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martedì, febbraio 01, 2011

Se il caffè diventa oro nero

Tempi duri per gli appassionati di caffè. Secondo le indiscrezioni che ha pubblicato il Financial Times Deutschland, «le piogge abbondanti che hanno colpito nei mesi scorsi l’Asia e parte del Sudamerica hanno pregiudicato buona parte dei raccolti e reso difficili i trasporti del prezioso chicco» [... continua su Lettera 43].

venerdì, novembre 12, 2010

Merkel vs Obama

Il vertice del G20 di Seul si è concluso con un compromesso minimo su pochi punti. È stato un incontro difficile, nel quale le divisioni e i contrasti sono prevalsi su condivisioni e accordi. Uno degli scontri più violenti si è avuto fra le delegazioni americane e tedesche, fra Barack Obama e Angela Merkel. In questo articolo su Lettera43, i temi sul tappeto.

mercoledì, novembre 10, 2010

«Traditore! Bugiardo!»: torna duello Bush-Schröder

George W. Bush e Gerhard Schröder riprendono sette anni dopo il loro feroce duello a distanza sulla guerra in Iraq. Senza mandarsele a dire: «Traditore! Bugiardo!». L'occasione è l'uscita di Decision Points, il libro di memorie scritto dall'ex presidente americano, nel quale spiccano le considerazioni non benevole nei confronti dell'ex cancelliere. Articolo su Lettera43.

lunedì, marzo 22, 2010

Mister Obaaaaaaama!

Volevo dire la mia sulla riforma sanitaria di Obama ma poi ho letto questa Ansa (via Phastidio), allora capirete che è meglio astenersi da ogni commento (almeno finché questo blog prosegue in lingua italiana). Anche la strumentalizzazione dovrebbe avere un limite.

USA: SANITA’; REPETTI-BONDI, ANCHE BERLUSCONI CORAGGIO RIFORME – 2010-03-22 13:23:26.64 GMT
“L’approvazione della riforma della sanità negli USA è un segno di speranza e di fiducia nella possibilità di affrontare le difficoltà del nostro tempo in coerenza con i valori della solidarietà e dell’umanesimo cristiano”: lo affermanoManuela Repetti e Sandro Bondi, in una dichiarazione congiunta. “Anche in Italia c’è bisogno, come ha annunciato in piazza San Giovanni il Presidente Berlusconi, di saper affrontare con lo stesso coraggio di Barack Obama – conclude – le riforme di cui necessita il nostro paese”.

mercoledì, settembre 16, 2009

Non chiamatela Vecchia Europa


Sorpasso. L'Europa supera gli Stati Uniti come area più ricca del mondo. Conseguenza della crisi e della diversa capacità di reggerne gli effetti. Evidentemente un riequilibrio sociale non guasta: ricordate il confronto a inizio anni Novanta fra capitalismo anglosassone e capitalismo renano? Qui il servizio dello Spiegel (da cui è ripresa la cartina in apertura) sullo studio pubblicato dalla Boston Consulting.

venerdì, settembre 11, 2009

9/11

fotowalkingclass

A otto anni dall'attacco New York non ha cancellato il ricordo di quella ferita ma ha ritrovato l'energia e la voglia di essere una delle città guida del mondo. A New York e ai newyorkesi è dedicato questo post.

mercoledì, luglio 29, 2009

Jan e Neil, gli eroi del Sessantanove

La rivoluzione divora i propri figli. E’ quello che stava accadendo nell’inverno di Praga, nel Sessantotto degli altri che degradava, neppure tanto lentamente, verso la repressione e la normalizzazione. Niente più assemblee affollate nei caffè e nei teatri, niente più immaginazione al potere nei palazzi della politica, niente più cortei di studenti per le strade. Il calendario voltava pagina, i numeri non seguivano più la loro catena magica. Non era più il 1968. Era il 1969, the year after, l’anno dopo. Come la polvere dopo un’esplosione atomica stende il suo velo di morte su uomini e cose, così il ritorno del comunismo ortodosso e grigio chiudeva ogni spazio, tappava la bocca a ogni voce, sbarrava il cammino a ogni azione. Jan Palach non sapeva ancora che sarebbe diventato un’icona. Riuniva i suoi commilitoni dell’università nei caffè di periferia, si macerava nella disperazione per il riflusso cui nessuno riusciva ad opporsi, cercava e studiava contromisure per riaccendere la speranza della primavera. Fuori da quei rifugi carbonari, i figli della rivoluzione cadevano come birilli, uno dopo l’altro, di fronte alla macchina inarrestabile della restaurazione. Non era più il Sessantotto, ma il Sessantanove avrebbe ancora mostrato un colpo di coda.

La storia è nota, riesumata dagli armadi cecoslovacchi in occasione di un quarantennale che una Praga restituita alla libertà e alla democrazia ha fatto fatica a celebrare, come si trattasse di una memoria scomoda, da cancellare assieme a un passato che non si vuole più guardare in faccia. L’icona è la foto ingiallita di un ventenne con il ciuffo ribelle, che guarda con occhi buoni ma senza particolare intensità dalla lapide di una tomba riportata nel cimitero centrale di Praga. Ci si arriva quasi per caso. Il tram numero 58 sferraglia affannato lungo i colli del sobborgo di Zizkov, sfiora antichi palazzi ottocenteschi non ancora riabilitati dalla mano di restauro che ha trasformato il centro storico una meringa per turisti, sbatte contro un nuovissimo centro commerciale che è un pugno nell’occhio di modernità consumistica e piega a sinistra per un viale spoglio e disadorno come era l’est quando era est.

Lì si trovano gli ingressi ai due cimiteri di Praga, l’Olsanske, il camposanto cristiano e quello ebraico. Se si cerca la tomba di Josef Kafka bisogna entrare nel secondo, sulla via Izraelska. Le indicazioni segnaletiche sono chiare e precise, ci si piazza la kippa sul capo in segno di rispetto e si seguono i cartelli fino al punto in cui giacciono i resti dello scrittore: impossibile sbagliare. Jan Palach, invece, è seppellito nel primo cimitero. Ce lo hanno riportato nel 1990, dopo che sedici anni prima le autorità erano state costrette a spostarlo a Vsetaty, sua città natale, per porre fine alle manifestazioni spontanee che ogni gennaio, ricorrenza del suo martirio, si succedevano nel cimitero della capitale. Ci fosse ancora il regime, questo accorgimento sarebbe oggi inutile.

Quando ci arriviamo è una bella domenica di maggio, il sole splende e la temperatura è ottimale. Ma non c’è alcun assembramento nei pressi della tomba, tanto che fatichiamo un po’ a trovarla. Nessuna indicazione, nessun indizio. La troviamo con un po’ di fortuna, infilando l’ingresso principale e poi svoltando a destra, dopo una serie di lapidi più nobili e ben curate, superando con qualche imbarazzo un distinto vecchietto che piange la moglie scomparsa – dice la data impressa – da pochi mesi. La tomba dell’eroe di Praga è solitaria, i fiori radi e secchi, solo le ghirlande di qualche commemorazione passata suggeriscono che ci si trova di fronte a un giovane che ha segnato la storia. La pietra è semplice e ruvida, un paio di foglietti con frasi commemorative resistono al vento fermati da un sasso, come fossimo ancora nel cimitero ebraico.

Jan Palach non voleva fare l’eroe. Quando in una notte di gennaio del 1969 gli studenti carbonari si decisero per l’atto dimostrativo estremo, darsi fuoco nella piazza San Venceslao per risvegliare le coscienze sopite di un paese violentato, tirarono a sorte. La sorte poteva toccare a un altro. Toccò a lui, e lui non si tirò indietro. Eroe per caso e per determinazione.

Andò da solo su quella piazza, stretto in un cappotto di lana: piovigginava, quella acquaragia sottile che a gennaio penetra umida nelle ossa sulle rive della Moltava, e faceva freddo. Depose la borsa accanto al monumento di Venceslao, si strappò il cappotto di dosso e si diede fuoco. Bruciò come un eroe solitario e per alcuni giorni quella torcia riaccese commozione e ardore. Ma era già una commozione triste e rassegnata, di gente che ha deciso di non darla vinta al nemico, consegnandogli il corpo e non l’anima, che in una città come Praga è l’unica cosa che conta. Il Sessantotto della speranza collettiva si era trasfigurato nel Sessantanove della testimonianza individuale. Da molti a uno, dice il motto di un grande paese che ha segnato l’immaginario collettivo del Novecento.

Lì, in quel grande paese, dall’altra parte dell’Atlantico, il Sessantanove preparava altre avventure. Dalle stalle alle stelle o, meglio, al satellite. L’uomo sbarcava sulla Luna. Alle spalle il lavoro decennale di centinaia di uomini, equipe di scienziati e astronauti, impegnati nella versione spaziale della guerra fredda con la Russia, la gara a chi sbarcava per primo sulla Luna. Ma in quei secondi del 21 luglio, con gli spettatori di tutto l’emisfero settentrionale accaldati di sudore ed emozione di fronte ai televisori in bianco e nero, l’eroe fu uno solo, Neil Armstrong, infagottato nella tuta bianca, che scendeva lentissimamente la scaletta di Apollo 11 e stampava, per la prima volta, l’orma rigata degli scarponi spaziali sul suolo lunare. Sembrava davvero l’immaginazione al potere ed era invece il prodotto dello sforzo scientifico e umano di una nazione che piantava la propria bandiera su un satellite e su un secolo, il secolo americano.

La rivista Charta Minuta dedica a questo evento, e alle sue conseguenze nei decenni successivi, il suo numero di luglio. E per capire il risvolto nei costumi e nell’immaginario collettivo di questa impresa diversa, costruita da tanti ma tramandata alla storia dalle immagini di un uomo solo, basta citare un passaggio dell’editoriale di Charta: “Quanto tutto questo abbia influenzato le nostre società, soprattutto nei decenni immediatamente successivi all’impresa della missione Apollo, è del tutto evidente. Ne troviamo traccia ovunque, nell’arredamento, in certi modi di vestire degli anni passati, nella musica (un esempio su tutti, David Bowie con la sua Space Oddity), nei fumetti e, soprattutto, nella narrativa e nel cinema, sempre pronte a cogliere e amplificare le suggestioni e le paure più dirompenti. Proprio nella settima arte la visione del futuro, accanto a una serie infinita di titoli più o meno validi durati poco più di una stagione, ci ha regalato veri e propri capolavori, opere destinate ad avere sempre qualcosa da comunicare a dispetto del tempo che passa. Come il film Blade Runner girato nel 1982 da Ridley Scott e tratto dal romanzo Do androids dream of electric sheep? di Philip K. Dick, dove trovano spazio temi come la paura di morire, l’anelito all’immortalità, la nostra debolezza di fronte a eventi che ci travalicano, ma dove alla fine l’umanità vince proprio dove non te l’aspetti”.

Il Sessantotto? Più facile trovarlo nel Sessantanove. Anche il salto verso un altro anno magico, il 1989, cesura storica del secolo breve, appare più chiaro, come la chiusura di un cerchio aperto vent’anni prima. Il ribelle cinese che, come Jan Palach, ferma per pochi minuti la fila dei carri armati diretta verso il campo di sangue di piazza Tienanmen. O i giovani di Berlino che danzano con i bicchieri di spumante sul Muro che si sbriciola, come fosse polvere lunare.

(pubblicato sul Secolo d'Italia del 12 luglio 2009)

sabato, marzo 07, 2009

Chi è senza peccato scagli la prima pietra

La storia che viene dal Brasile è secondo me emblematica del perché la chiesa cattolica vada perdendo aderenza nella società contemporanea. Non c'è Caritas e, come ci diceva l'enciclica, dove non c'è Caritas non c'è Deus. Neppure nella chiesa cattolica. Allora, di che parliamo?

martedì, novembre 25, 2008

President-Elect

Fatevi un'idea di come si muove Barack Obama dal sito ufficiale del President-Elect.

venerdì, novembre 07, 2008

Americana / 19. Spiegazioni


John McCain cerca di spiegare a Silvio Berlusconi e Maurizio Gasparri, travestiti da omaccione e gentile vecchietta, che Barack Obama non è abbronzato, che dirglielo non è propriamente una carineria e che, comunque, non tifa per al Qaeda.

giovedì, novembre 06, 2008

Americana / 18. Un leader generazionale

(fotowalkingclass)

Il buongiorno glielo ha dato il suo collega russo Dmitri Medvedev, che da Mosca ha minacciato l’installazione di missili a Kaliningrad come risposta al posizionamento americano di radar e missili in Polonia e Repubblica Ceca. A Chicago erano ancora intorpiditi dai bagordi notturni per la vittoria storica, in Russia non c’era alcuna voglia di festeggiare l’alba di una nuova era.

Negli Stati Uniti la notte era stata dolce per Obama e i suoi militanti, sulle note di un blues che canta la realizzazione del sogno di un primo presidente afro-americano dopo che, sul versante politico opposto, Colin Powell prima e Condoleezza Rice poi, avevano avvicinato la meta. Hope and Change, la speranza obamiana che si salda con la nuova frontiera di kennediana memoria, il mondo postmoderno del nuovo presidente che raccoglie la forza dell’ottimismo declinata su un piano generazionale, più che politico: icone pop che muovono le masse, più che le idee, più che i contenuti. Ma da oggi è un altro giorno, il mondo lì fuori è inquieto e l’agenda è già fitta di decisioni da prendere.

Man mano che le proiezioni sugli Stati coloravano di blu il territorio rosso che fu della Right Nation, nelle strade delle metropoli americane scendeva la nuova generazione obamiana: neri e giovani, vecchi militanti democratici e nuovi consumatori del sogno tecno-pop, yes we can, slogan tanto americano da risultare ridicolo ogni volta che qualcuno prova a strumentalizzarlo in altri contesti.

Chi volesse interpretare questo successo straripante con le lenti delle ideologie del Novecento rischierebbe di restare cieco di fronte al fenomeno: farebbe meglio a dirottare lo sguardo sul voto parlamentare, dove la vittoria totale del Partito democratico mostra un evidente slittamento a sinistra del paese. Ma il successo di Obama racconta una storia che va al di là della sua appartenenza democratica e si iscrive tutta quanta in quel salto generazionale con cui l’America prova a rispondere alla sfida di un pianeta che sta entrando in una fase nuova della sua storia, per di più con una grave crisi finanziaria sulle spalle.

Timori sull’economia al primo posto per il 62 per cento degli elettori, a testimonianza del fatto che oltre al mito e al sogno contano le preoccupazioni concrete per i propri risparmi, per il lavoro, la casa, l’auto, le rate e i mutui, l’assistenza sanitaria. Come accade ormai in ogni società complessa, tanti sono i tasselli che concorrono al successo e la bravura di Obama è stata quella di saperli tenere tutti assieme, dosandoli con abilità in una campagna straordinaria dalla quale non può essere disgiunta anche la capacità del suo staff elettorale, a riaffermare che qualsiasi progetto, anche nell’America della politica secolarizzata, non si muove senza una solida macchina organizzativa.

Ma c’è anche continuità nella sua vittoria. Continuità con l’immagine di un paese che riesce a superare le divisioni fra destra e sinistra e che ha saputo superare le differenze etniche e razziali (praticamente nullo il temuto effetto Bradley). Continuità anche con la vituperata storia recente: se il tema del terrorismo è scivolato in fondo alle preoccupazioni degli elettori, favorendo il successo di Obama, lo si deve al fatto che gli Stati Uniti si sentono più sicuri rispetto a quattro anni fa. Se dal 2001 non c’è stato più un attacco sul territorio americano, questo è dovuto anche a politiche di sicurezza interna che hanno il marchio dell’amministrazione Bush.

Ma è sullo scenario internazionale che Obama presumibilmente bilancerà le due carte della novità e della continuità, deludendo le illusioni di molti. Novità nello stile, che sarà più aperto e collaborativo, specie verso l’Europa. Continuità nell’azione: se il generale Petraeus ha tolto molte castagne dal fuoco iracheno rendendo possibile un lento ripiego delle truppe americane, forte resta l’appello a un maggiore impegno della Nato in Afghanistan, una battaglia che secondo Obama il mondo libero non può perdere. Nella squadra del nuovo presidente fanno capolino molti esperti dell’era Clinton, un’amministrazione che non ha lesinato interventi internazionali per difendere gli interessi americani sotto il cappello della difesa della democrazia. Difesa invece che esportazione: cambia lo stile, forse il linguaggio, non gli interessi.

Bastava d’altronde ascoltare con attenzione il suo discorso a Berlino, lo scorso luglio. Più truppe Nato in Afghanistan sarà la prima richiesta che Obama indirizzerà ai suoi colleghi europei, questa volta da presidente degli Stati Uniti e non da candidato. Lo sanno bene i vari leader a Londra, Parigi, Berlino e Roma che tutti, indipendentemente dalla loro appartenenza politica, si sono congratulati con il vincitore. Qualche novità potrebbe arrivare sul piano della lotta ai cambiamenti climatici, per la soddisfazione di Merkel e Sarkozy. Lavoro in comune per affrontare la recessione dopo che la crisi dalla finanza ha infettato l’economia reale: premier e presidenti di destra e di sinistra, con una ricetta comune che non concede nulla alle visioni ideologiche perché la globalizzazione impone un’agenda concreta cui non si può sfuggire, piaccia o meno.

Idealismo e pragmatismo sono le doti che Obama, leader più generazionale che politico, nero e pure pienamente integrato nell’èlite americana, ha dimostrato di possedere. In una carriera fulminante e brillante, da predestinato, che lo ha portato sul gradino più alto del mondo a soli 47 anni.

(pubblicato sul Secolo d'Italia del 6 novembre 2008 con il titolo: "Si va oltre l'America unipolare?". Qui il pdf dalla Rassegna stampa della Camera dei Deputati).

mercoledì, novembre 05, 2008

Americana / 17. Letture italiane

(fotowalkingclass)

Breve rassegna italiana, dai giornali e dal web, sul voto negli Stati Uniti d'America. Come sempre, ho scelto i commenti che mi sono sembrati più originali o quelli che raccontano aspetti della società americana utili a comprendere quanto è accaduto questa notte (qualche articolo, lo capirete leggendo, è stato scritto prima di conoscere il risultato). Un particolare interesse - dato il taglio di Walking Class - è riservato alle questioni di politica internazionale che il nuovo presidente si troverà ad affrontare. Per leggere invece la mia opinione, dovrete aspettare domani quando verrà pubblicato l'articolo scritto oggi. Correttezza verso il quotidiano che ha accettato di ospitare la mia opinione, gioie e dolori dello sfasamento temporale fra web e carta stampata.

Barack eletto presidente si rivolge all'America
di Maurizio Molinari, La Stampa
La campagna perfetta
Christian Rocca, Il Foglio
Rilancio del multilateralismo e ritorno dei trattati
Silvio Fagiolo, il Sole 24 Ore
Le facili illusioni della sinistra internazionale
Andrea Gilli, Epistemes
Obama e la Russia
Stefano Grazioli, Poganka
L'America è un luogo dove tutto è possibile
Barack Obama, discorso d'insediamento (in italiano)
Il sogno e la vita
di Massimo Gaggi, Corriere della Sera
Una notte a Kingman in Arizona, ascoltando la globalizzazione in America
Andrea Romano, il Riformista
La vera sciagura saranno gli obamiani italici
Lanfranco Pace, il Foglio

Americana / 16. Victory speech di Barack Obama

Americana / 16. La "concessione" di John McCain

Americana / 14. La festa di Chicago

A Chicago sta per partire la festa per il primo presidente nero degli Stati Uniti (foto The Huffington Post). Sorprendente, comunque, rispetto alla larga vittoria che si prospetta in questo momento, il ridotto scarto sul lato (consolatorio per McCain) dei voti popolari: secondo la CNN 50 a 49 per Obama. Appuntamento ai prossimi post per le analisi e gli approfondimenti. Aggiornamento: questa mattina (ora italiana) il dato credo definitivo del voto popolare riporta 62.207.184 voti per Obama pari al 52% e 55.210.027 voti per McCain pari al 46%. Un dato che rispecchia un po' meglio la vittoria a valanga sul piano dei delegati Stato per Stato.

Americana / 12. Liveblogging italo-americani

Qui, come già detto, non faremo il Liveblogging e analizzeremo il risultato una volta che esso sarà acquisito definitivamente, cioè in mattinata. Per godervi la nottata, oltre alle trasmissioni tv, vi passiamo un poker di blogger italiani (ma i primi due sono lì in America): i già citati The Right Nation e FreedomLand, Daw e Vote2008.

Americana 11 / Che ore sono?

Finalmente qualcuno che ci aiuta con gli orologi. Dal sito della ZDF (che linkiamo come terzo canale web-televisivo di questa nottata) gli Stati decisivi per la vittoria e l'orario centro-europeo (vale per Berlino e per Roma) in cui si chiudono i seggi. Se la lotta sarà serrata, faremo l'alba anche quest'anno.

Americana / 10. Web tv dall'Europa

Siti internet dei primi canali televisivi di Italia e Germania dedicati alla diretta della notte elettorale negli Usa. In italiano quello del Tg1 della Rai. In tedesco quello del Tagesschau dell'ARD.