verticale delle quotazioni del petrolio hanno messo in ginocchio l'area - con diversi governi che hanno chiesto il sostegno di Ue, Banca Mondiale e Fmi (Ungheria e Ucraina su tutti, con 116,4 e 25,1 miliardi di euro rispettivamente) - e naturalmente anche le Borse [di Alberto Annicchiarico, continua su il Sole 24 Ore]. 

Il Natale della crisi

(fotowalkingclass)

L'umore degli imprenditori va giù, quello dei consumatori non si tira su. La crisi si avvita su se stessa, la finanza chiude il credito, l'economia reale va in affanno, dopo i broker con gli scatoloni fuori dai grattacieli della finanza tocca alle tute blu preoccuparsi di dover far fagotto. Come è ormai noto, le industrie automobilistiche hanno avvertito per prime la botta, la vicenda della Opel ha ormai messo in moto anche sentimenti di identità nazionale. Dalla finanza all'industria il passo è stato breve e hai voglia ad appellarti ai consumatori, che non sono una razza a parte: sono, appunto, lavoratori (e famiglie di lavoratori), che se non ricevono lo stipendio o temono di perderlo, di certo spontaneamente non si metteranno a consumare.

In Germania il dibattito è più realistico, le informazioni più crude, i politici più preoccupati. Gli istituti di ricerca misurano il polso delle imprese, raccontandone i disagi concreti di chi deve gestire la baracca e di chi nella baracca ci mette il proprio lavoro. E sono racconti cupi. Una depressione simile non si riscontrava dal 1973, anni di terrorismo e crisi petrolifera(Berliner Morgenpost).

Secondo l'Istituto per l'economia di Colonia (IW) un imprenditore su tre si attende per il 2009 un calo della propria produzione in seguito a una diminuzione degli investimenti (report) e la riduzione dei posti di lavoro (Faz). Se queste sono le percezioni per il prossimo anno (anno denso di cattive notizie, ha messo le mani avanti la Merkel un paio di giorni fa) si attendono con ansia i dati sulla disoccupazione dall'Agenzia federale di Norimberga (BA). Dopo anni di costante diminuzione, tutti sono curiosi di sapere se sarà novembre il mese che segnerà l'inversione di tendenza. Nessuno mette in dubbio che questa inversione ci sarà, ci si chiede solo quando comincerà.

Nel frattempo, inizia ufficialmente il periodo natalizio. E nel prossimo fine settimana l'apertura dei mercatini di Natale, autentica tradizione tedesca, darà il via al mese più consumistico dell'anno. I grandi magazzini hanno già allestito le loro vetrine, messo in campo offerte speciali e i prezzi sembrano in alcuni casi tenere conto dell'umore del momento. Nel fine settimana scorso, strade affollate, negozi pure, casse un po' meno. Sarà utile capire anche dal versante del commercio come vanno le cose: inutile dire che anche qui ci si attendono solo lamenti.

domenica, novembre 23, 2008

Cem Özdemir, il pragmatismo multikulti dei Grünen

L’Obama tedesco si chiama Cem Özdemir e non ha genitori che vengono dall’Africa. Più naturalmente, trattandosi di Germania, vengono dalla Turchia, da quella vasta e povera area interna che da anni fornisce braccia operaie alla florida industria tedesca e oggi spesso turba i sonni di parte del mondo politico: l’Anatolia. Non è neppure diventato il presidente del più potente paese del mondo ma più prosaicamente il co-presidente del partito dei Verdi, seppur nello stato più importante d’Europa. Non è poco.

Özdemir è nato a Bad Urach, in Svevia, ha quarantadue anni, cinque in meno di Obama ma incarna a suo modo quel salto generazionale che ormai preme alle porte anche della politica tedesca e che i Verdi, come tradizione, hanno in parte anticipato, affiancando alle figure storiche del partito (Claudia Roth, co-presidente confermata, Renate Künast e Jürgen Trittin candidati di vertice per le elezioni politiche del prossimo anno) questo giovane figlio di emigrati nella cabina di regia del partito.

A parte uno spiritoso titolo del quotidiano berlinese Tagesspiegel che gioca con il suo nome (“Yes we Cem”) le analogie con Obama finiscono qui. Il resto è tutto nelle mani di Özdemir, ex pupillo di un altro padre nobile del partito, Joschka Fischer. Non è stata semplice la sua elezione alla prima carica dei Verdi: non era lui la prima scelta ed è toccato a lui solo perché i candidati più accreditati hanno rinunciato. Non avrà neppure compito facile, stretto tra i vecchi dirigenti, personalità di grande impatto che certamente gli ruberanno la scena. A lui spetta un ruolo più oscuro, di organizzatore e di mediatore fra le diverse anime del partito: dovrà provare a ricondurre a unità le tendenze a volte indipendentiste delle varie sezioni regionali, tremendamente gelose della loro autonomia e poco propense a farsi governare dal centro.

E tuttavia questo turco-tedesco dalla faccia allungata, dalle basette pronunciate, che assomiglia a un Elvis Presley arrivato fuori tempo massimo, potrebbe ribaltare il ruolo da fochista che gli viene preannunciato. Giovane di belle speranze non lo è più. Quando nel 1994 venne alla ribalta della scena politica nazionale, eletto deputato nella sua regione del Baden-Württemberg, aveva solo 28 anni e un futuro davanti a sé. Amato e coccolato da tv e giornali, ove compariva sciorinando la sua brillante parlantina, sembrò giocarsi quel futuro inciampando in un paio di scandaletti: un credito a tassi vantaggiosi ricevuto da un consulente di pubbliche relazioni e l’utilizzo per viaggi privati dei bonus aerei ottenuti con viaggi di servizio (peccato che costò anche al postcomunista Gysi, oggi uno dei due leader della Linke, la poltrona di assessore all’Economia del Senato berlinese).

Si eclissò per un po’ di tempo, prima facendo il ricercatore negli Stati Uniti, nel German Marshall Fund, il think tank di Washington specializzato nella cura dei rapporti transatlantici, poi rientrando in politica dalla porta secondaria (si fa per dire) del Parlamento europeo: oggi è ancora eurodeputato, anche se ormai di nuovo abile e arruolato per la politica interna. Nel frattempo ha pubblicato anche un libro di successo sulla Turchia, raccontando ai tedeschi, in maggioranza contrari all’ingresso di Ankara nell’Ue, ma anche ai turco-tedeschi, che del paese dei loro avi hanno una visione idealizzata, la complessità e le potenzialità della Turchia moderna.

Nell’arena politica tedesca si riaffaccia con qualche idea nuova, tenuta un po’ in sordina nel lungo e difficile cammino che lo ha portato al vertice del partito, nel timore di scatenare dibattiti e di fare ancora un passo falso. Da lui ci si attende un ulteriore passo verso un partito meno ideologico e più pragmatico. Le sue idee sull’ecologia sono eterodosse rispetto al canovaccio storico deiGrünen: in estate si era pronunciato per una visione realista della questione energetica, non escludendo l’ipotesi di appoggiare la costruzione di centrali a carbone pulito per rendere credibile la prevista fuoriuscita dal nucleare entro il 2021. Ma proprio la settimana scorsa i Verdi hanno rispolverato il movimentismo di un tempo, partecipando in massa al blocco dei treni contenenti scorie radioattive francesi dirette al deposito di Gorleben, in Bassa Sassonia.

Tuttavia, il giorno dopo la sua nomina Özdemir è sembrato avere le idee chiare sul tema che già manda in fibrillazione la politica tedesca: quello delle alleanze. L’affermarsi di uno schema pentapartitico nel paese (ai tradizionali partiti di massa Cdu e Spd e alle formazioni dei liberali e Verdi ora si è aggiunta quella della sinistra radicale, la Linke) impone la ricerca di alleanze inedite rispetto agli equilibri passati e offre alle due formazioni più centriste (liberali e Verdi, questi ultimi irrobustiti negli ultimi tempi dal voto borghese) l’opportunità di essere l’ago della bilancia in coalizioni di colore differente. Per restare al caso dei Verdi, sta ormai facendo scuola il laboratorio di Amburgo, dove gli ecologisti governano con il centrodestra. E Özdemir non si è fatto sfuggire l’occasione per dichiarare di guardare anche a destra: nessun pregiudizio per una coalizione nero-verde o Giamaica (in Germania va di moda rappresentare i governi con i colori dei partiti e la Giamaica si riferisce al giallo dei liberali, al nero della Cdu e al verde degli ecologisti) anche a livello federale.

E’ troppo presto per dire se il 2009 sarà l’anno della grande svolta per i Verdi. E tuttavia con un quadro politico in movimento e con la prospettiva dell’abbandono della classe dirigente sessantottina dopo l’ultima battaglia, potrebbe spettare proprio all’Obama tedesco il compito di completare il cambio generazionale del partito, fornendogli quella veste pragmatica nuova che gli elettori di più recente acquisizione sembrano apprezzare.

venerdì, novembre 21, 2008

Avevano ragione: nevica

Novemberkind

Ieri sera ho visto al cinema il miglior film tedesco dai tempi della "Vita degli altri". E l'attrice che sarà la stella del cinema tedesco del prossimo decennio. Ve ne parlerò.

Ruski!

(fotowalkingclass)

"Ah, quella! E' stato un ucraino. Ce l'aveva con uno di Gdingen. Prima stavano seduti al tavolo d'amore e d'accordo, come fratelli. Poi, non so cos'è successo, quello di Gdingen dice all'altro: 'Ruski!' Questo per l'ucraino era un po' troppo; tutto si sarebbe lasciato dire, ma non che era un russo. Era sceso lungo la Vistola con un carico di legname, e prima per un paio di altri fiumi ancora; e ora aveva un bel po' di grana nello stivale e avrebbe investito, tutto in blocco, mediante un prestito all'oste Starbush, anche mezzo stivale di denaro; e allora, capisci, quello di Gdingen gli dà del ruski, e io accorro subito e mi do da fare per separarli, piano piano, come faccio di solito. Ma la cosa non è facile e Herbert ha da faticare ancora per un po'; a un certo punto l'ucraino salta su a dirmi: 'Sporco polacco' e il polacco, che lavorava tutto il giorno su una draga a cavar fango, mi appiccica una parola ch'era lo stesso come darmi del nazista. Be', piccolo Oskar, tu sai chi è Herbert Truczinski: in un batter d'occhio quello della draga, un tipo pallido di fuochista, si trova lì per terra, davanti al guardaroba. Volevo appunto spiegare all'ucraino la differenza fra uno 'sporco polacco' e un teppista di Danzica, che questo trac, capisci, mi punge la schiena col coltello: questa è la cicatrice".

Günter Grass, Il tamburo di latta, Feltrinelli, 1962, 
(edizione originale del 1959).

giovedì, novembre 20, 2008

Cronachette meteo: arriva la prima neve (dicono)

(fotowalkingclass)

In quello zibaldone di notizie, ritagli di giornale, storie e leggende che tutt'assieme costituisce lo straordinario affresco della Berlino anni Venti di Alfred Döblin, e cioè il romanzo Berlin Alexanderplatz, di tanto in tanto compaiono brevi annotazioni meteorologiche. Seguendo una mia antica passione (l'unica volta che ho pensato nella mia vita di non fare il giornalista è stata quando mi era venuta la "fissa" per le previsioni del tempo, una passione curata per tanti anni, fino a quando dovendo decidere se farne davvero la mia professione mi sono imbattuto in due cose che difficilmente si conciliano con il mio carattere: l'abbondanza di matematica e fisica per passare dal dilettantismo al professionismo e - a quei tempi - l'ingresso nell'Aeronautica militare e, se anche a qualche lettore può apparire bizzarro, non c'è nulla più lontano dal mio modo di vita di una divisa militare)... insomma riconciliandomi con quella antica passione (e i miei amici sanno quante volte ho provato a spacciarmi come esperto meteo per scroccare un passaggio in barca a vela altrui da Brindisi alla Grecia, prima che le diavolerie elettroniche mi rovinassero il mercato e rendessero inutili le mie artigianali nozioni)... insomma è per tutti questi motivi che qui, di tanto in tanto, ritorna come una rubrichetta il titolo cronachette meteo.

La faccio lunga per ricapitolare gli avvenimenti degli ultimi mesi, quando non eravamo collegati. Qui a Berlino (e in Germania in generale) abbiamo avuto il settembre più freddo degli ultimi, non so, cinquanta o cento anni. Poi un ottobre grigio e nebbioso. Quindi il novembre più caldo degli ultimi, non so, cinquanta o cento anni. Questo per dire che non è alla meteorologia, che quando va bene azzecca le previsioni per due o tre giorni, ma alla climatologia che bisogna affidarsi per misurare i cambiamenti climatici. E fare i titoli di giornali su quello che accade in questa o in quella settimana, a favore o contro le teorie sul surriscaldamento, è roba che starebbe bene su Novella Tremila, non su quotidiani più o meno autorevoli.

Vabbè, non è neanche di questo che volevo parlarvi. E' che oggi ci sono stati dieci gradi, aria calda e umida, che tirava forte dal sud, vento umido gonfio di pioggia, e tanta acqua è venuta giù da stamattina, nubi basse e dense, atmosfera scura che alle quattro del pomeriggio già viene buio come al circolo polare artico, che però è a tanti chilometri più a nord.

Ma neppure di questo volevo parlarvi. E' che domani, dicono, promettono, giurano, domani il vento cambia e dalla Scandinavia (oh, la Scandinavia) ci invade il generale inverno. Arriva aria fredda, polare dicono, promettono, giurano. Roba da tirarsi su il bavero del cappotto, finalmente, e arrotolarsi ben stretta la sciarpa di lana, che fino a oggi portavamo un po' per scena. Da domani, cari miei, altro che scena. Da domani si comincia. E speriamo che stavolta sia vero. Signori, da domani, domani sera, nevica. Dicono. Promettono. Spero.

Europeana slow

Per ora è molto lento ma può essere l'intasamento da primo giorno. E' partito Europeana, la cultura europea sul web. Aggiornamento/1: in verità, per ora, non si riesce a fare un granché con questo sito. Aggiornamento/2: "Massive use is slowing europeana down. We are working on it... please come back later". Tradotto in italiano, suona più o meno: "scusate per la figura di merda"! Anzi, "scusate" neppure lo scrivono.

Le fiamme di Tegel

Chi doveva atterrare questa mattina all'aeroporto di Tegel sarà stato infastidito più dal fuoco che dalla pioggia torrenziale che ha flagellato Berlino. Come possa scoppiare ed estendersi un incendio con tutta quell'acqua che ha tirato giù, resta ancora un mistero cui gli esperti dovranno dare risposta. Intanto le fiamme che si sono sprigionate negli hangar dell'aeroporto di Tegel sono state domate ma il traffico aereo è stato per alcune ore dirottato sul secondo aeroporto di Schönefeld, ad est. Immagino che fra le polemiche delle prossime ore scoppierà anche quella su cosa sarebbe accaduto se l'incendio fosse scoppiato quando Berlino avrà un solo aeroporto (dal 2011)? Dove avrebbero dirottato i voli? A Lipsia? Intanto, per chi vuole sapere come stanno andando le cose (e magari se partirà o atterrerà a Tegel o a Schönefeld) ecco due siti utili: quello del Berliner Morgenpost e quello degli aeroporti.

giovedì, novembre 13, 2008

Vedi alla voce Rezession

(fotowalkingclass)

E' ufficiale: siamo in recessione. O meglio, la Germania è in recessione. E' il primo dei paesi dell'Unione Europea ad alzare bandiera bianca e non sarà l'unico, altri seguiranno. Ma siccome dal punto di vista economico ne è la locomotiva, la certificazione di un dato che pur appariva scontato fa sempre un brutto effetto. L'annuncio è venuto dalla Destatis, l'ufficio federale di statistica, che questa mattina ha fornito le cifre sul Pil: -0,5 nel terzo trimestre, dopo -0,4 nel secondo. Dunque, tecnicamente è recessione. La crisi finanziaria morde le caviglie dell'industria, a partire da quella automobilistica. L'Opel ha già ridotto la produzione ma non è bastato: ora chiede al governo di intervenire, con urgenza, con sostegni economici, come ha fatto per le banche. Anche le altre marche prestigiose non se la passano tanto bene.

Ma è tutta l'economia che rallenta, minacciata in quella che è stata la sua forza degli ultimi anni: l'export. La ripresa economica della Germania, dopo la crisi negli anni a cavallo del nuovo secolo, è avvenuta tutta nel segno dell'esportazione, specie nel settore dei macchinari dove il Made in Germany ha recuperato le posizioni dominanti di un tempo. Il mercato interno, invece, è rimasto sempre piuttosto asfittico e ora che dall'estero riducono le commesse è impensabile che esso possa controbilanciare questo calo. Un piccolo segnale in questo senso in effetti c'è, lo registra la stessa Destatis ed è probabilmente su questo versante che si concentreranno nelle prossime settimane gli interventi dell'esecutivo, nella speranza di sostenere i consumi delle famiglie in modo da attutire l'impatto del calo delle esportazioni. Conoscendo però la mentalità dei tedeschi, mi pare difficile che in un periodo di crisi la gente si lasci andare a maggiori spese. Risparmieranno, in attesa di tempi migliori, anche perché gli esperti prevedono che dal prossimo mese la crisi si farà sentire anche sul piano dell'occupazione e, dopo ininterrotti anni di recupero, arriverà un meno anche sulla cifra dei lavoratori occupati.

Il governo in carica viene da quattro anni in cui le riforme economiche sono state messe in quarantena e l'ultimo grande sforzo riformista in tal senso resta legato alla stagione rosso-verde e a Gerhard Schröder. Risuonano un po' profetiche le accuse di immobilismo che soprattutto gli ambienti imprenditoriali hanno mosso alla cancelliera Angela Merkel negli anni passati, quando le vacche erano grasse e sarebbe stato il momento opportuno di fare qualcosa. Riformismo se n'è visto poco, anche se in questi anni è prevalsa da parte della società tedesca una pressante richiesta di sicurezza, di tutela, di attenzione sociale, di redistribuzione della ricchezza, direi di uguaglianza che non sarebbe stato possibile esaudire se si fosse scelta la strada di pesanti ristrutturazioni allo stato sociale. Proprio quello stato sociale che torna utile in situazioni di crisi come quella attuale, a patto però di poterlo finanziare.

Di certo, le riforme richieste dall'imprenditoria erano di ispirazione liberista, esattamente quell'ideologia che mai come in questi mesi (a torto o a ragione, qui non si giudica, si descrive) non solo in Germania, ma qui più che altrove, è messa pesantemente sott'accusa. Mi è venuta in mente una frase del presidente brasiliano Lula in un'intervista al Sole 24 Ore che forse aiuta a spiegare un diverso modo di guardare alle riforme: "Ero in disaccordo con i miei compagni che sostenevano che si può redistribuire la ricchezza solo se l'economia cresce. Secondo me si può redistribuire perché l'economia cresca. Abbiamo lanciato una serie di programmi: agricoltura per le famiglie, credito ai poveri, fame zero, luce per tutti. Che cosa è accaduto? I poveri hanno cominciato a consumare, le imprese hanno prodotto di più, il commercio si è attivato". Nulla di nuovo, si dirà, keynesismo in salsa latino-americana, però va molto di moda anche nella Germania potenza industriale che sembra aver salvaguardato meglio di altri paesi la propria coesione sociale e pare aver integrato meglio i propri immigrati.

La mia impressione è tuttavia che la Merkel non abbia seguito un progetto definito, in un senso o nell'altro, ma si sia regolata scegliendo di volta in volta l'opzione che le consentiva di appagare l'umore generale o di realizzare un conveniente (specie per lei) compromesso politico. Compito della politica sarebbe invece quello di affrontare i problemi con un approccio chiaro e deciso, lasciandosi poco influenzare dall'opinione degli elettori: difficile a ogni latitudine, difficilissimo adesso in Germania, nel momento in cui si apre un delicatissimo anno elettorale. La coperta della Grosse Koalition è apparsa poi molto più corta rispetto a quanto farebbe pensare la maggioranza numerica in parlamento. Qui di seguito, in tedesco, la rassegna stampa di oggi sulla recessione: Frankfurter Allgemeine, Süddeutsche Zeitung, Financial Times Deutschland, Tageszeitung e, più in generale sulla crisi globale, lo speciale dell'Handelsbatt.

domenica, novembre 09, 2008

Il ritorno della Berlino ebraica

(fotowalkingclass)

Ho ritrovato questo articolo di oltre un anno fa, scritto per l'allora Indipendente in occasione della settimana della cultura ebraica che si tenne a Berlino a settembre. Non lo avevo postato sul blog, ma in occasione del settantesimo anniversario della Reichspogromnacht mi pare un buon balsamo, perché racconta come sta rinascendo la comunità ebraica berlinese.

Non esiste in Europa un luogo dove la riscoperta della cultura ebraica possa suscitare emozioni e suggestioni più di Berlino. Ecco perché la “Jüdische Kulturtage”, la settimana della cultura ebraica che tradizionalmente si svolge all’inizio di settembre, richiama anche quest’anno gli onori della cronaca. E’ giunta alla sua ventunesima edizione, ma la ricostruzione di uno specchio di civiltà e cultura frantumato settant’anni fa dalla follia nazista promette ogni volta una novità. Così, quest’anno, tutto ruota attorno alla riapertura della Sinagoga di Rykestrasse, la più grande di tutta la Germania ad essere sopravvissuta al vento gelido degli anni Trenta. Si trova quasi nascosta in un cortile dietro un palazzo residenziale nell’elegante quartiere di Prezlauerberg, uno dei pochi angoli di Berlino risparmiati dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, poi ibernato nella sciatteria realsocialista, infine portato a nuovi splendori dopo la caduta del Muro e divenuto il luogo privilegiato della scena locale. Per restaurarla, gli architetti Ruth Golan e Kay Zareh hanno impiegato due anni: il risultato è straordinario. E la comunità ebraica di Berlino, che già aveva festeggiato nel 1995 la riapertura della Nuova Sinagoga sull’Oranienburgerstrasse, sempre nella zona orientale a Mitte, ritrova così un altro vecchio luogo di aggregazione.

Fu costruita in stile neo-romanico agli inizi del secolo scorso, nel 1904, e fu proprio la sua posizione defilata rispetto al dedalo di strade principali a salvarla dagli scempi della notte dei cristalli nel 1938. Che non risparmiò, invece, altri luoghi ebraici che si trovano nelle vicinanze. A due passi, lungo una delle arterie principali che tagliano verticalmente il quartiere di Prenzlauerberg, si trova il secondo cimitero ebraico della città, profanato negli anni bui del nazismo ma oggi anch’esso restaurato, che ospita le tombe di esponenti illustri dell’ebraismo berlinese, dal compositore Giacomo Meyerbeer all’artista Max Liebermann. Tracce di storia che adesso la città che fu simbolo del male assoluto prova a rimettere insieme.

La sfida lanciata anche attraverso questa ventunesima edizione della settimana culturale ebraica va in tre direzioni. Una sfida al passato, alla colpa mortale di aver assistito e permesso la cancellazione di una cultura che era parte fondamentale della storia tedesca. Una sfida al presente e al rigurgito dell’antisemitismo, che qui in Germania pervade senza soluzione di continuità l’estrema sinistra filo-palestinese e l’estrema destra neo-nazista (ne sono testimonianza i rigidi sistemi di sicurezza che circondano i luoghi di culto e della memoria). Infine, una sfida al futuro per la comunità ebraica che sta trovando la voglia di riappropriarsi del proprio spazio ma che resta divisa essa stessa tra vecchio e nuovo, tra gli eredi di quanti sopravvissero all’olocausto e gli ebrei di nuova immigrazione, giunti in gran numero dalle regioni dell’ex blocco sovietico e dalla Russia in particolare.

Gli appuntamenti che scandiscono questa settimana berlinese sono tantissimi e riannodano le diverse arti della cultura ebraica. I caffè letterari sulla Fasanenstrasse invitano a letture e dibattiti sull’opera dello scrittore Arthur Schnitzel. Mostre fotografiche ricostruiscono la vita quotidiana delle città dell’Europa orientale che furono la culla di un mondo scomparso, da Cracovia a Leopoli, da Przemysl a Lublino. Pezzi teatrali portano sulla scena il sarcasmo e l’ironia della tradizione yiddish, la cui lingua è paradossalmente così simile al tedesco. Esposizioni d’arte moderna testimoniano l’effervescenza dei giovani artisti ebrei della città. La musica dei violini gitani inonda di sonorità klezmer le notti berlinesi. Come quella di Robert Lakatos, erede di una delle più famose famiglie di musicisti ungheresi, che ha incantato e rallegrato il pubblico sotto le volte rinnovate della Sinagoga di Rykestrasse.

(pubblicato sull'Indipendente nel settembre 2007).

Il 9 novembre dei cristalli incendiati


Il motivo per cui la Germania riunificata ha istituito la sua festa nazionale il 3 ottobre (giorno in cui la ex Repubblica democratica tedesca si costituì in Länder aderendo così alla Bundesrepublik) e non il 9 novembre (giorno della caduta del Muro di Berlino) è perché nella sua storia c'erano altri 9 novembre. Oggi cade il settantesimo anniversario di quello del 1938, il 9 novembre più brutto, una delle pagine più angoscianti della storia europea. Fu la notte dei cristalli, la Reichspogromnacht, la notte illuminata dagli incendi delle sinagoge e dei negozi degli ebrei: 267 sinagoge date alle fiamme, 7mila 500 negozi distrutti, 91 ebrei uccisi, 30mila internati nei campi di concentramento di Dachau, Buchenwald e Sachsenhausen. E' a questo avvenimento che quest'anno Walking Class dedica la copertina del 9 novembre: per parlare della riunificazione tedesca, si può attendere l'anniversario tondo del prossimo anno. Da qualche tempo a Berlino è tornata a luccicare la cupola dorata della sinagoga di Oranienburger Strasse, nel quartiere Mitte. Lo scorso anno è stata restituita all'attività la sinagoga di Rykestrasse, nel quartiere di Prenzlauerberg. La comunità ebraica è tornata a Berlino e prova a ridare alla città quella vivacità economica, umana e intellettuale che la dittatura nazista cancellò brutalmente. Quel mondo però non tornerà più, e l'Europa centro-orientale ha pagato, con un impoverimento straordinario della propria cultura, lo sradicamento di una comunità tanto vasta e vivace. Restano, in giro per la Germania e per i paesi dell'Est, tracce isolate di quella umanità, attorno alle quali provano oggi a raccogliersi i coraggiosi eredi di quella tradizione.

Per gli approfondimenti sulla notte dei cristalli, qui Wikipedia in italiano. Assai più approfondita la corrispondente pagina tedesca. Qui in sintesi dal sito del Deutsches Historisches Museum di Berlino. Qui la pagina speciale della ZDF con i programmi dedicati. E infine, in inglese, la pagina dell'Encyclopaedia Britannica.

venerdì, novembre 07, 2008

Americana / 19. Spiegazioni


John McCain cerca di spiegare a Silvio Berlusconi e Maurizio Gasparri, travestiti da omaccione e gentile vecchietta, che Barack Obama non è abbronzato, che dirglielo non è propriamente una carineria e che, comunque, non tifa per al Qaeda.

giovedì, novembre 06, 2008

Americana / 18. Un leader generazionale

(fotowalkingclass)

Il buongiorno glielo ha dato il suo collega russo Dmitri Medvedev, che da Mosca ha minacciato l’installazione di missili a Kaliningrad come risposta al posizionamento americano di radar e missili in Polonia e Repubblica Ceca. A Chicago erano ancora intorpiditi dai bagordi notturni per la vittoria storica, in Russia non c’era alcuna voglia di festeggiare l’alba di una nuova era.

Negli Stati Uniti la notte era stata dolce per Obama e i suoi militanti, sulle note di un blues che canta la realizzazione del sogno di un primo presidente afro-americano dopo che, sul versante politico opposto, Colin Powell prima e Condoleezza Rice poi, avevano avvicinato la meta. Hope and Change, la speranza obamiana che si salda con la nuova frontiera di kennediana memoria, il mondo postmoderno del nuovo presidente che raccoglie la forza dell’ottimismo declinata su un piano generazionale, più che politico: icone pop che muovono le masse, più che le idee, più che i contenuti. Ma da oggi è un altro giorno, il mondo lì fuori è inquieto e l’agenda è già fitta di decisioni da prendere.

Man mano che le proiezioni sugli Stati coloravano di blu il territorio rosso che fu della Right Nation, nelle strade delle metropoli americane scendeva la nuova generazione obamiana: neri e giovani, vecchi militanti democratici e nuovi consumatori del sogno tecno-pop, yes we can, slogan tanto americano da risultare ridicolo ogni volta che qualcuno prova a strumentalizzarlo in altri contesti.

Chi volesse interpretare questo successo straripante con le lenti delle ideologie del Novecento rischierebbe di restare cieco di fronte al fenomeno: farebbe meglio a dirottare lo sguardo sul voto parlamentare, dove la vittoria totale del Partito democratico mostra un evidente slittamento a sinistra del paese. Ma il successo di Obama racconta una storia che va al di là della sua appartenenza democratica e si iscrive tutta quanta in quel salto generazionale con cui l’America prova a rispondere alla sfida di un pianeta che sta entrando in una fase nuova della sua storia, per di più con una grave crisi finanziaria sulle spalle.

Timori sull’economia al primo posto per il 62 per cento degli elettori, a testimonianza del fatto che oltre al mito e al sogno contano le preoccupazioni concrete per i propri risparmi, per il lavoro, la casa, l’auto, le rate e i mutui, l’assistenza sanitaria. Come accade ormai in ogni società complessa, tanti sono i tasselli che concorrono al successo e la bravura di Obama è stata quella di saperli tenere tutti assieme, dosandoli con abilità in una campagna straordinaria dalla quale non può essere disgiunta anche la capacità del suo staff elettorale, a riaffermare che qualsiasi progetto, anche nell’America della politica secolarizzata, non si muove senza una solida macchina organizzativa.

Ma c’è anche continuità nella sua vittoria. Continuità con l’immagine di un paese che riesce a superare le divisioni fra destra e sinistra e che ha saputo superare le differenze etniche e razziali (praticamente nullo il temuto effetto Bradley). Continuità anche con la vituperata storia recente: se il tema del terrorismo è scivolato in fondo alle preoccupazioni degli elettori, favorendo il successo di Obama, lo si deve al fatto che gli Stati Uniti si sentono più sicuri rispetto a quattro anni fa. Se dal 2001 non c’è stato più un attacco sul territorio americano, questo è dovuto anche a politiche di sicurezza interna che hanno il marchio dell’amministrazione Bush.

Ma è sullo scenario internazionale che Obama presumibilmente bilancerà le due carte della novità e della continuità, deludendo le illusioni di molti. Novità nello stile, che sarà più aperto e collaborativo, specie verso l’Europa. Continuità nell’azione: se il generale Petraeus ha tolto molte castagne dal fuoco iracheno rendendo possibile un lento ripiego delle truppe americane, forte resta l’appello a un maggiore impegno della Nato in Afghanistan, una battaglia che secondo Obama il mondo libero non può perdere. Nella squadra del nuovo presidente fanno capolino molti esperti dell’era Clinton, un’amministrazione che non ha lesinato interventi internazionali per difendere gli interessi americani sotto il cappello della difesa della democrazia. Difesa invece che esportazione: cambia lo stile, forse il linguaggio, non gli interessi.

Bastava d’altronde ascoltare con attenzione il suo discorso a Berlino, lo scorso luglio. Più truppe Nato in Afghanistan sarà la prima richiesta che Obama indirizzerà ai suoi colleghi europei, questa volta da presidente degli Stati Uniti e non da candidato. Lo sanno bene i vari leader a Londra, Parigi, Berlino e Roma che tutti, indipendentemente dalla loro appartenenza politica, si sono congratulati con il vincitore. Qualche novità potrebbe arrivare sul piano della lotta ai cambiamenti climatici, per la soddisfazione di Merkel e Sarkozy. Lavoro in comune per affrontare la recessione dopo che la crisi dalla finanza ha infettato l’economia reale: premier e presidenti di destra e di sinistra, con una ricetta comune che non concede nulla alle visioni ideologiche perché la globalizzazione impone un’agenda concreta cui non si può sfuggire, piaccia o meno.

Idealismo e pragmatismo sono le doti che Obama, leader più generazionale che politico, nero e pure pienamente integrato nell’èlite americana, ha dimostrato di possedere. In una carriera fulminante e brillante, da predestinato, che lo ha portato sul gradino più alto del mondo a soli 47 anni.

(pubblicato sul Secolo d'Italia del 6 novembre 2008 con il titolo: "Si va oltre l'America unipolare?". Qui il pdf dalla Rassegna stampa della Camera dei Deputati).

mercoledì, novembre 05, 2008

Americana / 17. Letture italiane

(fotowalkingclass)

Breve rassegna italiana, dai giornali e dal web, sul voto negli Stati Uniti d'America. Come sempre, ho scelto i commenti che mi sono sembrati più originali o quelli che raccontano aspetti della società americana utili a comprendere quanto è accaduto questa notte (qualche articolo, lo capirete leggendo, è stato scritto prima di conoscere il risultato). Un particolare interesse - dato il taglio di Walking Class - è riservato alle questioni di politica internazionale che il nuovo presidente si troverà ad affrontare. Per leggere invece la mia opinione, dovrete aspettare domani quando verrà pubblicato l'articolo scritto oggi. Correttezza verso il quotidiano che ha accettato di ospitare la mia opinione, gioie e dolori dello sfasamento temporale fra web e carta stampata.

Barack eletto presidente si rivolge all'America
di Maurizio Molinari, La Stampa
La campagna perfetta
Christian Rocca, Il Foglio
Rilancio del multilateralismo e ritorno dei trattati
Silvio Fagiolo, il Sole 24 Ore
Le facili illusioni della sinistra internazionale
Andrea Gilli, Epistemes
Obama e la Russia
Stefano Grazioli, Poganka
L'America è un luogo dove tutto è possibile
Barack Obama, discorso d'insediamento (in italiano)
Il sogno e la vita
di Massimo Gaggi, Corriere della Sera
Una notte a Kingman in Arizona, ascoltando la globalizzazione in America
Andrea Romano, il Riformista
La vera sciagura saranno gli obamiani italici
Lanfranco Pace, il Foglio

Americana / 16. Victory speech di Barack Obama

Americana / 16. La "concessione" di John McCain

Americana / 15. Differenze

Se Gasparri fosse McCain avremmo un centrodestra migliore.

Americana / 14. La festa di Chicago

A Chicago sta per partire la festa per il primo presidente nero degli Stati Uniti (foto The Huffington Post). Sorprendente, comunque, rispetto alla larga vittoria che si prospetta in questo momento, il ridotto scarto sul lato (consolatorio per McCain) dei voti popolari: secondo la CNN 50 a 49 per Obama. Appuntamento ai prossimi post per le analisi e gli approfondimenti. Aggiornamento: questa mattina (ora italiana) il dato credo definitivo del voto popolare riporta 62.207.184 voti per Obama pari al 52% e 55.210.027 voti per McCain pari al 46%. Un dato che rispecchia un po' meglio la vittoria a valanga sul piano dei delegati Stato per Stato.

Americana / 13. Il sorpasso del web

In attesa di incoronare ufficialmente Barack Obama, ormai lanciato verso la Casa Bianca, un vincitore di queste elezioni già c'è ed è Internet. L'informazione in Rete ha superato come lettori quella della carta stampata e ora si lancia al sorpasso della tv. Arianna Huffington da The Huffington Post e Marco Pratellesi dal Corriere della Sera. E, in due righe, Federico Rapini sul suo blog.

Americana / 12. Liveblogging italo-americani

Qui, come già detto, non faremo il Liveblogging e analizzeremo il risultato una volta che esso sarà acquisito definitivamente, cioè in mattinata. Per godervi la nottata, oltre alle trasmissioni tv, vi passiamo un poker di blogger italiani (ma i primi due sono lì in America): i già citati The Right Nation e FreedomLand, Daw e Vote2008.

Americana 11 / Che ore sono?

Finalmente qualcuno che ci aiuta con gli orologi. Dal sito della ZDF (che linkiamo come terzo canale web-televisivo di questa nottata) gli Stati decisivi per la vittoria e l'orario centro-europeo (vale per Berlino e per Roma) in cui si chiudono i seggi. Se la lotta sarà serrata, faremo l'alba anche quest'anno.

Americana / 10. Web tv dall'Europa

Siti internet dei primi canali televisivi di Italia e Germania dedicati alla diretta della notte elettorale negli Usa. In italiano quello del Tg1 della Rai. In tedesco quello del Tagesschau dell'ARD.

martedì, novembre 04, 2008

Americana 9 / In Poll they don't trust

Le speranze per John McCain si riducono a una sola possibilità: che i sondaggi siano sballati. Non ce n'è uno che gli conceda una pur minima chance. Alcuni che circolano in queste ore indicano anzi la possibilità che la vittoria di Obama sia a valanga. Right Nation evaporata, America pronta ad affidare ai democratici tutto il potere: dal presidente alle camere. Un cappotto drammatico. Sempre che, appunto, i sondaggisti non vadano incontro ad una clamorosa sconfessione. Non sarebbe la prima volta, anche se mai come in questo caso le tendenze degli ultimi giorni sono state chiare ed univoche. Al flop dei sondaggi si aggrappano i repubblicani che sperano in una serata che capovolga tutti i pronostici.

Americana / 8. Una lunga fila di votanti

Il 30 per cento di quelli che presumibilmente saranno i votanti totali ha approfittato della possibilità concessa in 32 Stati di votare anticipatamente per posta o di persona. Lo sostiene il Los Angeles Times, confermando il grande interesse che gli americani stanno dimostrando per questa elezione. Le tv internazionali continuano a trasmettere immagini di seggi affollatissimi, con file lunghe chilometri, elettori ordinatamente in coda chi con seggiolini portatili, chi con ombrelli, specie negli Stati orientali dove al momento piove. Si va verso il record di votanti, con rallentamenti in alcuni seggi, macchine elettorali in tilt e il rischio che i risultati finali possano slittare di qualche ora.

Americana / 7. Leader di un mondo multipolare?

(fotowalkingclass)

A differenza di quattro anni fa saranno i temi interni, soprattutto quelli legati all’idea dell’America e alla crisi finanziaria, che determineranno il successo di Barack Obama o John McCain. Ma ancor più che quattro anni fa, la scelta degli elettori americani inciderà sugli senari internazionali del futuro, perché il mondo in questi quattro anni ha completato il suo lungo e turbolento processo di globalizzazione, legando ancor di più i destini di terre e popoli. L’attuale, drammatica crisi finanziaria, tema che ha caratterizzato le ultime settimane di campagna elettorale, mostra e mostrerà ancor più nei prossimi mesi lo stretto legame tra le vicende interne degli Stati Uniti e quelle globali. Il voto di Washington, per quanto maturato da motivazioni di carattere interno, avrà dunque uno straordinario riflesso internazionale.

L’idea di America che uscirà premiata dal voto – quella visionaria e messianica di Barak Obama o quella muscolare e pragmatica di John McCain – determinerà i passi della grande potenza alle prese con una crisi di identità di portata storica. La fine dell’intermezzo ventennale unipolare, dopo quarant’anni di bipolarismo Usa-Urss, riconsegnano un mondo che non senza scossoni si sta rimodellando sull’ascesa di tante potenze che fanno valere i propri punti di forza. Militari ed energetici, come la Russia di Putin e Medvedev. Economici, come l’Unione Europea. Sociali, come il Brasile. Demografici come il Sud Africa. Di nuovo economici e strategici, come la Cina e l’India.

A questa prepotente richiesta di spazio e potere il prossimo presidente degli Stati Uniti dovrà dare una risposta articolata ma chiara. Quella fornita sino ad oggi dall’amministrazione Bush non ha convinto e viene sempre più apertamente e brutalmente respinta al mittente. Con il risultato di un’America umiliata (è stato il caso della Georgia) e per di più persa nel malinconico tramonto di una presidenza che ha l’attenuante di aver dovuto affrontare eventi inediti e drammatici.

Ma quel che rimane del cosiddetto Occidente (quello che, con qualche retorica, siamo soliti scrivere con la maiuscola) non può permettersi un’America umiliata. Non può permetterselo neppure l’Europa, ad essa legata da vincoli ormai decennali di alleanza e solidarietà: ogni alternativa non tiene conto dei reali interessi del Continente, sia nella sua composizione “vecchia”, cioè carolingia e franco-tedesca, che nella sua variante “nuova”, che ingloba i paesi centro-orientali ancora scottati da quarant’anni e passa di sovietizzazione. I buoni rapporti con Mosca passano per una comune condivisione di valori e prospettive, per ora ancora tutta da costruire, non per un azzardato rovesciamento di alleanze.

A poche ore dal voto americano, è necessario dunque chiedersi cosa si aspetta l’Europa, cosa ci aspettiamo noi dal nuovo presidente. Quelle che con linguaggio diplomatico si chiamavano in tempo le cancellerie, sono ben attente a mantenersi su un piano di equidistanza tra i due candidati: lavoreremo in sintonia con il vincitore, chiunque esso sia. Inutile insistere, solo sul terreno dei partiti è possibile raccogliere qualche differenza, dettata da comunanza politica, anche se la candidatura di Obama sembra aver scompigliato le appartenenze, sfondando anche in molti ambienti di centrodestra. Ma al di là delle ideologie, che in politica estera contano fino a un certo punto, sul terreno degli interessi reali la preoccupazione europea sembra unitaria: la richiesta di una svolta in senso multipolare. Più attenzione agli alleati, più coinvolgimento nelle decisioni. A ovest e a est, tra gli alleati storici e tra i nuovi fedelissimi: per scendere sul concreto, fra chi vede come fumo negli occhi il dispiegamento di radar e missili ad est e chi li considera il deterrente più sicuro per voltare le spalle una volta per tutte all’orso russo.

L’Europa è dunque in cerca di una leadership capace di interpretare le sfide nuove, che dietro un linguaggio accademico si chiamano redistribuzione e ricomposizione del potere mondiale. Quasi un ritorno al passato, prima dell’intervallo unipolare, prima della stagione bipolare. Ma con grandi differenze: la globalizzazione ormai avvenuta, l’importanza delle organizzazioni internazionali, politiche, militari e soprattutto economiche (Wto, Fmi).

Gli Stati Uniti d’America, nel loro complesso politico, economico e sociale, sembrano frastornati dai cambiamenti che avvengono al di fuori dei loro confini. Abitudini e interessi concorrono ancora alla difesa di un sistema di vita (la mitica “way of life”) che si modificherà con molta fatica e riluttanza. Questa resistenza si avverte più seguendo la campagna di John McCain, che per età ed esperienza appartiene tutto intero alla stagione della Guerra Fredda. Più aperte appaiono le visioni messianiche della nuova frontiera obamiana, anche se a mesi dalla sua “discesa in campo” si misurano più facilmente le sue affascinanti suggestioni che le proposte concrete. Ecco perché l’Europa politica ancora non ha scelto, anche se in cuor suo – e indipendentemente dalle appartenenze politiche – tende più a fare il tifo per Obama. Perché dati per scontati alcuni punti fermi dei fondamentali interni americani, il senatore dell’Illinois appare culturalmente e anagraficamente più attrezzato a muoversi con la duttilità necessaria nei nuovi scenari internazionali che si aprono.

Americana / 6. Obama visto da Walking Class

(fotowalkingclass)

In archivio è sempre un piacere mettere le mani. Ecco gli articoli scritti in questi mesi sulla corsa di Barack Obama verso la Casa Bianca, dalla prima sorprendente vittoria nelle primarie contro Hillary Clinton all'incoronazione definitiva come candidato dei democratici, alla sua visita berlinese, fino ai mesi difficili in cui la rincorsa di McCain era stata certificata anche dai sondaggi. Poi, la crisi finanziaria, ha tagliato le gambe alla campagna repubblicana e, sempre stando ai sondaggi, questa sera la suspance potrebbe durare lo spazio di un exit poll. Buona lettura.

Noi europei e la nuova sfida americana
giovedì 31 luglio 2008
Aspettando Barack Obama
giovedì 24 luglio 2008
Perché Obama vuol parlare a Berlino
sabato 12 luglio 2008
Il giorno di Obama, la sfida con McCain
mercoledì 4 giugno
Yes we can
martedì 5 febbraio 2008
(estratto pubblicato a metà gennaio con il titolo "la politica della speranza")

Americana / 5. Dietro le quinte di Barack Obama

(fotowalkingclass)

Ed eccoci al superfavorito della serata. Eccoci dietro le quinte di Barack Obama, negli articoli che abbiamo rintracciato in questi ultimi due giorni.

E alla fine Obama disse: vincerò
di Maurizio Molinari, La Stampa
Barack e i fantasmi degli amici rinnegati e Nel ristorante di Obama
di Aldo Cazzullo, Corriere della Sera
Obamaland, la città del primo bacio
di Giuseppe De Bellis, il Giornale
Storia americana con tocco Riefenstahl
di Christian Rocca, Il Foglio
Stati Uniti d'Obama
L'Espresso
Nelle gallerie di New York sale la febbre Obama
di Cristina Raffa, Il Sole 24 Ore

Americana / 4. Mission Impossible?

(foto di Simone Bressan, da flickr)

Sono volati negli Stati Uniti anche due tizi di vecchia conoscenza di Walking Class. Due irriducibili republicans che non ne vogliono proprio sapere dei sondaggi e dell'aria che tira. Si sono sobbarcati quindici ore di volo, sono piombati a Washington e si sono diretti in Virginia a salvare McCain. Mission Impossible? Parrebbe di sì, a dare un'occhiata ai sondaggi. Ma loro ci credono ancora e, abbandonata la veste di giornalisti e indossata quella più battagliera di blogger militanti, si sono tuffati negli ultimi giorni di campagna elettorale. Tra hamburger (la foto è originale, rubata dal loro album su flickr), birre, shopping mall e una serata al comizio di Obama con i cartelli inneggianti a McCain. Decidete voi se seguire la loro Mission Impossible sul blog di Andrea (The Right Nation) o su quello di Simone (FreedomLand). O su tutti e due.

Americana / 3. Dietro le quinte di John Mc Cain

(fotowalkingclass)

Negli ultimi giorni i quotidiani italiani hanno spedito dall'altra parte dell'Oceano i loro migliori inviati per rinforzare il plotone di giornalisti nelle fasi finali della campagna elettorale. A leggere alcuni di loro c'è da rammaricarsi del fatto che ormai dalle nostre parti sia invalsa l'abitudine di concentrare l'attenzione per un paese solo nelle fasi finali di una campagna elettorale. E già che stiamo parlando dell'America, cioè del paese più presente sui nostri media. Altrove succede ancora di peggio. Ma insomma, per tirarci su e per essere una volta tanto orgogliosi dei nostri colleghi, ecco una selezione molto ristretta di articoli che spiegano il mondo di McCain e lo stato di salute di quella che per anni abbiamo chiamato la Right Nation.

Quell'America che vota con la pistola
di Marcello Foa, il Giornale
Ecco i ventenni di Mc Cain: giubbotti da rapper e lacrime
di Marcello Foa, il Giornale
L'eroe frenato dai propri errori
di Massimiliano Gaggi, Corriere della Sera
Zig zag Mc Cain
Christian Rocca, Il Foglio
Repubblicani alla ricerca dell'anima perduta
Christian Rocca, Il Foglio

Americana / 2. Un'ottima campagna elettorale

(fotowalkingclass)

Il giudizio migliore sulla campagna elettorale appena conclusasi negli Stati Uniti lo stanno dando gli elettori, in fila davanti ai seggi elettorali come mai negli ultimi anni. Anzi, le file sono iniziate già da giorni in quegli Stati che consentono il voto anticipato. E anche lì è stato record. E' stata una competizione molto bella, segnata da tanti momenti interessanti, fin dalle primarie dei due partiti che ci hanno consegnato candidati che erano partiti come outsider. Breve e fulminante è stata la corsa di McCain nelle fila repubblicane, lunga e combattuta quella di Obama nel campo democratico, contro una donna tenace come Hillary Clinton che si preparava da anni per questo obiettivo. Personalmente ho seguito la trasferta berlinese di Barack Obama, il suo comizio davanti a una folla che non ha più ritrovato neppure negli happening più frequentati in patria. Un discorso bello, costruito con la consueta abilità oratoria, nel quale mi è sembrato di rintracciare molti di quegli elementi che deluderanno i suoi fan più ideologizzati se dovesse vincere questa sera. Non c'è dubbio che il combinato dell'età e del colore della pelle, la possibilità che alla Casa Bianca per la prima volta giunga un afro-americano e che possa aprire una stagione nuova anche in forza del salto generazionale, ha reso la candidatura di Barack Obama mediaticamente più accattivante. Ma se ci sono molti motivi per celebrare la corsa di Obama, ce ne sono almeno un paio per lodare quella di John McCain. Settantadue anni e birra da vendere. Passione. Coraggio. Determinazione e un pizzico di follia, tipica di questo politico difficilmente inquadrabile nelle briglie strette della disciplina di partito. Francamente non ci sarebbe stato un altro candidato in grado di rimontare la disillusione e la stanchezza che serpeggiavano nel campo repubblicano. Di McCain mi rimarrà sempre impresso il modo determinato e fermo con cui ha stoppato una sua anziana sostenitrice che inveiva contro Obama perché arabo: "No, no way". Fair play di altri tempi. Sì è stata una bella campagna elettorale, che ci ha restituito il piacere di guardare e curiosare in America.

Americana / 1. Come seguiremo il voto

(fotowalkingclass)

Giornata piena, quella che si apre oggi, con lo sguardo fisso dall'altra parte dell'Atlantico. Si vota negli Stati Uniti per il nuovo presidente. Barack Obama o John McCain. I lettori di Walking Class conoscono ormai la filosofia di questo blog: notizie, informazioni, commenti, analisi, reportage, scritte in prima persona o offerte attraverso una selezione di link esterni. Sarà così anche oggi, in una cavalcata che ci porterà in notturna (europea) a seguire i dati che arriveranno dall'America. Niente liveblogging, quelli li potrete seguire sui blog che hanno gli Usa come loro focus. Qui siamo ai confini orientali dell'Impero (ex?), nella Germania riunificata sensibile al forte legame storico con Washington almeno quanto ai venti contraddittori che giungono da Mosca. Seguiremo insieme il voto americano con gli occhi dell'Europa, quella "vecchia" dei tradizionali e oggi un po' riottosi alleati occidentali, e quella "nuova" dei paesi dell'est che nelle stelle e nelle strisce vedono l'ancoraggio a quella democrazia e libertà di cui sono ancora assetati. La seguiremo insieme da qui, da Berlino, in quella che è ormai diventata la capitale strategicamente più importante dell'Europa, a cavallo tra un est e un ovest che sembrano respirare con due polmoni diversi. Una lunga serie di post, ovviamente disordinata, presumibilmente fino a risultato acquisito. Cercando di raccontare la lunga notte americana anche attraverso le emozioni di chi la vive in diretta e di spiegare come e perché il quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti è stato scelto dai suoi elettori.

lunedì, novembre 03, 2008

Alla ricerca dell'Assia perduta

Kein Weg führt nach Hessen. Nessuna strada porta in Assia. Voleva essere spiritoso lo striscione che per anni ha campeggiato sulla facciata dell'ambasciata regionale dell'Assia a Berlino. Faceva il verso alla boriosità dei romani dell'Impero (nel quale come è noto tutte le strade portavano a Roma), lasciando immaginare un Land fattivo, laborioso e modesto. Sembra invece la sentenza del suo destino politico, dopo che quattro ribelli dell'Spd hanno mandato a gambe all'aria il lungo e tormentato lavorìo di Andrea Ypsilanti per formare un governo che scalzasse l'odiato Roland Koch, presidente uscente e ora reggente della Cdu. Niente da fare. I quattro ribelli sono usciti allo scoperto il giorno prima della votazione in consiglio. Problemi di coscienza, hanno detto. Nel mirino, l'alleanza con la Linke, seppur realizzata attraverso l'astuzia bizantina (o italiana, se volete) di un appoggio esterno che qui chiamano con più efficacia "Tolerierung". Niente, nisba, niet: "L'alleanza è nociva agli interessi dell'Assia, il programma porterebbe a un aumento della disoccupazione". Salta così il progetto di un esecutivo tra Spd e Verdi che avrebbe dovuto reggersi con la sponda della Linke di Lafontaine e Gysi.

Nessuna strada porta in Assia e nessun governo sembra in vista nell'importante regione che ha per capitale Wiesbaden ma che ingloba il centro finanziario europeo di Francoforte. Roland Koch resta al suo posto, in attesa di soluzioni. Se si votasse domani, riprenderebbe la maggioranza perduta in un'elezione giocata sul terreno scivoloso dell'identità e della xenofobia, una sorta di ricetta teocon in salsa tedesca. Non era piaciuta all'elettorato che l'aveva punito, premiando la candidata dell'Spd, ma non fino al punto di concederle una vittoria chiara. L'impasse dell'Assia è diventata la cartina di tornasole della crisi politica della Germania, scivolata nell'arena pentapartitica senza avere ancora trovato soluzioni adeguate per farvi fronte.

Dieci mesi fa, "mai con la Linke" era stato il grido di battaglia della Ypsilanti, politica tanto tenace e testarda quanto ansiosa di arrivare al potere. In Germania le promesse pre-elettorali contano. Ma a urne aperte, l'Spd poteva costruire una coalizione solo con l'apporto della Linke. Peccato che l'alleanza fosse stata esclusa categoricamente in campagna elettorale. Dunque non si doveva fare. Non è apparsa credibile la giustificazione di Ypsilanti, che il voto all'Spd era soprattutto un voto anti-Koch e che dunque nel mandato fosse implicito il diritto a far di tutto pur di scalzare il politico conservatore dalla poltrona. Lunghi mesi di incertezza: difficile la trattativa con la Linke, difficilissima quella con i Verdi. Ma la pugnalata è arrivata dai suoi. Ypsilanti s'è infilata in un tunnel rischiosissimo, sfidando i sondaggi dei suoi stessi elettori che si dichiaravano contrari all'accordo, ignorando gli editoriali di fuoco della stessa stampa di area socialdemocratica (per tutti il fondo del direttore Giovanni Di Lorenzo sulla Zeit di questa settimana dal titolo "Un putsch di sinistra").

Tuttavia, la Ypsilanti pagherà in prima persona il fallimento del suo azzardo. C'è chi mette in dubbio anche il prosieguo della carriera politica, tanto alto era il trampolino del suo triplo salto mortale. Forse è esagerato. Di certo lo smacco di oggi peserà come un macigno sulle già fragili spalle del partito socialdemocratico, che sta tentando con il nuovo duo Steinmeier-Müntefering di risalire la china dei sondaggi. Dal fallimento si sfilano tutti. I Verdi, che potrebbero addirittura pensare a una coalizione Giamaica a guida democristiana magari senza Koch (che la sua partita seppur di sponda l'ha vinta e ora potrebbe togliere l'ingombro ritagliandosi un ruolo nazionale a Berlino). E la Linke, diretta concorrente dell'Spd per i voti di sinistra, che già parla a gran voce di inaffidabilità del partito socialdemocratico. Kein Weg führt nach Hessen, sembra davvero che la strada più probabile sia quella del ritorno alle urne.

(Immagine: il Landtag dell'Assia a Wiesbaden, fotowalkingclass).