giovedì, dicembre 27, 2007

Finalmente Brindisi. Arrivederci al 2008

Si torna in Italia, dopo cinque mesi. Si torna a casa, a Brindisi, porta d'Oriente e terra di confine, appollaiata sul mare con i Balcani di fronte e la Grecia nell'aria. Aria di casa. Aria di frontiera. Aria meticcia. Come sempre, i miei posti preferiti. Buon anno a tutti. Le "trasmissioni" riprenderanno fra qualche settimana.

mercoledì, dicembre 26, 2007

Leaving Berlin, never easy

Tre settimane di pausa, un po' di tepore mediterraneo. Non farà male. Ma lasciare questa città diventa ogni volta più difficile.

Berlusarkò

Per convincermi che Nicolas Sarkozy sia proprio uguale identico a Silvio Berlusconi dovete prima convincermi che Michela Brambilla abbia lo stesso fascino di Carla Bruni. Poi iniziamo a discutere.

sabato, dicembre 22, 2007

Parigi-Amsterdam-Roma

Finalmente Air France. Era il piano migliore per salvare Alitalia. Sparisce l'inutile, costoso, idiotissimo hub di Malpensa. Ora la palla passa alla politica. Cioè a quelle specie di centrosinistra, centrodestra e sindacato che ci ritroviamo in Italia. Speriamo bene. Intanto, onore a Filippo Penati, presidente di centrosinistra della Provincia di Milano che ha il coraggio di uscire dal coro dei dolenti lombardi e di affrontare con spirito innovativo le sfide del mercato. Sui Formigoni, i Bossi e i Calderoli, stendiamo veli pietosi.

La Slovenia alla prova di maturità

Non sarà un semestre europeo ordinario, quello che vedrà impegnato la Slovenia a partire dal primo gennaio 2008. Il nostro piccolo vicino di casa ha fatto in questi anni passi da gigante, segnando una serie di record da fare invidia a tutti gli altri paesi est-europei entrati nell'Ue nel 2004. E' da sempre il primo della classe, ha l'economia più stabile, ha già introdotto l'euro senza particolari scossoni, sarà anche il primo a gestire per sei mesi la politica del continente. Ieri notte, la festa europea dell'allargamento di Schengen ha toccato anche l'Italia, proprio nel suo confine nord-orientale, fra Trieste, Gorizia e Nova Gorica: da Venezia a Lubiana senza più frontiere e controlli, lungo un limes che ha raccontato pagine tragiche di storia. Anche così l'Europa cura le ferite del passato e apre nuovi scenari. Da gennaio la Slovenia prende il timone e si troverà a gestire la questione del Kossovo. Come dire, nessuno sconto per i nuovi arrivati: subito la prova più difficile. Ma, ovviamente, per la sua storia recente, la Slovenia ha tutte le carte in regola per gestire la crisi che si aprirà.

venerdì, dicembre 21, 2007

La notte in cui caddero le frontiere

Questa e le altre foto qui documentano le feste di confine tra Est e Ovest, nella notte in cui in Europa caddero altri muri. Come scrive la rivista Transitions Online, la speranza è che questo slittamento dei confini europei ad Est non spinga a creare nuovi muri verso quei paesi (e qui si pensa innanzitutto all'Ucraina ma anche alla Croazia e ai Balcani) che per ora sono rimasti fuori.

Malinconie

Die alten Straßen noch,
die alten Häuser noch,
die alten Freunde aber sind nicht mehr. (*)

(*) dedicata agli amici conosciuti in questi due mesi al Goethe-Institut che hanno lasciato Berlino e con i quali, spero, i contatti proseguiranno sul web. Ai pochissimi che sono rimasti, appuntamento alla ripresa di febbraio.

Giù le frontiere, l'Europa è più unita

Non c'è più l'entusiasmo di diciotto anni fa e i giornali dell'Europa occidentale sono ripiegati su se stessi, sulle notizie interne, sui nuovi amori di Sarkozy, sulle raccomandazioni maschiliste di Berlusconi alla Rai, sulle gaffes di Gordon Brown, sugli scioperi minacciati dei macchinisti tedeschi. Eppure questa notte l'Europa si unisce ancora di più. Il trattato di Schengen si allarga ai paesi che sono entrati nell'Ue nel 2004. Qui in Germania si aprono le frontiere con Polonia e Repubblica Ceca. Senza passaporti e controlli si entra da questa notte anche nelle Repubbliche Baltiche. Da Berlino a Tallin senza più frontiere, nel nome di un'unica identità e di un progetto che sessant'anni fa appariva visionario. L'Europa fa sempre fatica ma la sua unità procede, inesorabile, come un diesel. Schengen, la moneta unica, l'allargamento. Nomi burocratici che non scaldano i cuori ma cambiano, lentamente, la nostra vita di tutti i giorni. In meglio. L'Europa racconta oggi una storia di successo. A pochi chilometri da Vienna cadono le frontiere con Slovacchia e Ungheria e Budapest festeggia la caduta di un altro filo spinato, dopo quella di diciotto anni fa che diede il via al gioco del domino. Anche l'Italia vive la sua apertura, a Trieste e Gorizia, dove un confine di conflitti e di sangue viene giù, finalmente, aprendo prospettive nuove. Benvenuti, fratelli ritrovati.

mercoledì, dicembre 19, 2007

Il sesso di Repubblica

Lo toglieranno fra poco, quando qualche redattore sensato leggerà il titolo. Per ora, comunque, sulla homepage di Repubblica, si dà notizia di uno studio sull'ignoranza degli studenti italiani con questo titolo: "Il 60 per cento non sa perché viene di notte". Non è un'indagine sui comportamenti sessuali.

martedì, dicembre 18, 2007

Finalmente Julia

La Tymoshenko ce l'ha fatta, dopo che la scorsa settimana il suo primo tentativo di ottenere dalla Rada (il parlamento ucraino) l'elezione a primo ministro era fallito di un voto. Sono passati quasi tre mesi dalle elezioni politiche e l'Ucraina trova finalmente una soluzione (seppur temporanea) alla sua lunga crisi politica. La Tymoshenko guiderà un governo di coalizione tra il blocco che l'ha sostenuta e quello che si rifà al presidente Viktor Jushenko. La maggioranza resta però strettissima, la rediviva coalizione arancione è già pervasa da contrasti sotterranei, la lunga corsa alle presidenziali del 2009 rischia di minarne l'azione. Viktor Yanukovich, scivolato all'opposizione, promette di raccogliere i frutti della crisi fra due anni. Per l'Ucraina il futuro politico resta ancora incerto.

sabato, dicembre 15, 2007

Dragostea din tei

Finalmente sembra essersi placata la stupida ondata anti-rumena che ha invaso l'Italia per due settimane. D'altronde liggiù va così: si tira fuori un caso, si gonfia per quanto regge l'audience, poi velocemente si sgonfia e se ne inventa un altro. Va così un po' dappertutto, bisogna dirlo, anche qui in Germania tirano fuori delle stronzate che manco Calderoli. Però, nella mia difesa dei rumeni devo essermi guadagnato qualche punto. Un paio di amici mi hanno inviato dalla ormai vicina Bucarest un bellissimo video natalizio. Lo hanno girato tutto per me e devo dire che la cosa mi ha commosso. Chiusi nel loro piccolo studio hanno cantato una nota canzone natalizia delle loro terra, con qualche evidente ma comprensibile difficoltà canora. Provo a raccontarvi un po' la scena. Lui (che si chiama Dome Niconasescu) è il meno dotato dal punto di vista dell'intonazione ma è anche quello che ci dà dentro di più (senza doppisensi) cioè si tira appresso tutta la canzone dall'inizio alla fine, azzardando anche un paio di passaggi degni delle voci bianche dei cori bulgari. Lei (all'anagrafe Barba Rescu) potrebbe accompagnare meglio il suo compagno di canto, addolcendo alcuni acuti, ammorbidendo alcuni ottusi. Ma ride tutto il tempo a testimonianza del fatto che anche a Bucarest la vita è bella. Il video è proprio divertente e peccato che non possa farvelo vedere, primo perché non saprei come fare date le mie limitate conoscenze informatiche e secondo perché è un regalo per Walking Class ed è in qualche modo una cosa privata. Comunque regalo migliore non mi avrebbero potuto fare. E tutta la scena, per come è girata e per l'atmosfera da scantinato rock albanese (sembra un po' tipo striscia la berisha, ricordate?) mi conferma del fatto che aver accettato la Romania nell'Unione Europea sia stata cosa buona e giusta.

Berlino-Monaco (quasi un Roma-Milano)

Fra poco si va all'Olympiastadion dove io e Luca Toni ritroviamo lo stadio magico della notte mondiale. Hertha Berlino-Bayern Monaco è una specie di Roma-Milano (Lazio-Milan o Roma-Inter, fate un po' voi). Semplicemente, si detestano, con reciproci ottimi motivi. A me di questa rivalità frega un po' di meno. Spero che l'Hertha si prenda i tre punti (anche se avendola vista quest'anno faccio fatica a capire come) e che Toni faccia una buona partita (le due cose non sono in contraddizione, sanno un po' di democristianeria ma insomma potrebbe finire 3 a 2 per "noi berlinesi" con doppietta di Toni dall'altra parte). In realtà mi frega di più che fa un freddo cane, c'è solo un grado e mi hanno consigliato di portare allo stadio la copertina di lana, come il nonno. Se sopravvivo vi faccio sapere il risultato finale.

Aggiornamento. Sono sopravvissuto, Toni non c'era perché alla fine infortunato, la partita è finita zero a zero ma è stata vivace e la copertina del nonno provvidenziale. I giornali bavaresi si chiedono cosa stia accadendo al Dream Team di Monaco, che nelle ultime settimane s'è fatto risucchiare dal Werder Brema. La risposta è semplice: il Bayern ha un'ottima squadra ma un solo attaccante di razza. Luca Toni. Quando non c'è, vanno in bianco. Ma lì si sono convinti che Miroslav Klose sia un attaccante pure lui. Quanto all'Hertha, vale la prima parte della frase che il sindaco Wowereit aveva lanciato qualche anno fa per l'intera Berlino: povera ma bella. Catenaccio e contropiede. In panchina siede uno svizzero di belle speranze noto per il gioco frizzante. Ma la squadra gioca come se fosse allenata da Carletto Mazzone.

Un marziano a Roma

Il Dalai Lama se n'è andato a spasso solo soletto per l'Italia. Nè il capo del governo, né il capo del Vaticano lo hanno degnato di un incontro. Italiani e tedeschi brava gente. Qui a Berlino un'altra tedesca, evidentemente di pasta diversa rispetto al Sommo Isolato Bavarese, aveva agito di conseguenza, anche a costo di beccarsi aspre critiche per aver messo a repentaglio le relazioni commerciali fra Germania e Cina. E al presidente del Consiglio Romano Prodi, che evidentemente non ha chiari i principi della Realpolitik, bastano in risposta queste semplici parole del Dalai Lama rilasciate in un'intervista a Repubblica: "La mia opinione è che la Cina non deve essere isolata dalla comunità internazionale. E se guardiamo all'economia, l'integrazione dei cinesi è già nei fatti, ma non è sufficiente. Il mondo libero ha la responsabilità morale di portare la Cina nell'ambito della democrazia. La relazione economica deve essere un'amicizia alla pari, in cui vengono tenuti fermi i valori delle società aperte e democratiche. Se ci si presenta solo per fare affari, ripetendo unicamente 'Sì, ministro', allora si rischia di perdere la faccia, e anche il rispetto dei cinesi".

venerdì, dicembre 14, 2007

L'ultimo volo

Cosa si aspetta a scegliere l'unica offerta sensata per Alitalia, che pare evidente essere quella di Air France? Si aspetta che la nostra (ex) compagnia di bandiera compia l'ultimo volo? Courage, che è già troppo tardi!

lunedì, dicembre 10, 2007

In Italia troppe morti sul lavoro

Oggi Torino si ferma per i morti nell'acciaieria ThyssenKrupp. La dignità del lavoro, nei paesi civili e nelle fabbriche civili, dovrebbe essere associata innanzitutto alla sicurezza. La vicenda di Torino è gravissima perché coinvolge un'azienda tedesca in una città italiana. Due paesi nei quali di questi temi non si dovrebbe neppure parlare, tanto dovrebbero essere scontati. Oggi Torino si ferma. Ci fermiamo anche noi. Un po' di silenzio non fa male. Così come farebbe bene il rispetto delle norme che ci sono e che imporrebbero perfezione nei sistemi di sicurezza. Perché Torino non è diversa da Hannover.

domenica, dicembre 09, 2007

Corvo nero corvo bianco

I liberali hanno combinato un disastro nella Russia eltsiniana. E poi si chiedono perché a Mosca il 62 per cento voti Putin. La cosa divertente è che se lo chiedono. La risposta è affidata a slogan, come avessero un libretto di Mao azzurro cui attingere. E questo è meno divertente. Mosca è lontana. Varrebbe la pena di riaprire la valigia, riempirla di maglioni pesanti e farci un bel viaggio. E chissà che nei prossimi mesi Walking Class non riprenda la strada ferrata verso Est. L'esperienza insegna: conoscere prima di scrivere. Andando sul posto. Altrimenti si scrivono opinioni. Che, quando sono separate dai fatti, valgono come il due di picche.

Hertha sempre più giù (e sabato arriva Luca Toni)

Sembra senza fine la crisi della squadra di calcio della capitale, l'Hertha Berlin. Nel posticipo domenicale i berlinesi sono stati sconfitti 2 a 1 a Norimberga e continuano a scivolare giù in classifica. Sabato prossimo arriva all'Olympiastadion la capolista Bayern München, per quello che qui è considerato quasi un derby, l'incontro che vale una stagione contro gli odiatissimi bavaresi. Per l'occasione il sottoscritto s'è comprato per tempo un biglietto. Il tifo per l'Hertha è noto ai lettori di questo blog. Così come una sorta di venerazione per il centravanti dei bavaresi e della nazionale italiana Luca Toni. Dunque sabato sarà un derby anche per Walking Class.

Welcome to Iowa

mercoledì, dicembre 05, 2007

Un anno di Knut

L'orsetto dello zoo di Berlino compie un anno. E non è più un orsetto.

Il deficiente

Ogni tanto la Lega ce ne presenta uno nuovo. Oggi balza al disonore delle cronache tale Giorgio Bettio, oscuro ma aihmé non oscurato consigliere comunale in quel di Treviso. Quasi passa la voglia di stare qui a perdere tempo per chiosare l'ennesima imbecillità del leghista di turno. Anzi, la voglia è già passata. Le sue dichiarazioni sono qua (e visto l'andazzo delle ultime settimane in Italia, temo che tali dichiarazioni siano, sotto sotto, apprezzate da molti). In Germania, nelle regioni orientali, i tristi epigoni di quelle "esse-esse" continuano a funestare i fine settimana degli stranieri (e qualche volta potrebbe capitarci di mezzo anche qualche trevigiano di passaggio). La magistratura fa del suo meglio, ma qui il dibattito è aperto e per fortuna i toni di politici e opinionisti sono di tutt'altro livello. Dispiace solo che nessuno, a Treviso, dai banchi dell'opposizione, abbia trovato il tempo e il coraggio per alzarsi dallo scranno e fare quello che al sottoscritto sarebbe piaciuto fare: prendere a calci nel culo il consigliere Bettio Giorgio. Ah, ci fosse ancora la sinistra di una volta.

lunedì, dicembre 03, 2007

Anch'io l'Adventskalender

Ce l'ho anch'io l'Adventskalender, compagno obbligatorio nella marcia di avvicinamento al Natale tedesco. Da Isa potete leggere tutta la storia.

Giro giro tondo

Vi ricordate questo articolo e le peripezie di un guidatore in Germania? E soprattutto la storia della precedenza alle biciclette? Beh, fate un salto da Carletto Darwin e potrete vedere tutto dal vivo (o quasi).

Am Arsch der Welt

Freitagabend im Regionalexpress nach Lichterfelde. Die Nachbarin im Zug telefoniert: "Ich? Ich bin am Arsch der Welt. Wo?", sie guckt aus dem Fernster, "Potsdamer Platz heißt das hier".

(Der Tagesspiegel, Kleine Geschichten aus Berlin)

venerdì, novembre 30, 2007

Italia tra Francia e Germania

I rapporti bilaterali fra Italia e Germania restano un po' freddini, nonostante Romano Prodi goda qui di stampa e opinioni assai migliori rispetto a Silvio Berlusconi. Ma il dissidio sul seggio permanente all'Onu è difficile da superare. Proviamoci allora con la Francia, dove Sarkozy sembra più disponibile. Qui la sua intervista al Corriere della Sera alla vigilia del vertice italo-francese di Nizza.

martedì, novembre 27, 2007

Agli amici africani: la Svizzera è bella

Il governo svizzero ha realizzato uno spot tanto di cattivo gusto quanto ingannevole che ha fatto trasmettere in tv durante l'intervallo dell'amichevole di calcio Svizzera-Nigeria, ad uso e consumo dei telespettatori nigeriani. Lo spot è un po' surreale. Il figlio telefona da una cabina telefonica svizzera e si spaccia per una sorta di benestante che ha già trovato alloggio e lavoro. Il padre, comodamente seduto su una poltrona di casa, si presume a Lagos, in un appartamento che potrebbe trovarsi sulla Fifth Avenue di New York o in un quartiere residenziale di Londra, si beve la storiella. In realtà il figlio dorme nei cartoni per strada e nel paese delle mucche e della cioccolata se la passa piuttosto male, al contrario del padre sicuro e sereno nelle sue confortevoli quattro mura di Lagos (qui il video). Lo spot avrebbe la pretesa di aiutare i nigeriani a capire le reali condizioni di chi emigra credendo di trovare il paradiso tra i monti alpini e di scoraggiare l'immigrazione irregolare. In realtà pesca a mani basse negli stereotipi che ormai accompagnano il dibattito sull'immigrazione in Europa, specie in quei paesi come la Svizzera che una volta erano il rifugio di tutti gli esiliati del mondo e oggi ama rinchiudersi in se stessa, a riccio e con egoismo. E non è difficile ribaltare le immagini: in realtà il figlio telefona da Lagos al padre che risponde da una casa di Zurigo. Lo spot rappresenta una Svizzera inverosimile, composta da gente brutta e razzista, che maltratta gli immigrati e in particolare gli africani, dove si mangia male e d'inverno fa un freddo siberiano. Un paese inospitale e malvagio, nel quale certamente nessuno straniero vorrebbe recarsi.

Balle. Amici africani, vogliono prendervi per il culo. La Svizzera è un paese bellissimo e molto efficiente. Si lavora bene e la gente, una volta rotto il ghiaccio dei primi giorni, è addirittura allegra e ospitale. Il governo, come avrete potuto capire, lo è un po' meno. E in realtà anche questo spot pare abbia il consenso della maggioranza degli svizzeri: dunque qualche problema c'è anche nella popolazione, che non riesce più a distinguere tra la complessità del problema immigrazione e un filmatino egoista che solletica le paure più oscure e gli istinti peggiori. Ma da queste parti i governi cambiano e magari prima o poi anche questo Blocher ce lo toglieremo dalle palle. Dunque, non fatevi infinocchiare e, se cercate un paese sereno, un buon guadagno, una vita tranquilla, andate senza paura in Svizzera. C'è solo l'imbarazzo della scelta: Basilea o Zurigo, Losanna o Ginevra, Locarno o Lugano. Piste da sci d'inverno, laghi e prati d'estate e fonduta di formaggio tutto l'anno. Non saranno a portata di mano il primo giorno ma con lavoro e fatica tutto questo sarà raggiungibile. E chi emigra, in genere, ha più voglia di lavorare e di integrarsi di quanto non si immagini.

lunedì, novembre 26, 2007

Avviso ai naviganti

Da domani, e dopo una pausa di tre giorni, comincia il secondo round dell'incontro (ma sarebbe meglio dire dello scontro) tra il sottoscritto e la grammatica tedesca. Ne avremo di nuovo per un mesetto scarso, allo stesso ritmo che nel mese precedente ha ridotto drasticamente la produzione di articoli e di post. In questi ultimi giorni ho cercato di aggiornare il blog il più possibile. Per i prossimi, dovrete di nuovo "portare pazienza". Però, almeno, vi ho avvertito.

Ucraina: Holodomor, la carestia degli Anni Trenta

Dall'Ucraina, non politica questa volta (a due mesi di distanza dal voto il governo ancora non c'è) ma storia. Quella della carestia tra il 1932 e il 1933 (e di quello che passò alla storia come il conseguente genocidio) dovuto alla politica agricola dell'Unione Sovietica. Sabato scorso in tutto il paese è stato celebrato l'anniversario. Ce ne parla Kiev Ukraine News Blog. La storia è raccontata dalla BBC. Qui, in italiano, su Wikipedia. Qui la lunga inchiesta del professor Roman Serbyn su Unian. Puntuale con il calendario ne aveva parlato Enzo Reale. E qui il libro di Robert Conquest (edizioni fondazione liberal) che narra l'intera vicenda con un ampio apparato di fonti.

La Grande Romania diventa piccola

In Romania si è votato per eleggere i deputati al parlamento europeo. E da quel paese, che in Italia viene ormai considerato un covo di pirati, giunge una lezione di democrazia. Il partito xenofobo di estrema destra Grande Romania è stato rimpicciolito dagli elettori. Non ha raggiunto il 4,5 per cento dei voti e la sua componente non rafforzerà il gruppo di estrema destra di Strasburgo (già andato in frantumi proprio per la defezione dei rumeni a seguito delle frasi razziste pronunciate dalla ex collega europea Alessandra Mussolini dopo i fatti di Roma). Per il vecchio leader Corneliu Vadim Tudor, un populista che aveva fatto dipingere le panchine della sua cittadina con i colori nazionali blu, giallo e rosso, una cocente sconfitta.

Croazia, decide Stipe Mesic

A pochi seggi dalla fine (96 per cento scrutinato), il partito di governo di centrodestra ha vinto d'un soffio le elezioni politiche in Croazia. L'HDZ ha ottenuto il 34,7 per cento mentre l'opposizione socialdemocratica (SDP) insegue con il 32,4. Devono inoltre essere ancora contati 400mila voti dei croati all'estero, che secondo gli analisti sono tradizionalmente a favore del centrodestra. Ma non è detto che il premier uscente Ivo Sanader riuscirà a mantenere il suo posto. Per governare, la maggioranza di seggi necessaria in parlamento è di 77 (ma tutti i paesi hanno meno deputati dell'Italia?). L'HDZ ne ha conquistati 61, l'SDP 56. Sarà necessario un governo di coalizione. Sarà dunque il presidente Stipe Mesic a incaricare il leader del partito che, a suo giudizio, avrà le migliori chance di formare una coalizione.

Stadtschloss, si parte con l'Humboldt-Forum

Ancora non è stato tirato giù del tutto il vecchio palazzo della Repubblica che già fervono le iniziative per la ricostruzione del vecchio castello. Fra qualche anno, questo angolo di Berlino, cambierà di nuovo faccia.

Germanie

Già da ieri fa parte del nostro blogroll, alla voce Germania. Il titolo del blog, però, è al plurale, come si conviene ad un giornalista che vuol raccontare le tante facce di questo paese. Beda Romano, classe 1967, lo fa già da molto tempo, con competenza ed equilibrio (deve essere un marchio familiare) dalle pagine del Sole 24 Ore. Più di un anno fa ha pubblicato un libro per Longanesi, Germania questa sconosciuta. Ora ha deciso di intensificare il suo lavoro aprendo questo nuovo blog. perché di Germania non si parla mai abbastanza.

Realpolitik

Così si muove il mondo, a destra e a sinistra. La Merkel però aveva fatto altro: e infatti un po' ne sta pagando le conseguenze. Chissà perché a destra tutti amano Sarkozy e considerano Angie una socialdemocratica.

A lezione di russo

Si va verso il rinnovo della Duma a Mosca e i giornali occidentali tornano ad occuparsi di politica interna russa. Sul web è appena uscito l'experts panel di uno che se ne intende, Stefano Grazioli in arte Poganka. Opinioni varie e frastagliate di altri che se ne intendono. Perché la propaganda è tanta e sembra di essere tornati ai tempi della guerra fredda, senza però più imperi del bene e del male. Allora giù i pregiudizi e su il senso critico. Poi ognuno si farà la propria opinione. Hier auch auf Deutsch.

Farse

Bella quella storia che la prima volta è una tragedia e la seconda una farsa. La fortuna della politica, oggi, è che al posto del pool mani pulite c'è Beppe Grillo. La sfortuna del paese è invece che i settantenni e gli ottuagenari sono ancora di gran lunga migliori dei cinquantenni.

Tornano i fuochi parigini

Notte di violenza nei sobborghi di Parigi. Tornano i "riots" dopo che un auto della polizia ha investito, uccidendoli, due teeneger alla guida di una moto.

domenica, novembre 25, 2007

Croazia al voto, l'obiettivo è l'ingresso nell'UE

Elezioni sul filo di lana in Croazia. I primi exit poll da Zagabria assegnavano un leggero vantaggio all'opposizione di centrosinistra (35 per cento contro il 33 del centrodestra). Un vantaggio stretto che sarebbe stato ribaltato dai primi dati reali. Il Kurier di Vienna certifica che il partito governativo HDZ del premier Ivo Sanader raggiunge al momento il 32,6 mentre l'SPD socialdemocratica si fermerebbe al 30,3 per cento. Ma alla conta mancano ancora la metà dei voti. Entrambi i partiti, per ora, si dichiarano vittoriosi ma nessuno di loro raggiungerà comunque la maggioranza assoluta. A conti ultimati e a vittoria assegnata sarà necessario avviare trattative per un governo di coalizione. L'esecutivo che uscirà dalle urne dovrebbe completare il processo di integrazione della Croazia nell'Unione Europea, obiettivo condiviso da entrambe le forze politiche principali. Per la Croazia si apre una fase decisiva della sua recente storia politica.

Berlineide

Adoro la luce bianca e obliqua dei (rari) giorni di sole. Adoro la foschia umida che imperla i marciapiedi di Schöneberg. Adoro lo sferragliare della S-Bahn alla fermata di Yorckstraße. Adoro l'odore dei croissant al burro che invade i tunnel di Friedrichstraße. Adoro l'accalcarsi dei passeggeri sulle scale mobili che portano in superficie. Adoro il passo veloce con cui si aggrediscono scale e marciapiedi, anche se non ho ancora capito cosa avranno da correre così tanto i berlinesi. Adoro il panorama dei plattenbauten che si stagliano dietro la torre della tv di Alexanderplatz. E, ovviamente, adoro anche la torre della tv. Adoro tutte queste cose che segnano, ogni giorno da un mese, la prima ora della mia giornata berlinese. E sento di non poterne più fare a meno.

sabato, novembre 24, 2007

Gian Super Antonio Stella

Sul Corriere della Sera. Almeno ci si diverte. Anche perché il Corrierone, in queste ultime settimane, di politica ci ha capito ben poco e non ha azzeccato nemmeno una previsione (e un'analisi) che fosse una. E ha pure preso il buco delle intercettazioni Rai-Mediaset da Repubblica. Per fortuna che c'ha Gian Antonio.

Westwind

Sono arrivati gli irlandesi.

martedì, novembre 20, 2007

Nordwind

Sono arrivati gli scandinavi.

Giovani rosse crescono

Abbiamo un futuro rosso (di capelli e forse non solo) anche qui da noi, a Berlino. Verrà eletta, però, non nominata. E non viene dalla gggente ma dalle fila dei giovani socialdemocratici, dove ha già masticato quella politica che dice di amare. Si chiama Franziska Drohsel, ha 27 anni, viene appunto da Berlino e si appresta a diventare la capa dei giovani socialdemocratici. Nelle sue prime apparizioni tv la cosa che si nota di più è il suo stretto accento berlinese. Jute Chance!

Da Santoro a Berlusconi (via Grillo)

Dalla Samarcanda di "Michelechi?" alla Repubblica Popolare Berbrambilliana di Silvio e Pier Michela. Una parabola lunga quindici anni nel nome della gggente. Che un giorno, magari, si romperà i coglioni per davvero.

domenica, novembre 18, 2007

Prodi e Veltroni 2.0

Il centrosinistra vince la battaglia parlamentare sulla Finanziaria e avvia nel migliore dei modi la scommessa politica del Partito democratico. Il centrodestra si dilania aspramente dopo aver invano puntato tutto sulla caduta del governo. Il centrosinistra da un anno buono ha avviato un complesso processo politico. Il centrodestra, da un anno buono, non discute, non dibatte, non propone ma fa molta demagogia e pessima campagna acquisti senatoriale con l'intento di riportare un uomo solo, e sempre lo stesso, sulla plancia di comando (a fare cosa di meglio, poi, non è poi dato sapere). I risultati si spiegano facilmente così: il centrosinistra fa politica, il centrodestra no. Se avrò voglia e tempo di tornare per un momento su questo aspetto della vita politica patria, approfondirò questo spunto. Ricordo solo che quando nei mesi scorsi scrissi che il Partito democratico avrebbe avviato un processo che il centrodestra non poteva limitarsi a deridere e che la elezione di Veltroni avrebbe posto anche all'altra parte un problema di leadership e di programmi, bene, quando lo scrissi, ricordo, ricordo bene, che da qualche parte, in fondo a destra, arrivò l'accusa velata di soffrire di complessi d'inferiorità verso l'egemonia della sinistra. Nessun problema, figuriamoci, ci saranno sempre immaginifici sondaggi a scaldare il cuore nei momenti difficili. Nella vita politica reale, invece, il Partito democratico resta l'opzione più interessante di sblocco dello stallo in cui l'Italia è finita in questi ultimi anni. E per il momento, anche l'unica.

Segnalo la differente (e come sempre molto equilibrata) analisi di Stefano Folli dal Sole 24 Ore. Dalla quale dissento su due punti. Il primo: è vero che a sinistra tutte le contraddizioni restano in piedi ma è anche vero che se Prodi e Veltroni trovano una sintonia di azione, il futuro potrebbe essere proficuo per entrambi. L'attuale premier non può che giovarsi dell'appoggio di un leader di partito autorevole e Veltroni ha bisogno di arrivare alla campagna elettorale sulla scia di un centrosinistra che recupera consenso. Il secondo: quello che Folli considera un elemento a favore di Berlusconi, io lo considero un elemento a sfavore del centrodestra. E' vero che l'ex premier mantiene un carisma ineguagliato fra il popolo di centrodestra. Ma a che prezzo? E per farne cosa? Il prezzo è quello di aver ormai assuefatto la sua gente alla demagogia e averla allontanata dalla politica, tanto è vero che molti sono convinti che l'azione politica consista in questa continua produzione di slogan, boutade, tormentoni, barzellette, trasmissioni tv autoreferenziali, giornali autocompiacenti, cortei, vignette e altre amenità del genere. Per farne cosa è poi il discorso principale. Forza Italia difficilmente può sedersi al tavolo di una costruttiva trattativa con il centrosinistra per varare una riforma elettorale perché ha come unico scopo quello di consentire a Silvio Berlusconi di tornare al governo. E l'unico modo che ha di farlo è quello di puntare alla caduta immediata di Prodi. Quel che di buono - o di male, a seconda dei punti di vista - che il berlusconismo ha potuto dare a questo paese (in termini di modernizzazione della comunicazione politica, di sdoganamento del centrodestra come soggetto politico, di consolidamento della tendenza bipolare, di semplificazione del linguaggio politico) appartiene a un ciclo che si è ormai abbondantemente concluso. Il tempo non lavora per Berlusconi. Questo il Cavaliere lo sa: corre controvento e sembra disposto a tutto, pure ad inventarsi un nuovo partito, troppo carico di genitivi per esser serio e troppo carico di riferimenti a repubbliche popolari per non essere comico. Solo che, a mio avviso, il centrodestra non ha bisogno di questo. E l'Italia ancor di meno.

C'è un poliziotto a Roma

Antonio Manganelli dimostra, con le sue dichiarazioni, di essere un buon capo della polizia.

Il voto del Kossovo

In Kossovo si contano voti, cocci, speranze e preoccupazioni.

Domenica non è più sempre domenica

Negozi aperti o negozi chiusi? Un giorno di riposo o un giorno come gli altri? Città del consumo o città moderne e di servizio? Il dilemma sbarca in Germania, dove nelle grandi città si allarga l'esperimento dei negozi aperti alla domenica. Per ora l'avanguardia spetta a qualche centro commerciale, a qualche grande magazzino o a qualche grande libreria. Nel paese in cui, fino a qualche anno fa, alle 14 del sabato "si sollevavano i marciapiedi" e tutto andava in letargo fino al lunedì successivo, la discussione è aperta. Qui un ampio servizio di Die Zeit.

Duisburg, la Polizei s'è distratta?

Secondo indiscrezioni della Frankfurter Rundschau, riportate dal Tagesspiegel, la Polizei tedesca sarebbe stata informata di possibili azioni criminali della Ndrangheta calabrese a Duisburg, pochi giorni prima della strage compiuta in una pizzeria cittadina ad agosto. Ma si sarebbe distratta.

Fine della solidarietà: ognuno per sé

Anche in Germania, il sindacato ha sempre più difficoltà a organizzare lotte unitarie. Ogni categoria va per fatti suoi e difende i propri interessi. E' la fine di un mito? Nasceranno anche qui tanti piccoli e incontrollabili Cobas? Il protrarsi dello sciopero dei Lokführer apre il dibattito. E logicamente se ne preoccupa anche Kurt Beck, il leader dell'SPD, il partito tradizionalmente più vicino alle Gewerkschaften.

Sempre più turismo

A Berlino è sempre in forte crescita il settore turistico.

Stima reciproca

"Vedi - gli ha detto Fini - alla fine io sono sicuro che Berlusconi riuscirò a farlo ragionare. Perché è un uomo con una scala di valori molto rigida e al primo posto c'è l'interesse personale. Per cui basterà minacciare di colpirlo sulla riforma delle tv".

E anche questa è fatta

lunedì, novembre 12, 2007

Allo sbando

Un poliziotto che spara ad altezza d'uomo per una rissa all'autogrill, calcio ostaggio della violenza teppista, una capitale brutalizzata dalla guerriglia urbana, come nelle banlieu parigine. L'Italia è allo sbando, tredici anni di transizione politica incompiuta l'hanno sospinta nel cul de sac. Non c'è più senso comune: ognuno difende il proprio interesse particolare. Almeno la distanza ci risparmia la giaculatoria politica da Vespa e dintorni. Resta solo il dolore straziante di un padre. Che merita rispetto e silenzio. Questo è l'ultimo post sull'argomento.

Ho visto un Re

Questo sì che è un reale vero (ogni riferimento a reali di casa nostra è "puramente casuale").

domenica, novembre 11, 2007

Lutto

E' dura accettare "un tragico errore". E' dura.

Diciotto anni dopo il Muro

Berlino. Ci sono tanti modi per celebrare una data storica. Ad esempio, in questo umido e freddo autunno berlinese ci si può incamminare sul sentiero nella brughiera a sud di Zehlendorf, dove la città si stempera nella grande piana brandeburghese, lungo quello che fu il confine fra due città, due Stati, due mondi, due sistemi ideologici. O camminare sul porfido del Mauerweg, una stradina pedonale da poco asfaltata a due passi dalla nuova stazione centrale che costeggia il fiume Sprea: anche lì un tempo passava la frontiera. O ancora saltellare di qua e di là sulla Potsdamer Platz dove i grattacieli di Renzo Piano hanno riempito il vuoto fisico e morale della terra di nessuno, tanto cara a Wim Wenders. O, infine, arrivare alla Porta di Brandeburgo quando è già scuro, aggirare le transenne sulla Pariser Platz, e ammirare il muro di gomma illuminato che le autorità hanno voluto piazzare nel punto esatto dove c’era quello vero, per ricordare questo diciottesimo anniversario del 9 novembre 1989. Quando uno sventurato Günter Schabowski, allora portavoce di un regime in agonia, annunciò in una conferenza stampa l’apertura del Muro e il mondo cambiò volto in un secondo.

Il Muro non c’è più e i berlinesi, che hanno una vocazione a fare piazza pulita delle vestigia del passato, non ne hanno lasciato in piedi neppure un pezzettino. Così ogni anno, quando il 9 novembre si avvicina, si è costretti ad inventarsi qualcosa. Questo diciottesimo anniversario sarà ricordato per il Muro di gomma colorato, installato davanti all’unica porta cittadina sopravvissuta alle rivoluzioni urbanistiche e alle guerre del Novecento. Può sembrare una trovata turistica. E invece fa effetto. Se si arriva dal Tiergarten, il grande parco urbano di Berlino, il Muro è posizionato nel punto esatto dove si trovava l’originale. E i colori luminosi richiamano la gioia e l’entusiasmo della notte dell’Ottantanove. Pare quasi di rivederli quei giovani aggrappati sul cornicione, che danzano e cantano sotto i getti d’acqua ormai inoffensivi dei Vopos. Se ci si lascia un po’ andare, e magari si socchiudono gli occhi, pare quasi di risentirle quelle grida e quelle canzoni: si odono gli schiocchi dei tappi di champagne, le mani gli applausi e le grida di goia di chi ancora non crede che tutto quello stia davvero accadendo. I clacson impazziti delle auto, l’odore dolciastro del monossido di carbonio delle Trabant ingolfate ai checkpoint, le saracinesche dei negozi che si aprivano, gli strilloni per le vie con le edizioni straordinarie dei quotidiani, il fiato condensato nell’aria umida dei berlinesi dell’Ovest, accorsi con bottiglie e bicchieri par festeggiare i fratelli ritrovati. Una città in festa. Non sarebbe durata a lungo.

Il Muro non c’è più da diciotto anni. Una generazione se n’è andata. Chi aveva vissuto le ferite della guerra e della divisione ritrovandosi di colpo spaesato nella nuova Germania, non c’è più. Chi è stato protagonista di quel cambiamento, ha poi sperimentato sulla propria pelle le durezze della transizione. E chi in quei giorni era in fasce vive nel modo più naturale possibile la propria vita in una città che non ha più confini. Tante Germanie diverse, in una stessa nazione. Una generazione: era il lasso di tempo che i pessimisti si davano perché le cose andassero a posto: l’est avrebbe raggiunto economicamente l’ovest e la Germania sarebbe finalmente diventata un’unica, omogenea e benestante Vaterland. Non è andata così. Ci vorrà probabilmente ancora più tempo, forse dovrà passare un’altra generazione, ancora diciott’anni. Tuttavia, forse per la prima volta dal 1989, questo anniversario si annuncia senza la solita cascata di lamentele e recriminazioni, su quello che non è stato e che doveva essere, sulle promesse tradite e le speranze deluse.

Quest’anno c’è un’aria nuova. Un po’ dovuta alla ripresa economica, che inanella mese dopo mese dati confortanti sull’occupazione e la crescita, un po’ al ritrovato ottimismo di Berlino, la capitale che dopo anni di trasformazioni frenetiche ha saputo consolidare il suo ruolo centrale nella politica e nella cultura dell’Europa allargata. Il dibattito sul bilancio della riunificazione assume toni più sfumati. Il chiaroscuro sostituisce la durezza del contrasto assoluto. Alla denuncia degli errori si affianca l’indagine sui cambiamenti avvenuti. E ci si accorge che tanto è stato fatto.

Lentamente il paese si riconcilia con se stesso. La ventata dell’Ostalgie, il fenomeno di nostalgia per gli anni della DDR simbolizzato cinematograficamente dal successo di Good bye Lenin, ha restituito alla metà “sbagliata” del paese orgoglio e dignità. C’era una vita dietro il cemento, fatta di oggetti e sentimenti, passioni e difficoltà, che non poteva essere liquidata con un tratto di penna. Ad ovest hanno capito e la Germania “giusta” ha cominciato a guardare la vita degli altri con minore arroganza e più comprensione. Forse questa è la vera conquista dopo diciott’anni di travagli: non la parità economica, che arriverà chissà quando, ma la consapevolezza di condividere un destino comune.

Il successo di Berlino, in fondo, è tutto qui, nella sua capacità quotidiana di scompaginare i confini, di travasare uomini e sentimenti da un lato all’altro della città e di accogliere nuovi arrivati da tutto il mondo nella speranza di diventare davvero una Weltstadt. Resteranno ancora per anni, forse per sempre, le tracce della città divisa: i casermoni socialisti delle periferie a est, le ville lussuose sui laghi a ovest, i tram gialli di là dove il sistema pubblico non aveva vissuto la rivoluzione su gomma, gli autobus a due piani di qua, gli omini del semaforo ciccioni e simpatici a est (si chiamano “Ampelmännchen” e sono diventati una piccola industria del gadget), quelli anonimi e standardizzati a ovest. E ci saranno ancora per un po’ i Wessi e gli Ossi, con i loro pregiudizi e la loro diffidenza reciproca. E tuttavia l’est vive oggi la sua rivincita: sono lì i quartieri più “in” del momento. Il Mitte, centrale e turistico, dove la vita non si ferma mai e le strade brulicanti di ristoranti, discoteche, atelier e gallerie ingoiano giorno e notte frotte di berlinesi e turisti. Prenzlauer Berg, raffinato e bohémien, con i suoi supermercati biologici, i caffè etnici, le boutique eleganti e la sua fauna di giovani in carriera, mamme con carrozzine, bambini che spuntano da ogni portone: tedeschi benestanti emigrati dall’ovest in questo spicchio sopravvissuto della Berlino pre-bellica, dove prima vivevano gli oppositori del regime e oggi gli affitti sono sestuplicati con il risanamento delle abitazioni e lo sbarco delle multinazionali immobiliari. E infine Friedrichshain, il nuovo triangolo alternativo e trasgressivo, locali ribelli e vita notturna avventurosa, culla storica delle lotte operaie di inizio Novecento, oggi rifugio di chi ha sempre qualcosa da rinfacciare al sistema, qualunque esso sia. Sono queste le nuove zone della scena berlinese, che hanno soppiantato le vecchie icone di Berlino Ovest, la Kurfürstendamm, Schöneberg, Kreuzberg.

Se nella metropoli l’est vive la sua riscossa, nella Germania profonda i toni si fanno meno entusiastici ma non sono poi del tutto diversi. C’è provincia e provincia. Lipsia, ad esempio, la città che diede il via alla rivoluzione del 1989, è tornata ad essere quel centro fieristico internazionale che guardava ai mercati est-europei: le sue strade sono eleganti e affollate, l’università mantiene il suo prestigio. Dresda risplende della sua eterna bellezza, ha ricostruito la Frauenkirche dalle macerie della guerra lontana e il centro storico dai detriti dell’inondazione di cinque anni fa. A Jena le industrie tecnologiche hanno soppiantato gli arruginiti impianti del passato. Certo, il Brandeburgo rimane una splendida ma desolata landa malinconica, dove si può viaggiare per chilometri senza incontrare altro che foreste e campi incolti. E il Meclenburgo, ancora più a nord, offre lo stesso panorama, appena mitigato dall’attivismo delle città costiere anseatiche.

Da queste regioni ogni mese emigrano i migliori, anzi le migliori: quasi sempre donne cui le statistiche attribuiscono maggiore cultura, più alto quoziente intellettivo e capacità di iniziativa. Nelle piccole città restano gli uomini, a riempirsi la pancia di birra e magari a sfogare le frustrazioni su qualche malcapitato immigrato di passaggio. E’ accaduto ancora una volta qualche mese fa, contro un gruppo di indiani che gestiva una pizzeria in un piccolo paese della Sassonia. Ma succede molto più spesso, anche se non fa notizia. Qui i movimenti neonazisti scavano odio nelle piaghe della riunificazione fallita e anche il partito postcomunista della Linke fa il suo pieno di voti di protesta. Quarantasei anni fa, il regime comunista alzò il Muro proprio per fermare l’emorragia di manodopera qualificata che metteva in crisi il sistema produttivo collettivista. Nessuno si ricorda più che quella cicatrice di cemento venne costruita per motivi economici, non politici.

La Germania è cambiata in questi diciotto anni e a forza di lamentarsi per le promesse mancate ha perso di vista quelle mantenute. La storia prende le strade che vuole e i tedeschi sono rimasti per troppo tempo avvinghiati al quadretto idilliaco dell’89. Nel frattempo l’economia ha vissuto le sue stagioni, le città dell’est le loro trasformazioni e la politica tutta insieme la sua grande rivoluzione. Non solo geografica, con il passaggio dei palazzi istituzionali da Bonn a Berlino. Oggi, quando si va a votare, non si sa più chi vincerà e chi governerà. Il sistema elettorale, che molti in Italia vorrebbero adottare proprio ora che qui non funziona più, non garantisce la stabilità. L’est è entrato con tutta la sua forza e disperazione nella vita dell’intero paese e, non sentendosi rappresentato dai partiti tradizionali venuti dall’ovest, ha dato voce a quello che conosceva, anche se lo aveva per anni detestato. Certo, la Linke assomiglia poco a quel blocco granitico e privilegiato che era la Sed ai tempi della Ddr. Ha unito la sinistra orientale post-comunista che Gregor Gysi ha abilmente condotto fuori dal cono d’ombra del passato a quella occidentale massimalista di Lafontaine che ha origini socialdemocratiche. Ma oggi ha trovato la forza per uscire dal ghetto dell’est e proporsi come terza forza del paese. Fa vedere i sorci verdi all’Spd. La sua agibilità nella politica delle alleanze sarà il tema di fondo dei prossimi anni. E l’ostracismo non potrà durare a lungo: oggi la sua forza impedisce la formazione di governi omogenei. Chissà che la soluzione non venga proprio dall’esperienza di Berlino, dove la Linke già governa assieme all’Spd. Sarebbe un paradosso, ma la vita politica ci ha abituato a questo. Solo la piena integrazione dell’est nel quadro politico nazionale potrà aiutare il paese a trovare i nuovi equilibri nella Germania riunificata. E non è detto che l’unica via d’uscita sia a sinistra. Prima dei partiti ci hanno pensato gli individui a salire sulla plancia di comando. Angela Merkel non è solo la prima donna ma anche la prima tedesca dell’est ad essere diventata cancelliera. E porta nella sua azione quotidiana l’esperienza dolorosa della Germania “sbagliata”: non è un caso che il paese abbia ritrovato proprio attraverso il nuovo afflato europeista la sua collocazione al centro del Continente allargato, l’Europa a due polmoni di wojtyliana memoria. Lentamente, le cose stanno cambiando. E guardando i giovani di oggi, quelli che compiono diciott’anni assieme alla loro Germania riunificata, si ha l’impressione che il peggio sia già passato. E che d’ora in poi il processo d’integrazione sarà più naturale e veloce.

(pubblicato sul Secolo d'Italia dell'11 novembre 2007)

Rinevica: tempo da Knut

E c'è chi se la gode oltre a noi. Finalmente Knut ha trovato il suo ambiente naturale.

sabato, novembre 10, 2007

Perché all'Italia non serve più Berlusconi

"La democrazia televisiva dimostra le sue difficoltà e i suoi problemi. Non può durare a lungo, perchè non riesce a formare le persone che possono assumersi le responsabilità politiche di gestione del paese e rispondere di fronte al paese".

Nevica

E' arrivata la prima neve. Nella foto, gli inservienti ripuliscono il terreno di gioco dell'Olympiastadion per far disputare la partita Herta Berlino-Hannover 96 (per la cronaca conclusasi con la vittoria dei berlinesi per 1-0).

venerdì, novembre 09, 2007

La Germania unita è maggiorenne

E’ piaciuta molto la suggestione dello Spiegel che ha messo in piedi un numero speciale sui diciott’anni della caduta del Muro di Berlino: die Wende, la svolta, è diventata maggiorenne. Ci sono tornati un po’ tutti sopra. Da ultimo, uno dei quotidiani della capitale, il Tagesspiegel, proprio nell’edizione di oggi. Tutti sono andati a caccia di diciottenni per riportare impressioni e opinioni di chi è abituato da sempre a vivere senza il Muro. Ascoltando le loro voci, la Germania s’è scoperta davvero cresciuta [... continua su Ideazione].

Cento anni di Astrid Lindgren

Attenti all'onda

Sulle coste del Mare del Nord, dal Belgio all'Olanda, dalla Norvegia all'Inghilterra e fin qui in Germania è allarme.

Destre moderne

Dove, se non in Italia?

Nove Novembre

giovedì, novembre 08, 2007

Mimì e Cocò

Le dichiarazioni di questi giorni sul costruito "caso Romania" di Walter Veltroni e Gianfranco Fini, questi due politici che sembrerebbero destinati a giocare il ruolo di primo piano nella politica italiana da qui a quindici anni, testimoniano come anche questi due "giovani" alla ribalta abbiano inoculato il veleno sottile del rancore e della rabbia che impregna la vita quotidiana del nostro paese. E siano dunque "unfit" a rappresentare le speranze di un cambio di rotta.

In Georgia stato d'emergenza

Per 48 ore. Così dice Mikhaïl Saakachvili.

mercoledì, novembre 07, 2007

Du bist so wunderbar

Io sono un rumeno

Ich bin stolz auf dich. In questi giorni, però, la stampa di destra mi ha fatto generalmente vergognare di essere italiano (e anche Veltroni un po'). E quella di sinistra mi ha confermato nell'impressione che, sempre generalmente, non sanno di quello di cui parlano. Legalità e sicurezza sono indispensabili ma sparare nel mucchio serve solo a fare cattiva politica e demagogia. E tanto sembra passare il convento italiano.

La Trabi fa 50

La prima vettura vide la luce nella fabbrica di Zwickau esattamente cinquant'anni fa. Nasceva la Trabant, la macchina che sarebbe diventata il simbolo dell'Europa orientale, anche perché a differenza di altre vetture del "blocco", non sarebbe sopravvissuta alla Wende. Storie e ricordi sulla Süddeutsche Zeitung, sulla Frankfurter Allgemeine e, ovviamente, sulla Leipziger Zeitung. In italiano dal blog del Folletto. A Zwickau si festeggia, in città e al museo.

martedì, novembre 06, 2007

L'articolo degli altri

Pare che il compito di un corrispondente di un grande giornale sia quello di acquistare un settimanale del luogo il sabato, leggersi l'articolo di punta la domenica e copiare di sana pianta spunto, nomi e lavoro degli altri il lunedì. Il martedì il tutto viene pubblicato sul grande quotidiano italiano. Semplice, no?

Se non son rose sfioriranno

Se ne va in malora un'altra rivoluzione, quella in Georgia. Qui, come new entry, il blog georgiano di Transitions Online.

giovedì, novembre 01, 2007

Blog un po' a rilento

S'è deciso di dare un'accelerata allo studio della lingua tedesca (bella e complessa): per due mesi sono condannato a un corso intensivo. Di conseguenza il blog potrebbe essere aggiornato con minore frequenza. Come si dice... "Ich bitte um Ihr Verständnis".

mercoledì, ottobre 31, 2007

A volte ritornano (ma a volte no)

Panorama raccoglie indiscrezioni su un governo che - personalmente - non vorrei mai (o mai più, fate voi se vi ricorda il precedente) vedere all'opera.

Putin presenzia a cerimonia vittime Stalin

PUTIN PAYS RESPECTS TO VICTIMS OF STALIN-ERA TERROR. President Putin on October 30 participated in a religious service to remember the victims of Stalin-era repressions, "Trud" and other Russian media reported. Putin became the first Russian leader to visit the memorial to Stalin's victims at the Butovsky Firing Range in southern Moscow, on the site where an estimated 20,000 people were summarily executed by the Stalin-era precursor to the KGB. Putin called the Stalinist terror "a particular tragedy for our nation." Putin added that the development of the country calls for the "constructive, not destructive" "battle of opinions." Arseny Roginsky, an activist with the Memorial NGO, said Putin's appearance at the ceremony was "a positive event." Roginsky added that Memorial has asked the government to cooperate with it in publishing a book about the repressions, creating a museum dedicated to the topic, and introducing the subject to school curricula. "We are waiting from the leadership of the country orders to state organs -- particularly the Interior Ministry and the Federal Security Service (FSB) -- compelling them to do everything possible to locate mass graves in our country," he said. Memorial estimates that there are 800,000 people living in Russia who were either victims of political repression or the children of victims. The FSB has estimated that some 12.5 million people throughout the Soviet Union were repressed during Stalin's reign. In his 1968 book "The Great Terror," British historian Robert Conquest put the figure at anywhere between 12 million and 20 million.

(Fonte: Radio Free Europe/Radio Liberty).

Turchi e curdi a Berlino

Non potevano mancare i riflessi berlinesi del conflitto turco-curdo. La battaglia qui si svolge tra i quartieri di Kreuzberg e Neukölln.

E segna sempre lui

Alla Süddeutsche Zeitung non è che capiscano molto di calcio. Il titolo dell'articolo sulla partita di coppa di Germania è "Klose decide la classica", che sarebbe l'incontro fra Bayern Monaco e Borussia Mönchengladbach. Ora, Klose ha segnato il terzo gol di una partita che è finita 3-1. Capisco il campanilismo, ma i primi due gol con i quali i bavaresi hanno preso il largo sono stati segnati da un signore che, in Italia (e a Firenze), molti rimpiangono: Luca Toni.

martedì, ottobre 30, 2007

Fiori d'arancio (secondo estratto)

Adesso che è passato un mese, Viktor Jushchenko ha fretta, s'è convinto, e preme affinché la Timoscenko e il suo partito (Nostra Ucraina) riformino una coalizione di governo. Al più presto.

La memoria di Kurapaty

BELARUSIAN OPPOSITION MARKS 1937 MASS EXECUTIONS WITH MARCH TO SITE. Hundreds of opposition activists marched on October 28 through Minsk to the nearby Kurapaty forest to mark Dzyady, the day of ancestor remembrance, Belarusian media reported. The crowd, which according to Belapan grew to 1,500 in Kurapaty, included representatives of the Belarusian Popular Front, the Conservative Christian Party, as well as prominent opposition politicians. Kurapaty is widely believed to be the site of Stalin-era mass executions of Belarusian intelligentsia. The march was sanctioned by the authorities and its participants were accompanied by police vehicles and officers in plainclothes. However, the authorities denied permission for a meeting planned by the opposition for October 29 to commemorate victims of Stalin-era repression. The civic committee for commemorating victims of Stalin-era repression has declared 2007 a year of remembrance for victims and October 29 as a day of remembrance.

(Fonte Radio Free Europe/Radio Liberty).

domenica, ottobre 28, 2007

I viaggi del folletto

Noi vi avevamo avvertito che sotto questo nome si celava uno dei migliori narratori di viaggi in giro per il web: leggere per credere.

Piccoli consigli per l'ambiente

  1. Chiudete il rubinetto dell’acqua mentre vi lavate i denti o v’insaponate i capelli.
    Non solo risparmierete acqua, ma anche energia occorrente per riscaldarla.
  2. Abbassate la temperatura di lavaggio in lavatrice.
    I detersivi di ultima generazione contengono enzimi che non solo consentono ottimi risultati a basse temperature (30-40°C), ma lavano peggio a temperature troppo elevate. Lavare a 95°C non serve a nulla, tranne che a rovinare la biancheria e consumare energia inutilmente. Se la biancheria non è impregnata di schifezze, bastano spesso 40°C.
  3. Usate detersivi concentrati.
    A parità di forza lavante ne occorre una quantità inferiore, il che significa abbattere l’impatto energetico per il trasporto e produrre una quantità molto inferiore di rifiuti per via dell’imballaggio più piccolo e leggero.
  4. Fate attenzione all’efficienza energetica al momento dell’acquisto di nuovi elettrodomestici.
    Gli elettrodomestici a basso consumo sono più cari, ma vi fanno risparmiare sulla bolletta (informazioni sul tema elettrodomestici).
  5. Spegnete la luce quando uscite da una stanza.
  6. Usate prese di corrente dotate di interruttore per tutti gli apparecchi dotati di funzione stand-by.
    (TV, lettore CD/DVD, stereo, computer) e spegnete l’interruttore quando non li usate. Risparmierete corrente elettrica e allungherete la vita dei vostri elettrodomestici (informazioni sul tema)
  7. Utilizzate lampadine a basso consumo energetico.
    Non devono necessariamente essere lampadine fluorescenti (che comunque ormai esistono di tutte le fogge e dimensioni, facendo crollare su sè stesse divere argomentazioni contrarie); anche le alogene consumano meno delle tradizionali lampadine ad incandescenza. Altra tecnologia interessante è quella dei diodi luminosi (LED) (informazioni sui vari tipi di sistemi d’illuminazione ed il loro consumo energetico)
  8. Utilizzate borse per la spesa in tessuto invece dei sacchetti di plastica.
    Hanno anche il vantaggio di non rompersi così facilmente e di “sopportare” pesi maggiori.
  9. Controllate la pressione dei pneumatici della vostra auto.
    Le gomme mezze sgonfie, oltre ad essere meno sicure, contribuiscono ad aumentare il consumo di carburante e si consumano più in fretta, entrambe le cose a causa del maggiore attrito.
  10. Cercate di utilizzare l’auto meno frequentemente.
    Le alternative sono tante, dai mezzi pubblici all’organizzarsi tra colleghi per utilizzare un’auto sola.
(Fonte: A casa di Isa)

sabato, ottobre 27, 2007

La lunga notte di Harry e Kurt

Ieri, qui in Germania, è stata la lunga notte di Harry Potter e di Kurt Beck. Anche se ad Amburgo il rivale Müntefering ha avuto il suo momento di gloria.

Una tivvù non si nega a nessuno

Se siete già annoiati dalla tivvù della Brambilla, rifatevi con questo signore qua (via Camillo).

venerdì, ottobre 26, 2007

Kiosk. L'altro Putin, quello visto dai russi

"Perché i russi amano Putin"
di Sergio Romano su Panorama.

"A che gioco giocano gli inglesi?"
di Sergio Romano su Panorama.

"Putin in versione premier per completare la transizione"
di Stefano Grazioli su Ideazione.

"Two Categories"
di Georgy Bovt su Russia Profile.

"Experts Panel: Putin in Iran"
a cura di Vladimir Frolov su Russia Profile.

Kiosk. Sinistre di lotta, governo e pensiero

"Ma la ragione non ha torto"
di Gian Enrico Rusconi sulla Stampa.

"Europa, non gettare il tuo sogno al vento"

di George Soros sulla Stampa.

"Prodi, parole necessarie ma tardive"

di Stefano Folli sul Sole 24 Ore.

"Die Linke, la sinistra che cambia i rapporti in Europa"

di Graziella Mascia su Liberazione.

"Für eine neue Kapitalismuskritik"

di Oscar Negt sulla Süddeutsche Zeitung.

"Näher an Beck"

di Christoph Seils sulla Zeit.

"Die Kunst des Chamäleons"

di Heribert Pranti sulla Süddeutsche Zeitung.

"Boss Beck menschelt wieder"

di Carsten Volkery sullo Spiegel.

"Es kann nur einen geben"
di Jan Kuhlmann sul Rheinischer Merkur.

"Come Back?"
di Jürgen Busche su Cicero.

Si scrive Bielorussia, si legge DDR

GERMAN REGIONAL LEADER COMPARES BELARUS TO FORMER EAST GERMANY. Matthias Platzeck, the minister-president of the eastern German state of Brandenburg, met with Belarusian Prime Minister Syarhey Sidorski in Minsk on October 23, Belapan reported. Platzeck told the agency that during the meeting he stressed the need "to balance out the system of basic values in the country to enable the normal development of society." He added that the Belarusian prime minister "confirmed that he is open for such a conversation." After returning to Germany, Platzeck told "Frankfurter Allgemeine Zeitung" that the situation in today's Belarus reminds him of the former Communist East Germany. "Nothing is prohibited, but everything is made impossible. So we knew that sort of thing too," the October 24 issue of the German daily quotes him as saying.

(Fonte: Radio Free Europe/Radio Liberty).

Salvate l'aeroporto di Tempelhof

Nella città che tutto divora, tutto distrugge, tutto reinventa e ricostruisce, ogni tanto capita che il meccanismo s'inceppi. E da qualche tempo Berlino prova a sedimentare anche un po' di memoria, un po' di passato. Così la prevista chiusura del terzo aeroporto cittadino, quello di Tempelhof, in favore del nuovo mega-aeroporto internazionale di Berlin-Brandenburg (BBI), ha scatenato una serie di reazioni a catena che hanno finora dilazionato il provvedimento. Tempelhof incarna la storia civile e militare dell'aviazione berlinese. Lo spazio nacque come campo di parata, poi all'inizio del secolo scorso cominciò ad essere utilizzato come campo di volo. Divenne ufficialmente aeroporto negli anni Venti: la Lufthansa venne fondata nel 1926 proprio a Tempelhof. Nel decennio successivo il piano urbanistico di Albert Speer ne prevedette l'ampliamento. I lavori furono eseguiti dal professor Ernst Sagebiel dal 1936 al 1941. Ma la sua fama resta legata al ponte aereo americano, che tra il 1948 e il 1949 fece fallire il blocco sovietico di Berlino rendendo il nome dell'aeroporto famoso in tutto il mondo. Contro la chiusura si sono schierate le compagnie aeree che ancora realizzano voli da Tempelhof (piccole compagnie per voli interni, alcune low cost, aerotaxi, la pista troppo corta non consente decolli e atterraggi di aerei intercontinentali), che si erano dette disposte a gestire in proprio lo scalo. A scendere sul terreno legale è stata la Icat (Interessengemeinschaft City Airport Tempelhof), un'associazione che raccoglie milleduecento membri e che ha avviato le procedure per indire un referendum popolare. Non la faccio troppo lunga: adesso siamo al punto che ci vogliono 170mila firme entro il 14 febbraio 2008. Nei primi 9 giorni di sottoscrizione, si è arrivati a quasi 30mila firme, il che lascia sperare che il tetto possa essere abbondantemente superato. E che saranno i cittadini di Berlino, e non i politici, a decidere se chiudere o meno un pezzo di storia che potrebbe ancora funzionare.

Minsk e la legge sugli eventi di massa

BELARUSIAN OPPOSITION LEADER AGAIN BLOCKED FROM REGISTERING HIS MOVEMENT. The Justice Ministry has turned down a second application for registration from the Movement for Freedom, an organization led by former opposition presidential candidate Alyaksandr Milinkevich, Belapan reported. The ministry explained that the organization's founding conference, which was held on the property of a children's summer camp in Minsk Oblast, violated a law governing mass events. "The law on mass events does not govern founding conferences for nongovernmental organizations and we did not have to apply for permission to authorities [to hold the conference]. There is no such practice," Yury Hubarevich from the Movement for Freedom told journalists. "Of course we will appeal this decision by the justice ministry to the Supreme Court. And we will continue applying for registration," he said, adding that the movement will send a complaint to the UN Human Rights Committee if the Supreme Court upholds the registration denial. The justice ministry rejected the organization's first application for registration earlier this year, citing alleged flaws in the organization's charter. The Supreme Court upheld that decision last month.

(Fonte: Radio Free Europe/Radio Liberty).

Indulto alla bielorussa

BELARUSIAN LOWER HOUSE PASSES AMNESTY BILL. The Chamber of Representatives on October 24 passed a bill on pardoning some categories of convicts, Belapan reported. The bill applies to those convicted of crimes punishable by no more than six years in prison. Those who were convicted of grave economic crimes, such as larceny and fraud, and have served at least a third of their sentence may also be pardoned, provided that they did not commit the crime as part of an organized group. Interior Minister Uladzimir Navumau told legislators that the amnesty will extend to some 2,500 convicts. Navumau said at a news conference later the same day that he does not know whether opposition politicians Alyaksandr Kazulin and Andrey Klimau will be pardoned under the amnesty bill. Navumau also denied that there are political prisoners in the country. "There are no political prisoners or politically motivated articles [of the Criminal Code] in Belarus. Many people whom the opposition is talking about were convicted on criminal charges," he noted.

(Fonte: Radio Free Europe/Radio Liberty)

Urla dal silenzio

Cala il silenzio sulla Birmania. Non qui: su 1972, su AsiaNews.

mercoledì, ottobre 24, 2007

Kaczynski, la questione del veto presidenziale

Nella formazione del nuovo governo polacco si inserisce una questione piuttosto interessante, quella del veto che il presidente della Repubblica può opporre alle proposte parlamentari. Per superarlo, occorre una maggioranza qualificata, dei due terzi. E siccome Lech Kaczynski ha dichiarato di voler fare un uso intenso del veto, ecco che spunta l'ipotesi di un governo di larghe intese che metta assieme Piattaforma Civica di Donal Tusk, il partito contadino e il blocco socialdemocratico che riunisce diverse formazioni politiche, dai postcomunisti dell'ex presidente Kwasniewski ai liberali di sinistra guidati dal dissidente di Solidarnosc, lo storico ed europarlamentare Borislaw Geremek. Appunto, per superare lo scoglio del veto presidenziale. Come scritto ieri, l'era Kaczynski non è affatto finita e il futuro nuovo premier Tusk dovrà essere molto abile a districarsi nei primi mesi di lavoro. Ovviamente, qui si fa il tifo per lui.

La Polonia di Donald Tusk

Varsavia. La prima domanda che viene in mente guardando Donald Tusk, il vincitore delle elezioni polacche, finalmente sciogliersi in un sorriso timido dal palco del quartier generale di Piattaforma Civica (PO), è se ce la farà a reggere il peso delle aspettative. Perché il 41 per cento ricevuto in dote dagli elettori nel voto di domenica lo carica di una responsabilità enorme: quella di ricostruire l'immagine europeista e moderna del paese dopo due anni di irrequietezze del suo predecessore. E' stata certamente una bocciatura per la politica dei gemelli Kaczynski, rimarcata dalla scomparsa parlamentare dei due piccoli partiti estremisti che il gemello premier, Jaroslaw, si era caricato al governo. Ma il consenso che Piattaforma Civica ha raggiunto, grazie soprattutto alla performance televisiva del suo leader nel faccia a faccia con il premier dell'ultima settimana, significa qualcosa di più: che Donald Tusk ha la possibilità di consolidare il vero, grande partito di centrodestra moderato erede della storia e dello spirito di Solidarnosc. E di aprire una nuova stagione politica della Polonia, dopo la lunga, positiva ma controversa fase di transizione dal comunismo alla democrazia.

Chissà se ne sarà capace, questo minuto professore di storia di Danzica, appassionato di foto d'epoca, sposato con due figli, la cui timidezza innata consiglierebbe tutt'altro ruolo che quello del leader politico. Due anni fa perse la corsa alle presidenziali anche a causa di una bugia su suo padre lanciata in corsa da un assistente di Lech Kaczynski, alla quale non seppe ribattere con la tempestività necessaria. Eppure proprio lui, con la sua timidezza e la sua moderazione, è l'uomo che ha determinato la svolta in questa campagna elettorale. Quel faccia a faccia televisivo, che ha inchiodato allo schermo milioni di polacchi, è stato paragonato al famoso duello che oppose negli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy e Richard Nixon. Lui, Tusk, ha sostenuto il ruolo di Kennedy, giovane, spigliato, addirittura aggressivo. Chissà quanto avrà forzato il suo carattere per aggredire Jaroslaw Kaczynski e inchiodarlo alle responsabilità di un governo disastroso. E il premier è rimasto sorpreso, spiazzato: il suo copione – che fino ad allora aveva funzionato alla perfezione – s'è scompaginato e il gemello cattivo è apparso di colpo un piccolo provinciale capitato per caso alla guida di un grande paese europeo.

Donald Tusk ha pescato voti un po' dovunque. Secondo le prime analisi del flusso elettorale, Piattaforma Civica ha eroso in parte l'elettorato più moderato del PiS, il partito dei gemelli, (presumibilmente il voto giovanile, nel 2005 attirato dal messaggio moralista dei Kaczynski ma poi imbarazzato per le brutte figure internazionali) e in parte ha riportato alle urne cittadini che due anni fa si erano astenuti. Un piccolo afflusso è venuto anche da sinistra, moderati che hanno individuato nel PO l'unica forza politica in grado di contrastare i Kaczynski. Al nuovo vincitore si presenta dunque una sfida tutta politica che va al di là della stessa esperienza amministrativa di capo del governo: costruire le basi di un moderato partito liberal-conservatore. Certo, c'è anche da governare il paese, ma questa sembrerebbe quasi la cosa più facile giacché la Polonia continua a offrire performance economiche di tutto rispetto e presenta una società vitale e aperta, forse la più dinamica fra quelle dell'Europa centro-orientale. Gli investimenti dall'estero proseguono, l'ingresso nell'Unione Europea garantisce fondi che tranquillizzano il settore agricolo e contribuiscono al boom di quello edilizio, l'organizzazione con l'Ucraina dei campionati europei di calcio nel 2012 assicura flussi finanziari anche per i prossimi anni. Il problema è semmai convincere i troppi lavoratori qualificati emigrati all'estero (in Gran Bretagna e in Irlanda soprattutto) a rientrare in patria: lì non basterà il richiamo del cuore, serviranno paghe più alte.

Il compito è dunque grande per Donald Tusk. Servirà la grinta e la tenacia che si nascondono dietro la timidezza. Anche perché l'opposizione sarà agguerrita. I gemelli Kaczynski hanno subito una dura sconfitta ma la politica polacca resta instabile e volatile. E se si guardano le differenze con le elezioni di due anni fa, Giustizia e Libertà ha addirittura accresciuto i consensi in termini percentuali. Lech resta presidente della Repubblica e di fatto, dal punto di vista istituzionale, si apre una nuova era di coabitazione. il premier sconfitto ha riconosciuto la vittoria dell'avversario, gli ha augurato buon lavoro, ha accusato stampa e tv di aver influenzato la campagna elettorale e ha promesso un'opposizione dura. le ragioni di fondo che due anni fa diedero il successo ai gemelli non sono venute meno. Giustizia e Libertà mantiene un robusto consenso specie nelle zone rurali e nella provincia e sarebbe una lettura affrettata quella di considerare chiusa la loro stagione politica.

(dall'Indipendente del 23 ottobre 2007)

Le grandi città incoronano Donald Tusk

Varsavia. La Polonia volta pagina, l'ennesima della sua recente storia democratica. Ma è un segnale di vitalità e normalità. Donald Franciszek Tusk, leader del partito di centrodestra liberale e moderato Piattaforma Civica (PO) batte nettamente il premier uscente Jaroslaw Kaczynski nel paradossale derby politico che ha visto di fronte le due anime della destra. Dieci punti di distacco e un 41 per cento (nel momento in cui scriviamo i dati non sono ancora ufficiali) che garantisce al nuovo premier in pectore la formazione di un governo stabile ed omogeneo, probabilmente con il partito centrista dei contadini. Ma a Donald Tusk i polacchi hanno offerto un'altra e più ambiziosa prospettiva: quella di costruire il primo grande partito moderato di centrodestra dopo venti anni di transizione dal comunismo alla democrazia.

Una sfida tutta politica per questo fragile e timido professore di storia nato a Danzica da una famiglia di origini tedesche, appassionato di fotografie d'epoca poi catapultato nell'agone della politica a dispetto del suo carattere introverso. Eppure la grinta non sembra mancargli. Tenace dietro lo specchio della timidezza, Donald Tusk è il vero valore aggiunto della campagna elettorale che si è conclusa. E' stato lui a determinare la svolta decisiva vincendo il dibattito televisivo con il rivale Kaczynski e invertendo la tendenza che sino ad allora aveva premiato il premier uscente. E ora promette di usare la stessa determinazione per riportare il paese sulla strada delle riforme economiche e sulla via del tradizionale europeismo.

I timori che anche questa volta i sondaggi degli ultimi giorni potessero fare cilecca (come era avvenuto due anni fa) s'è andato fugando man mano che dai seggi elettorali giungevano i dati parziali sull'affluenza. Alla fine ha votato il 60 per cento degli elettori, un balzo in avanti di venti punti rispetto alle politiche del 2005, segno evidente che l'elettorato d'opinione (bacino naturale di Piattaforma Civica) aveva risposto all'appello. Secondo le prime analisi di voto, questa volta è stata forte la mobilitazione delle grandi città e delle regioni settentrionali e occidentali della Polonia, dal Baltico alla Wielkopolska, tradizionalmente vicine al partito di Dusk. Che ha convinto anche l'elettorato giovanile, due anni fa attratto dalla lotta moralizzatrice dei Kaczynski ma poi deluso dal bilancio del governo e preoccupato dal peggioramento dell'immagine internazionale del paese. I giovani rappresentano in Polonia la fascia più dinamica e moderna della popolazione e da loro giunge la spinta a riprendere il processo di modernizzazione per non sprecare le grandi opportunità della crescita economica e dell'ingresso nell'Unione Europea. Spicca su tutti il dato di Varsavia, dove i due principali rivali si confrontavano direttamente: Donald Tusk ha ottenuto il 47 per cento dei voti, Jaroslaw Kaczynski solo il 21. La capitale è stata questa volta lo specchio fedele degli umori del paese.

Sul piano parlamentare, il nuovo Sejm, la camera bassa, può consentire a Piattaforma Civica di governare con il solo apporto del PSL, il partito dei contadini, una formazione centrista che negli ultimi tempi ha spostato il proprio baricentro dalla difesa corporativa degli interessi agricoli a una prospettiva più moderna, che guarda agli ambienti imprenditoriali e ai giovani. da questo punto di vista è dunque il partner ideale per Donald Tusk, che può così fare a meno dei rischi di una Grande Coalizione con i socialdemocratici del LiD, un rassemblement nel quale, accanto a storici esponenti della sinistra di Solidarnosc, siedono ancora i postcomunisti. Questa alleanza non ha ottenuto un buon risultato: inchiodata al 13 per cento, sconta l'onda lunga degli scandali legati alle liberalizzazioni manipolate che hanno caratterizzato l'era Kwasniewski e la mancanza di ricambio generazionale. Dunque, Tusk può dar corpo a un esecutivo che potrebbe contare una maggioranza di 10-15 seggi circa (a seconda della ripartizione finale): non tantissimo ma sempre meglio che azzardare un governo di solidarietà nazionale, quando il paese sembra comunque tutto sbilanciato a destra.

Perché è vero che il voto di domenica segna una sconfitta pesante per i gemelli Kaczynski e per il loro governo (testimoniata dal crollo dei due partiti estremisti minori che Jaroslaw aveva imbarcato nell'esecutivo, entrambi sprofondati all'1 per cento). Ma è anche vero che Giustizia e Libertà (PiS) mantiene il consenso di un terzo dell'elettorato polacco e in termini percentuali è addirittura cresciuto del 5 per cento rispetto al 2005, quando vinse le elezioni. Segno che il profondo disagio identitario di cui i gemelli si sono fatti portavoce persiste ed è stato semplicemente mal tradotto in una strategia politica avventata e arrogante. La stagione dei Kaczynski non è affatto conclusa, e nelle rassegne di stampa occidentali di oggi c'è qualche trionfalismo di troppo. Lech resta presidente della Repubblica e per la Polonia si apre una delicata fase di coabitazione istituzionale. E Jaroslaw, slegato dalle tensioni quotidiane di governo, potrebbe riprendere in mano le redini del partito, riflettere sugli errori compiuti, guidare un'opposizione dura e ricalibrare messaggio e programma. L'abilità non gli manca così come non gli fa difetto una certa spregiudicatezza politica. Resta l'immagine positiva di un paese ormai pienamente integrato nel sistema politico europeo. Appena è stata resa nota la prima, chiara proiezione, il vincitore si è presentato davanti ai suoi sostenitori e, appena ha concluso il suo discorso, lo sconfitto gli ha concesso pubblicamente la vittoria augurandogli buon lavoro. Niente male dopo una campagna elettorale tesa e velenosa.

(dal Secolo d'Italia del 22 ottobre 2007)

lunedì, ottobre 22, 2007

Kulinaria. Pierogi che passione

Buoni questi pierogi, anche se un po' pesantucci. Magari avrei potuto ovviare prendendo la versione vegetariana, tanto di moda anche fra i giovani polacchi. Ma siccome qui non siamo più tanto giovani e non volevamo tradire la tradizione, allora ci siamo abbuffati con quelli ripieni alla carne. Vorrà dire che, rientrati a Berlino, recupereremo con le tante insalate che rendono famosa la cucina berlinese nel mondo... la caprese, la niçoise, la greca.

Il giorno di Donald Tusk

Varsavia. Donald Tusk ha vinto. E finalmente sorride guardando diritto negli occhi i suoi militanti raccolti attorno al palco sistemato al centro della grande sala che fa da quartier generale del partito. Per qualche attimo riesce a vincere quell’innata timidezza che gli consiglierebbe ben altro ruolo rispetto a quello del leader politico. E scioglie la tensione in un sorriso aperto. Può farlo perché questa volta il successo è tutto suo, costruito pezzo per pezzo nei due anni di opposizione e consolidato in una campagna elettorale difficile e piena di insidie. Decisivo è stato il dibattito televisivo di una settimana fa con il rivale Jaroslaw Kaczynski, che ha incollato al video milioni di polacchi e che da tutti gli osservatori è stato paragonato al famoso dibattito fra John Fitzgerald Kennedy e Richard Nixon [... continua su Ideazione].

La normalità della Polonia

I sondaggi, questa volta, non hanno sbagliato e l'alta percentuale dei votanti ha nel corso della giornata dato corpo all'ipotesi che Donald Tusk, questa volta, ce l'avrebbe fatta. Cosi' e' andata e adesso per la Polonia si apre una nuova stagione politica, anche se quella dei gemelli Kaczynski non si chiude del tutto, come affrettatamente si dice sulla stampa europea occidentale. In Italia sorprende per superficialita' e faziosita' il reportage di un giornalista esperto e solitamente molto informato come Andrea Tarquini di Repubblica. Piu' equilibrato e rispondente al vero quello di Sandro Scabello sul Corriere della Sera. Secco e preciso il breve articolo di Leonardo Maisano sul Sole 24 Ore.

Detto della "concorrenza", i miei reportage dei giorni precedenti (che potete rileggere scorrendo giu' per il blog) sono uno spaccato fedele di quanto si agita oggi sulla scena polacca. Una sola cosa voglio segnalare qui, in attesa di proporvi gli articoli scritti oggi per i giornali cui collaboro a commento del voto. Appena e' stata comunicata la prima proiezione elettorale che dava chiaramente la misura del risultato, il vincitore Donald Tusk si e' presentato davanti ai suoi sostenitori per la dichiarazione di vittoria. Un breve e secco discorso. Appena ha finito, Jaroslaw Kaczynski e' apparso davanti ai suoi sostenitori per concedere la vittoria all'avversario. Anche per lui brevi, pacate parole, poi un rimbrotto alla stampa a suo dire partigiana nella campagna elettorale (i cliche' non vanno abbandonati), infine gli auguri di buon lavoro a colui che adesso prendera' il suo posto. Una piccola lezione di stile da un paese nuovo membro dell'Ue che pur vive campagne elettorali intense e combattute come le nostre.

Carletto Darwin campione del mondo di Formula 1

Il mondiale lo ha vinto lui, altro che Kimi. Andatevi a rivedere i post sulla Formula 1, specie quelli dei momenti in cui tutto sembrava perduto. Fossi al posto dell'ufficio stampa della Ferrari, gli regalerei come minimo una giornata ai box la prossima volta che capitano dalle parti del Nürburgring.

domenica, ottobre 21, 2007

Polonia, guida al voto

Varsavia. E' finalmente una bella giornata di sole. Fredda ma bella. Chissa' se questo incoraggera' gli elettori a recarsi alle urne. Intanto la mattinata appare tranquilla e sonnolenta. Atmosfera rilassata e del tutto diversa da quella caotica e frenetica dei giorni feriali. Anche questo e' in fondo un segnale di normalita'. La politica vive momenti di contrapposizione anche forte ma tutto resta confinato nell'ambito della dialettica elettorale. La Polonia e' un paese del tutto normale, nel quale la giornata elettorale trascorre con la stessa tranquillita' che accompagna simili eventi in Francia, Gran Bretagna o Germania. Ne approfitteremo per un breve giro fra i seggi, poi una puntata in chiesa (oggi necessaria, dato il peso rilevante che la chiesa gioca anche nelle vicende politiche ed elettorali) quindi una pausa nel parco di Wilanow. Come in tutte le citta' est-europee, i negozi e i grandi magazzini sono aperti anche la domenica. Alle 20, chiusi i seggi, parte la grande serata tv, con exit poll, proiezioni e voti. E la girandola dei commenti. Esattamente quello che accade ovunque. La Polonia e' in Europa, e' bene che i lettori tengano ormai bene a mente questa prospettiva.

Siti consigliati per risultati e commenti:
Rete televisiva nazionale polacca;
Gazeta Wyborcza;
BBC News;
The Beatroot (blog);
Sueddeutsche Zeitung.

Perché i Kaczynski possono ancora vincere

(Esclusiva Walking Class e post lungo).

Varsavia. “Non prendete i sondaggi per oro colato. Anche due anni fa tutti indicavano la vittoria di Piattaforma Civica alle politiche e di Donald Tusk alle presidenziali. Poi, invece, i gemelli Kaczynski hanno vinto tutte e due le volte”. La confidenza viene da un esperto di eccezione, Robin Lautenbach, da tre anni corrispondente a Varsavia per la prima rete televisiva tedesca, l’ARD. Lautenbach conosce ormai a fondo tutti i segreti della società polacca, a cominciare dal modo in cui i sondaggi vengono costruiti. “Non c’è alcuna affidabilità, vengono fatte delle telefonate senza precisi criteri statistici, in verità non ci prendono quasi mai”. A dire il vero, qualche sospetto ci era venuto, leggendo cifre tanto diverse nei sondaggi pubblicati dai principali quotidiani venerdì scorso, ultimo giorno disponibile prima del silenzio della vigilia. E tuttavia la tendenza appariva chiara, a prescindere dai numeri.

Su questo anche Lautenbach un po’ conviene: “Questa volta sembra diversa l’atmosfera, il confronto televisivo fra i due principali rivali, che ha incollato l’intero paese alla tv, è stato davvero paragonabile a quello famoso fra Kennedy e Nixon, a favore di Donald Tusk. Ma non è detto che poi tutti coloro che hanno apprezzato Tusk in tv andranno alle urne a votare”. Non sarebbe poi la prima volta che il vincitore di un dibattito televisivo vede infrangere le proprie illusioni nell’urna elettorale. Per quanto la politica sia diventata molto mediatica, permangono (per fortuna) molti altri fattori che determinano il voto dei cittadini.

Un indicatore importante sarà la percentuale dei votanti. Se sarà alta, allora Piattaforma Civica ha buone speranze di vincere le elezioni. Se si manterrà bassa, allora la partita potrebbe volgere a favore di Jaroslaw Kaczynski. L’elettorato del Pis è militante e molto disciplinato. Quello liberale è ondivago come tutti gli elettorati di opinione. E l’astensionismo sta diventando una cartina di tornasole della sfiducia con cui i polacchi seguono la politica. Due anni fa per il rinnovo del parlamento si recò ai seggi poco più del 40 per cento, una delle percentuali più basse d’Europa. Alle presidenziali si arrivò al 50: un elettore su due. Se si raffronta il 27 per cento ottenuto la scorsa volta da Giustizia e Libertà con il numero totale degli elettori potenziali, si capisce come governo e presidenza della Repubblica si fondino tutto sommato sul consenso diretto del10 per cento degli elettori.

Numeri e statistiche a parte, ci siamo messi alla ricerca dei motivi del fenomeno Kaczynski, al di là dei facili cliché che noi europei occidentali gli abbiamo appiccicato addosso e che i gemelli, in verità, fanno di tutto per tenersi appiccicati. Il politologo Radoslaw Markowski ci offre una chiave di lettura più polacca: “Se si analizzano le dichiarazioni ufficiali dei leader di Giustizia e Libertà, secondo gli standard europei potremmo definire questo partito come nazionalista e populista; tradotto in termini polacchi diremmo che si tratta di un partito patriottico e solidarista”. Sul concetto patriottismo-nazionalismo torneremo in un’altra occasione (con un reportage più ampio sulla rivista cartacea Ideazione), perché la questione è molto delicata, non riguarda solo la Polonia ma quasi tutti i paesi est-europei. Qui basti anticipare il concetto che Giustizia e Libertà ha riempito in questi ultimi anni un bisogno identitario e patriottico profondo della società polacca, che si è approfondito proprio nel momento in cui l’ingresso nelle istituzioni europee ha chiuso una fase storica di transizione e ne ha aperto una nuova, nella quale il paese ricerca ragioni, spazio e collocazione. La memoria della Polonia affonda nella debolezza della sua storia e nell’orgoglio della sua gente, una miscela dalla quale emerge la paura primordiale per i suoi ingombranti vicini, la Germania e la Russia. Che la Germania oggi non sia più il Reich minaccioso del passato è questione che è inscritta nell’esperienza di noi europei occidentali, che abbiamo sperimentato sessant’anni di pace e collaborazione nell’ambito di un’Europa via via sempre più integrata. I paesi dell’Est, e la Polonia più di tutti, si affacciano oggi a questa nuova dimensione portando in dote tutte le paure e le ansie del passato, appena scongelate da un’altra dominazione-occupazione, quella sovietica. Trascorrere una giornata come quella di ieri, tra il museo della rivolta di Varsavia del 1944 e la proiezione del nuovo film su Katyn (che tanta polemica sta suscitando in Polonia, Russia e Germania), aiuta a capire i processi di questa necessaria ma ambigua definizione dell’identità nazionale in atto ad est dell’Oder.

Quanto al solidarismo, questo è un punto che divide davvero le due destre che oggi si contendono la guida del paese. Se Tusk è un liberale convinto, i gemelli propongono un mercato controllato e una maggiore attenzione ai ceti più poveri. E due anni fa, i polacchi avevano voglia di tirare un po’ il fiato dopo anni di corsa a tutto spiano. Infatti, nei due anni di governo hanno bloccato le liberalizzazioni e mantenuto il controllo statale su molti settori dell’economia, dall’energia alle banche.

Qui si inserisce però anche la polemica furiosa che il PiS ha lanciato contro i comunisti e i post-comunisti, le cui liberalizzazioni sarebbero state realizzate favorendo gruppi oligarchici legati al partito socialdemocratico (ex comunista). “E’ un’accusa che ha fondamento – concede Lauterbach – perché in Polonia il processo di privatizzazione ha seguito lo stesso scenario dei paesi dell’est europeo, Estonia e Repubblica Ceca escluse. I comunisti, diventati post, hanno gestito le dismissioni statali, favorendo gruppi economici a loro vicini, quando non si sono appropriati loro stessi di pezzi dell’economia”. Ecco spiegati gli scandali che hanno affossato il partito socialdemocratico dopo dieci anni ininterrotti di presidenza di Aleksander Kwasniewski. Ed ecco perché il binomio anti-liberalizzazioni anti-comunismo si salda nel programma politico dei Kaczynski. Aggiunge Markowski: “Oggi, rispetto a due anni fa, la divisione che si impone nel confronto politico non è più tra liberisti e solidaristi ma tra anticomunisti e postcomunisti.
E’ di questo che si parla oggi”.

E ad aver riposizionato il dibattito politico è stato proprio Jaroslaw Kaczynski. “Il PiS – conclude Markowski – a differenza dei liberali, sa bene come si vincono le elezioni, che è poi lo scopo primario di una forza politica. I suoi dirigenti solleticano l’istinto degli elettori, impongono con spregiudicatezza i temi della campagna elettorale, costringono tutti a misurarsi sulla loro lunghezza d’onda. Fino al dibattito televisivo, questa campagna era stata un’assoluta vittoria per Jaroslaw Kaczynski che negli ultimi tempi era sempre stato in vantaggio nei sondaggi. Il PiS sembrerebbe aver perduto l’appoggio giovanile e sta cercando di recuperare con il voto nelle campagne. Ma sarebbe curioso rivederlo al governo, magari con una maggioranza solida: chissà che sciolti dallo stress di dover conquistare giorno per giorno la maggioranza parlamentare, i suoi dirigenti non possano riportarlo sulla traccia delle sue radici conservatrici”. Ancora poche ore e sapremo il responso delle urne. Dalle 20 exit poll e risultati che potrete seguire collegandovi ai principali siti internazionali (consiglio BBC e CNN) e ai siti e blog polacchi inseriti nel colonnino qui di fianco nella sezione Europa centro-orientale.