domenica, dicembre 07, 2008

In giro per l'Europa

Da domani si va un po' in giro per l'Europa. Un mese come un flipper, Italia, Austria, Slovacchia, di nuovo Italia, giù nel Finisterrae, nell'angolo che guarda ai Balcani. Il rientro a Berlino è previsto per la metà di gennaio, giorno più giorno meno. I post nelle prossime settimane saranno più rari, ma non mancheranno. Per il prossimo anno sono previste molte novità. Non staccate la spina da Walking Class. Per ora, un arrivederci a Berlino. (fotowalkingclass).

venerdì, dicembre 05, 2008

Davide contro Golia all'Allianz Arena

(Allianz Arena, fotowalkingclass)

Risultato finale: Bayern München - Hoffenheim 2-1
[reti: Ibisevic (H), Lahm (B), Toni (B)].
Grande partita, Bayern fortunato, vince al 92' minuto grazie ad uno svarione della difesa dell'Hoffenheim di cui approfitta Luca Toni, tornato a buoni livelli. Squadre appaiate in testa alla classifica. Il Bayern mostra la sua grande esperienza, l'Hoffenheim dà l'idea di poter arrivare sino in fondo. Per una volta, calcio tedesco a grandi livelli.

Manca ormai poco alla sfida dell'anno fra Davide e Golia. Fra Hoffenheim e Bayern München. In foto l'Allianz Arena, lo splendido stadio bavarese che questa sera si accenderà di rosso, come tradizione quando in casa gioca il Bayern. Il blu è riservato al Tsv 1860 München, che oggi milita in seconda divisione. Ma oggi questa foto ricorda i colori dell'Hoffenheim, la matricola terribile che guida la classifica e fa sognare i suoi tifosi. Davide e Golia, per la tradizione e il blasone delle due squadre. Ma per il gioco finora espresso e per la solidità finanziaria delle due società, non si sa davvero chi sia oggi Davide, e chi Golia. 

Staufen, l'ecologia e il ritorno di Faust

L’idea era pure suggestiva. Dotare il municipio di un sistema di riscaldamento ecologico, a buon mercato, in grado di rispettare quelle norme sull’ambiente cui i tedeschi tengono più di ogni altra cosa. Per il borgomastro una bella figura e un utile risparmio da mettere in bilancio. Senonché le cose sono andate diversamente e ora Michael Benitz, sindaco di Staufen, una piccolo paesino di ottomila anime ai bordi della Foresta Nera nella regione del Baden-Württemberg, deve vedersela con i suoi concittadini inviperiti, con il loro avvocato e con le crepe che si insinuano per tutto il centro storico, palazzo municipale compreso.

L’idea era stata quella di utilizzare il riscaldamento geotermico, sfruttando la riserva di calorie accumulate dalla terra attraverso sensori interrati e reti di serpentine che si inseguono nel sottosuolo. In Germania il sistema viene adottato da molti privati e Benitz aveva avuto la geniale idea di utilizzarlo per l’edificio pubblico per eccellenza, il Rathaus, come un fantastico e futuristico esempio di virtù pubblica.

Chi si avventura oggi fra le guglie e le casette che sembrano fatte di marzapane di Staufen, si trova però di fronte a uno spettacolo desolante. Le crepe si stanno mangiando i palazzi e le abitazioni dalle belle facciate color pastello. Si insinuano lungo l’acciottolato di sanpietrini, aggrediscono muri e tetti, s’infilano persino dentro le stanze del sindaco e s’ingrossano giorno dopo giorno. Dal sottosuolo non giunge solo il calore sperato ma anche un sordido movimento sussultorio che minaccia di ridurre in briciole uno dei centri storici sotto tutela della Germania. “Una catastrofe”, come ammette ora lo stesso improvvido borgomastro.

La colpa sembra proprio del complesso sistema di sensori piazzato sottoterra per dare corpo al progetto. L’acqua sarebbe filtrata nel terreno mescolandosi al materiale calcareo di cui è ricco il sottosuolo. Un complesso meccanismo di combinazioni chimiche avrebbe creato una sorta di matassa di gesso che, aumentando del 60 per cento il proprio volume, sta premendo verso la superficie, sgretolando tutto quello che incontra. Secondo accertamenti delle autorità competenti sono al momento 129 le case del nucleo storico interessate dal fenomeno, tutte facenti parte della zona sotto tutela artistica.

La polemica è divampata furiosa. I cittadini si sono affidati a un avvocato e chiedono che il Comune risarcisca i costi delle riparazioni, nella speranza che il fenomeno possa rimanere circoscritto alle crepe. Si tratta di diversi milioni di euro. Il sindaco, per ora, non ne vuol sapere. Guarda sconsolato le crepe che si aprono nel suo ufficio, sale con accortezza le scale di pietra del Rathaus attento a non inciampare negli smottamenti, ma ribatte di voler attendere la fine delle ricerche affidate agli esperti dell’Università di Stoccarda e le conclusioni del tribunale di Friburgo. Il territorio era un tempo soggetto a smottamenti sismici ma nessuno ricorda più un terremoto, almeno a memoria d’uomo. La gara allo scaricabarile coinvolge anche l’azienda cui sono stati affidati i lavori. Si tratta di un’impresa austriaca: li avesse svolti un’azienda di qui, sostengono i cittadini, avrebbero tenuto conto delle particolari condizioni del terreno. Ma gli austriaci costavano meno.

Difficile comunque non lasciarsi tentare, in questo caso, dalla forza della suggestione e dal richiamo della leggenda. Nel 1539, quasi 470 anni fa, proprio a Staufen il diavolo avrebbe chiesto al Dottor Faust di rendergli conto del patto stretto qualche tempo prima per accedere a conoscenze proibite. Oggi tocca al povero borgomastro Benitz rendere conto, ancora una volta, di aver voluto sfidare le leggi della natura. Questa volta vendendo l’anima alla moda dell’ecologia.

(pubblicato su il Giornale del 5 dicembre 2008)

giovedì, dicembre 04, 2008

La nuova Berlino e il castello di Franco Stella

(Il Palast der Republik nel 2004: qui verrà ricostruito il Castello; fotowalkingclass)

Dopo la Potsdamer Platz ridisegnata da Renzo Piano, sarà dunque un altro architetto italiano a ricostruire un pezzo della Berlino che fu. Questa volta tocca a Franco Stella, vicentino, al quale una giuria composta da architetti e politici tedeschi ha affidato, la scorsa settimana, il compito di rimettere in piedi il vecchio castello degli Hohenzoellern, al centro della città, nello spazio compreso fra il Duomo, l’Altes Museum di Schinkel, il fiume Sprea e la Unter den Linden, il grande viale berlinese che ricorda i Campi Elisi parigini e che corre dalla Porta di Brandeburgo verso questo immenso piazzale oggi vuoto.

Si tratta del cuore storico della capitale, l’ennesimo vuoto apertosi dopo le tante ferite del Novecento che segnano la storia e l’urbanistica di Berlino. Ed è un riconoscimento alla creatività e alla progettualità italiana da parte di una città divenuta il laboratorio urbanistico della nuova Europa. Il progetto di Stella deve aver messo tutti d’accordo, ponendo fine a una polemica infinita che si trascinava avanti da quasi venti anni, quando il facoltoso commerciante amburghese Wilhelm von Boddien si fece promotore dell’idea, allora considerata poco più di una boutade, di rimettere in piedi il castello dei principi e dei Kaiser, abbattuto dopo cinque secoli di onorata carriera dalle ruspe del regime comunista.

Danneggiato dai bombardamenti aerei della seconda guerra mondiale, lo Stadtschloss, il “castello di città” – questa la sua esatta denominazione – rimase intrappolato nel settore sovietico della Berlino divisa. Poteva essere restaurato ma venne invece completamente raso al suolo nel 1951, tra le proteste della comunità internazionale, in nome della nuova urbanistica real-socialista. Sebbene già dopo la rivoluzione del 1918 non fosse più residenza del Kaiser, il castello andava abbattuto perché l’aristocrazia prussiana degli Hohenzollern ricordava il tragico passato imperialista e guerrafondaio. Le cariche di esplosivo fecero giustizia di quelle meste mura, lasciando spazio ai metri cubi di cemento della nuova era comunista.

Sulle macerie di un tempo che andava cancellato venne innalzato il nuovo Palazzo della Repubblica, squadrato esempio del razionalismo socialista, per quarant’anni sede dei congressi unanimi del parlamento, di concerti, di appuntamenti culturali, di feste e balli popolari, cui venivano invitati funzionari e burocrati di partito, sindacalisti ossequiosi, eroi del lavoro, cittadini meritevoli. Questo nelle sale interne. Fuori, sul vasto piazzale, sfilavano le figurine classiche del regime, i soldati e i loro carri armati, i lavoratori delle industrie pesanti, le giovani fanciulle con le messi dorate raccolte dai campi, i giovanissimi con il fazzoletto azzurro dell’associazione giovanile di partito al collo, la Freie Deutsche Jugend, forgiata sul modello della tanto vituperata Hitlerjugend. Il Primo Maggio, la festa della Repubblica popolare, le parate militari davanti agli ospiti del Patto di Varsavia, gli anniversari della Rivoluzione d’ottobre: tutto il calendario celebrativo dell’universo comunista. Su quella piazza, di fronte a quel palazzo, si consumò anche l’ultimo atto della Ddr, con Gorbaciov e Honecker che salutavano senza guardarsi i soldati che sfilavano in occasione dei quarant’anni della Germania est, a pochi giorni dalla caduta del Muro e mentre i contestatori premevano sui cordoni di sicurezza della Volkspolizei.

Dunque, per il sogno di von Boddien c’era un ostacolo: il Palazzo della Repubblica. A suo modo un altro pezzo di storia, memoria contro memoria in una città che dopo la riunificazione stava cancellando i simboli dell’ennesimo regime appena caduto: forse con troppa fretta e con un po’ di arroganza, come avrebbe dimostrato l’inatteso fenomeno della Ostalgie. Tra le indecisioni e i litigi della politica, i veti incrociati del Senato della città e del governo federale, fu il Palazzo stesso a fornire la soluzione, sprigionando dalle sue giunture il veleno dell’amianto che lo condannò all’abbattimento sicuro. Nel frattempo i fautori della ricostruzione si erano organizzati in fondazione, al commerciante anseatico non mancavano spirito d’iniziativa e gusto dell’avventura. Nel 1993 trenta artisti parigini guidati da Catherine Feff dipinsero su un enorme telone di plastica il castello così come era e come lo avrebbe voluto ricostruire von Boddien: fu uno straordinario colpo d’occhio e da quel momento la boutade divenne progetto concreto.
Può sembrare strano che in una città così tumultuosa come Berlino le decisioni vengano prese con così tanta lentezza, ma le polemiche sono un po’ il sale di questa nuova capitale europea. Così ci sono voluti altri quattordici anni perché il governo avocasse a sé la decisione, trovasse i finanziamenti e desse il via al progetto. 

Ora, dunque, tocca ancora una volta a un italiano. Franco Stella dovrà abbandonare per un po’ di tempo i suoi corsi di progettazione architettonica all’Università di Genova e tuffarsi a capofitto nella realizzazione dell’opera. Non si tratterà però di un vero e proprio castello perché i tempi non sono più quelli delle fiabe, dei principi e delle dame di corte. Le indicazioni del Bundestag sono precise: la struttura sarà un grande contenitore culturale, divisa in spazi ampi e moderni e solo tre delle quattro facciate replicheranno perfettamente il castello così come era. La quarta, quella che si affaccia sul lungofiume, è stata lasciata alla libera interpretazione dell’architetto e Stella sembra essersi ispirato al palazzo della Civiltà del Lavoro dell’Eur, a Roma, sviluppando la successione di archi in orizzontale invece che in verticale. Un bel colpo d’occhio. 

Il complesso si chiamerà Humboldt-Forum e verrà affidato alle cure della omonima e vicina università. Stella si prepara a riempire i quarantamila metri quadrati dell’area. Fuori dalla sala della giuria che gli ha consegnato un premio di 100mila euro si sprecano i commenti positivi di politici e architetti: “Un progetto perfetto e geniale, un compromesso fantastico di antico e moderno”. Era dai tempi di Renzo Piano che un italiano non veniva avvolto da tanto entusiasmo qui a Berlino. Domenica scorsa è calato l’ultimo colpo di piccone sui resti del Palazzo di Honecker. Il castello della cultura di Stella sarà pronto nel 2013.

(pubblicato sul Secolo d'Italia del 4 dicembre 2008)

mercoledì, dicembre 03, 2008

Ci facciamo sempre riconoscere

Hertha-Galatasaray è finita 0-1. Atmosfera straordinaria all'Olympiastadion, fa sempre effetto vedere uno stadio così grande pieno come un uovo. Turca la curva ospite, turca la tribuna laterale (tribuna Tevere la chiamerebbero a Roma) e mista - multikulti? - quella centrale (insomma, la Montemario). Berlinesi stretti e gagliardi nella Ostkurve, in minoranza. Neve sciolta e terreno di gioco - avrebbe detto Enrico Ameri - in precarie condizioni. Primo tempo così e così, secondo tempo bello e arrembante, da un lato e dall'altro. Peggiore in campo? Vi avevo detto che l'arbitro era italiano? Il Galatasaray ha segnato su rigore dell'ottimo Barros, nazionale della Repubblica Ceca. Peccato che il penalty fosse regalato. Venti minuti dopo, identica situazione in area turca, ma il rigore non è stato fischiato. Fosse solo questo, fosse solo un errore di valutazione, pazienza. Se il calcio italiano resta di alto livello (a livello di club, di gran lunga superiore sia a quello tedesco che a quello turco), a noi tutti è invece nota la crisi in cui versa il settore arbitrale. Crisi di qualità. Pazienza. Nel giornalismo è lo stesso, non tirerò la prima pietra. Il problema è che il signor Rizzoli ha arbitrato con arroganza, non parlava con i giocatori (cosa che qui accade sempre, gli arbitri hanno un atteggiamento aperto con i calciatori) e faceva con la manina "sciò, via" come si fa con i mocciosi fastidiosi. Le polemiche del dopo partita sono tutte sulla suppnenza dell'arbitro. Perché gli errori ci stanno. La maleducazione no.

Italienisch für Ausländer: Ilaria Party

di Massimo Gramellini (da La Stampa)
Fu nella drammatica notte del 2 dicembre 2008 che il consiglio di amministrazione di Sky prese l’unica decisione in grado di garantirgli la sopravvivenza: fondare un partito politico. Ilaria Party, dal nome dell’on. D’Amico, candidata al ministero della Difesa e Contropiede. «L’Italia è il Paese che amo», disse il presidente Murdoch doppiato dal telecronista Caressa, ispirandosi a un format di successo degli Anni 90 di cui aveva comprato i diritti.

Il programma fu redatto da una squadra di esperti guidata da Vialli e Topolino (in quota Disney Channel): 1. lotta all’ultima parabola contro il regime berluscomunista; 2. più partite di calcio e film a luci rosse per tutti, anche gratis e a mezzogiorno; 3. inaugurazione dell’Albinoleffe Channel (per sottrarre voti alla Lega); 4. riduzione dell’Iva sulla pay-tv allo 0,1%, pagabile in comode rate quarantennali. Un documento riservato suggeriva di concentrare gli sforzi soprattutto sul punto numero 4. 

Essendo le frequenze di destra tutte occupate, l’Ilaria Party decise di schierarsi a sinistra, dove il segnale era debole, praticamente assente. Ottenne il sì di Rifondazione in cambio di un canale dedicato alle interviste di Gianni Minà, mentre per convincere Veltroni bastò garantirgli le repliche di “Giovanna, la nonna del corsaro nero” su Sky Classic. L’unico a tenere duro fu D’Alema: «Lo dissi nell’autunno del 1993 e lo ripeto oggi: in Italia non può succedere che il padrone di una tv riesca a fondare un partito». 

NOTA. Tranne l’ultima frase, il testo è frutto della fantasia dell’autore.

Mamma li turchi: l'Hertha in trasferta a Berlino

(Kebab Imbiss, Berlin-Schöneberg, fotowalkingclass)

Nevica di brutto, ma l'Olympiastadion potrebbe registrare il tutto esaurito, questa sera, per l'incontro di Coppa Uefa Hertha-Galatasaray. Potrebbe. Perché nei chioschi autorizzati alla vendita dei biglietti, compare ancora un cartello: "Noch Karten übrig, Ostkurve, Hertha-Fan Block". Insomma, se qualche ritardatario ci ripensa, qualche biglietto nella curva dei tifosi dell'Hertha lo può ancora rimediare. Nell'altra curva, quella dei tifosi turchi, non c'è posto neppure per uno spillo. Da giorni.

Hertha-Galatasaray, Berlino-Istanbul, è il vero derby d'Europa. Derby fratricida fra due tifoserie abituate a vivere ogni giorno gomito a gomito nella capitale tedesca, di fatto la terza città turca più grande del Continente dopo Istanbul e Ankara. La comunità turca è in fibrillazione e lo spirito nazionalista che spesso si amplifica quando si vive all'estero, fa superare i campanili locali: non tutti i turchi, ovviamente, tifano per il Galatasaray (solo a Istanbul, Fenerbahce e Besiktas sono squadre concorrenti) ma tutti i turchi, tutti i turchi di Berlino questa sera saranno dalla parte del Galatasaray (giusto per complicare gli intrecci, allenato dal tedesco Michael Skibbe). I bianco-blù locali giocheranno dunque in trasferta, tra gli spalti del proprio stadio. Nove anni fa le due squadre si incontrarono in Champions League, e i turchi misero a segno un cappotto memorabile: 4-1. Oggi l'Hertha è un po' più in salute di allora, in campionato viaggia al terzo posto dietro Hoffenheim e Bayern Monaco, ma il calore dei "concittadini turchi", la bolgia infernale che scateneranno questa sera all'Olympiastadion è capace di sciogliere anche la neve che in queste ore cade copiosa. In uno stadio che può ospitare poco più di 70mila spettatori, i tifosi turchi sono attesi in 40mila.

Per chi è in Germania o ha il satellite (ed è interessato) diretta ARD dalle 20.15. A proposito: arbitra l'italiano Rizzoli, assistenti Stefani e De Santis, in bocca al lupo. Per chi è a Berlino e non ha rimediato un biglietto, potrei consigliarvi di andare in qualche Imbiss turco tra Kreuzberg e Schöneberg. In fondo: italiani turchi, una faccia una razza. Anche se qui si tifa per l'Hertha.

India: le conseguenze sono ancor più terrificanti

(Delhi, Chadni Chowk, foto Franco Oliva)

di Rasheeda Bhagat
Even as we, the citizens of India, resolve never to forget the bloody and petrifying 59-hour siege on Mumbai and take a pledge to compel those responsible for our security — not only politicians but also our intelligence agencies and others who have been lax in guarding our borders, such as the Coast Guard, and probably even the Indian Navy — what is going to be much more important is our response to the post-Mumbai events. In the anger, all of it justified, and the jingoism, not all justified because clearly diverse agendas are being pushed here, that follows the Mumbai carnage, one wrong step can end up doing much more harm than good [... continua su The Indu Business Line].

martedì, dicembre 02, 2008

Vintage: Hoffenheim, il villaggio della serie A

(Un tifoso dell'Hoffenheim, foto ripresa dal sito spox.com)

Ora che mancano pochi giorni alla supersfida della Bundesliga fra Bayern Monaco e Hoffenheim, ripropongo questo articolo della scorsa primavera, quando la squadra del villaggio sbarcò nella prima divisione tra la sorpresa generale. L'articolo faceva parte della rubrica Alexanderplatz, che per molti mesi è stata la finestra sulla Germania e sull'Europa orientale della rivista online Ideazione. Oggi che l'Hoffenheim arriva sulle pagine dei giornali italiani, non è male dare un'occhiata a quando è iniziata la sua favola.

C’è la comunità evangelica, duecento anime fra bimbi e genitori, che si riunisce in preghiera due volte alla domenica, alle dieci del mattino e alle sei della sera, nella piccola chiesetta al numero 6 della Sinsheimer Strasse. Una scalinata, il corpo antico della chiesa con l’interno invece bianco di calce e al soffitto le travi di legno, un campanile. Il pastore Thomas Bock è uno smilzo signore, alto e stempiato, che sembra l’immagine classica del curatore d’anime protestanti. Non fosse per le lenti vezzose con la montatura leggera che tradiscono una certa accondiscendenza ai tempi moderni, padre Bock potrebbe essere appena uscito da una vecchia stampa del Seicento fiammingo. Invece siamo a Hoffenheim, Germania profonda, e in pieno inizio di Ventunesimo secolo. Pochi chilometri dalla cittadina di Sinsheim, una ventina dalla più famosa Heidelberg, nel ricco Land del Baden-Wüttemberg. Una macchia urbana in mezzo alla foresta, un pugno di case e un dedalo di strade all’interno delle quali dormono, mangiano, lavorano e si spostano poco più di tremila abitanti. Per la precisione: tremila e duecento.

Più una trentina di sportivi. Per l’esattezza calciatori, fra titolari, riserve, rincalzi e uomini del settore tecnico. Sono gli eroi del 1899 Tsg Hoffenheim, compagine fondata nell’ultimo giro di calendario del Diciannovesimo secolo e ancora tre anni fa sprofondata nella serie dei dilettanti. Da domenica scorsa, l’Hoffenheim è nella prima serie della Bundesliga, la nostra serie A. Una favola che replica e amplifica quella italiana del Castel di Sangro, squadra abruzzese dall’equivoca composizione societaria che alcuni anni fa approdò in serie B. Qui ad Hoffenheim, la società è invece limpida come l’entusiasmo dei suoi sparuti ma invidiatissimi tifosi. Assieme ai giocatori, l’artefice del miracolo è il signor Dietmar Hopp, imprenditore del software, tra i fondatori della Sap, una delle aziende mondiali più importanti del settore con sede a Walldorf e laboratori sparsi in tutto il globo, dalla Cina agli Stati Uniti, dal Canada a Israele e l’India.

Ma il cuore di Dietmar Hopp batte in questo villaggio del Baden-Wüttemberg, per la squadra nelle cui fila tirò da giovane qualche calcio al pallone. Lo stadio che contiene più spettatori degli abitanti di Hoffenheim e che porta il suo nome, domenica era zeppo come un uovo: 5mila tifosi impazziti di gioia per la vittoria che ha regalato la storica promozione. E il paese c’era tutto, compreso il pastore Thomas Bock e la sua comunità di fedeli, più qualche rinforzo accorso dai dintorni e un intero plotone di giornalisti. La squadra non si è risparmiata, bastava un punto, ha travolto gli avversari del Führt per 5 a 0. E poi doccia di birra per tutti, dai boccali grandi un litro, come nella tradizione delle vittorie calcistiche tedesche.

Il sito internet della società proietta le foto del nuovo stadio in costruzione: per i sogni di grandeur di Hopp non possono bastare 5mila posti a sedere e i lavori proseguono a ritmo serrato. Il progetto è bello e l’inaugurazione è prevista per il 2009. E per la squadra, niente paura. L’allenatore, Ralf Rangnick, è uomo esperto: ha guidato in passato Schalke e Stoccarda. I giocatori sono stati messi insieme con una strategia di lungo respiro. Dal 2005 grandi investimenti nel vivaio, crescita costante delle speranze locali più promettenti e saggio inserimento di elementi di maggiore classe ed esperienza. Ne è venuta fuori una squadra compatta e giovane che potrà solo crescere, magari con qualche innesto appropriato in più. La favola di Hoffenheim è destinata a proseguire, a non essere una meteora. Il patron lo ha promesso a fine partita. E’ un uomo dalle emozioni forti. Ma forte, fortissimo è il suo portafoglio. E intelligente la sua strategia. Una nuova stella è nata nel firmamento della Bundesliga. Ne sentiremo parlare a lungo.

A Stoccarda la Merkel si riprende il partito

(diretta Phoenix del Cdu Parteitag di Stoccarda)

Non c’è nulla di meglio dell’arena di un congresso quando si è per la prima volta sulla graticola delle critiche. Quando la crisi economica impone sfide straordinarie. Quando i giornali influenti d’Europa smettono di esaltarti e si chiedono cosa ti stia accadendo. Quando l’insicurezza e i dubbi s’insinuanno nelle fila del tuo stesso partito, fra i militanti, e alimentano la fronda dell’opposizione interna. Quando la stampa del tuo paese pensa di scoprire che il re è nudo, anzi la regina: Merkel scoraggiata, il crepuscolo della Merkel, Merkel cercasi urgentemente. In successione sono titoli dello Spiegel, della Zeit e della Süddeutsche Zeitung. Allora non c’è nulla di meglio dell’arena di un congresso, del tuo congresso. Delegati stretti in fila dietro i banconi, il gotha della Cdu a fianco sul tavolo della presidenza, i giornalisti scettici raccolti nello spazio stampa, le telecamere collegate in diretta con le tv all-news. E dietro quelle telecamere, l’intero paese.

E’ allora che tiri fuori la grinta che ti accusano d’aver perso. In quel momento lasci da parte lo spartito ordinario, guardi diritto negli occhi i militanti e il paese e provi a sparigliare le carte. Angela Merkel ci è riuscita, nel discorso che ieri ha aperto il Parteitag della Cdu-Csu a Stoccarda, mescolando fermezza e aperture. Dopo settimane di appannamento, la cancelliera è tornata sulla scena con un discorso duro ed efficace, ma soprattutto sentito e vibrante. Non sono corde caratteristiche del suo stile. La cancelliera ama i toni soffusi, l’approccio diplomatico, la retorica piatta e descrittiva. Ma ieri, con gli occhi dei delegati puntati addosso, ha tirato fuori quello che le si chiedeva: il sentimento. E così ha ricompattato il partito, ottenendo la riconferma alla guida con oltre il 94 per cento dei voti, quasi due punti percentuali in più del plebiscito ottenuto due anni fa. Segreteria confermata e rafforzata, ma i contrasti rimangono.

La contesa con i contestatori, che sembrano aver trovato nel liberista Merz il proprio alfiere, verte su una delle misure da prendere per allentare la crisi, soprattutto quella che attanaglia il ceto medio, bacino elettorale del centrodestra: il taglio delle tasse. La Merkel non vuole sentirne parlare, almeno fino alla fine della legislatura. Ma una parte del partito pensa che sia la soluzione giusta per sostenere i consumi ed evitare che la spirale depressiva ingolfi i motori del commercio e dell’industria, più di quanto sia già lecito temere. La cancelliera promette una più vasta riforma del sistema tributario dopo le elezioni del prossimo settembre e intende farne un cavallo di battaglia della campagna elettorale: teme che un taglio una tantum non servirà a lenire i disagi e possa pregiudicare gli equilibri di bilancio. I cristiano-sociali bavaresi puntano i piedi e temono invece che nella prossima legislatura possa essere troppo tardi.

Le inquietudini legate alla crisi si moltiplicano a seconda delle sensibilità regionali, così forti nei partiti tedeschi che replicano anche a livello organizzativo la struttura federale dello Stato. Così dai Länder che ospitano le grandi case automobilistiche giungono stimoli a intervenire con sostegni economici per salvare le industrie e i posti di lavoro, da quelli che puntano sui macchinari arriva la richiesta di non lesinare denaro per gli investimenti. Da quelli più poveri dell’est (Berlino compresa) giungono proposte per irrobustire i sussidi di disoccupazione. Una coperta sempre troppo corta per le esigenze di una società divenuta estremamente frastagliata. E il governo deve provare a farsi carico di tutto, cercando tuttavia di non disperdere in mille rivoli gli interventi possibili.

La Merkel è costretta a  fare il parafulmine. All’accusa di aver dato soldi alle banche, negandoli alle famiglie, la cancelliera ribatte fiera: sostenendo le banche abbiamo difeso i risparmi dei cittadini. Ma non basta, quando la crisi si trasforma in un buco nero che inghiotte il futuro, non basta neppure mettere in fila i successi fin qui ottenuti. Ora la Merkel sembra averlo capito. Sul punto delicato del taglio delle tasse offre anche una velata apertura: il governo monitora quotidianamente la situazione e se ci saranno motivi gravi per intervenire, lo farà tempestivamente e senza escludere qualsiasi opzione. La via maestra resta quella della riforma nella nuova legislatura ma in quel “qualsiasi opzione” c’è il compromesso trovato con gli oppositori in questo difficile congresso.

Se la cancelliera sarà riuscita oltre a ricompattare il partito anche a convincerlo, si vedrà nelle prossime battute. Di certo i delegati hanno seguito col fiato sospeso il suo discorso sull’economia, ma il primo applauso è partito solo quando la Merkel ha affrontato gli argomenti più squisitamente politici, attaccando gli alleati attuali della Grosse Koalition (l’Spd) che saranno i principali avversari della campagna elettorale e la Linke. Lì ha avuto gioco facile, mettendo in evidenza le contraddizioni dei socialdemocratici e paventando il pericolo di un governo con gli ex-comunisti, che la cancelliera considera una catastrofe per il futuro del paese.

Anche la Cdu ha però i suoi problemi. La piattaforma sociale, su cui la cancelliera ha portato quasi tutto il partito, lascia scoperta a destra l’area più tradizionalista e quella liberista. E la conquista del centro, anche di molti elettori socialdemocratici delusi dal proprio partito e rassicurati dal moderatismo della nuova Cdu, viene pagata con la disaffezione degli ambienti imprenditoriali. E’ qui che Merz ha trovato lo spazio per ritagliarsi un chiaro ruolo di oppositore al di là della votazione finale.

Poi c’è l’incognita dei Freie Wähler, le liste civiche che cavalcano lo scontento per la politica tradizionale e le sensibilità locali. In Baviera hanno dimostrato di poter essere una spina nel fianco della Cdu e i suoi sparpagliati leader promettono di rinsaldare le fila per tentare lo sbarco a livello federale: il vento del populismo spira in tutta Europa e può invadere anche la Germania. Ecco perché il congresso di Stoccarda è un passaggio importante. Ora la Cdu può presentarsi come l’unica grande forza che, nonostante i contrasti interni, è capace di rappresentare un punto di aggregazione rispetto a un panorama partitico che si frantuma. Una boa sicura alla quale aggrapparsi anche al tempo della crisi.

(pubblicato sul Secolo d'Italia del 2 dicembre 2008)

Contrordine compagni (rumeni)

(Oradea, statua di Matteo Corvino, fotowalkingclass)

La notte porta scompiglio. Non cambia la forma, cambia la sostanza. La forma: la Romania è proprio come l'Italia, cioè gli exit poll giocano brutti scherzi. La sostanza: i socialisti si svegliano l'indomani senza la vittoria annunciata (anche se la formazione del governo sarebbe stata comunque difficile). Quando alle domande si sono sostituite le schede, il quadro è cambiato, le distanze tra socialisti e conservatori si sono riavvicinate e gli equilibri potrebbero riportare al governo il centrodestra. La chiave del nuovo esecutivo è infatti in mano ai liberali del Pnl che con il loro 18 per cento decideranno le nuove alleanze. A sinistra Pds e Pc si sono attestati al 33 per cento, appena mezzo punto avanti ai conservatori del Pd-l (il trattino non è un errore). Rispetto ai larghi dati della sera precedente, si deve parlare di un testa a testa. E il confronto con la tornata precedente ora addirittura penalizza la sinistra. La delusione del suo leader Mircea Geoana, è palpabile, anche perché gli exit poll seguivano una sgriscia di sondaggi tutta favorevole al suo partito.

Nella legislatura uscente, liberali e conservatori hanno governato assieme, per poi dividersi alle elezioni. La cosa più probabile ora è che tornino assieme: divisi hanno preso ancora più voti. Ora il pallino passa nelle mani del presidente della Repubblica Badescu, che avrà sessanta giorni per sbrogliare la matassa, incaricando il premier in pectore che dovrà avviare le trattative. Tariceanu, leader dei liberali, spera tocchi ancora a lui. La costituzione stabilisce modi e tempi: sessanta giorni e due tentativi. Se lo stallo permane si torna al voto. Potrebbe quindi fermarsi il pendolo della politica rumena dopo anni di continue alternanze, questa volta a destra. Se questo significherà anche stabilità e progresso, saranno i prossimi mesi a dircelo. Approfondimento da: Faz, Nine o' clock, The Right Nation.

lunedì, dicembre 01, 2008

Dämmerung

Prima i georgiani tolgono le spine dalla rivoluzione delle rose, meglio è, per loro e per noi.

Advent, Advent, ein Lichtlein brennt

KaDeWe, allestimento natalizio (fotowalkingclass)

Un problema (anche) di lettori

Nei giorni passati, e in diverse occasioni, mi è capitato con amici - e qualche collega - italiano che vive in Germania di discutere del livello dell'informazione giornalistica nel nostro paese. Hai voglia a prendertela con direttori, capiredattori, redazioni e mediocrità varie. Date un'occhiata alla classifica degli articoli più letti sul sito del Corriere della Sera e capirete da dove parte la spirale. Che poi ci voglia qualche direttore di senso e di coraggio capace di interromperla, è un discorso che viene appena un passo dopo. Ogni paese ha l'informazione che si merita. Questa la classifica di oggi:

1 - Ragazze disponibili e spalmate di sedativi per derubare ricchi e ignari stranieri
2 - Sky, in campo Ilaria e le altre star «Colpita la tv delle famiglie»
3 - Calcio: gli 11 con la peggiore capigliatura
4 - Craxi, Veltroni e le liti nel Pd Show di D'Alema da Crozza
5 - Neve al nord, disagi al traffico A Venezia una marea da record
6 - Palermo, a 82 anni prende il viagra La moglie impaurita chiama la polizia
7 - Grillo compra casa a Lugano «Sono preoccupato per il blog»
8 - Tassa Sky, Veltroni attacca Berlusconi
9 - Spot di Sky contro il raddoppio dell'Iva
10- Accoltella il marito e uccide la figlia.

Le notizie in primo piano, invece, erano queste:
ESTERI. Obama: «Lotta al terrorismo, è tempo per un nuovo inizio»
ECONOMIA. Borse europee chiudono in forte calo. Il mercato dell'auto crolla a novembre
POLITICA. Tassa Sky, Veltroni attacca Berlusconi
CRONACHE. Neve al nord, disagi al traffico. A Venezia una marea da record
POLITICA. Napolitano: «No a tagli generalizzati».

Il pendolo rumeno premia ora la sinistra

(Il Parlamento di Bucarest, fotowalkingclass)

Aggiornamento. Contrordine compagni (rumeni).

Deve essere una nemesi. Una parte degli italiani se la prende con i rumeni, ma i rumeni assomigliano agli italiani sempre di più. Specie in politica. Come a Roma così a Bucarest la transizione sembra non riuscire a trovare un punto di equilibrio. Ad ogni votazione, gli elettori ribaltano i ruoli dei partiti, punendo il governo e premiando l'opposizione. Se alla guida ci sono i socialisti, allora premiano i conservatori. Se è il turno dei conservatori, allora il voto va ai socialisti. E' un'alternanza che non porta benefici con il ricambio del personale governativo e che testimonia semplicemente la delusione per coloro che gestiscono la cosa pubblica. Questa volta tocca vincere alla sinistra, che torna al governo dopo una legislatura (turbolenta anche questa) gestita dalla destra. Un pendolo continuo, in uno dei paesi più difficili dell'Unione Europea che sembra non trovare pace. Il premier uscente, Calin Popescu Teraiceanu, a capo del partito nazional-liberale (l'acronimo, a proposito di similitudini, è Pdl) è stato sconfitto, fermandosi al 30 per cento. Il Pds, il partito socialista, vince con il 35 per cento. Nessuno ha dunque raggiunto la maggioranza assoluta e in realtà la soluzione governativa resta aperta ad ogni possibile combinazione. L'unico dato che non si cancella è quello dei votanti: 39 per cento, il livello più basso da quando nel paese sono state introdotte le elezioni libere. Una cifra che la dice tutta sul livello di disaffezione dei cittadini. Approfondimenti dalla Süddeutsche Zeitung.

sabato, novembre 29, 2008

Hoffenheim-Bayern, settimana di fuoco

(Hoffenheim-Arminia Bielefeld, foto dal sito della Bundesliga)

Sabato del villaggio calcistico in Germania, in attesa dei posticipi domenicali. Prosegue la favola dell'Hoffenheim, la matricola terribile (ma ricchissima, insomma è una favola coi diné), che strapazza in casa l'Arminia Bielefeld e si tiene a tre punti di distanza dal ritrovato Bayern Monaco (0-2 a Leverkusen) e a quattro dall'altra sorpresa della stagione, la nostra Hertha Berlino, vittoriosa nell'anticipo di ieri all'Olympiastadion sul 1. FC Köln. Dal sito ufficiale della Bundesliga, oltre alla foto di apertura, il resoconto di Hoffenheim-Arminia, di Bayer Leverkusen-Bayern Monaco, quello di ieri di Hertha Berlin-1. FC Köln e la classifica generale. Il bello però arriva fra una settimana, nell'anticipo di venerdì, ore 20.30, quando l'Hoffenheim farà il suo ingresso dal tunnel dell'Allianz Arena, nella tana del Bayern.

venerdì, novembre 28, 2008

Un altro italiano ricostruisce il cuore di Berlino

(fotowalkingclass)

Chi è capitato a Berlino nei mesi passati avrà avuto modo di vedere la piazza di fianco al Duomo più o meno così, come appare nella foto che ho scattato lo scorso settembre. Una buffa impressione, quasi un'immagine da Berlino post-bellica, quando i bombardamenti aerei avevano consegnato alla città un panorama di macerie. Si tratta degli ultimi resti di quello che fu il Palazzo della Repubblica, la culla del potere politico della Ddr (vi si riuniva l'unanimemente plaudente parlamento) ma anche centro culturale, di concerti, di feste popolari. In questi giorni stanno tirando giù gli ultimi spuntoni. Dicono che l'ultimo sarà domenica. Poi via libera alla ricostruzione del vecchio castello degli Hohenzollern, raso al suolo dalla DDR nel 1951 per motivi politici e con la scusa che era stato danneggiato dai bombardamenti. Non sarà una ricostruzione totale, solo tre delle quattro facciate saranno le stesse, più la cupola. La quarta sarà moderna e l'architetto che ha vinto il concorso farà di testa sua, così come gli spazi interni, che saranno moderni e adibiti a musei e allestimenti culturali. Chi ha vinto? L'architetto prescelto si chiama Francesco Stella, più noto con il diminutivo Franco, vicentino, professore a Genova. Dopo la Potsdamer Platz di Renzo Piano sarà di nuovo un italiano a colmare un vuoto nel cuore della nuova Berlino.

La ricchezza nel mirino

(Delhi Chadni Chowk, foto Franco Oliva)

di Federico Rampini
L'India ancestrale delle faide religiose ha colpito selvaggiamente la sua figlia più splendida: Mumbai, la città-simbolo di una modernizzazione ammirata nel mondo. Un odio secolare si avvinghia alla più grande democrazia della storia e strangola la sua capitale economico-finanziaria. Il terrore aveva già insanguinato Mumbai due anni fa - 180 morti - ma fu una "strage povera", di pendolari, non colpì i pilastri del miracolo economico. Stavolta li hanno centrati tutti. A cominciare dai due hotel Taj Mahal e Oberoi perennemente affollati da delegazioni confindustriali e bancarie, tappe obbligate per il Gotha del capitalismo planetario e per i turisti occidentali [... continua su la Repubblica].

Il mito dell'Hotel Taj Mahal

(Delhi, Chadni Chowk, foto Franco Oliva)

di Stefano Malatesta
Ricordo di un pomeriggio a Bombay (allora si chiamava ancora così), davanti a quello che era una volta l'imbarcadero della P.&O., Peninsular and Oriental Lines, quella che prendeva sempre Somerset Maugham quando andava nell'estremo Oriente a rovistare tra i panni sporchi dei coloniali inglesi. La pioggia portata dal monsone era finalmente arrivata, spazzando le strade con raffiche furiose, attesa dagli arabi che alloggiavano al Taj Mahal, come i cattolici attendevano che lo Spirito Santo calasse sulla loro testa, et maneat semper. Erano funzionari di ditte petrolifere del golfo o impiegati nelle banche di Abu Dhabi che trascorrevano le loro vacanze passeggiando sotto quell'acqua tiepida davanti al monumento chiamato Gateway of India con espressione di assoluta beatitudine [... continua su la Repubblica]. 

Voci dall'India ferita: Rasheeda Bhagat

(Delhi, Chadni Chowk, foto Franco Oliva)

When one of the terrorists holed up in the Oberoi hotel demanded while talking to a television channel “Release all the Mujahideens, and Muslims living in India should not be troubled,” he was certainly not speaking for me. Or millions and millions of Indian Muslims either. Yes, Indian Muslims today face a plethora of problems. Problems related to an economic downturn that impacts their jobs, if already employed, or makes more bleak the prospects of the unemployed hunting for jobs [... continua su The Hindu Business Line].

Quindici centimetri di dimensione artistica

Insomma, parafrasiamo Elio per parlare di pene e di confronti. Da dove prendiamo la seguente classifica "penosa"? Dalla Bild, naturalmente, che riporta uno studio dell'Institut für Kondom-Beratung di Singen, un centro tedesco che si propone di informare sulla corretta utilizzazione dei preservativi. Lo studio ha misurato i centimetri ai peni di venticinque paesi dell'Unione Europea (mancano all'appello gli organi genitali dei maschietti romeni e bulgari, evidentemente). Insomma, per farla breve, i francesi ce l'hanno più lungo (15,48 centimetri), i tedeschi ce l'hanno mediano (14,61) e i machissimi greci si beccano l'ultimo posto (12,18). La media dei peni europei è di 14,27 centimentri. Agli sconsolati ellenici, tuttavia, la stessa Bild offre consolazione attraverso l'intervista a Bernhard Ludwig: "Un pene piccolo è solo una questione di prospettiva". (Grafico di apertura preso dalla Bild).

Berlino centra Kyoto

Non è una riedizione del famigerato "asse". E' che la Germania ha centrato i parametri stabiliti a Kyoto. Il calo delle emissioni dei famigerati Treibhausgase (CO2) previste entro il 2012 era del 21 per cento rispetto al 1990. Oggi siamo già al 22,4.

giovedì, novembre 27, 2008

Conseguenze geopolitiche dell'attacco in India

(Cartina da Limes online)
A massive and well-organized attack by militants in Mumbai, India, has left nearly 100 people dead so far, promises to cut deeply into India’s foreign investment prospects and threatens to rock India’s government. As India responds to the attack, its relationship with Pakistan will be front and center, and the potential for a destabilization of relations between the two geopolitical rivals is high. L'analisi su Stratfor.

Su Flickr, l'album di Vinu: la notte degli attentati a Mumbai.
Da Mash Get la timeline video degli attacchi.

Disoccupazione, Germania-Italia 4-3

Notizie differenti per Germania e Italia dal fronte dell'occupazione, a testimonianza che la crisi è dura per tutti ma in alcuni paesi (il nostro ad esempio) si fa sentire prima e di più. E' il giorno dei dati mensili e l'agenzia di Norimberga fa tirare un temporaneo respiro di sollievo al mondo sindacale e imprenditoriale tedesco. A novembre, disoccupati ancora in flessione, la tendenza che dura ormai da quattro anni non si è ancora interrotta, anche se nessuno si fa illusioni per i mesi futuri. Poca roba, rispetto alle performance dei mesi passati, ottomila occupati in più, appena lo 0,1 per cento: la percentuale passa dal 7,2 al 7,1; in termini assoluti la cifra dei senza lavoro è di 2 milioni 988 mila. Tuttavia, il dato si riferisce ad un mese in cui la crisi finanziaria avrebbe dovuto già far sentire i suoi effetti sull'economia reale.  Qui in tedesco l'analisi della Süddeutsche Zeitung.

Meno recenti e anche meno positivi i dati sull'Italia. Li fornisce l'Istat e si riferiscono al mese di settembre. Qui segni in rosso, sia sul lato dell'occupazione che su quello della produzione industriale. L'articolo che linko è di Repubblica, dunque non mi dilungo su cifre e analisi facilmente comprensibili dal lettore.

Francia e Germania, la crisi femminile dei socialisti

Per i socialisti francesi era proprio quello che non ci voleva. Due donne insieme al comando ma l’un contro l’altra armate: di frasi, accuse, minacce verbali e carte bollate. Il congresso che doveva una volta per tutte risolvere il problema della leadership e della linea politica e restituire al partito socialista di Francia un combattivo ruolo di opposizione, ne ha invece certificato la crisi. Anzi l’ha moltiplicata, amplificata, rappresentandola infine nel ridicolo e patetico accapigliarsi delle sue due primedonne. Invece che un partito unito ne è uscito uno diviso. Piuttosto che di contenuti si rischia ora di parlare di contenitori. Al posto di una guida ce ne sono due, divise da quarantadue voti e da rimproveri di brogli che da oggi, e chissà per quanti giorni, peseranno più delle divisioni politiche. Alla Francia mancherà ancora un’opposizione forte e responsabile. All’Europa manca un pezzo di storia socialista. L’ennesimo.

Se Parigi piange, Berlino non ride. Corre lungo l’asse carolingio la crisi della socialdemocrazia, l’idea, a questo punto forse l’illusione, che il fallimento del comunismo a oriente avesse risolto la secolare disfida a sinistra fra massimalisti e riformisti, consegnando a questi ultimi le chiavi di un mondo nel quale far convivere il tanto di mercato necessario con il tanto di giustizia sociale possibile. Vent’anni sono passati dalla caduta del muro di Berlino e in Europa non c’è uno straccio di leader nuovo capace di non far rimpiangere il panteon dei padri nobili e dei loro successori, da Willy Brandt a Pietro Nenni, fino a François Mitterrand, Bettino Craxi e Olaf Palme, personaggi di un tempo perduto. Perfino Zapatero, il giovane arrivato al governo per caso e interprete di una sorta di “hippysmo di ritorno”, annaspa nelle sabbie mobili della crisi economica che si sta mangiando il modello spagnolo celebrato appena qualche mese fa. Fortuna per lui che lì i popolari stanno messi pure peggio.

C’era Tony Blair, figlio di un’Europa diversa, se vogliamo chiamare Europa quella splendida eccezione che è l’Inghilterra e se vogliamo chiamare socialismo quel neo-laburismo post-tatcheriano che non a caso ha raccolto adepti più a destra che a sinistra, al di qua della Manica. Ma ora anche lui ha seguito l’inevitabile declino dei cicli e ha lasciato il posto a Gordon Brown che forse, nonostante il buon recupero ottenuto prendendo per le corna la crisi economica, non ce la farà a reggere il ritorno di Cameron e dei conservatori.

Se la disfida Aubry-Royal è in Francia cronaca di queste ore, in Germania la guerra dentro la Spd appare senza fine. Neppure il tempo di rimarginare le ferite e i rancori per il colpo di mano che aveva fatto fuori la debole segreteria di Kurt Beck, che la nuova-vecchia dirigenza legata alla stagione dell’ex cancelliere Gerhard Schröder s’è trovata fra i piedi il disastro di Wiesbaden. Lì, a discapito delle promesse elettorali, dell’opinione degli elettori e di una parte del suo stesso partito, la leader regionale Andrea Ypsilanti s’è giocata il partimonio politico suo e dell’Spd in una azzardata trattativa con la sinistra radicale per un governo rosso-verde con l’appoggio esterno (il primo nell’ex Germania ovest) della Linke. Tentativo naufragato contro la sfiducia di quattro rapprersentanti della stessa Spd un giorno prima del voto nel parlamento dell’Assia. Con conseguente annesso psicodramma giunto fino alla sede in vetro e acciaio dell’Spd a Berlino.

Fresco di giornata è invece l’addio di Wolfgang Clement, ministro dell’Economia nel secondo governo Schröder e uomo refrattario alla disciplina di partito, portato davanti a una sorta giurì d’onore con l’accusa di aver danneggiato la campagna elettorale della Ypsilanti con le accuse al suo programma energetico a pochi giorni dal voto. Il giurì lo ha assolto con una bella ramanzina, lui non l’ha digerita e ha preso cappello.

Il nuovo-vecchio segretario dell’Spd, Franz Müntefering, non sa quasi più che pesci prendere. Perduto dietro il domino impazzito di un partito che non trova pace, non riesce a dare visibilità ai contenuti e al programma. Eppure i tempi sembrerebbero essere perfetti per il ritorno in campo di una forza socialdemocratica. La crisi economica morde la Germania come e più di altri paesi europei, esposta com’è ai venti delle esportazioni, ma Frank-Walter Steinmeier, il ministro degli Esteri che sfiderà la Merkel per la cancelleria, non riesce a trovare i temi e gli spazi giusti per proporsi agli elettori. Nonostante il profilo basso della cancelliera, alla quale per la prima volta dal giorno in cui si è insediata giungono critiche di immobilismo e scarsa incisività.

C’è sicuramente una crisi di leadership nei partiti socialisti dell’Europa occidentale ma forse c’è anche qualcosa di più. Nel momento della crisi, del liberismo declinante, della richiesta di intervento pubblico, in qualche caso del ritorno degli Stati nell’economia (soluzione quest’ultima sempre piuttosto rischiosa), la ricetta dell’economia sociale di mercato pare più efficace e più rassicurante. E i partiti di centro-destra appaiono più attrezzati, più determinati (si può ammettere, in alcuni casi anche più cinici) a rimodulare le proprie politiche su corde meno vicine al laissez faire. Cosa che riesce meno alla sinistra. Ancor più in Italia dove, come ha osservato qualche settimana fa un commentatore attento come Enzo Bettiza, la rincorsa culturalmente confusa alla fonte liberista, con l’obiettivo di depurarsi di un passato statalista, ha lasciato scoperta l’attenzione per il sociale. Come il portiere di una squadra di calcio, spiazzato ancora una volta dalla palombella della storia.

martedì, novembre 25, 2008

President-Elect

Fatevi un'idea di come si muove Barack Obama dal sito ufficiale del President-Elect.

Spd, se ne va il socialista rompiscatole

Ieri una sorta di giurì dei probi viri lo aveva "assolto" dall'accusa di aver nociuto alla campagna elettorale del partito in Assia per le accuse lanciate contro la candidata Andrea Ypsilanti. Facendogli però una bella ramanzina: in termini tecnici, un biasimo. Poi aveva concesso: può rimanere con noi. Oggi, Wolfgang Clement, ministro dell'Economia e del Lavoro ai tempi di Schröder, rompiscatole esponente dell'area riformista dell'Spd, ha deciso che non poteva rimanere lui. Ha preso cappello e se n'è andato (Der Spiegel). Per i socialdemocratici un'infinita sequenza di guai politici, proprio nell'anno che porterà alle elezioni per la cancelleria.

Questo il testo della lettera con cui Clement si dimette:
"Hiermit erkläre ich mit Wirkung vom heutigen Tag meinen Austritt aus der Sozialdemokratischen Partei Deutschlands.
Die Gründe dafür sind
- erstens die Entscheidung der Bundesschiedskommission, die meint, die Wahrnehmung des Grundrechts auf Meinungsfreiheit mit einer öffentlichen Rüge drangsalieren zu sollen,
- zweitens die Tatsache, dass die SPD-Parteiführung zugleich keinen klaren Trennungsstrich zur PDS/Linken zieht, sondern sogar - in den Ländern - zu einer Zusammenarbeit mit dieser Partei ermuntert, obgleich deren Stasi-Verstrickung offenkundig ist, und
- drittens eine Wirtschaftspolitik treiben lässt, die - wie der IGBCE-Vorsitzende Hubertus Schmoldt soeben wieder warnend hervorgehoben hat - auf eine De-Industrialisierung unseres Landes hinausläuft.
Ich bedauere sehr, diesen Schritt, zu dem ich mich nach gründlicher Abwägung entschlossen habe, tun zu müssen.

An den weiteren Diskussionen und Auseinandersetzungen um die hier angesprochenen Fragen werde ich mich - nunmehr als Sozialdemokrat ohne Parteibuch - nach Kräften beteiligen."

Tre, dunque, i motivi delle dimissioni, e tutti e tre politici: l'annullamento del dissenso nel partito, la mancanza di una netta separazione con la Linke nonostante il legame di molti suoi esponenti con la Stasi (e anzi la disponibilità a cooperare sul piano regionale), una politica economica che porta diritto alla deindustrializzazione del paese. Il colpo di cannone è che queste accuse non vengono genericamente lanciate verso l'Spd ma proprio verso quella nuova dirigenza, riformista, dalla quale, evidentemente, Clement si attendeva una esplicita solidarietà che non è arrivata. La polemica, dunque, investe direttamente il duo Müntefering-Steinmeier.

Taxi Budapest

Effetti inintenzionali etc. etc: ovvero Wikilinke

La definizione è di Popper ma calza perfettamente per la storia del deputato della Linke che aveva denunciato Wikipedia per una biografia zeppa di errori. In Italia, su qualche sito e a mo' di gossip, era stata resa nota solo la prima parte della notizia. La cosa più divertente, invece, viene dopo e ce la racconta il blog Un po' di Danubio. Anche se bisogna ammettere che sulle biografie, Wikipedia ne scrive di cazzate!

Cucù, cucù, la Merkel non c'è più

Qualcosa comincia a incrinarsi, e proprio nell'anno elettorale. Ci torneremo, magari sul blog. Intanto mettete in fila: uno (Süddeutsche Zeitung), due (Economist)tre (ancora Economist) e quattro (Radiocor/Sole24Ore).

lunedì, novembre 24, 2008

Lächerlich

E' una bella parola tedesca. Leggo i nomi della nuova amministrazione di Barack Obama, nomi di grande personalità che potrebbero anche fare ombra al giovane presidente. Certo, dovremo vederli al lavoro, le aspettative sono enormi ed è più facile deluderle che appagarle. Però ci vuole una grande personalità (o una grande considerazione di se stesso, vedremo) per scegliere gente di qualità, sempre in grado di far ombra al proprio capo. Poi penso all'Italia e al governo che ha tirato su Silvio Berlusconi. In Italia, il governo ombra è quello del Cavaliere: ombre di se stesso. Non vado in dettaglio, per pietà e per carità di patria, e ovviamente qualcuno si salva. Di quello tirato su da Veltroni neppure voglio parlare, per pietà e per carità di patria. Ecco appunto: lächerlich.

Soffrono le economie dell'est

I mercati e le economie dell'Est europeo avevano resistito con una certa disinvoltura alla crisi innescata dallo scoppio della bolla dei mutui americani subprime. Fino a quando, la scorsa estate, non si è abbattuta la scure delle stretta creditizia. Economie più giovani e fragili oltre che il crollo verticale delle quotazioni del petrolio hanno messo in ginocchio l'area - con diversi governi che hanno chiesto il sostegno di Ue, Banca Mondiale e Fmi (Ungheria e Ucraina su tutti, con 116,4 e 25,1 miliardi di euro rispettivamente) - e naturalmente anche le Borse [di Alberto Annicchiarico, continua su il Sole 24 Ore]. 

Il Natale della crisi

(fotowalkingclass)

L'umore degli imprenditori va giù, quello dei consumatori non si tira su. La crisi si avvita su se stessa, la finanza chiude il credito, l'economia reale va in affanno, dopo i broker con gli scatoloni fuori dai grattacieli della finanza tocca alle tute blu preoccuparsi di dover far fagotto. Come è ormai noto, le industrie automobilistiche hanno avvertito per prime la botta, la vicenda della Opel ha ormai messo in moto anche sentimenti di identità nazionale. Dalla finanza all'industria il passo è stato breve e hai voglia ad appellarti ai consumatori, che non sono una razza a parte: sono, appunto, lavoratori (e famiglie di lavoratori), che se non ricevono lo stipendio o temono di perderlo, di certo spontaneamente non si metteranno a consumare.

In Germania il dibattito è più realistico, le informazioni più crude, i politici più preoccupati. Gli istituti di ricerca misurano il polso delle imprese, raccontandone i disagi concreti di chi deve gestire la baracca e di chi nella baracca ci mette il proprio lavoro. E sono racconti cupi. Una depressione simile non si riscontrava dal 1973, anni di terrorismo e crisi petrolifera(Berliner Morgenpost).

Secondo l'Istituto per l'economia di Colonia (IW) un imprenditore su tre si attende per il 2009 un calo della propria produzione in seguito a una diminuzione degli investimenti (report) e la riduzione dei posti di lavoro (Faz). Se queste sono le percezioni per il prossimo anno (anno denso di cattive notizie, ha messo le mani avanti la Merkel un paio di giorni fa) si attendono con ansia i dati sulla disoccupazione dall'Agenzia federale di Norimberga (BA). Dopo anni di costante diminuzione, tutti sono curiosi di sapere se sarà novembre il mese che segnerà l'inversione di tendenza. Nessuno mette in dubbio che questa inversione ci sarà, ci si chiede solo quando comincerà.

Nel frattempo, inizia ufficialmente il periodo natalizio. E nel prossimo fine settimana l'apertura dei mercatini di Natale, autentica tradizione tedesca, darà il via al mese più consumistico dell'anno. I grandi magazzini hanno già allestito le loro vetrine, messo in campo offerte speciali e i prezzi sembrano in alcuni casi tenere conto dell'umore del momento. Nel fine settimana scorso, strade affollate, negozi pure, casse un po' meno. Sarà utile capire anche dal versante del commercio come vanno le cose: inutile dire che anche qui ci si attendono solo lamenti.

domenica, novembre 23, 2008

Cem Özdemir, il pragmatismo multikulti dei Grünen

L’Obama tedesco si chiama Cem Özdemir e non ha genitori che vengono dall’Africa. Più naturalmente, trattandosi di Germania, vengono dalla Turchia, da quella vasta e povera area interna che da anni fornisce braccia operaie alla florida industria tedesca e oggi spesso turba i sonni di parte del mondo politico: l’Anatolia. Non è neppure diventato il presidente del più potente paese del mondo ma più prosaicamente il co-presidente del partito dei Verdi, seppur nello stato più importante d’Europa. Non è poco.

Özdemir è nato a Bad Urach, in Svevia, ha quarantadue anni, cinque in meno di Obama ma incarna a suo modo quel salto generazionale che ormai preme alle porte anche della politica tedesca e che i Verdi, come tradizione, hanno in parte anticipato, affiancando alle figure storiche del partito (Claudia Roth, co-presidente confermata, Renate Künast e Jürgen Trittin candidati di vertice per le elezioni politiche del prossimo anno) questo giovane figlio di emigrati nella cabina di regia del partito.

A parte uno spiritoso titolo del quotidiano berlinese Tagesspiegel che gioca con il suo nome (“Yes we Cem”) le analogie con Obama finiscono qui. Il resto è tutto nelle mani di Özdemir, ex pupillo di un altro padre nobile del partito, Joschka Fischer. Non è stata semplice la sua elezione alla prima carica dei Verdi: non era lui la prima scelta ed è toccato a lui solo perché i candidati più accreditati hanno rinunciato. Non avrà neppure compito facile, stretto tra i vecchi dirigenti, personalità di grande impatto che certamente gli ruberanno la scena. A lui spetta un ruolo più oscuro, di organizzatore e di mediatore fra le diverse anime del partito: dovrà provare a ricondurre a unità le tendenze a volte indipendentiste delle varie sezioni regionali, tremendamente gelose della loro autonomia e poco propense a farsi governare dal centro.

E tuttavia questo turco-tedesco dalla faccia allungata, dalle basette pronunciate, che assomiglia a un Elvis Presley arrivato fuori tempo massimo, potrebbe ribaltare il ruolo da fochista che gli viene preannunciato. Giovane di belle speranze non lo è più. Quando nel 1994 venne alla ribalta della scena politica nazionale, eletto deputato nella sua regione del Baden-Württemberg, aveva solo 28 anni e un futuro davanti a sé. Amato e coccolato da tv e giornali, ove compariva sciorinando la sua brillante parlantina, sembrò giocarsi quel futuro inciampando in un paio di scandaletti: un credito a tassi vantaggiosi ricevuto da un consulente di pubbliche relazioni e l’utilizzo per viaggi privati dei bonus aerei ottenuti con viaggi di servizio (peccato che costò anche al postcomunista Gysi, oggi uno dei due leader della Linke, la poltrona di assessore all’Economia del Senato berlinese).

Si eclissò per un po’ di tempo, prima facendo il ricercatore negli Stati Uniti, nel German Marshall Fund, il think tank di Washington specializzato nella cura dei rapporti transatlantici, poi rientrando in politica dalla porta secondaria (si fa per dire) del Parlamento europeo: oggi è ancora eurodeputato, anche se ormai di nuovo abile e arruolato per la politica interna. Nel frattempo ha pubblicato anche un libro di successo sulla Turchia, raccontando ai tedeschi, in maggioranza contrari all’ingresso di Ankara nell’Ue, ma anche ai turco-tedeschi, che del paese dei loro avi hanno una visione idealizzata, la complessità e le potenzialità della Turchia moderna.

Nell’arena politica tedesca si riaffaccia con qualche idea nuova, tenuta un po’ in sordina nel lungo e difficile cammino che lo ha portato al vertice del partito, nel timore di scatenare dibattiti e di fare ancora un passo falso. Da lui ci si attende un ulteriore passo verso un partito meno ideologico e più pragmatico. Le sue idee sull’ecologia sono eterodosse rispetto al canovaccio storico deiGrünen: in estate si era pronunciato per una visione realista della questione energetica, non escludendo l’ipotesi di appoggiare la costruzione di centrali a carbone pulito per rendere credibile la prevista fuoriuscita dal nucleare entro il 2021. Ma proprio la settimana scorsa i Verdi hanno rispolverato il movimentismo di un tempo, partecipando in massa al blocco dei treni contenenti scorie radioattive francesi dirette al deposito di Gorleben, in Bassa Sassonia.

Tuttavia, il giorno dopo la sua nomina Özdemir è sembrato avere le idee chiare sul tema che già manda in fibrillazione la politica tedesca: quello delle alleanze. L’affermarsi di uno schema pentapartitico nel paese (ai tradizionali partiti di massa Cdu e Spd e alle formazioni dei liberali e Verdi ora si è aggiunta quella della sinistra radicale, la Linke) impone la ricerca di alleanze inedite rispetto agli equilibri passati e offre alle due formazioni più centriste (liberali e Verdi, questi ultimi irrobustiti negli ultimi tempi dal voto borghese) l’opportunità di essere l’ago della bilancia in coalizioni di colore differente. Per restare al caso dei Verdi, sta ormai facendo scuola il laboratorio di Amburgo, dove gli ecologisti governano con il centrodestra. E Özdemir non si è fatto sfuggire l’occasione per dichiarare di guardare anche a destra: nessun pregiudizio per una coalizione nero-verde o Giamaica (in Germania va di moda rappresentare i governi con i colori dei partiti e la Giamaica si riferisce al giallo dei liberali, al nero della Cdu e al verde degli ecologisti) anche a livello federale.

E’ troppo presto per dire se il 2009 sarà l’anno della grande svolta per i Verdi. E tuttavia con un quadro politico in movimento e con la prospettiva dell’abbandono della classe dirigente sessantottina dopo l’ultima battaglia, potrebbe spettare proprio all’Obama tedesco il compito di completare il cambio generazionale del partito, fornendogli quella veste pragmatica nuova che gli elettori di più recente acquisizione sembrano apprezzare.

venerdì, novembre 21, 2008

Avevano ragione: nevica

Novemberkind

Ieri sera ho visto al cinema il miglior film tedesco dai tempi della "Vita degli altri". E l'attrice che sarà la stella del cinema tedesco del prossimo decennio. Ve ne parlerò.

Ruski!

(fotowalkingclass)

"Ah, quella! E' stato un ucraino. Ce l'aveva con uno di Gdingen. Prima stavano seduti al tavolo d'amore e d'accordo, come fratelli. Poi, non so cos'è successo, quello di Gdingen dice all'altro: 'Ruski!' Questo per l'ucraino era un po' troppo; tutto si sarebbe lasciato dire, ma non che era un russo. Era sceso lungo la Vistola con un carico di legname, e prima per un paio di altri fiumi ancora; e ora aveva un bel po' di grana nello stivale e avrebbe investito, tutto in blocco, mediante un prestito all'oste Starbush, anche mezzo stivale di denaro; e allora, capisci, quello di Gdingen gli dà del ruski, e io accorro subito e mi do da fare per separarli, piano piano, come faccio di solito. Ma la cosa non è facile e Herbert ha da faticare ancora per un po'; a un certo punto l'ucraino salta su a dirmi: 'Sporco polacco' e il polacco, che lavorava tutto il giorno su una draga a cavar fango, mi appiccica una parola ch'era lo stesso come darmi del nazista. Be', piccolo Oskar, tu sai chi è Herbert Truczinski: in un batter d'occhio quello della draga, un tipo pallido di fuochista, si trova lì per terra, davanti al guardaroba. Volevo appunto spiegare all'ucraino la differenza fra uno 'sporco polacco' e un teppista di Danzica, che questo trac, capisci, mi punge la schiena col coltello: questa è la cicatrice".

Günter Grass, Il tamburo di latta, Feltrinelli, 1962, 
(edizione originale del 1959).

giovedì, novembre 20, 2008

Cronachette meteo: arriva la prima neve (dicono)

(fotowalkingclass)

In quello zibaldone di notizie, ritagli di giornale, storie e leggende che tutt'assieme costituisce lo straordinario affresco della Berlino anni Venti di Alfred Döblin, e cioè il romanzo Berlin Alexanderplatz, di tanto in tanto compaiono brevi annotazioni meteorologiche. Seguendo una mia antica passione (l'unica volta che ho pensato nella mia vita di non fare il giornalista è stata quando mi era venuta la "fissa" per le previsioni del tempo, una passione curata per tanti anni, fino a quando dovendo decidere se farne davvero la mia professione mi sono imbattuto in due cose che difficilmente si conciliano con il mio carattere: l'abbondanza di matematica e fisica per passare dal dilettantismo al professionismo e - a quei tempi - l'ingresso nell'Aeronautica militare e, se anche a qualche lettore può apparire bizzarro, non c'è nulla più lontano dal mio modo di vita di una divisa militare)... insomma riconciliandomi con quella antica passione (e i miei amici sanno quante volte ho provato a spacciarmi come esperto meteo per scroccare un passaggio in barca a vela altrui da Brindisi alla Grecia, prima che le diavolerie elettroniche mi rovinassero il mercato e rendessero inutili le mie artigianali nozioni)... insomma è per tutti questi motivi che qui, di tanto in tanto, ritorna come una rubrichetta il titolo cronachette meteo.

La faccio lunga per ricapitolare gli avvenimenti degli ultimi mesi, quando non eravamo collegati. Qui a Berlino (e in Germania in generale) abbiamo avuto il settembre più freddo degli ultimi, non so, cinquanta o cento anni. Poi un ottobre grigio e nebbioso. Quindi il novembre più caldo degli ultimi, non so, cinquanta o cento anni. Questo per dire che non è alla meteorologia, che quando va bene azzecca le previsioni per due o tre giorni, ma alla climatologia che bisogna affidarsi per misurare i cambiamenti climatici. E fare i titoli di giornali su quello che accade in questa o in quella settimana, a favore o contro le teorie sul surriscaldamento, è roba che starebbe bene su Novella Tremila, non su quotidiani più o meno autorevoli.

Vabbè, non è neanche di questo che volevo parlarvi. E' che oggi ci sono stati dieci gradi, aria calda e umida, che tirava forte dal sud, vento umido gonfio di pioggia, e tanta acqua è venuta giù da stamattina, nubi basse e dense, atmosfera scura che alle quattro del pomeriggio già viene buio come al circolo polare artico, che però è a tanti chilometri più a nord.

Ma neppure di questo volevo parlarvi. E' che domani, dicono, promettono, giurano, domani il vento cambia e dalla Scandinavia (oh, la Scandinavia) ci invade il generale inverno. Arriva aria fredda, polare dicono, promettono, giurano. Roba da tirarsi su il bavero del cappotto, finalmente, e arrotolarsi ben stretta la sciarpa di lana, che fino a oggi portavamo un po' per scena. Da domani, cari miei, altro che scena. Da domani si comincia. E speriamo che stavolta sia vero. Signori, da domani, domani sera, nevica. Dicono. Promettono. Spero.

Europeana slow

Per ora è molto lento ma può essere l'intasamento da primo giorno. E' partito Europeana, la cultura europea sul web. Aggiornamento/1: in verità, per ora, non si riesce a fare un granché con questo sito. Aggiornamento/2: "Massive use is slowing europeana down. We are working on it... please come back later". Tradotto in italiano, suona più o meno: "scusate per la figura di merda"! Anzi, "scusate" neppure lo scrivono.

Le fiamme di Tegel

Chi doveva atterrare questa mattina all'aeroporto di Tegel sarà stato infastidito più dal fuoco che dalla pioggia torrenziale che ha flagellato Berlino. Come possa scoppiare ed estendersi un incendio con tutta quell'acqua che ha tirato giù, resta ancora un mistero cui gli esperti dovranno dare risposta. Intanto le fiamme che si sono sprigionate negli hangar dell'aeroporto di Tegel sono state domate ma il traffico aereo è stato per alcune ore dirottato sul secondo aeroporto di Schönefeld, ad est. Immagino che fra le polemiche delle prossime ore scoppierà anche quella su cosa sarebbe accaduto se l'incendio fosse scoppiato quando Berlino avrà un solo aeroporto (dal 2011)? Dove avrebbero dirottato i voli? A Lipsia? Intanto, per chi vuole sapere come stanno andando le cose (e magari se partirà o atterrerà a Tegel o a Schönefeld) ecco due siti utili: quello del Berliner Morgenpost e quello degli aeroporti.

giovedì, novembre 13, 2008

Vedi alla voce Rezession

(fotowalkingclass)

E' ufficiale: siamo in recessione. O meglio, la Germania è in recessione. E' il primo dei paesi dell'Unione Europea ad alzare bandiera bianca e non sarà l'unico, altri seguiranno. Ma siccome dal punto di vista economico ne è la locomotiva, la certificazione di un dato che pur appariva scontato fa sempre un brutto effetto. L'annuncio è venuto dalla Destatis, l'ufficio federale di statistica, che questa mattina ha fornito le cifre sul Pil: -0,5 nel terzo trimestre, dopo -0,4 nel secondo. Dunque, tecnicamente è recessione. La crisi finanziaria morde le caviglie dell'industria, a partire da quella automobilistica. L'Opel ha già ridotto la produzione ma non è bastato: ora chiede al governo di intervenire, con urgenza, con sostegni economici, come ha fatto per le banche. Anche le altre marche prestigiose non se la passano tanto bene.

Ma è tutta l'economia che rallenta, minacciata in quella che è stata la sua forza degli ultimi anni: l'export. La ripresa economica della Germania, dopo la crisi negli anni a cavallo del nuovo secolo, è avvenuta tutta nel segno dell'esportazione, specie nel settore dei macchinari dove il Made in Germany ha recuperato le posizioni dominanti di un tempo. Il mercato interno, invece, è rimasto sempre piuttosto asfittico e ora che dall'estero riducono le commesse è impensabile che esso possa controbilanciare questo calo. Un piccolo segnale in questo senso in effetti c'è, lo registra la stessa Destatis ed è probabilmente su questo versante che si concentreranno nelle prossime settimane gli interventi dell'esecutivo, nella speranza di sostenere i consumi delle famiglie in modo da attutire l'impatto del calo delle esportazioni. Conoscendo però la mentalità dei tedeschi, mi pare difficile che in un periodo di crisi la gente si lasci andare a maggiori spese. Risparmieranno, in attesa di tempi migliori, anche perché gli esperti prevedono che dal prossimo mese la crisi si farà sentire anche sul piano dell'occupazione e, dopo ininterrotti anni di recupero, arriverà un meno anche sulla cifra dei lavoratori occupati.

Il governo in carica viene da quattro anni in cui le riforme economiche sono state messe in quarantena e l'ultimo grande sforzo riformista in tal senso resta legato alla stagione rosso-verde e a Gerhard Schröder. Risuonano un po' profetiche le accuse di immobilismo che soprattutto gli ambienti imprenditoriali hanno mosso alla cancelliera Angela Merkel negli anni passati, quando le vacche erano grasse e sarebbe stato il momento opportuno di fare qualcosa. Riformismo se n'è visto poco, anche se in questi anni è prevalsa da parte della società tedesca una pressante richiesta di sicurezza, di tutela, di attenzione sociale, di redistribuzione della ricchezza, direi di uguaglianza che non sarebbe stato possibile esaudire se si fosse scelta la strada di pesanti ristrutturazioni allo stato sociale. Proprio quello stato sociale che torna utile in situazioni di crisi come quella attuale, a patto però di poterlo finanziare.

Di certo, le riforme richieste dall'imprenditoria erano di ispirazione liberista, esattamente quell'ideologia che mai come in questi mesi (a torto o a ragione, qui non si giudica, si descrive) non solo in Germania, ma qui più che altrove, è messa pesantemente sott'accusa. Mi è venuta in mente una frase del presidente brasiliano Lula in un'intervista al Sole 24 Ore che forse aiuta a spiegare un diverso modo di guardare alle riforme: "Ero in disaccordo con i miei compagni che sostenevano che si può redistribuire la ricchezza solo se l'economia cresce. Secondo me si può redistribuire perché l'economia cresca. Abbiamo lanciato una serie di programmi: agricoltura per le famiglie, credito ai poveri, fame zero, luce per tutti. Che cosa è accaduto? I poveri hanno cominciato a consumare, le imprese hanno prodotto di più, il commercio si è attivato". Nulla di nuovo, si dirà, keynesismo in salsa latino-americana, però va molto di moda anche nella Germania potenza industriale che sembra aver salvaguardato meglio di altri paesi la propria coesione sociale e pare aver integrato meglio i propri immigrati.

La mia impressione è tuttavia che la Merkel non abbia seguito un progetto definito, in un senso o nell'altro, ma si sia regolata scegliendo di volta in volta l'opzione che le consentiva di appagare l'umore generale o di realizzare un conveniente (specie per lei) compromesso politico. Compito della politica sarebbe invece quello di affrontare i problemi con un approccio chiaro e deciso, lasciandosi poco influenzare dall'opinione degli elettori: difficile a ogni latitudine, difficilissimo adesso in Germania, nel momento in cui si apre un delicatissimo anno elettorale. La coperta della Grosse Koalition è apparsa poi molto più corta rispetto a quanto farebbe pensare la maggioranza numerica in parlamento. Qui di seguito, in tedesco, la rassegna stampa di oggi sulla recessione: Frankfurter Allgemeine, Süddeutsche Zeitung, Financial Times Deutschland, Tageszeitung e, più in generale sulla crisi globale, lo speciale dell'Handelsbatt.