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martedì, ottobre 13, 2009
Angela Merkel e la modernizzazione della Cdu
Una compagna, nel senso politico del termine, Angela Merkel lo è stata per davvero. Erano gli anni della Ddr e della frequentazione al corso di fisica dell’università di Lipsia. La camicia azzurra della Freie Deutsche Jugend (Fdj), l’organizzazione giovanile del partito comunista, doveva probabilmente andarle stretta e tuttavia, assieme a tutta la paccottiglia d’ordinanza – stemmi, gagliardetti, fazzoletti, bandiere rosse, insomma i gadget del tempo – ha rappresentato un pezzo della sua vita, fino alla caduta del Muro. Aveva ancora il nome da ragazza, si chiamava Angela Kasner, entrò nella Fdj perché era impossibile farne a meno: l’organizzazione permeava l’intera vita degli studenti universitari, chi si rifiutava veniva sbattuto fuori dagli atenei. «Durante gli studi sono stata una volta addetta culturale della Fdj e mi sono occupata dell’ordinazione dei biglietti del teatro», ha raccontato nel 1991 alla Frankfurter Allgemeine Zeitung. Non esattamente un ruolo di primo piano. E tuttavia, chi è abituato a tagliare le biografie o le idee altrui con l’accetta potrebbe maliziosamente far risalire a quei tempi la sua naturale tendenza a privilegiare gli aspetti sociali nell’azione politica.
Sulla scena conservatrice europea s’è affacciata da qualche anno un’enigmatica signora che la stampa internazionale fa ancora fatica a catalogare. È una donna e tutti le usano la galanteria appresa quando ancora insegnavano le buone maniere. Ma lei non fa nulla per sottolineare la sua femminilità, né quando si veste, né quando si muove e neppure quando mette mano ai progetti di governo. Hanno atteso per anni che si rivelasse una lady di ferro, riesumando fuori tempo massimo i fasti di Margaret Thatcher, e probabilmente attenderanno ancora a lungo, anche adesso che quelle illusioni si riaccendono per l’ingresso dei liberali nell’esecutivo. È considerata fra i politici più influenti del mondo e, un anno sì e un anno no, addirittura la più influente, eppure fa fatica a tenere sotto controllo l’irrequieta nomenclatura del suo partito che continua a considerarla un corpo estraneo.
Se si fa un salto in libreria, anche qui in Germania, salta agli occhi la sproporzione fra le pubblicazioni che raccontano le biografie dei cancellieri. Gli scaffali sono pieni delle storie e degli scritti di Helmut Schmidt, che sta conoscendo in tarda età un destino di guru della patria, di Gerhard Schröder, anche se qui bisogna ammettere che prevalgono i patinati libri fotografici che ne evidenziano gli aspetti da piacione, e ovviamente di Konrad Adenauer e Willy Brandt, tornati all’attenzione del pubblico in concomitanza dell’anniversario di fondazione della Bundesrepublik. Alla Merkel sembra per ora toccare il destino di Helmut Kohl, rimasto solo con le sue poderose memorie raccolte in due tomi, nonostante la ricorrenza dei vent’anni dalla caduta del Muro. Qualcosa è uscito in questi mesi, durante la campagna elettorale, ma al momento la migliore biografia in tedesco resta quella del politologo Gerd Langguth, pubblicata nel 2005 e aggiornata nel 2007 dopo due anni di Grosse Koalition. E anche in Italia si sono dovute attendere le elezioni di quest’anno per poter leggere il lavoro di Veronica De Romanis, Il metodo Merkel, appena dato alle stampe da Marsilio.
Ma non è tanto una questione di disattenzione. È che il personaggio piace, affascina, ma è difficile da afferrare. E da trasferire nero su bianco sulle pagine di un libro. Se si cercano somiglianze con i politici italiani – che è sempre un esercizio un po’ forzato – la Merkel non assomiglia a nessuno dei leader del centrodestra attuale. Non a Silvio Berlusconi, e questo pare abbastanza evidente. Ma neppure a Gianfranco Fini, nonostante una comune pacatezza dei toni e una simile tendenza ad andare incontro alle opinioni altrui. Per essere onesti, e dirla tutta, Angela Merkel assomiglia semmai a Romano Prodi. A parte la stessa origine democratico-cristiana, la cancelliera ha affinato un’arte tutta particolare della melina. Attorno scoppia il finimondo e lei non si scompone neppure un po’. Non si agita. Non replica. Non controbatte. Anzi, dà l’impressione di essere un’ottima incassatrice, ma è proprio in quel momento che, con straordinario calcolo scientifico (è una fisica, non dimenticatelo) prepara la mossa che prenderà tutti in contropiede e le permetterà di raggiungere ogni tipo di compromesso che possa tornare a suo vantaggio. Guardando ai risultati, tuttavia, la similitudine con Prodi si ferma al carattere.
Sebbene non sia amata dalla vecchia nomenclatura della Cdu, in un decennio la Merkel ha trasformato il partito. L’ha raccolto nel 2000 al punto più basso della sua storia, travolto dallo scandalo dei fondi neri che aveva chiuso la lunga e gloriosa carriera di Helmut Kohl, e lo ha lentamente modificato. Ha relegato i suoi oppositori nei rispettivi confini regionali e ha fatto in modo che il loro potere locale dipendesse in fondo dall’immagine nazionale del partito. Molti di loro sono presidenti di Länder e vincono perché la la Cdu è tornata ad essere un partito affidabile. Grazie a lei. Gli elettori in Assia, Baden-Württemberg, Nord Renania-Vestfalia, Bassa Sassonia guardano Koch, Oettinger, Rüttgers e Wulff, i leader locali, e vedono la Merkel. Che nel frattempo, a Berlino, ha riempito il partito di giovani leve provenienti dalla fondazione Adenauer, con il compito di svecchiare le idee e modernizzare l’arsenale culturale, facendo rizzare i capelli alla vecchia guardia rimasta a presidiare la sontuosa sede di Bonn.
La Cdu non è più il partito del vecchio conservatorismo, anche se questa componente è ancora presente. È aperta all’immigrazione, non teme una società multietnica, ha trovato il giusto equilibrio fra le pretese degli imprenditori e le richieste dei lavoratori, ha fatto breccia nei sindacati da sempre appannaggio dell’Spd, ha sdoganato il ruolo della donna nella società mettendo fine alla tradizione tedesca delle tre K, Kinder, Küche e Kirche, bambini, casa e chiesa. D’altronde, quale migliore esempio di quello della stessa Angela Merkel, protestante, sposata e poi separata, senza figli, totalmente dedita al lavoro?
E poi la svolta ambientalista, l’impegno per la lotta contro i cambiamenti climatici, l’attenzione per l’energia rinnovabile, fino al via libera dato al sindaco di Amburgo per formare un governo assieme ai verdi. Chi l’avrebbe mai detto dieci anni prima? La cancelliera è un politico pragmatico, dotata di metodo scientifico. Non ha in testa un modello di società da costruire e realizzare, cosa che ogni tanto le viene rimproverato. Ma l’esperienza nella Ddr l’ha vaccinata da questo virus: lì si pretendeva di costruire l’uomo nuovo e si realizzava la schiavitù dei cittadini e i privilegi per gli apparati. Secondo lei la società è quella che è e non quella che si vorrebbe, con le sue gioie e i suoi dolori, con milioni di individui che hanno aspirazioni e bisogni diversi e difficilmente amalgamabili. Di questo bisogna occuparsi. E le soluzioni sono diverse, flessibili, non si fanno irrigidire in un preciso schema ideologico. La politica deve risolvere questi problemi. Li deve analizzare, vivisezionare, capire, ordinare. E poi affrontare. Come in un laboratorio scientifico.
E la politica è compromesso, l’arte del possibile, in quel dato momento e in quella data condizione. Si possono fare alcune cose, se si deve governare con la sinistra, altre, se al fianco ci sono i liberali. Con tutti si può trovare un comune denominatore, non ci sono scuse per dilazionare gli interventi. Questa duttilità, unita a una straordinaria determinazione, l’ha portata ad essere apprezzata non solo dai politici degli altri partiti ma anche da tanti cittadini che quattro anni fa non l’avevano votata. E questa volta invece sì.
Dietro il carattere apparentemente condiscendente c’è una vera e propria strategia politica che ha prosciugato, sul lato moderato, l’acqua in cui nuotavano i socialdemocratici dell’era Schröder. Die Neue Mitte - il nuovo centro - la versione continentale del labourismo blairiano, aveva riportato l’Spd al centro della scena politica. Lei ha eroso quella posizione, scavando giorno dopo giorno la trappola dentro la quale è finita l’Spd. L’ha costretta a scivolare a sinistra, dove ha cozzato contro il massimalismo della Linke. Così facendo s’è persa qualche voto a destra, ma quattro anni dopo si è presa la rivincita centrando l’obiettivo elettorale di formare una coalizione organica di centrodestra con i liberali.
Non ha tradito la storia del suo partito, l’ha semplicemente adeguata ai tempi, recuperando il passo di una società che a cavallo dei due secoli ha visto trasformarsi in classe dirigente la generazione del Sessantotto e ha visto dispiegarsi in tutta la sua potenza la rivoluzione digitale. E che nella sua marcia verso la modernità s’è riscoperta de-ideologizzata. Fosse rimasta ancorata alle tre K, ai bambini, alla cucina e alla chiesa, la Merkel avrebbe condannato se stessa e la Cdu a una perenne marginalità. Invece ha percorso strade nuove, sentieri inesplorati, si è fatta contaminare da idee inedite. E vi ha trascinato il partito, a volte per i capelli, rintuzzando gli oppositori, obbligandoli all’angolo con un gelido cinismo che è l’altra faccia di questa donna che ha scalato da outsider tutti i gradini della politica. Outsider e solitaria. Slegata da vincoli di cordata, lei che veniva dall’est mentre il cuore del partito aveva sempre battuto ad ovest.
La cancelliera è diventata l’interprete riconosciuta di questa fase della storia tedesca, l’icona vincente di questo paese. La Germania è un paese che si tiene. È attraversata, come tutte le società moderne, da tensioni e frammentazioni, eppure poggia su una base di consenso solidale che ne preserva la stabilità sociale. La stella polare resta l’economia sociale di mercato, che ha conosciuto una sua rivincita in questi mesi di tempesta finanziaria. È soprattutto un paese che si governa dal centro, puntando al centro. Con equilibrio e moderazione. Con rispetto degli avversari e con grande attenzione alle competenze. Ci ricordiamo di studiarla solo quando arrivano le elezioni. Eppure, almeno in Europa, rappresenta un modello al quale si potrebbe guardare più spesso, magari per provare a ricostruire una politica gentile, lontana dagli slogan, più concreta e in fondo più utile ai cittadini.
mercoledì, settembre 30, 2009
Il vento del Sud
Il senso politico profondo del successo elettorale del centrodestra in Germania sta nella voglia di stabilità manifestata dalla maggioranza degli elettori tedeschi. L’alleanza fra Cdu/Csu e liberali era l’unica proposta in grado di chiudere la stagione della Grosse Koalition e allo stesso tempo evitare la palude delle alleanze inedite che avrebbero dilatato nello spazio e nel tempo l’incertezza generale. Con la svolta a destra, gli elettori hanno consegnato alla storia delle fasi emergenziali il connubio fra i due grandi partiti alternativi e hanno dato il via libera a una coalizione tradizionale, che nella storia tedesca ha assicurato molti anni di governo buono e stabile. Se il risultato semplifica la scena politica, le sue ragioni sono invece varie e complesse [... continua su East Side Report].
martedì, settembre 29, 2009
lunedì, settembre 28, 2009
Baviera, Schleswig-Holstein e Brandeburgo
Ancora un paio di note sulle elezioni. La prima è una curiosità, forse una battuta: è la seconda volta consecutiva che Angela Merkel vince le elezioni perdendole. In realtà, a leggere bene i primi approfondimenti sui dati elettorali, si scorge che il calo della Cdu/Csu è dovuto al crollo dei cristiano-sociali in Baviera. Con il 42 per cento, la Csu imita l'Spd e tocca il punto più basso in un'elezione nazionale. La tendenza negativa del partito bavarese non si è dunque arrestata dopo il cambio del gruppo dirigente. E neppure una figura mediatica come il barone Zu Guttenberg è riuscito a fare il miracolo. Qui analisi e commento dalla Süddeutsche Zeitung.
La seconda curiosità riguarda le elezioni regionali in Schleswig-Holstein e Brandeburgo, oscurate dal voto nazionale. Nella regione di Kiel crollano tutti e due i partiti maggiori (Cdu e Spd) responsabili di una rovinosa fine della Grosse Koalition che ha determinato le elezioni anticipate. La Cdu, tuttavia, resta primo partito e potrà costituire una maggioranza con i liberali, che anche qui hanno ottenuto una crescita clamorosa (+9%). Dalla regione di Potsdam, invece, giungono le uniche note di consolazione per i socialdemocratici. Qui il primo ministro uscente Mathias Platzeck - ricordate, divenuto leader del partito dopo l'era Schröder e poi dimessosi per motivi di salute che gli impedivano il doppio ruolo - è stato riconfermato con un buon risultato: l'Spd, addirittura in leggero aumento, ha raggiunto il 32,8 per cento e può decidere con chi governare i prossimi 5 anni. Fino a ieri c'era anche qui una Grosse Koalition. Adesso si apre anche l'ipotesi di un governo rosso-rosso con la Linke, che tallona l'Spd a cinque punti di distanza. Nel parlamento regionale brandeburghese ci sarà, fortunatamente, una piccola rivoluzione: entrano liberali e verdi, che hanno superato la soglia di sbarramento del 5 per cento e se ne vanno a casa i neonazisti che sono precipitati abbondantemente al di sotto. L'est si scopre migliore della sua fama.
La seconda curiosità riguarda le elezioni regionali in Schleswig-Holstein e Brandeburgo, oscurate dal voto nazionale. Nella regione di Kiel crollano tutti e due i partiti maggiori (Cdu e Spd) responsabili di una rovinosa fine della Grosse Koalition che ha determinato le elezioni anticipate. La Cdu, tuttavia, resta primo partito e potrà costituire una maggioranza con i liberali, che anche qui hanno ottenuto una crescita clamorosa (+9%). Dalla regione di Potsdam, invece, giungono le uniche note di consolazione per i socialdemocratici. Qui il primo ministro uscente Mathias Platzeck - ricordate, divenuto leader del partito dopo l'era Schröder e poi dimessosi per motivi di salute che gli impedivano il doppio ruolo - è stato riconfermato con un buon risultato: l'Spd, addirittura in leggero aumento, ha raggiunto il 32,8 per cento e può decidere con chi governare i prossimi 5 anni. Fino a ieri c'era anche qui una Grosse Koalition. Adesso si apre anche l'ipotesi di un governo rosso-rosso con la Linke, che tallona l'Spd a cinque punti di distanza. Nel parlamento regionale brandeburghese ci sarà, fortunatamente, una piccola rivoluzione: entrano liberali e verdi, che hanno superato la soglia di sbarramento del 5 per cento e se ne vanno a casa i neonazisti che sono precipitati abbondantemente al di sotto. L'est si scopre migliore della sua fama.
Alla ricerca della stabilità
La gioia è un palco affollato di giovani leoni e vecchie glorie del partito liberale che si accalcano attorno a Guido Westerwelle per festeggiare il miglior risultato della storia dell’Fdp. La soddisfazione è il sorriso di Angela Merkel che tira un respiro di sollievo e corona l’obiettivo mancato quattro anni fa di guidare un governo organico di centrodestra. La Germania chiude la stagione della grande incertezza scegliendo l’unica soluzione politica che poteva relegare la Grosse Koalition a quello che è sempre stato nella storia politica tedesca: una stagione straordinaria che l’elettorato non ama. Il senso politico del voto di domenica è soprattutto qui [... continua su East Side Report e su Ff Web Magazine].
domenica, settembre 27, 2009
Chi sale e chi scende
Cdu -1,8. Spd -11,5. Fdp +5,0. Linke +3,8. Grünen +2,5. I Pirati avrebbero conquistato il 2 per cento. Angela Merkel si conferma cancelliera con un nuovo governo, conservatori e liberali.
E' giallonero, Cdu+Fdp
Prima proiezione. La coalizione Cdu-Fdp ottiene la maggioranza dei seggi. Stretta senza gli Überhangmandate (308 seggi), più consistente incorporando questi contestati seggi (324). Trionfo dei liberali (15%, miglior risultato della loro storia), crollo drammatico dell'Spd (22,7%, peggior risultato di sempre). Calo anche per la Cdu (33,5%, secondo risultato peggiore di sempre). Ottimo risultato per la Linke (12,5%), aumento contenuto anche per i Verdi (10,5%).
Astensionisti primo partito?
In attesa delle prime proiezioni e a pochi minuti dalla chiusura dei seggi, un dato comincia a profilarsi con chiarezza, confermando le impressioni della campagna elettorale: si va verso il minimo storico dei votanti. La disaffezione verso la politica si trasforma così da fumosi discorsi da strada in dato politico vero e proprio. Le rilevazioni delle 14 sono chiare: il calo è del 6 per cento. Ha votato il 36,1 contro il 41,9 della volta precedente alla stessa ora. Il tema della Politikverdrossenheit, discusso per ora solo nelle stanze delle accademie o delle fondazioni o, in misura minore sui media, diventa centrale anche per il mondo politico.
sabato, settembre 26, 2009
Al voto un paese sospeso
Il politologo Richard Stöss della Freie Universität di Berlino ha pochi dubbi. Dati e tabelle alla mano, analizza la parabola discendente del consenso della Grosse Koalition, poi azzarda: «Secondo me avremo un cambio di governo». Nella sfera di cristallo di sondaggi ancora colmi di elettori indecisi, la chiave delle elezioni tedesche di domenica è nei mandati diretti. «Lì la Cdu/Csu dovrebbe fare man bassa e dunque ottenere con i liberali la maggioranza anche se la somma dei due partiti nel proporzionale dovesse attestarsi sotto il cinquanta per cento». Tuttavia, a ventiquattr’ore dall’apertura delle urne, alcuni sondaggi più recenti rimettono in discussione questa prospettiva, registrando una rimonta socialdemocratica e un calo del centrodestra che, complessivamente raggiungerebbe il 45 per cento: troppo poco. Ogni previsione è a rischio di smentita [... continua su East Side Report e in pdf sulla Rassegna stampa della Camera dei Deputati].
Alex e Pariser, le piazze delle sinistre
Piazze di sinistra a Berlino nella giornata pre-conclusiva di campagna elettorale. Pre-conclusiva, perché la partecipazione della Merkel al G20 di Pittsburgh, sposta a oggi, sabato, la chiusura della Cdu nella capitale. Ieri i due partiti di sinistra si sono divisi le piazze simboliche di Berlino. La Linke si è radunata dalle 15 alle 17 ad Alexanderplatz, per gli interventi del duo Lafontaine-Gysi. L'Spd si è cimentata all'ombra della Porta di Brandeburgo: oratori il borgomastro Wowereit, Steinmeier e Müntefering. Discorsi ovviamente di tono propagandistico, come si conviene alle "chiusure" comiziali (lo stesso sarà domani dalle parti della Cdu) nei quali ha spiccato per brillantezza e oratoria Gregor Gysi, indubbiamente il politico dotato della retorica più accattivante. Ma la cosa che più mi ha colpito era l'atmosfera nelle due piazze, la Stimmung come dicono i tedeschi. Entusiasmo e sicurezza sull'Alexanderplatz, segno che i militanti della Linke sentono comunque il vento in poppa. Mogia e dimessa sotto la Porta di Brandeburgo. Eppure Steinmeier ce l'ha messa tutta, con un discorso forse un po' troppo lungo ma non privo di spunti interessanti. Dispiace se domenica sera dovrà confrontarsi con il risultato più basso della storia politica della socialdemocrazia, come suggeriscono i sondaggi. L'uomo non se lo merita. Tuttavia anche un trascinatore come Wowereit, a un certo punto ha allargato le braccia, quando ha retoricamente chiesto ai sostenitori in piazza di dare un segnale della loro fiducia e questi hanno risposto con un flebile applauso. Ricordo bene il comizio berlinese di Gerhard Schröder nella campagna elettorale del 2002: si respirava quasi fisicamente la rimonta nei confronti dell'allora candidato dell'Unione Stoiber. Questa sera, invece, si respirava un'aria di sconfitta preventiva. Se il morale è questo, difficile immaginare un colpo di reni nella giornata di domenica.
venerdì, settembre 25, 2009
I prof ci spiegano dove va la Germania
Per comprendere i temi di fondo che la politica tedesca si troverà ad affrontare a partire da lunedì prossimo, bisogna abbandonare le piazze dei comizi e i saloni delle manifestazioni e tornare sui banchi dell’università. Un po’ di approfondimento non fa male, sforzarsi di capire cosa agita la società tedesca sotto il velo di propaganda inevitabile di una campagna elettorale è un compito che la stampa dovrebbe, magari ogni tanto, tornare ad assumere. Così, via dai palloncini e dagli striscioni, ci muniamo di taccuino e raggiungiamo le moderne sale della Freie Universität di Berlino nel cuore del quartiere giardino di Dahlem. Qui, nel 1948, quando il Muro di cemento ancora non c’era ma l’atmosfera ideologica della storica università Umboldt rimasta nel settore sovietico si faceva asfissiante, un gruppo di professori guidato dal borgomastro della città, Ernst Reuter, socialdemocratico e professore anche lui, decise che era tempo di inventarsi una sede alternativa. La chiamarono la Libera Università e da sessant’anni rappresenta uno dei centri del sapere più prestigiosi della Germania [continua su East Side Report].
Il bivio dei Grünen
Una e trina è la leadership dei verdi tedeschi. Da un lato l’unità d’intenti, dall’altro il terzetto di uomini che in questi giorni batte in lungo e in largo il paese con l’obiettivo di tornare ad essere la terza forza politica, prima dei liberali e della Linke, giusto dietro i due storici partiti sempre meno di massa. Il leader carismatico appartiene al passato. Joschka Fischer si è trasformato in un lobbista, sponsorizza il gasdotto Nabucco, l’alternativa europea al condotto russo-tedesco Nord Stream spinto dal suo ex alleato Schröder, facendo tesoro dei tanti contatti accumulati negli anni al ministero degli Esteri. La scena ecologica se la dividono in tre: l’ex ministro dell’Ambiente Jürgen Trittin e Renate Künast, candidati di spicco in questa campagna elettorale e Cem Özdemir, lo svevo di origini turche catapultato qualche mese fa alla guida del partito con l’impegnativo appellativo di Obama di Germania [continua su East Side Report].
mercoledì, settembre 23, 2009
La scommessa di Westerwelle
Berlino, 18 settembre, ore cinque del pomeriggio. Nella Breitscheidplatz, a due passi dal grande magazzino KadeWe che fu la vetrina dell’occidente negli anni della guerra fredda e all’ombra della Gedächtiniskirche con il tetto danneggiato dalla guerra calda conservato a memoria delle colpe del nazismo, si consuma l’happening dei liberali alla ricerca del governo perduto. Un duo di musicisti mescola note country e rock e intrattiene il pubblico, in attesa che la piazza si riempia. E lentamente si riempie. Se l’umore dei presenti misura le attese per un successo che i sondaggi pronosticano, quello dei gialli tedeschi è alto e fiducioso. Guido Westerwelle, il quarantasettenne che ha dismesso i panni del bizzarro outsider per indossare quelli di un ragionevole e prossimo vicecancelliere, sale sul podio – completo blu scuro già ministeriale e cravatta azzurra – e sorride guardando la folla. Siamo nel cuore borghese della Berlino ovest, il quartiere di Charlottenburg, negozi alla moda, edifici fine secolo bianchi come meringhe intervallati ad architetture che erano moderne negli anni Settanta, quando il comunismo accerchiava “l’isola della libertà” con il Muro, e oggi provano a resistere alla concorrenza delle meraviglie costruite ad est [continua su FF Web magazine].
martedì, settembre 22, 2009
I rischi della Merkel fra sondaggi e speranze
I sondaggi vanno presi con le molle. Giova ricordare che, quattro anni fa, fallirono totalmente, non riuscendo a misurare il recupero del cancelliere socialdemocratico Schröder sulla Merkel. Ancora due giorni prima, il vantaggio della Cdu/Csu rispetto all’Spd era quotato a +9 punti percentuali e una coalizione di centrodestra fra Cdu/Csu e Fdp era data al 49,5 per cento. Finì con la Merkel avanti di un punto appena e la sconfitta dell’ipotesi di centrodestra con i liberali. Questa volta, ancor più che nel 2005, il numero degli indecisi è ancora molto elevato: tanti sceglieranno nell’ultima settimana chi e se votare e si teme che troppi si asterranno dalle urne, marcando con l’astensione un preoccupante distacco dalla politica. Dunque, si cammina sulle uova [continua su Ff Web Magazine e ora anche su East Side Report].
lunedì, settembre 21, 2009
Amburgo e Berlino, i laboratori del futuro
I laboratori della politica tedesca del futuro non sono dentro i palazzi del potere federale. Non nel Bundestag, non nella Cancelleria. Ma nelle sedi comunali di due città-Stato: Amburgo e Berlino. Mentre l’attenzione degli osservatori è focalizzata sugli ultimi giorni della campagna elettorale politica, nelle due città simbolo della Germania, il centro anseatico e la capitale ritrovata, si sviluppano esperimenti politici che prefigurano gli scenari del domani [continua su East Side Report].
mercoledì, settembre 16, 2009
Rheingoldexpress, ritorno al futuro
Dovete passare per questo collegamento al sito della pagina Mediatek della ZDF e scegliere la connessione giusta. Poi potete seguire la cancelliera Angela Merkel in viaggio elettorale sul Rheingoldexpress, come fece Konrad Adenauer. Qui da Wikipedia Italia una scarna nota storica sul treno. E qui, rigorosamente bipartisan, due reportage in tedesco, dallo Spiegel e dalla Frankfurter Allgemeine.
Duelli e duetti, commento su East Side Report
Per il commento al faccia a faccia che due giorni fa ha contrapposto i due candidati alla cancelleria, Angela Merkel e Frank-Walter Steinmeier vi mando a questo articolo pubblicato su East Side Report, un blog-magazine (più di un blog quasi un magazin, come annunciato nella presentazione) che abbiamo realizzato assieme all'amico Stefano Grazioli e del quale vi parlerò più diffusamente fra qualche giorno. Il sito (l'indirizzo è www.esreport.net, assolutamente da piazzare nei vostri blogroll) è in fase di allestimento, già in funzione ma non ancora arricchito di tutti gli articoli pubblicati nei mesi passati. Sarà (è già) un punto d'incontro e di informazione indipendente per chi si interessa di Europa centro-orientale, Russia e Asia centrale.
domenica, settembre 13, 2009
Merkel vs. Steinmeier, l'unico faccia a faccia in tv
Incollati alla tv, fra poco, per l'unico duello televisivo fra i due candidati alla cancelleria, Angela Merkel (Cdu) e Frank-Walter Steinmeier (Spd). Trasmissione in diretta, tra le varie emittenti, su Ard e Zdf, visibili anche in Italia con il satellite di Sky.
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