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domenica, febbraio 12, 2012

BABELSBERG, 100 ANNI DI CINEMA TEDESCO

In piena Berlinale, i leggendari studi Babelsberg di Potsdam festeggiano il loro centenario. Cento anni di cinema tedesco nel reportage radiofonico di Pascal Thibaut, corrispondente a Berlino di Radio France Internationale. Ovviamente in francese. Buon ascolto.

mercoledì, febbraio 16, 2011

domenica, aprile 19, 2009

Katyn, il trailer

Senza Katyn non si capisce la Polonia di oggi

Dalla penna di Stefano Lorenzetto, sul Giornale, l'intervista che spiega la follia ideologica (ma anche fosse solo commerciale, sempre follia è) che limita il film Katyn del regista Andrzej Wajda nelle sale italiane. L'Italia perde una grande occasione. Non solo di conoscere un drammatico avvenimento storico ma soprattutto di capire l'anima e le ferite attuali di un paese europeo molto simile al nostro: la Polonia. Contribuendo così alla banalizzazione sui paesi dell'Europa centro-orientale, che è il tratto prevalente delle cronache in quella che ama chiamarsi Europa occidentale.

venerdì, febbraio 27, 2009

Katyn, il film sulla strage arriva in Italia

Varsavia, ottobre 2007, fotowalkingclass

Esce in questi giorni in Italia “Katyn”, il film storico di Andrzey Wajda, che avevo avuto modo di vedere nell'ottobre del 2007 a Varsavia, in occasione della sua uscita polacca. Ne avevo scritto un anno fa per Ideazione (che nel 1998 pubblicò la prima edizione del libro di Victor Zaslavsky sul massacro di Katyn), quando la pellicola venne presentata alla Berlinale del 2008. Ripropongo oggi la stessa recensione, a beneficio dei cinefili italiani che ora hanno l'opportunità di vedere il film.


Alla Berlinale, tra premiazioni e cerimonia di chiusura, è stato il fine settimana di “Katyn”, il film di Andrzej Wajda presentato fuori concorso che racconta uno degli episodi più raccapriccianti della Seconda guerra mondiale: il massacro degli ufficiali polacchi perpetrato dai sovietici nelle campagne di Katyn, nell’Europa orientale. Una vicenda tragica tra le tante di quel conflitto tremendo che però rimase coperta da silenzi e omissioni anche negli anni del dopoguerra, quando i sovietici provarono ad addossare la colpa ai nazisti, imbastendo una serie di testimonianze e prove imbarazzanti, che non convinserò la commissione di Norimberga.

Una sorta di segreto di Pulcinella, ostinatamente portato avanti da autorità e storici sovietici, di cui era vietato parlare in tutta l’Europa comunista e, ovviamente, soprattutto in Polonia. Wajda restituisce alla vicenda immagini e voci, dramma e passione. Lo fa sulla base dell’ormai ampia documentazione cui gli storici possono avere accesso, dopo l’apertura degli archivi sovietici di Mosca. Fu Eltsin, in verità, come racconta lo storico Viktor Zaslavsky in un libro del 1989 pubblicato proprio dalla casa editrice Ideazione (e poi ulteriormente ampliato con nuova documentazione in una successiva edizione del Mulino), a rendere pubblici gli atti di Katyn, sui quali il silenzio era stato tenuto fino all’ultimo anche da Gorbaciov, per le evidenti ricadute che – non solo la storia quanto i meccanismi messi in moto per il suo occultamento – avrebbe avuto nei rapporti russo-polacchi.

Il film di Wajda è stato presentato venerdì sera in prima visione europea al pubblico della Berlinale del Palast sulla Marlene-Dietrich-Platz. E poi replicato in altri cinema del circuito nel fine settimana. L’anteprima europea era stata preceduta da cinque mesi di successo ininterrotto in Polonia, dove è uscito ad ottobre. Tre milioni di spettatori polacchi hanno sinora visto la pellicola. Il film è secco e crudele. Racconta la vicenda attraverso differenti piani. Il diario di un ufficiale è il brogliaccio attraverso il quale scorre la narrazione. La strenua quanto inutile difesa dell’esercito polacco dall’aggressione nazista, il ripiego verso oriente, l’abbraccio mortale con i sovietici nel momento in cui il patto Ribbentrop-Molotov cominciò a svelare i famigerati protocolli segreti che prevedevano la spartizione della Polonia.

Gli ufficiali che credevano di trovare ad oriente, se non aiuto almeno un rifugio, vennero imprigionati, umiliati e infine giustiziati nei pozzi senza luce della ragione di Stato bolscevica. Ci sono altre tracce lungo le quali il film di Wojda si muove. Soprattutto quella del racconto dei familiari, degli amici che nel settore polacco occupato dai tedeschi o in quello occupato dai russi, di colpo videro interrompersi le comunicazioni epistolari con i loro cari, rinchiusi nei campi di concentramento sovietici. La storia su questo punto si muove speculare, Germania nazista e Russia sovietica partecipano assieme all’eliminazione fisica, culturale e linguistica della fragile Polonia.

Poi ci sono gli anni del dopoguerra e della costruzione del mondo comunista, nei quali l’eccidio ormai non più oscurabile viene alla luce ma attribuito ai nazisti, in una babele di date, testimonianze, rapporti che si contraddicono uno con l’altro. Le famiglie sanno e i polacchi sanno, ma nessuno può dire o provare la verità ad alta voce. La verità è nelle carte nascoste nei più segreti archivi moscoviti. E nella memoria degli ufficiali che non ci sono più.

Nella scena che chiude il film, uno dopo l’altro gli ufficiali escono dai camion che li avrebbero dovuti condurre dal campo di concentramento alla libertà, in Russia, per partecipare alla lotta di liberazione contro i nazisti (ora non più alleati dei sovietici ma in guerra proprio contro Mosca). Ma lo spiazzo nel quale scendono, dopo ore di viaggio, non è un campo di libertà. E’ un campo di morte. Per ogni ufficiale che salta giù dal carro e prova a inspirare un po’ di aria fresca c’è un sicario che lo affianca puntandogli una pistola alla nuca. Il colpo. Un lago di sangue. E una fossa comune. Si esce dal cinema in silenzio, come dopo la proiezione di “Schindler’s List” di Steven Spielberg o “Il Pianista” di Roman Polanski. Gettandosi alle spalle le polemiche per l’accuratezza della ricostruzione storica (che pure in “Katyn” è piuttosto attenta). Chi scrive aveva già visto il film ad ottobre, in un cinema di Varsavia. Dopo i titoli di coda un silenzio commosso e angoscioso. Ora gli spettatori ammutoliscono pure negli androni della Berlinale. Anche se lì fuori c’è Madonna e i suoi fan fanno festa.

giovedì, febbraio 05, 2009

Berlinale al via

(Potsdamer Platz, inizia la Berlinale, fotowalkingclass)

Erano in fila nei sacchi a pelo gli aficionados del cinema il giorno della prevendita dei biglietti per la Berlinale. Quindicimila tagliandi spazzati via nella prima giornata. Da oggi, solo vendita quotidiana dei biglietti rimasti per i film del giorno, al botteghino di Potsdamer Platz. Parte la Berlinale, il festival del cinema di Berlino, giunto alla cinquantanovesima edizione. Per dieci giorni la città sarà un lungo, infinito, mondano lungometraggio. Qui il sito ufficiale con il programma, che per tutta la durata del festival si conquista la testa del blogroll, sezione Berlino.

venerdì, novembre 21, 2008

Novemberkind

Ieri sera ho visto al cinema il miglior film tedesco dai tempi della "Vita degli altri". E l'attrice che sarà la stella del cinema tedesco del prossimo decennio. Ve ne parlerò.

sabato, ottobre 25, 2008

Anonyma. Eine Frau in Berlin

Wie oft? Quante volte? Quanto spesso? Era la domanda più frequente tra le donne che si incontravano per strada nella Berlino martoriata del 1945, nei giorni, nelle settimane, nei mesi dell’occupazione sovietica, quando i russi sfondarono sul fronte orientale e presero la capitale del Reich in fumo, quartiere dopo quartiere, strada dopo strada, casa dopo casa. E con la città presero le loro donne, vecchie, giovani o bambine, senza riguardo per nulla, né per l’età, né per la condizione, né per lo stato di salute: bottino di guerra. Era accaduto più o meno la stessa cosa con l’avanzata dei nazisti in Russia, ora la storia si rovesciava, i ruoli si invertivano, carnefici i russi, vittime le tedesche. Solo una cosa non cambiava: il sesso degli stupratori e il sesso delle stuprate. Sarebbe accaduto ancora, nelle cento e più guerre successive, fino ai giorni nostri e di nuovo nel cuore dell’Europa, nei Balcani: serbi, croati, bosniaci, ortodossi, cristiani, musulmani. E sempre la stessa vigliacca divisione: gli uomini di qua, le donne di là, prede e bottino di guerra, rifugio violato e preteso, per annegare animalescamente la durezza della guerra. Ora madri, ora sorelle, ora puttane, a piacimento.

Il cinema tedesco affronta il tabù più scabroso della seconda guerra mondiale: quello delle donne violentate dalle truppe russe che occuparono la metà orientale del paese nella controffensiva del 1945. Lo fa con un film basato sul diario di una testimone, una giornalista che visse a Berlino il dramma della rovina, dei bombardamenti, della sconfitta, della solitudine, infine dell’assalto. In tutti i sensi. Una giornalista, Marta Hillers, che riversò su piccoli quaderni l’orrore e l’angoscia di quei giorni, la disperazione e la paura, l’umiliazione ma anche l’incredibile voglia di vivere e sopravvivere, navigando tra le rovine materiali e morali della città più conquistata che liberata. Il film prende il titolo dal libro, “Anonyma, eine Frau in Berlin” (Anonima è lo pseudonimo dietro cui, fino alla sua morte, si è celata l’autrice). E’ diretto da Max Färberböck, regista anche di “Aimée & Jaguar”, un altro classico della Berlino ai tempi della guerra, che ha curato anche l’adattamento cinematografico del testo originale.

In Germania è il film del momento, accolto da critiche contrastanti, ora positive ora feroci: in attesa dell’impatto sul pubblico, a dividersi sono le grandi firme delle maggiori testate giornalistiche, da Andreas Kilb della Frankfurter Allgemeine ad Andrian Kreye della Süddeutsche Zeitung, da Christiane Peitz del Tagesspiegel a Joachim Kronsbein dello Spiegel, da Knut Elstermann di Radio Eins a Bettina Homann di Zitty. Sui canali televisivi si susseguono i documentari su quei mesi terribili, con ricostruzioni storiche e filmati d’epoca e con i microfoni pronti a raccogliere i ricordi e le lacrime delle poche testimoni ancora in vita.

Il film è da ieri nelle sale cinematografiche tedesche e noi siamo andati a vederlo nel primo spettacolo allo Zoo Palast, il cinema che ha per anni ospitato le serate della Berlinale, alle spalle dello Zoologischer Garten di Berlino. Una sala sorprendentemente vuota, una ventina di spettatori in tutto, un’anziana signora seduta in disparte nelle file laterali con la quale ho incrociato lo sguardo a fine proiezione: aveva gli occhi pieni di lacrime, un’emozione che fa giustizia delle critiche al regista.

Rispetto al libro, il film opera alcuni compromessi. Salta dei passaggi, semplifica le situazioni, inserisce personaggi femminili giovanili. Il ritmo procede a strappi, ora troppo lento, ora troppo rapido, alla ricerca di una narrazione che possa tenere tutto insieme. E però, se il giudizio su un film che si basa sul racconto in prima persona dell’autrice deve essere misurato anche dalla scelta dell’attrice protagonista, la decisione di affidare il ruolo a Nina Hoss è stata delle più felici. Un’interpretazione densa e drammatica, capace di incarnare alla perfezione gli stati d’animo della protagonista: angoscia, paura, rassegnazione, determinazione, umorismo nero. Una miscela difficile da rappresentare, che la Hoss riesce a proporre con grande convinzione confermandosi una delle attrici più interessanti nel panorama cinematografico ormai non solo tedesco ma europeo. Lo spessore della sua interpretazione fa perdonare anche la scelta più scellerata del regista, quella di cedere al peccato cinematografico di forzare la relazione fra l’autrice del diario e un ufficiale sovietico, inventando una storia d’amore di cui non v’è traccia nel libro.

Questo per quel che riguarda il film sul piano tecnico. Ma la scelta di affrontare il tabù dei tabù della storia tedesca non può confinare il dibattito sul film al piano strettamente tecnico. Non era ancora capitato di veder rappresentata sul grande schermo la violenza cieca di un’avanzata militare che sin dal primo momento si rivelò per quel che era e che sarebbe stata una volta firmato l’armistizio: non una liberazione ma un’occupazione. Non una vittoria ma l’umiliazione di un popolo che da quel momento in poi sarebbe divenuto il baluardo più occidentale del nuovo sistema di sicurezza russo. Dietro la banalità del male della guerra e le tremendamente normali storie di vendetta, lo stupro sistematico delle donne tedesche celava l’obiettivo di annichilire non solo l’orgoglio – peraltro già distrutto – dei soldati o degli uomini dell’apparato di regime ma l’amor proprio di un’intera popolazione. L’annullamento della dignità delle donne e dei loro mariti, padri, fratelli, figli, costretti a subire l’umiliazione oltre la sconfitta.

Le cifre sono sempre rimaste avvolte da una cortina di pudico riserbo ma sembra veritiera la stima di centomila donne violentate nella sola Berlino. Ora che il tempo ha guarito le ferite (basti pensare che in politica estera la Germania unita è oggi il partner europeo più importante per la Russia di Putin e Medvedev) e che i timori del revisionismo si sono dissipati, il paese ritorna a parlare dei propri tabù di guerra, rispondendo all’ormai lontano appello di W. G. Sebald, che dieci anni fa si chiedeva come mai la letteratura tedesca avesse rinunciato a raccontare eventi di grande portata del proprio passato. Si pubblicano i libri sull’affondamento nel 1945 della nave da crociera Gustloff da parte dei sovietici con diecimila profughi a bordo, si aprono i dibattiti sulla vera ragione dei bombardamenti a tappeto delle città tedesche da parte degli alleati, si moltiplicano i film e i libri sulle vicende dei “Vertribene”, gli sfollati dai territori orientali. Argomenti trattati con scrupolo e rigore storiografico, fuori da strumentalizzazioni politiche, nel tentativo di riannodare il filo della storia e della memoria a quasi vent’anni dalla riunificazione.

Anche la storia di Anonima è emblematica. Marta Hillers scrisse il suo diario tra l’aprile e il maggio 1945 su tre quaderni e su alcuni fogli sparsi. Qualche mese dopo revisionò tutto, elaborando 121 pagine sulla carta grigiastra del periodo di guerra. Fece leggere i quaderni al fidanzato rientrato dal fronte: questi voltò la testa dall’altra parte e sparì. E’ quello che fecero tutti gli altri tedeschi, ad ovest per la vergogna, ad est perché i russi erano i nuovi padroni e le gesta dell’Armata Rossa si tinsero di un eroismo che non c’era stato. I diari furono affidati a Kurt W. Marek, un critico letterario che con lo pseudonimo di C. W. Ceram aveva pubblicato un bestseller di archeologia, “Civiltà sepolte”. Si trasferì negli Stati Uniti e pubblicò in inglese la prima versione di Anonima. Era il 1954, seguirono traduzioni in norvegese, italiano, danese, giapponese, spagnolo, francese e finlandese. Solo nel 1959 fu pubblicata l’edizione tedesca ma da Kossodo, una piccola casa editrice svizzera con sede a Ginevra. In patria nessuno lo voleva pubblicare e il libro non ebbe alcun successo. L’autrice proibì qualsiasi riedizione sino alla sua morte, che avvenne nel 2001. E’ allora che Hans Magnus Enzensberger decise di intraprendere la strada della ripubblicazione. Il libro uscì nel 2003 presso l’editore Eichborn di Francoforte. Fu un successo, replicato un anno dopo in Italia con l’edizione Einaudi, prefatta dallo stesso Enzensberger. Adesso è il momento del grande schermo.

(pubblicato sul Secolo d'Italia il 25 ottobre 2008)

lunedì, maggio 05, 2008

Ma non era pacifista quell'eroe

Il mito è tornato. Almeno sugli schermi cinematografici. A suggellare, novant’anni dopo il suo ultimo volo, la riappacificazione della Germania con il lato eroico – anche se militaresco – della sua storia. Il mito è quello del Barone Rosso, come era soprannominato in Inghilterra, o Diavolo Rosso come era temuto in Francia. Manfred von Richthofen, l’eroe di guerra prussiano che a bordo del Fokker DR1 e a capo di una flottiglia di ottanta pazzoidi volanti, infiammò i cieli di Francia e Inghilterra e i cuori delle fanciulle tedesche. Ma la storia raccontata dal regista e autore Nikolai Müllerschön non centra davvero l’obiettivo e si abbandona per lunghe fasi a un polpettone rosa che annacqua l’arte bellica del protagonista, evidenziandone tentazioni pacifiste e vocazioni sentimentali che scricchiolano rispetto alla biografia ufficiale.
Novant’anni dopo, dunque, la storia trasportata sullo schermo si colora di epopea e dolcezza e si adegua ai tempi non più marziali di un Paese che a lungo ha voltato le spalle al proprio passato. Il volto, la voce e l’anima del Barone Rosso è quella di Matthias Schweighöfer, ventisettenne astro nascente del ritrovato cinema tedesco, capelli biondi, lunghi e scarmigliati, occhi grigi languidi e sognanti, una voce elastica e suadente già prestata a un genere che in patria ha un incredibile successo: gli audiolibri.

Schweighöfer una cosa in comune con il personaggio che interpreta ce l’ha: fa sognare adolescenti e ragazze tedesche, che hanno trovato un mito di celluloide da adorare in patria. Ed è su questo aspetto (hollywoodiano, se si vuole) che Müllerschön insiste troppo, preoccupandosi soprattutto di sfumare gli aspetti patriottici e crudeli della guerra in una melassa romantica. Il suo pubblico, comunque, lo ha trovato. E nella serata della prima, sotto il tetto futurista del Sony Center, ce n’erano a centinaia di teenager adoranti, arrampicate sulle transenne per osannare il protagonista e gridargli amore eterno. Neppure davanti al tappeto rosso della Berlinale, ad attendere gli idoli americani lo scorso febbraio, ce n’erano così tante.
D’altronde il giovanotto interpreta alla perfezione questo Barone Rosso post-bellico, gentiluomo, ricco e aristocratico, amante del suo aereo e dell’avventura, responsabile verso i suoi uomini e in fondo nemico leale di inglesi e francesi volanti. Gli storici non concordano su questa versione addolcita del personaggio, fair play a parte. Ma la storia, riletta decenni dopo, si colora – come detto – dello spirito del tempo. E la Germania di oggi sembra disposta a ritrovare i suoi miti a patto di diluirli il più possibile nel liquido sciropposo del politicamente corretto.

Matthias Schweighöfer è berlinese d’adozione. Nato ad Aklam, un piccolo paese del Brandeburgo, l’11 marzo del 1981, è figlio d’arte. I suoi genitori erano una coppia di attori di primo piano nella Ddr (e la madre la ritroviamo nel “Barone rosso” nel ruolo naturale di madre del pilota). Matthias però non fa in tempo a iscrivere il suo nome nell’albo cinematografico della Germania comunista: il suo primo film come attore è datato 1997 nella pellicola “Raus aus der Haut” di Andreas Dresden, una produzione mai arrivata in Italia. Ora le evoluzioni sui cieli della prima guerra mondiale ne stanno decretando il successo. Nei botteghini il film va bene e ha rapidamente scalato le classifiche, oscillando tra il primo e secondo posto. La storia vera è nota, almeni ai lettori del Secolo che hanno potuto apprezzare di recente un lungo articolo di ricostruzione del personaggio reale.

Quello cinematografico, invece, cede più del dovuto allo Zeitgeist tedesco contemporaneo. In sintesi: dietro la scorza dell’eroe si cela un cuore irrequieto, perduto nella scia di una bella crocerossina metà belga e metà tedesca, interpretata da Lena Headey. La rincorsa dei due fa da filo conduttore a tutto il film e sostanzia la parte sentimentale della pellicola secondo il cliché classico: lei prima lo detesta, poi ne è incuriosita, infine conquistata. Quando i due potrebbero tranquillamente amarsi, la guerra si fa più dura e la prima linea (che li vede entrambi impegnati sul fronte sanitario e su quello aereo) li divide. Lei si fa promettere l’impossibile: cioè la rinuncia al volo. Lui, dopo un primo ripiego nelle retrovie degli ufficiali, ritorna in prima linea, sull’aereo, per quello che sarà l’ultimo volo.

La tirata pacifista spetta tutta a lei, impegnata sul fronte sanitario a bloccare emorragie, a saturare ferite, più spesso a socchiudere palpebre. Pur se infagottata in improbabili impermeabili bianchi e ingolfata da sciarpe vaporose che avrebbero fatto invidia a Lilli Gruber sulla terrazza irachena, la Headey si muove con agilità da un campo all’altro, incrociando il suo eroe più di quanto questi non incroci il suo aereo. E siccome lui non sembra convincersi della banalità e della crudeltà della guerra, a un certo punto lei gli spalanca gli orrori dell’ospedale militare, dove i soldati di terra, quelli che non appartengono all’aristocrazia della nascente aeronautica militare, sono la carne da macello di quella che fu la prima guerra mondiale.

Lui tiene botta e ruolo come fascinoso rubacuori da schermo, evitando di fornire spessore drammatico al personaggio. Vola in scontri cavallereschi, nei quali sembra che uccida solo per caso: noi spariamo agli aerei, non agli uomini, recita in una scena. Sembra un dettaglio trascurabile che, assieme agli aerei, se ne vengano giù anche i piloti. La scena regge solo fino a quando la guerra non si incarognisce. Lo scontro è edulcorato, la cattiveria cinica del pilota leggendario viene nascosta e quando nel finale il barone Richthofen decolla per l’ultima missione impossibile pare che lo faccia controvoglia, quasi una ribellione contro lo Stato maggiore inetto e guerrafondaio, incapace di accettare che la guerra è ormai perduta.
E la cosa fa rimpiangere al critico cinematografico della Frankfurter Allgemeine che il ruolo di protagonista non sia stato affidato a un altro attore tedesco che va per la maggiore, Til Schweiger, uno che sembra avere la pellaccia del duro e che deve il suo fascino al mascellone e agli occhi sottili e paraculi di chi dà a credere di averne passate tante. Solo che a Schweiger, Müllerschön ha riservato un ruolo secondario, da fratello maggiore del Barone Rosso, disincantato e solitario, pronto a offrirgli una solidarietà distaccata ma non un briciolo del suo “charme macho”. In realtà non sarebbe stato sufficiente cambiare ruolo. Bisognava cambiare sceneggiatura.

Ecco così che questa occasione mancata risulta rivelatrice non solo di un film modesto e fuori registro (che nella rinascita prepotente del cinema tedesco ci può pure stare) ma della difficoltà che incontra la Germania a rapportarsi con la sua storia. Sia quando lo fa onestamente, sia quando cerca di edulcorarla, e dunque – anche a buon fine – di falsificarla. Le polemiche che hanno accompagnato la produzione del “Barone Rosso” paiono, alla luce della proiezione, poca cosa.

“Molte voci si sono sollevate contro l’idea che portassimo sullo schermo un eroe di guerra tedesco”, aveva sostenuto il regista Müllerschön “ma il film offre un chiaro messaggio contro la guerra”. Il punto non è, ovviamente, questo. Che la guerra non sia una buona cosa è opinione ormai consolidata, almeno nell’Europa di oggi, nata dalle macerie del secondo conflitto mondiale e felicemente integratasi in cinquant’anni di pace e cooperazione. Meno accettabile è il fatto che la Germania possa riappacificarsi con il proprio passato se, piuttosto che guardarlo in faccia e digerirlo per quello che è stato, tenta di ridisegnarlo con tinte pastello. L’espunzione del dolore, della sofferenza data e ricevuta, della violenza dalla memoria europea non aiuta a comprendere il percorso compiuto negli anni dal dopoguerra ad oggi. Per paradossale che sia, la dolce vita europea di oggi non è figlia dei buoni sentimenti, ma della lezione tratta delle tragedie che abbiamo vissuto. Anche attraverso quelli che, senza vergogna, possono restare degli eroi del loro tempo.

(pubblicato sul Secolo d'Italia del 2 maggio 2008)

martedì, febbraio 19, 2008

Berlinale, voce ai silenzi di Katyn

Alla Berlinale, tra premiazioni e cerimonia di chiusura, è stato il fine settimana di Katyn, il film di Andrzej Wajda presentato fuori concorso che racconta uno degli episodi più raccapriccianti della Seconda guerra mondiale: il massacro degli ufficiali polacchi perpetrato dai sovietici nelle campagne di Katyn, nell’Europa orientale. Una vicenda tragica tra le tante di quel conflitto tremendo che però rimase coperta da silenzi e omissioni anche negli anni del dopoguerra, quando i sovietici provarono ad addossare la colpa ai nazisti, imbastendo una serie di testimonianze e prove imbarazzanti, che non convinsero la commissione di Norimberga.

Una sorta di segreto di Pulcinella, ostinatamente portato avanti da autorità e storici sovietici, di cui era vietato parlare in tutta l’Europa comunista e, ovviamente, soprattutto in Polonia. Wajda restituisce alla vicenda immagini e voci, dramma e passione. Lo fa sulla base dell’ormai ampia documentazione cui gli storici possono avere accesso, dopo l’apertura degli archivi sovietici di Mosca. Fu Eltsin, in verità, come racconta lo storico Viktor Zaslavsky in un libro del 1989 pubblicato proprio dalla casa editrice Ideazione (e poi ulteriormente ampliato con nuova documentazione in una successiva edizione del Mulino), a rendere pubblici gli atti di Katyn, sui quali il silenzio era stato tenuto fino all’ultimo anche da Gorbaciov, per le evidenti ricadute che – non solo la storia quanto i meccanismi messi in moto per il suo occultamento – avrebbe avuto nei rapporti russo-polacchi.

Il film di Wajda è stato presentato venerdì sera in prima visione europea al pubblico della Berlinale del Palast sulla Marlene-Dietrich-Platz. E poi replicato in altri cinema del circuito nel fine settimana. L’anteprima europea era stata preceduta da cinque mesi di successo ininterrotto in Polonia, dove è uscito ad ottobre. Tre milioni di spettatori polacchi hanno sinora visto la pellicola. Il film è secco e crudele. Racconta la vicenda attraverso differenti piani. Il diario di un ufficiale è il brogliaccio attraverso il quale scorre la narrazione. La strenua quanto inutile difesa dell’esercito polacco dall’aggressione nazista, il ripiego verso oriente, l’abbraccio mortale con i sovietici nel momento in cui il patto Ribbentrop-Molotov cominciò a svelare i famigerati protocolli segreti che prevedevano la spartizione della Polonia. Gli ufficiali che credevano di trovare ad oriente se non aiuto almeno un rifugio, vennero imprigionati, umiliati e infine giustiziati nei pozzi senza luce della ragione di Stato bolscevica.

Ci sono altre tracce lungo le quali il film di Wojda si muove. Soprattutto quella del racconto dei familiari, degli amici che nel settore polacco occupato dai tedeschi o in quello occupato dai russi, di colpo videro interrompersi le comunicazioni epistolari con i loro cari, rinchiusi nei campi di concentramento sovietici. La storia su questo punto si muove speculare, Germania nazista e Russia sovietica partecipano assieme all’eliminazione fisica, culturale e linguistica della fragile Polonia. Poi ci sono gli anni del dopoguerra e della costruzione del mondo comunista, nei quali l’eccidio ormai non più oscurabile viene alla luce ma attribuito ai nazisti, in una babele di date, testimonianze, rapporti che si contraddicono uno con l’altro. Le famiglie sanno e i polacchi sanno, ma nessuno può dire o provare la verità ad alta voce. La verità è nelle carte nascoste nei più segreti archivi moscoviti. E nella memoria degli ufficiali che non ci sono più.

Nella scena che chiude il film, uno dopo l’altro gli ufficiali escono dai camion che li avrebbero dovuti condurre dal campo di concentramento alla libertà, in Russia, per partecipare alla lotta di liberazione contro i nazisti (ora non più alleati dei sovietici ma in guerra proprio contro Mosca). Ma lo spiazzo nel quale scendono, dopo ore di viaggio, non è un campo di libertà. E’ un campo di morte. Per ogni ufficiale che salta giù dal carro e prova a inspirare un po’ di aria fresca c’è un sicario che lo affianca puntandogli una pistola alla nuca. Il colpo. Un lago di sangue. E una fossa comune. Si esce dal cinema in silenzio, come dopo la proiezione di “Schindler’s List” di Steven Spielberg o “Il Pianista” di Roman Polanski. Gettandosi alle spalle le polemiche per l’accuratezza della ricostruzione storica (che pure in Katyn è piuttosto attenta). Chi scrive aveva già visto il film ad ottobre, in un cinema di Varsavia. Dopo i titoli di coda un silenzio commosso e angoscioso. Ora gli spettatori zittiscono pure negli androni della Berlinale. Anche se lì fuori c’è Madonna e i suoi fan fanno festa.

sabato, febbraio 16, 2008

Berlinale: Ballast

Ultima proiezione, ultima serata, prima dei premi. Finalmente il palazzo centrale, il famoso Berlinale Palast nella Marlene-Dietrich-Platz. Tappeti rossi, luci sfavillanti, macchinone nere che scaricano i cosiddetti Prominente (sarebbero i Vip) e noi dentro a spaparanzarci sui divanoni di velluto rosso. Tutto molto bello, tutto molto chic. Pochi fanfaroni, comunque, pochissime giacche e cravatte, molti maglioni al limite qualche sciarpa variopinta anche perché stasera, finalmente, fa freddo. Molti drogati del cinema per nulla sazi di dieci giorni trascorsi tra una proiezione e l'altra e semmai terrorizzati dal periodo di astinenza che si aprirà da domani. Tutti hanno la borsa tascapane rossa della Berlinale a tracollo, la stessa che ho schifato io il primo giorno pensando che un vero berlinese non va in giro con il gadget locale. Ora me ne pento. A quest'ora il venditore è chiuso ma spero domani di riparare al mio atto di snobismo: voglio la borsa tascapane rossa.

Ultima proiezione, dicevamo. Film americano, ma di quelli che proiettano alla Berlinale. Dunque triste. Giusto per farci sapere che anche l'America ha un lato triste e dunque possiamo farcela piacere. Stasera mi andava di ridere, però pazienza. Il film si intitola Ballast e non è male. Solo cupo. La storia è semplice, un uomo, il suo dolore per la morte del fratello gemello, la difficoltà di proseguire, le incomprensioni con la nuora e il suo figliolo. Il tutto girato nel breve (e freddo e umido) spazio tra due casette prefabbricate gemelle e una stazione di servizio lungo la strada provinciale a ridosso del delta del Mississippi. Poi, lentamente, la vita riprende proprio attraverso i legami familiari che apparivano compromessi. La necessità di sostenere quel che è rimasto della famiglia del fratello, di strappare il nipote a una cricca di spacciatori di droga, di rimetterlo al passo con gli studi, di ritrovare il senso della vita. Gli attori (non molto conosciuti) sono bravi nella loro recitazione drammatica. Poi, quando il film finisce (è quasi l'una) e gli applausi si spengono sui titoli di coda, gli attori entrano in scena e sorridono, sono emozionati ma ridono e mi consola sapere che in fondo sono allegri. Perché il film è un po' angosciante, ma forse è anche colpa dell'ora tarda.

lunedì, gennaio 28, 2008

Luci cinematografiche dall'Est


Negli ultimi anni il cinema dell'Europa centro-orientale ha trovato le strade (e le sale) per presentarsi con successo al pubblico dell'altra metà del Continente. A far da traino - sia per la produzione di film con tematiche est-europee, sia per l'investimento finanziario in coproduzioni che per l'aiuto nella distribuzione - è stata ovviamente la Germania. Ma anche l'Italia, ogni tanto, si ricorda di essere terra di confine a oriente, soprattutto dalle parti dell'Adriatico. E così a Trieste ogni anno si svolge il Trieste Film Festival. L'edizione appena conclusasi è stata la diciannovesima e, in tutti questi anni, il Festival triestino ha fatto passi da gigante. Sullo schermo si sono alternati una dozzina di film delle ultime stagioni (uno, come l'austriaco Import/Export, lo avevo visto qui a Berlino prima di Natale) e i corti, con grande successo di quelli turchi.
Il premio finale è andato al film polacco "Piazza del Redentore" (Plac Zbawiciela) di Krzysztof Krauze e Joanna Kos-Krauze. Il pubblico ha premiato "Tempo di morire" (Pora lumiera) di Dorota Kędzierzawska. Qui il sito ufficiale del Festival con tutti i premi e le menzioni e le loro motivazioni. Da Osservatorio per i Balcani il commento del critico cinematografico e una retrospettiva sul cinema balcanico.

giovedì, ottobre 11, 2007

Ratatouille, è nato un fenomeno/2

Ratatouille, è nato un fenomeno

Ho visto il nuovo Ratatouille della Disney, realizzato da quei geni della Pixar. Ho una simpatia per i topi in forma di criceti. Adoro Parigi. Vado pazzo per il vino. E amo la buona cucina. Quindi era il mio film. Non mi dilungo in una recensione: in Italia uscirà il 17 ottobre, non manca molto. Sono di parte, ma secondo me Remy può entrare nella storia dei cartoni come Nemo, Lilli il vagabondo e tutta la stirpe degli Aristogatti. Secondo il Corriere in Francia e Germania è ormai topomania. Con qualche spiacevole conseguenza.

martedì, giugno 26, 2007

Alexanderplatz. Berlino sul grande schermo

E’ stata una buona idea, ieri, lanciare la proposta di una serie di articoli che raccontassero Berlino (e più in generale la Germania e le nazioni limitrofe) con un intento di servizio verso coloro che si apprestano a fare le vacanze da queste parti. Lo faremo cercando di offrire angolature originali [... continua su Ideazione/Alexanderplatz].

lunedì, maggio 07, 2007

Il cielo torna a Berlino

In occasione del ventennale della sua uscita, torna nelle sale cinematografiche berlinesi il film di Wim Wenders Il cielo sopra Berlino, ritratto poetico della città prima della caduta del Muro. Noi riproponiamo questo articolo, pubblicato qualche mese fa su Monograph.

lunedì, febbraio 26, 2007

Wir sind Oscar

Felice per due premi Oscar. Quello ad Ennio Morricone alla carriera. E quello al miglior film straniero, il tedesco Das Leben der anderen, il film sull'era della Stasi che avevo visto in Germania lo scorso ottobre.

sabato, febbraio 17, 2007

Berlinale, la serata dei premi

E' il giorno degli Orsi alla Berlinale. Appena assegnati quelli di argento, in serata si attende la proclamazione degli Orsi d'oro. Qui gli speciali del Tagesspiegel e della Frankfurter Allgemeine. Per la cronaca, giacché sui tg non ve lo diranno, questa è l'ultima edizione della Berlinale che si svolge in assenza di Walking Class, già invitato come ospite d'onore per l'edizione 2008.