venerdì, febbraio 27, 2009

Katyn, il film sulla strage arriva in Italia

Varsavia, ottobre 2007, fotowalkingclass

Esce in questi giorni in Italia Katyn, il film storico di Andrzey Wajda, che avevo avuto modo di vedere nell'ottobre del 2007 a Varsavia, in occasione della sua uscita polacca. Ne avevo scritto un anno fa per Ideazione (che nel 1998 pubblicò la prima edizione del libro di Victor Zaslavsky sul massacro di Katyn), quando la pellicola venne presentata alla Berlinale del 2008. Ripropongo oggi la stessa recensione, a beneficio dei cinefili italiani che ora hanno l'opportunità di vedere il film.


Alla Berlinale, tra premiazioni e cerimonia di chiusura, è stato il fine settimana di “Katyn”, il film di Andrzej Wajda presentato fuori concorso che racconta uno degli episodi più raccapriccianti della Seconda guerra mondiale: il massacro degli ufficiali polacchi perpetrato dai sovietici nelle campagne di Katyn, nell’Europa orientale. Una vicenda tragica tra le tante di quel conflitto tremendo che però rimase coperta da silenzi e omissioni anche negli anni del dopoguerra, quando i sovietici provarono ad addossare la colpa ai nazisti, imbastendo una serie di testimonianze e prove imbarazzanti, che non convinserò la commissione di Norimberga.

Una sorta di segreto di Pulcinella, ostinatamente portato avanti da autorità e storici sovietici, di cui era vietato parlare in tutta l’Europa comunista e, ovviamente, soprattutto in Polonia. Wajda restituisce alla vicenda immagini e voci, dramma e passione. Lo fa sulla base dell’ormai ampia documentazione cui gli storici possono avere accesso, dopo l’apertura degli archivi sovietici di Mosca. Fu Eltsin, in verità, come racconta lo storico Viktor Zaslavsky in un libro del 1989 pubblicato proprio dalla casa editrice Ideazione (e poi ulteriormente ampliato con nuova documentazione in una successiva edizione del Mulino), a rendere pubblici gli atti di Katyn, sui quali il silenzio era stato tenuto fino all’ultimo anche da Gorbaciov, per le evidenti ricadute che – non solo la storia quanto i meccanismi messi in moto per il suo occultamento – avrebbe avuto nei rapporti russo-polacchi.

Il film di Wajda è stato presentato venerdì sera in prima visione europea al pubblico della Berlinale del Palast sulla Marlene-Dietrich-Platz. E poi replicato in altri cinema del circuito nel fine settimana. L’anteprima europea era stata preceduta da cinque mesi di successo ininterrotto in Polonia, dove è uscito ad ottobre. Tre milioni di spettatori polacchi hanno sinora visto la pellicola. Il film è secco e crudele. Racconta la vicenda attraverso differenti piani. Il diario di un ufficiale è il brogliaccio attraverso il quale scorre la narrazione. La strenua quanto inutile difesa dell’esercito polacco dall’aggressione nazista, il ripiego verso oriente, l’abbraccio mortale con i sovietici nel momento in cui il patto Ribbentrop-Molotov cominciò a svelare i famigerati protocolli segreti che prevedevano la spartizione della Polonia.

Gli ufficiali che credevano di trovare ad oriente, se non aiuto almeno un rifugio, vennero imprigionati, umiliati e infine giustiziati nei pozzi senza luce della ragione di Stato bolscevica. Ci sono altre tracce lungo le quali il film di Wojda si muove. Soprattutto quella del racconto dei familiari, degli amici che nel settore polacco occupato dai tedeschi o in quello occupato dai russi, di colpo videro interrompersi le comunicazioni epistolari con i loro cari, rinchiusi nei campi di concentramento sovietici. La storia su questo punto si muove speculare, Germania nazista e Russia sovietica partecipano assieme all’eliminazione fisica, culturale e linguistica della fragile Polonia.

Poi ci sono gli anni del dopoguerra e della costruzione del mondo comunista, nei quali l’eccidio ormai non più oscurabile viene alla luce ma attribuito ai nazisti, in una babele di date, testimonianze, rapporti che si contraddicono uno con l’altro. Le famiglie sanno e i polacchi sanno, ma nessuno può dire o provare la verità ad alta voce. La verità è nelle carte nascoste nei più segreti archivi moscoviti. E nella memoria degli ufficiali che non ci sono più.

Nella scena che chiude il film, uno dopo l’altro gli ufficiali escono dai camion che li avrebbero dovuti condurre dal campo di concentramento alla libertà, in Russia, per partecipare alla lotta di liberazione contro i nazisti (ora non più alleati dei sovietici ma in guerra proprio contro Mosca). Ma lo spiazzo nel quale scendono, dopo ore di viaggio, non è un campo di libertà. E’ un campo di morte. Per ogni ufficiale che salta giù dal carro e prova a inspirare un po’ di aria fresca c’è un sicario che lo affianca puntandogli una pistola alla nuca. Il colpo. Un lago di sangue. E una fossa comune. Si esce dal cinema in silenzio, come dopo la proiezione di “Schindler’s List” di Steven Spielberg o “Il Pianista” di Roman Polanski. Gettandosi alle spalle le polemiche per l’accuratezza della ricostruzione storica (che pure in “Katyn” è piuttosto attenta). Chi scrive aveva già visto il film ad ottobre, in un cinema di Varsavia. Dopo i titoli di coda un silenzio commosso e angoscioso. Ora gli spettatori ammutoliscono pure negli androni della Berlinale. Anche se lì fuori c’è Madonna e i suoi fan fanno festa.

Acapulco

In semifinale con Flavia Pennetta.

martedì, febbraio 24, 2009

Pro Reli porta Berlino al voto per l'ora di religione

(Berlino, Apostel Paulus Kirche, fotowalkingclass)

I rinforzi arrivavano la domenica. Nel giorno del Signore, per tutto l'inverno, Wolfgang Huber, il vescovo berlinese della Chiesa evangelica, terminata la predica si stringeva nel cappotto nero per spingersi fin sull'Alexanderplatz a dare una mano ai banchetti per la raccolta delle firme. In questo modo l'organizzazione Pro Reli è riuscita a raccogliere oltre 250mila sottoscrizioni per sottoporre a referendum la proposta di reintrodurre l'ora di religione nelle scuole superiori, a partire dal settimo anno di studio. Di firme ne sarebbero bastate 170mila, ma l'attivismo di Pro Reli e soprattutto il supporto aperto e diretto delle due Chiese, quella cattolica e quella evangelica, hanno fatto superare in volata il minimo necessario. Ora si vota [... continua su il Giornale].

venerdì, febbraio 20, 2009

Berlino


Piove a Berlino
una pioggia spagnola
e sulle scarpe nuove
di pioggia e pensieri
incantati affascinanti
prove di sogno
e di luce
deliranti esilaranti
vuoti ed erranti
sì.
E piove sul Buddha di giada
che sorride e sorride in pace
la piramide d’avorio
che ti inonderà
luce
da un gesto randagio
una carezza scende adagio.

Paolo Conte

Questione tedesca, il convegno

Terzo e ultimo giorno, a Berlino, del convegno sulla questione tedesca nella Germania dell'Ovest e dell'Est dal dopoguerra alla caduta del Muro. L'organizza la Deutsche Gesellschaft e.v. nel quadro del ventennale della caduta del Muro, il programma è qui e noi siamo da due giorni rinchiusi nel palazzone della rappresentanza federale della Turingia che ci ospita.

mercoledì, febbraio 18, 2009

Vedi alla voce nazionalizzazione

fotowalkingclass

Un fantasma si aggira per il settore bancario della Germania ed è quello della nazionalizzazione. Una misura estrema che il governo ha approvato oggi, imprimendo una marcia drammatica alle misure adottate in questi mesi per affrontare la crisi economica e finanziaria che sta aggredendo con particolare veemenza la prima economia d’Europa. E’ la prima volta dal dopoguerra che un governo permette la possibilità di espropriare, in casi specifici, gli azionisti degli istituti di credito. Il disegno di legge prevede delle condizioni. L’eventualità è derubricata come ultima ratio: devono cioè risultare inefficaci tutte le altre opzioni a disposizione. Poi c’è un limite temporale: l’esecutivo ha tempo fino al 30 giugno per avviare una procedura di espropriazione. Scaduto questo termine, la misura estrema non potrà più essere varata.

“Nessuna banca di interesse strategico può essere lasciata fallire”, ha dichiarato il ministro delle finanze della Grossa Coalizione, il socialdemocratico Peer Steinbrück, nella conferenza stampa di questa mattina, presentando il disegno di legge del governo, “pena un drammatico effetto domino sull’intero sistema finanziario internazionale”. E la cancelliera Angela Merkel ha aggiunto sconsolata: “Non c’era altra soluzione”.

La legge è fatta apposta per prevenire il fallimento della banca immobiliare Hypo Real Estate, che vive da molti mesi sull’orlo del collasso, ma ha subito scatenato il dibattito fra le forze politiche e gli esperti. Molti temono che il percorso imboccato dal governo con i due pacchetti di stimolo all’economia (l’ultimo dei quali in turbolenta discussione nel Bundesrat, la Camera delle Regioni), con l’intervento dello Stato nel capitale bancario (è stato il caso della Commerzbank, la seconda banca del paese) e con le misure a tutela di chi perde il lavoro, preconizzino un prepotente ritorno del sistema pubblico nell’arena economica. Per quel che riguarda la Hypo Real Estate le opzioni alternative sembrano già tutte consumate e la nazionalizzazione è data ormai per certa: secondo indiscrezioni, al massimo entro il prossimo autunno l’istituto immobiliare sarà di proprietà del governo.

L’associazione che tutela gli interessi degli azionisti ha rispolverato un concetto che pareva passato di moda, accusando di “socialismo” il disegno di legge appena approvato. La cancelliera rispedisce le accuse al mittente, sostenendo che tali misure sono dettate dalla volontà “di difendere il libero mercato, non di affossarlo”. La stabilità del sistema finanziario è la linea d’ombra dietro la quale si barrica la Grossa Coalizione, mentre i dati forniti dagli istituti segnano ogni mese preoccupanti cifre in rosso. Di ieri sono ad esempio anche i risultati della più grande banca regionale della Germania, la Landesbank della regione Baden-Württemberg, il Land di Stoccarda, che denuncia per l’anno passato una perdita di 2,1 miliardi di euro: un dato catastrofico determinato in gran parte dal fallimento dell’americana Lehman Brothers. Problemi simili vivono in questi giorni due altre solide banche regionali, la bavarese BayernLB e l’anseatica HBH Nordbank. E di nuovo la Commerzbank, che tra le varie vicissitudini ha sofferto anche per l’esposizione verso la quasi bancarotta dell’Islanda, annuncia l’azzeramento dei dividendi per dirigenti e dipendenti.

Tuttavia, al di là di cifre e grafici, è l’accusa di “socialismo” a scatenare il confronto. Sulla nazionalizzazione il governo parla di “un tabù da infrangere”, data la gravità della situazione: Steinbrück invita tutti i politici al pragmatismo e al realismo, lasciando perdere battaglie di tipo ideologico. L’opposizione liberale invece insorge, forte anche dei recenti successi elettorali, a detta di molti dovuti proprio allo scivolamento delle posizioni della Cdu di Merkel verso un più deciso interventismo in economia. Tutto ruota attorno al concetto di economia sociale di mercato, il mantra che ha accompagnato la storia di successo della Repubblica Federale dal dopoguerra ad oggi. Per i liberali, leggi come questa sulla nazionalizzazione delle banche ne prefigurano la fine. Per la cancelliera sono un mezzo per difenderla. L’impressione è che la coperta, anche quella di un paese solido come la Germania, si sia fatta troppo corta.

Eiszeit

Berlino, febbraio 2009, fotowalkingclass

La "Merkel sociale" spiegata dal suo guru

(Manifesto elettorale Cdu del 2005, fotowalkingclass).

Il momento non potrebbe essere più opportuno e ospite e luogo quelli più giusti. Quando Norbert Röttgen entra nella sala conferenze della Gustav Magnus Haus, il palazzotto nel quale visse il fondatore della società psicoanalitica tedesca, si ha come l’impressione di essere tutti pronti per una bella analisi collettiva sui mali oscuri dell’economia attuale e sui mezzi per affrontarla. Siamo a Berlino sulla sponda sinistra della Sprea di fronte al famoso museo di Pergamo, negli appartamenti che furono del venerando psicologo e che una fondazione ha restaurato dopo la caduta del Muro in stile asettico e quasi ospedaliero. Ospite dell’Associazione della stampa estera l’uomo più importante del ristretto consiglio economico della Cdu, Norbert Röttgen [... continua su Ff Web Magazine].

sabato, febbraio 14, 2009

giovedì, febbraio 12, 2009

Lungo il crinale del protezionismo

Dopo la Francia tutti in fila, a partire dalla Germania. L'Europa scivola verso il protezionismo, secondo lo Spiegel, che ammonisce: se non ci si ferma, saranno guai per tutti. L'impressione è che gli ultimi dati abbiano fatto venire uno spavento a tutti. Solo in Italia la crisi non sembra in cima alle preoccupazioni di stampa e governo.

Zu Guttenberg, il ministro ragazzino

Affidereste nel mezzo della tempesta più violenta dal 1929 il ministero dell'Economia a un trentasettenne di belle speranze ma di scarsa esperienza in materia? La Germania, terza o quarta potenza mondiale e locomotiva d'Europa lo ha fatto e Angela Merkel si è presa una bella responsabilità di fronte all'opinione pubblica tedesca. Il nuovo ministro è il segretario generale della Csu, la costola bavarese della Cdu, e ha un nome che non basta una carta d'identità a contenere tutto. In breve lo chiamano Karl-Theodor zu Guttenberg, o anche “KT” ma a voler rispettare il blasone nobiliare i nomi bisogna tirarli fuori tutti: Karl-Theodor Maria Nikolaus Johann Jacob Philipp Franz Joseph Sylvester Freiherr von und zu Guttenberg.

Con i suoi trentasette anni è il più giovane ministro di tutti i tempi. Sostituisce il dimissionario sessantacinquenne Glos, suo compagno di partito, piazzandosi sulla poltrona che fu di Ludwig Ehrard, nientemeno che l'inventore dell'economia sociale di mercato e padre del Wirtschaftswunder, il miracolo economico che negli anni Sessanta strappò la Germania dalla miseria post-bellica per rilanciarla fra le potenze economiche mondiali. Gli elettori sono disorientati e il quotidiano popolare conservatore Bild piazza il faccione nobiliare del neo ministro in prima pagina, sottotitolato dai suoi dieci nomi di battesimo, e chiosa: possiamo davvero fidarci di uno che si chiama così?

L'ironia è un gioco facile eppure rischioso. Guttenberg è una sorta di enfant prodige che, approfittando della crisi profonda in cui è piombato il suo partito, ha scalato velocemente i gradini della carriera politica. Nel suo charme aristocratico, il nuovo leader bavarese Seehofer ha pensato di trovare la chiave per rilanciare il partito e alla sua immagine ha agganciato la sfida di un rinnovamento profondo della Csu. C'è da dubitare che cento giorni, tanto è durata la segreteria di Guttenberg, siano stati sufficienti per dare sostanza all'impegno affidatogli. Possono però essere bastati per mostrare la stoffa del predestinato. La crisi aperta con le stizzite dimissioni di Glos andava chiusa subito, almeno sul piano nominale, per affrontare con una carta in più le inevitabili polemiche che sono seguite. Ci sarà tempo per valutare se la carta scelta dal mazzo sia un jolly o rappresenti un bluff. Sull'economia la Merkel si gioca la conferma alla cancelleria nelle elezioni del prossimo settembre. Ci avrà pensato bene nel breve tempo avuto a disposizione per risolvere l'ennesima crisi aperta nella Grosse Koalition da un partito fratello sempre più irrequieto.

Il giovane Guttenberg, nel frattempo, si aggrappa al blasone familiare, le cui radici affondano nella storia medievale di questo paese: le prime tracce si ritrovano nel 1149. L'albero genealogico annovera in tempi più recenti un nonno con lo stesso nome segretario di Stato parlamentare sotto Kiesinger, un bisnonno che fu uno dei dirigenti più noti del suo tempo e un prozio, Karl Ludwig, che supportò il fallito attentato a Hitler di von Stauffenberg (oggi tornato d'attualità grazie al contestato film interpretato da Tom Cruise) e per questo fu giustiziato. Una famiglia ben salda sui principi. Come quelli che spinsero il padre e la nonna a dimettersi dalla Csu nel 1992 per protestare contro la decisione dell'allora presidente della Baviera, Streibl, di disertare una manifestazione contro la destra radicale e razzista, indetta dallo stesso Helmut Kohl dopo gli attacchi neonazisti a cittadini stranieri che funestarono i primi anni del dopo-Muro. “In un paese come la Germania e in una regione come la Baviera, un partito di governo non può rimanere a casa, ci vergognamo”, scrissero nonna e padre del neo-ministro. E presero cappello da quella che era stata la loro casa politica.

Ora in quella casa il giovane Karl-Theodor comincia a occupare le stanze più importanti. La sua immagine ricalca per ora il cliché del giovane aristocratico: capelli tirati lisci all'indietro da una robusta dose di gel, occhiali tondi di design, eleganza impeccabile, una moglie alta, bella, bionda e, va da sé, nobile anche lei. Qualità che in realtà non gli saranno troppo utili per navigare con competenza fra i marosi della crisi economica che sta investendo anche la Germania. Gli sarà più utile l'eloquenza, che a detta di tutti i commentatori, è la sua vera arte politica. Guttenberg è dotato di una retorica fantastica, sa trovare le parole giuste al momento giusto, riesce a portare l'uditorio fino al limite estremo della commozione. Da questo punto di vista, qualcuno lo compara a Obama. Riuscì a convincere anche il padre a riprendere la tessera del partito, attirandolo nella spirale del sentimentalismo durante un discorso politico.

Ma la domanda che tutti si pongono è se avrà la competenza per sedere sulla poltrona più scottante del'esecutivo. Un quasi coetaneo che lo conosce bene, Norbert Röttgen, esperto economico della Cdu e braccio destro di Angela Merkel, è pronto a scommettere: “Ci conosciamo da tempo e lo sostengo. Ha fatto sempre molto bene e farà un buon lavoro anche questa volta”. La cancelliera se lo augura. La campagna elettorale è di fatto già partita e gli alleati socialdemocratici provano a risalire la china dei sondaggi mettendo in discussione la capacità della Merkel di affrontare la crisi economica. Ora per il giovane Guttenberg è arrivato il momento di giocare la prima partita importante.

(pubblicato sul Secolo d'Italia del 12 febbraio 2009)

sabato, febbraio 07, 2009

Germania e Italia, estraniazione strisciante?

I limoni spuntano sempre dalle parti di Napoli e Sorrento, come raccontava Goethe nel poema Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister, anche se le cronache dello scorso anno sui media tedeschi si sono più prosaicamente soffermate sulla spazzatura accumulatasi attorno alle bellezze del golfo partenopeo. Così, prendendo spunto da quei versi che sono da oltre due secoli il refrain del legame che unisce Italia e Germania, gli ambasciatori dei due paesi, il “berlinese” Antonio Puri Purini e il “romano” Michael Steiner, hanno avuto gioco facile a snocciolare i fatti che confermano l’ottimo stato dei rapporti politici bilaterali, infondendo ottimismo anche per il futuro.

L’occasione è stata fornita da un dibattito tenutosi alla Max Libermann Haus di Berlino, organizzato dalla fondazione Brandeburger Tor, proprio a due passi dalla storica porta simbolo di Berlino. Il titolo della tavola rotonda era allarmante e insisteva sul concetto di “estraniazione strisciante” che è un po’ il filone di discussione che il professor Enrico Rusconi ha lanciato un anno fa con un libro pubblicato dal Mulino, a più voci e a più opinioni non tutte coincidenti, frutto di un precedente convegno tenutosi a Trento.

Con alle spalle il successo del vertice bilaterale di Trieste, nel quale i due paesi hanno confermato e sviluppato una serie di prospettive comuni mettendo in sordina i punti di divisione, i due diplomatici hanno avuto vita facile nel raccontare come, proprio sul piano politico, che Rusconi considera l’anello debole del rapporto, Italia e Germania abbiano ormai superato le frizioni del 2003 (l’anno del “kapo” di Berlusconi e dell’annullamento della vacanza italiana di Schröder) e ritrovato unità di intenti e di azione. Il tema, tuttavia, resta caldo e lo stesso Rusconi, al quale è toccato il ruolo di simpatico guastafeste della serata, ha insistito sulla tesi che le relazioni tra i due paesi, a livello politico ma anche a livello accademico, siano scivolate in una sorta di cono d’ombra, vittime di una reciproca indifferenza che si nutre di superficialità e alimenta i pregiudizi.

Il discorso è complesso, si spinge agli anni d’oro della Prima Repubblica italiana e della Repubblica di Bonn, quando la comune marcia europea e i naturali e intensi rapporti fra partiti simili (la Dc e la Cdu nel campo moderato, l’Spd il Psi e il Pci nel campo di sinistra)  favorivano colloqui frequenti e approfonditi, che sostanziavano una politica estera che filava su binari paralleli e facevano da corollario a scambi economici, accademici, culturali e artistici che non hanno avuto pari nel resto d’Europa. Quei tempi sono finiti, sostiene Rusconi, con la caduta del Muro di Berlino e con l’apertura di una nuova fase nella quale Italia e Germania hanno faticato a capirsi e a ritrovarsi. I nuovi interessi tedeschi, di una nazione naturalmente al centro di un continente allargato, e la crisi morale e di sistema dell’Italia con tangentopoli, la scomparsa dei partiti tradizionali e l’emergere di nuove realtà di difficile lettura all’estero, hanno fatto il resto.

Ma invece di continuare a studiarsi e parlarsi, i due mondi hanno cominciato a ignorarsi e a leggersi solo per luoghi comuni. Sono proseguiti intensi gli scambi economici, è rimasta forte l’attrazione culturale ma sul piano politico si è manifestata proprio quella “estraniazione strisciante”, un lento ma percettibile senso di distacco. Il problema è racchiuso nelle righe di apertura del libro di Rusconi: “Può un paese apparire simpatico, economicamente interessante, culturalmente affascinante e nello stesso tempo essere considerato scarsamente rilevante dal punto di vista politico?”.

La pubblicistica tedesca sembra dare ragione ai timori di Rusconi. Ancora qualche giorno fa, il quotidiano berlinese Tagesspiegel dedicava all’Italia un’intera pagina della sua sezione culturale, dal titolo poco equivocabile: “Bella ciao”. Un lungo racconto di colore sulle tappe di un disincanto che prescinde anche il giudizio sulla politica, anche se poi è sempre la politica che fa da sfondo. C’è l’Italia che entra prepotentemente in Germania con i suoi sapori e i suoi gusti, con le sue pizze e i suoi vini e con la rughetta presa a simbolo di un piacere esotico ormai rintracciabile in ogni supermercato della provincia tedesca. E allora ecco che il Belpaese perde la sua magia: che bisogno c’è di andare in Toscana se la Toscana la ritroviamo all’osteria sotto casa? Ma poi c’è la politica, i bei tempi andati del comunismo dal volto umano, una sorta di rivoluzione al sole che riscattava dalle delusioni del comunismo sovietico. Per finire a Berlusconi, verso il quale gli intellettuali tedeschi nutrono sospetti ormai non più recuperabili.

La fine della magia sembra così anche la parabola di una stagione politica e la malinconia con cui una buona fetta della sinistra tedesca rilegge oggi la propria innocenza perduta, la gioventù passata, le illusioni smarrite: una condizione esistenziale e sentimentale. E’ proprio qui che interviene Rusconi, mettendo per un attimo il dito nella piaga: “Di questo Berlusconi se ne è parlato tanto, ma nessuno, anche a livello accademico, si sforza di leggerne la complessità. A modo suo è un fenomeno molto interessante”. L’impressione è che ognuno legga quel sostantivo “fenomeno” con le proprie chiavi di lettura, dove le opinioni consolidate prevalgono sullo sforzo di capire.

E’ per questo che alla fine appare più lieve ritornare sul terreno diplomatico, dove gli interessi concreti e il realismo politico forniscono un terreno più solido. Non è tantissimo, ma è almeno un punto fermo dal quale poter ripartire.

(pubblicato sul Secolo d'Italia del 7 febbraio 2009)

giovedì, febbraio 05, 2009

L'inatteso declino delle tigri baltiche

(Tallin, gennaio 2009, fotowalkingclass)

Il sabato notte, gelido e invernale, di Riga è rischiarato dalle vetrine sempre illuminate del McDonald’s, all’incrocio più centrale della città vecchia, tra la pedonale Kalku iela e il trafficatissimo Basteja bulvaris, dove auto e taxi fanno a gara con i tram ma poi inchiodano rispettosamente davanti alle strisce pedonali più lunghe che abbia mai visto. È un po’ il centro della movida lettone, tra il pilone illuminato della pubblicità di una famosa cioccolata locale dove le ragazze del posto danno appuntamento ai turisti dell’amore per non fargli sapere dove abitano, il ponte pedonale sul canale Pistelas, la statua della libertà simbolo dell’indipendenza e, appunto, la Kalku iela, la via dello struscio che s’infila nel dedalo di vicoli e piazzette del centro storico [... continua su Ff Web Magazine].

Berlinale al via

(Potsdamer Platz, inizia la Berlinale, fotowalkingclass)

Erano in fila nei sacchi a pelo gli aficionados del cinema il giorno della prevendita dei biglietti per la Berlinale. Quindicimila tagliandi spazzati via nella prima giornata. Da oggi, solo vendita quotidiana dei biglietti rimasti per i film del giorno, al botteghino di Potsdamer Platz. Parte la Berlinale, il festival del cinema di Berlino, giunto alla cinquantanovesima edizione. Per dieci giorni la città sarà un lungo, infinito, mondano lungometraggio. Qui il sito ufficiale con il programma, che per tutta la durata del festival si conquista la testa del blogroll, sezione Berlino.

martedì, febbraio 03, 2009

L'eretico del Novecento

(fotowalkingclass)

Potenza delle polemiche giornalistiche. A farsi un giro per le principali librerie di Roma, oggi si fa fatica a trovare le edizioni della vasta produzione letteraria di Günter Grass. Per colui che è stato il grande guru della coscienza critica della sinistra europea, lo spazio sullo scaffale si va sempre più restringendo. Il nome è famoso e l’autore tedesco mantiene sempre una etichetta personale lungo la fila di hard-cover e tascabili. Non è ancora scomparso nell’anonimato del capolettera G. Arrivi al punto alfabetico giusto e, in genere, tra Almudena Grandes e Silvana Grasso c’è ancora il suo nome stampigliato, una targhetta un po’ ingiallita dietro la quale fanno capolino solo pochi testi. Pure nelle librerie Feltrinelli e Mondadori, la capofila di Einaudi, le due case editrici che si dividono gran parte della sua produzione letteraria [... continua su Ff Web Magazine].

lunedì, febbraio 02, 2009

Germania, cattolici in subbuglio

Prevedibile il casino che le ultime polemiche dei lefevriani hanno scatenato fra i cattolici tedeschi. Soprattutto verso le recenti scelte di Papa Ratzinger, che in Germania sentono in parte come argomento "interno", specie quando irrigidiscono i rapporti con la comunità ebraica. "Der Generalsekretär des Zentralkomitees der deutschen Katholiken beklagt einen Glaubwürdigkeitsverlust. Ein deutscher Kurienkardinal räumt Fehler des Vatikans ein". Sulla Süddeutsche Zeitung lo stato della polemica. Qui le critiche dello Spiegel, che all'intera vicenda dedica la copertina di questa settimana.

Aggiornamento. La cancelliera Merkel da un lato e il cardinale Lehmann dall'altro. Sempre più dura la polemica degli ambienti cristiani e cattolici tedeschi contro il papa tedesco. Il Vaticano ribatte. E la Zeit ammonisce la cancelliera: avrebbe fatto meglio a restarne fuori. In difesa del Pontefice arriva il vescovo di Ratisbona Gerhard Ludwig Müller, per il quale Ratzinger non avrebbe alcuna colpa personale perché all'oscuro delle posizioni di Williamson sull'olocausto e giudica inaudita (empörend, che alcuni vocabolari traducono anche con il più forte "vergognosa") la dichiarazione di Angela Merkel. Insomma, un grande caos sotto il cielo. La Süddeutsche Zeitung fa il verso alla Bils: Wir sind (nicht mehr) Papst.

Viaggio alla ricerca della nuova Europa

Ci sono gesti che a un ventenne di oggi con un po’ di spirito di avventura appaiono naturali. Come arrivare giù sino a Brindisi, ripercorrendo strade antiche battute nella storia dagli eserciti romani o dai crociati, o in tempi appena più recenti dai commercianti inglesi della valigia delle Indie. Arrivare in fondo alla Via Appia, dove le colonne romane annunciano l’Adriatico, e infilarsi in una delle tante agenzie di viaggio che si affacciano sul lungomare. E lì acquistare un passaggio navale per l’Albania, nuova meta del turismo alternativo.

Oppure, tanto per rimanere in Italia, fermarsi un migliaio di chilometri più a nord, dalle parti di Gorizia, e attraversare, senza quasi neppure accorgersene, quello che prima era un confine di sangue e di lutti per prendere alla stazione ferroviaria Transalpina (che nei secoli era passata di qua e di là, ballonzolando tra Austria, Italia, Jugoslavia e Slovenia) uno scalcinato treno locale verso Rijeka (una volta Fiume) e Lubiana. Senza neppure mostrare un documento d’identità, da quando la piccola nazione rinata resistendo ai carri armati di Belgrado ha abbandonato il socialismo dal volto titino ed è entrata nella cosiddetta area Schenghen. In vent’anni [... continua su Ff Web Magazine].

sabato, gennaio 31, 2009

Berlino festeggia i 20 anni dalla caduta del Muro

(Info-box sulla Potsdamer Platz, fotowalkingclass)

I festeggiamenti più classici non mancheranno, come i fuochi d’artificio alla Porta di Brandeburgo o una lunga fila di tessere del domino che, la notte del 9 novembre, verranno fatte cadere a partire dal Checkpoint Charlie per simboleggiare l’effetto domino che la caduta del muro di Berlino ebbe in tutta l’Europa dell’Est. Tuttavia, il lungo anno del ventennale, conterà molti appuntamenti meno spettacolari finalizzati a riflettere, discutere, tracciare un bilancio.
La città di Berlino ha presentato mercoledì scorso il suo calendario per il ventennale della caduta del Muro. Evento che verrà ricordato in molte altre città del Continente (il Comune di Roma, ad esempio, sta preparando un suo fitto cartellone) ma che qui avrà il suo indiscutibile baricentro: qui dove tutto ebbe inizio e dove la cronaca, nel ventennio successivo, si è spesso intrecciata con la storia di una riunificazione complessa e affascinante.

“In questi vent’anni Berlino è cresciuta insieme, l’est e l’ovest, in un laboratorio sociale che viene osservato in tutto il mondo”, ha detto il borgomastro Klaus Wowereit inaugurando la prima di una lunga serie di manifestazioni. “Quando cadde la barriera, nessuno voleva più vedere il Muro, i cittadini si armarono di scalpelli e iniziarono a distruggerlo con le loro mani. Poi vennero le ruspe e in breve tempo, di quella ferita, non rimasero che pochi resti. Oggi si discute se, per motivi storici e turistici, non sarebbe stato meglio conservarne una parte, in modo da mantenere visivamente viva la memoria dei danni che una dittatura produce. Ma abbiamo aperto dei memoriali, ci sono supporti tecnologici per ripercorrere le tracce della storia e oggi presentiamo un fitto programma che ci accompagnerà lungo tutto il 2009”.

I resti ci sono, nascosti qua e là tra la vegetazione che nel frattempo si è arrampicata sulle rovine. Qualcosa in più è rimasta sulla Bernauer Strasse, la lunga via a nord-est della città lungo la quale si consumarono grandi tragedie umane. C’è il museo al Checkpoint Charlie, il punto di frontiera dove si fronteggiavano soldati americani e sovietici. C’è la East Side Gallery, lunga poco più di un chilometro, dove sul lato destro della Sprea un centinaio di artisti di tutto il mondo ha dipinto sul lato orientale del Muro graffiti inneggianti alla libertà e alla pace. E ci sono le utlime diavolerie tecnologiche, come il telefonino multimediale che ogni turista dotato di buon allenamento può mettersi al collo per ripercorrere in bicicletta il perimetro esatto lungo il quale correva il Muro.

La festa e il ricordo sono però ingredienti forse inevitabili ma non sufficienti per celebrare un ventennale, almeno nella città che vive tuttora le conseguenze di quarant’anni di divisione. “Vogliamo tracciare un bilancio di come la città si è trasformata dal 1989” dice Richard Meng, portavoce del Senato berlinese, presentando l’appuntamento di apertura nella ricostruita Potsdamer Platz, tra i grattacieli di Renzo Piano e le futuristiche costruzioni di Helmut Jahn. La piazza decantata da Filippo Tommaso Marinetti negli anni Venti è divenuta il simbolo della rinascita di Berlino. Il Muro l’aveva tagliata in due, stringendola in una terra di nessuno dentro la quale Wim Wenders faceva aggirare uno smarrito Peter Falk nel leggendario Il cielo sopra Berlino. Oggi le facciate dei nuovi edifici illuminano una nuova vita, con i cinema, i teatri, i centri commerciali, ristoranti e caffè, mentre le auto scorrono veloci lungo le grandi arterie regolate dalla riproduzione del primo semaforo al mondo, che Marinetti chiamava velocifero.

Da qui parte la grande mostra berlinese. Un Info-box di colore rosso fiammante ospita un grande pannello multimediale sul quale è riprodotta la mappa della città. Nei vari punti simbolici è possibile visualizzare il prima e il dopo: strade divise tornate unite, piazze tagliate restituite a nuova vita, zone morte rimesse in attività. Il gioco del prima e del dopo si ripete sui pannelli tridimensionali, dove basta spostare lo sguardo per fare un viaggio nel tempo di questi ultimi vent’anni.

L’Info-box si sdoppierà. Un secondo modulo mobile si aggirerà per le aree che più di tutte hanno vissuto trasformazioni urbanistiche e architettoniche. La Marlene Dietrich Platz, dove fra una settimana prenderà il via la cinquantanovesima edizione della Berlinale; la nuova stazione centrale, il gioiello di vetro e acciaio da cui transitano i treni veloci per tutta Europa; la Museumsinsel, l’isola dei musei che racchiude i tesori artistici della città; l’Olympiastadion, passato indenne attraverso le tragedie del Novecento. A maggio toccherà all’Alexanderplatz, dove nell’autunno 1989 si svolsero le manifestazioni oceaniche che diedero il colpo di grazia alla Ddr, ospitare una mostra all’aperto sulla rivoluzione pacifica. In attesa della Festa della libertà, dal 7 al 9 novembre, tra fuochi d’artificio ed effetti domino.

venerdì, gennaio 30, 2009

Sorpresa: per i liberali consenso record

Liberali su, Cdu in flessione, Spd al palo, Verdi poco su e fine del fenomeno Linke. Tagliato un po' con l'accetta è il risultato del Politbarometer della Zdf, uno dei più autorevoli sondaggi sulle tendenze elettorali tedesche. Decisamente da seguire nell'anno che ci condurrà alle elezioni generali di settembre. Gli spostamenti sono sensibili. I liberali (caso unico in Europa in tempi di crisi economica) schizzano al 16 per cento, un record. Consenso probabilmente strappato alla Cdu (37 per cento, meno cinque punti): la Merkel paga forse il profilo sociale dato alla sua politica economica. L'Spd interrompe l'emorragia dell'ultimo anno (stabile al 27 per cento) mentre la Linke arretra di ben due punti: fenomeno ridimensionato? Non basta alla sinistra il buon risultato dei Verdi, che salgono al 9. A parte molte altre riflessioni che faremo nei prossimi giorni, il Politbarometer registra per la prima volta da molti anni la possibilità di una maggioranza organica di centrodestra (Cdu più liberali) che eviterebbe sia una riedizione della coalizione straordinaria tra i due grandi (e alternativi) partiti, sia la ricerca di alleanze inedite che appaiono, allo stato delle cose, ancora acerbe e premature.

Ancora su Jan Palach

Ora che il quarantennale del 1968 è passato, e con esso anche quel po’ di ricostruzione del “Sessantotto degli altri”, cioè il Sessantotto cecoslovacco della Primavera di Praga, a ricordare l’evento più tragico di quella rivoluzione mancata restano in pochi. Eppure per decenni il mito di Jan Palach, il giovane studente universitario che si diede fuoco nella centrale e simbolica piazza San Venceslao di Praga, influenzò generazioni di studenti, poeti e cantautori in tutta Europa. Oggi che da quel gesto di ribellione alla sopraffazione del potere sono trascorsi, appunto, quarant’anni, Jan Palach sembra scivolato nell’oblio della storia. Anche a casa sua [continua su Ff Web Magazine].

L'articolo è stato pubblicato il 15 gennaio 2009.

Gennaio amaro per l'occupazione

(Disoccupazione in Germania, gennaio 2009, fonte: SZ)

Alla fine è arrivata. Attesa, temuta, esorcizzata: la mazzata sui disoccupati. Il dato è stato fornito ieri dall'agenzia federale per il lavoro di Norimberga (Bundesagentur für Arbeit): si tratta di un aumento sensibile. In termini assoluti, i disoccupati sono 387mila in più rispetto al mese di dicembre (Handelsblatt), fissando la percentuale all'8,3 per cento. Nel grafico riportato in apertura, ripreso dalla Süddeutsche Zeitung, la distribuzione geografica dei disoccupati: un quadro sempre utile a valutare lo stato della riunificazione per quel che riguarda il mercato del lavoro. Visto che siamo entrati nel "ventennale", il bilancio dell'integrazione fra le due Germanie sarà un leitmotiv di questo blog.

Nella dinamica interna al mercato del lavoro, si registra una massiccia richiesta da parte delle aziende del cosiddetto Kurzarbeit, il lavoro breve (concetto noto in Italia come settimana corta): la possibilità di accedere al meccanismo che consente di ridurre le ore lavorative e di conseguenza il salario dei lavoratori pagato dalle aziende. Per la quota mancante interviene lo Stato, proprio attraverso l'agenzia federale del lavoro. Un meccanismo che riduce il ricorso alla disoccupazione: grazie all'intervento pubblico, l'azienda non riduce i posti di lavoro, nella speranza che la situazione economica riprenda al più presto e consenta i reintegro pieno dei lavoratori (Süddeutsche Zeitung). L'istituto del Kurzarbeit è da tempo presente in Germania (di fatto sostituisce la nostra cassa integrazione), e lo scorso novembre è stato modificato nella durata (da sei a diciotto mesi) per consentire alle aziende di affrontare con strumenti rinforzati la crisi economica. Una crisi che, anche sul piano della forza lavoro, si annuncia ancora molto lunga.

Nel frattempo al Bundestag è in discussione il secondo pacchetto di aiuti e di stimolo all'economia, il Konjunturpaket II. Il parlamento ha rimesso la proposta del governo all'apposita commissione per ulteriori approfondimenti e consigli. L'approvazione è prevista per il 13 febbraio.

martedì, gennaio 27, 2009

Per gli imprenditori un po' di respiro

(Ifo Geschäftsklima Deutschland, gennaio 2009)

Nel mare di pessimismo che si respira in economia un po' dovunque, spicca il dato fornito oggi dall'Ifo, l'istituto di ricerche economiche dell'Università di Monaco di Baviera, che monitorizza mensilmente il clima che si respira all'interno delle aziende. I media tedeschi hanno riportato il dato fornito oggi con grande enfasi (qui lo Spiegel), giacché invece della caduta attesa si è registrata una ripresa dell'indice di fiducia dei manager.

Il dato preso da solo dice poco: 83 punti, contro 82,6 del mese scorso. Tuttavia indicano una certa fiducia fra gli imprenditori che in tempi di magra non è da buttar via. In più si tratta del primo dato in salita dopo mesi di continui cali. Ed è proprio su questo che insistono gli studiosi dell'istituto bavarese per gettare acqua sul fuoco. Innanzitutto la ripresa è troppo lieve. In secondo luogo l'indice era sceso talmente tanto nei mesi scorsi che parlare di un'inversione di tendenza è assai prematuro. Certo, gli imprenditori hanno ormai assorbito lo shock della crisi e vedono il futuro con minor scetticismo. L'Ifo invita però media e analisti ad usare maggiore prudenza. Comunque, sul versante economico non è stata una cattiva giornata.

Assieme all'indice di fiducia degli imprenditori sono giunti i dati sulle azioni della Siemens. Sorprendentemente positivi. Gli azionisti possono brindare, anche se il quotidiano finanziario Handelsblatt invita a leggere anche qualche accenno di critica.

Da Münster: meno calorie, più memoria

Prendiamola alla larga, prima di tuffarci in politica e in economia. Assumere meno calorie fa bene alla linea, e questo si sapeva. Ma secondo uno studio realizzato da esperti dell'Universita di Münster e ripreso dal Proceedings of National Academy of Sciences Journal, ridurre di un terzo le calorie ingurgitate fa bene alla memoria. Ne aumenta le capacità. La Bbc ci fa un lungo servizio, nel quale viene esposto lo stato del dibattito intorno al tema della riduzione delle calorie. Pro, contro, dubbi. ma anche gli ultimi dati della ricerca tedesca. 

La nuova bigiotteria di Luca Toni

Da dove ricominciare? Da dove ripartire con Walking Class dopo un lungo periodo di pausa? Dal gossip, ovvio, ingrediente solitamente poco presente su queste "pagine". L'indiscrezione arriva direttamente da Monaco di Baviera e riguarda il giocatore italiano più famoso di Germania, Luca Toni. A pubblicarla è l'autorevole Süddeutsche Zeitung che fornisce così una copertura affidabile al giornale scandalistico che per primo ha tirato fuori la notizia: l'Abendzeitung. Il bomber del Bayern avrebbe una liaison dangerouse con Sandy Meyer-Wölden, che dietro una cascata di capelli biondi e un nome altisonante nasconde un'arte tutta particolare per gioielli e bigiotteria di classe. E' una delle varie ex di Boris Becker. La Bundesliga riparte nel prossimo fine settimana e dopo il grave infortunio al centravanti dell'Hoffenheim, le quotazioni dei campioni bavaresi sono in crescita. Luca Toni ha ritrovato nell'ultimo mese prima della pausa invernale la strada del gol e la squadra bavarese sembra essersene giovata, completando la rincorsa alla matricola terribile. Ora il nostro campione, che è da lungo tempo fidanzato con la bella modella Marta Cecchetto, sembrerebbe aver trovato ulteriori motivi di integrazione nella sua nuova Heimat, anche se il presunto scoop non trova alcuna conferma dagli interessati. I dettagli sono da indagatori del gossip e chi capisce il tedesco può leggerseli negli articoli sopra linkato. Qui abbiamo già dato: il gossip non è il nostro forte.

mercoledì, gennaio 14, 2009

Jan Palach, a 40 anni dall'inverno di Praga

(Jan Palach, lapide commemorativa in Piazza San Venceslao a Praga, fotowalkingclass)

A gennaio fa sempre molto freddo dalle parti di Praga. L’umidità sale dalle anse della Moldava, si arrampica sulle pietre antiche dei ponti, abbraccia il vento gelido che scende dai monti boemi e forma una patina di brina sulle statue severe del Ponte Carlo. Qualche volta scende giù un nevischio bagnato, tanto per rendere ancora più sbiadita e magica l’immagine da cartolina del vecchio castello che dall’alto domina il centro storico. Non è neve bianca e candida, è proprio nevischio. Pesante, grigio, duro. Faceva freddo anche quel gennaio del 1969, il gennaio di quarant’anni fa. Tempo da lupi. Tempo da rimanere al caldo sotto le coperte e al diavolo la rivoluzione, la speranza e la protesta. Tanto più che Praga è così bella anche quando è triste e quasi invita ad abbandonarsi malinconici a quel grigiore ovattato, all’umido che sale dal fiume e alla brina che si deposita sulle statue severe del Ponte Carlo.

Jan Palach, venti anni, però aveva una missione da svolgere e un patto da rispettare, stretto qualche sera prima con un cerchio di amici, magari romanticamente seduti attorno al tavolo di una birreria, una di quelle bettole della città vecchia dove, quando fuori tutto congiura, tempo e politica, ci si rifugia a bere la migliore birra del mondo, che notoriamente è proprio quella ceca: bionda, corposa, dal sapore robusto che riscalda il corpo e l’anima e i sogni perduti. Niente letto, dunque, e niente coperte quel giorno. Era il 16 gennaio di quarant’anni fa, nel resto d’Europa fiammeggiavano le bandiere rosse della contestazione studentesca, contro il capitalismo, contro la borghesia, contro gli Stati Uniti d’America e la sua guerra in Vietnam. A Praga era già un bel po’ che non fiammeggiava più niente.

Jan Palach aveva una piazza da scalare, la piazza San Venceslao, ampia, rettangolare e tutta in salita per arrivare lì in cima dove troneggia il cavallo bronzeo su cui siede con lo sguardo fiero il duca e patrono di Boemia, appunto Venceslao, santo e pacifista. Attese il pomeriggio, poi s’incamminò, forse faticò un poco per arrivare sotto la statua, si tolse il cappotto pesante di lana, lo posò sulle pietre della fontana, lasciò lì accanto la borsa, quindi sollevò sulla testa un canestro e si versò addosso tutto il liquido che conteneva. Neppure il tempo di ingolfarsi le narici del puzzo di benzina, senza un attimo di ripensamento, tirò fuori dalla tasca i fiammiferi e si diede fuoco. Bruciava Jan Palach, nel pomeriggio gelido di Praga, nella disperata speranza di scaldare di nuovo l’onore dei cecoslovacchi, di sciogliere l’umido e la brina che salivano dalla Moldava e si posavano sui ponti e sulle statue severe del Ponte Carlo e sulle coscienze dei concittadini che avevano smesso di lottare per il socialismo dal volto umano e si stavano spegnendo nella rassegnazione. Bruciò fino a che l’autista di un tram bloccò il mezzo che transitava sulla piazza e si precipitò gettandogli sopra giacca e cappotto e tutto quello che trovò a portata di mano in quegli attimi disperati. A gennaio fa sempre molto freddo dalle parti di Praga. A gennaio muoiono le primavere, anche quelle più ostinate. Jan Palach morì tre giorni dopo per le ustioni riportate.

Nel calendario commemorativo che ha punteggiato il quarantennale del 1968, a cavallo tra le contestazioni marcusian-maoiste d’occidente e la ribellione anticomunista d’oriente passata alla storia con il nome poetico di Primavera di Praga, la data del 16 gennaio 1969 segna il punto finale, simbolico e doloroso, di una stagione riformista che avrebbe potuto cambiare il corso del socialismo e forse della storia d’Europa. Il gesto clamoroso ed estremo di Jan Palach, che verrà ripetuto nelle settimane successive da tre altri giovani, è già un appunto a futura memoria, un messaggio disperato infilato in una bottiglia che navigherà per venti anni prima di essere raccolto e interpretato da una nuova generazione, quella che darà vita ai crolli dei muri e dei regimi del 1989.

Venti anni di tempo per passare da una rivolta fallita a una riuscita, dal sogno di un socialismo riformato alla realtà del comunismo ripudiato. Poi altri venti anni per sperimentare la nuova era, riappropriarsi del proprio destino e arrivare fino ad oggi. E ritrovarsi nel pieno di una crisi economica globale che ha interrotto la crescita pressoché continua del paese e di una transizione politica che non ha ancora trovato il suo centro di gravità permanente.

Eppure qui, nel cuore morbido della rinata Mitteleuropa, le inquietudini di un tempo sembrano aver trovato in apparenza le risposte giuste. Il passaggio dal socialismo reale alla democrazia è stato indolore, tanto che alla rivoluzione cecoslovacca è stato trovato un altro attributo gentile, come quello della primavera del 1968: la rivoluzione di velluto. La folla dura e silenziosa che presidiava ancora una volta piazza San Venceslao ha potuto riabbracciare i suoi eroi di un tempo e restituirgli l’onore e la dignità smarrita, da Vaclav Havel, il drammaturgo passato dal carcere alla presidenza della Repubblica ad Alexander Dubcek, sul volto del quale ritornò il sorriso triste prima di morire in un incidente stradale sul quale ancor oggi si esercitano i dubbi dei complottisti. E anche la transizione dell’economia, dai piani statali al libero mercato, è stata meno dura che altrove, giovandosi di una cultura industriale e del lavoro che era patrimonio e tradizione del paese già ai tempi dell’Impero austro-ungarico ed era passata indenne attraverso gli anni delle collettivizzazioni e delle produzioni forzate.

Anche il primo serio strappo alla favola cecoslovacca è stato superato senza gravi danni, il distacco fra le due regioni che non volevano più convivere e che avevano riscoperto incomprensioni, gelosie, nazionalismi. L’unità era stata una parentesi artificiale e tutto sommato breve nella lunga storia dei due mondi, il ceco e lo slovacco. Praga da un lato e Bratislava dall’altro, la ricca e la povera, la bella e la bestia. Separazione consensuale, come una coppia civile dotata di buonsenso, una cartolina di civiltà spedita in quegli anni dalla Mitteleuropa ai Balcani dilaniati dalla guerra fratricida. E con il paradosso oggi di vedere la bestia che sorpassa la bella, la Slovacchia in cima a tutte le classifiche del miracolo est-europeo e Bratislava che per una volta si gode i riflettori del successo, lasciando Praga un po’ in ombra. E il dualismo politico che per diversi lustri ha contrapposto un presidente socialista come Vaclav Havel, letterato e dissidente, amato dall’intellighenzia di mezza Europa e un premier liberista come Vaclav Klaus, sarcastico e provocatore, amato dai realisti dell’altra metà d’Europa, sembrava ricalcare lo schema perfetto delle democrazie dell’alternanza di stampo anglosassone. Il castello di Hradcany come il palazzo di Westminster, la giovane arena politica ceca solenne e stabile come quella inglese. Salvo poi misurare l’impasse del sistema inceppatosi in una serie di leadership deboli, di scandali politici e di trasformismi.

Fino al braccio di ferro con l’Europa, accentuato dopo l’ingresso (agognato per anni) nell’Unione Europea. Da qualche giorno la Repubblica Ceca ha assunto le redini semestrali dell’Ue, secondo paese del blocco est-europeo dopo la Slovenia, e nelle capitali della Vecchia Europa si trattiene il fiato, temendo una presidenza euro-scettica, specie dopo che Vaclav Klaus, nel frattempo subentrato ad Havel alla presidenza della Repubblica, ha elogiato gli irlandesi per il loro “no” al trattato di Lisbona e ha sottolineato un parallelismo tra la sua attuale opposizione “all’Europa dei burocrati” e il suo passato di dissidente nella Cecoslovacchia normalizzata dall’Unione Sovietica. Si aggiungano le divergenze con Bruxelles sul progetto dello scudo missilistico americano, che prevede proprio in Repubblica Ceca l’installazione del radar, e si ha il quadro completo di come, anche in politica estera, dalle rose di Praga giungano oggi più spine che petali.

Tuttavia, viaggiando per le ordinate cittadine della Slovacchia orientale, arrampicandosi sui resort turistici dei Monti Tatra, scavallando il trafficato Danubio nel centro di Bratislava, rimbalzando sui sampietrini dei centri storici della Boemia settentrionale o mescolandosi fra le migliaia di turisti che assalgono le magie di Praga è impossibile non tracciare un bilancio positivo della transizione nei due Stati che formarono la Cecoslovacchia e che tentarono, quarant’anni fa, la scommessa di riformare il comunismo. Se c’è un destino storico, un filo rosso che lega le sfide intellettuali e politiche di ieri ai successi economici e sociali di oggi, questo è rintracciabile nella profonda cultura, civiltà ed eleganza che costituiscono il dna degli abitanti di questa parte d’Europa, dove sembra essersi condensata tutta la gentilezza e tutta l’arguzia dei miti e delle atmosfere che hanno segnato la Mitteleuropa. Talvolta tutto questo sfocia in una sorta di autocompiacimento rischioso, i cechi più che gli slovacchi corrono il rischio di piacersi troppo guardandosi allo specchio, dimenticando che al di là dei monti e dei colli che segnano i loro confini c’è anche il resto del mondo, non sempre paziente nel decifrare le sottigliezze moldavo-danubiane.

Tuttavia dovette sembrare strana Praga ai soldati dell’Armata Rossa che vi giunsero nell’agosto del ’68 per portare un aiuto fraterno che non era stato richiesto: i praghesi, dopo aver provato a spiegare e senza cedere alla volgarità della violenza, decisero che era il caso di ignorarli, di fare come se non ci fossero, una beffarda resistenza passiva che aggiunse assurdità ad assurdità, mentre l’incomprensione diplomatica fra le componenti del Patto di Varsavia portò Breznev a sbagliare tutto, ad abbracciare la dottrina della sovranità limitata, a condannare proprio in quel momento l’universo comunista all’irriformabilità e alla sconfitta. Ci vollero ancora venti anni. Ma con il tempo avremmo capito che la torcia umana di Jan Palach, accesa drammaticamente sulla piazza di San Venceslao, più che una protesta impotente per il Sessantotto fallito illuminava il futuro di un Ottantanove inevitabile.

Il fantasma di Franz Kafka era lì, nelle giornate della primavera, a farsi beffa dei ragazzoni russi che non capivano i coetanei fricchettoni di Praga e sparavano in aria per dare l’idea che qualcosa di grosso stesse accadendo. Vagava per birrerie e club clandestini, sorti come funghi nell’atmosfera di libertà che il socialismo dal volto umano aveva scatenato, e se la rideva con Jaroslav Hasek e il suo soldato Josef Svejk, si dava di gomito con lo scrittore surrealista Vitezslav Nezval e i vari Milos, da Marten a Jranek e tutti s’incrociavano con i fantasmi contemporanei creati da Bohumil Hrabal e Milan Kundera e Vaclav Havel: una sola e strana moltitudine trasversale di conservatori e radicali e vecchi marxisti che affollava le struggenti notti della Praga magica di Angelo Maria Ripellino. Si saranno ritirati sdegnosi nelle ombre del quartiere ebraico, quando Breznev ordinò di ristabilire l’ordine, per riapparire vent’anni dopo inseguendo la cometa di Jan Palach.

(Pubblicato sul Secolo d'Italia del 4 gennaio 2009).

domenica, dicembre 07, 2008

In giro per l'Europa

Da domani si va un po' in giro per l'Europa. Un mese come un flipper, Italia, Austria, Slovacchia, di nuovo Italia, giù nel Finisterrae, nell'angolo che guarda ai Balcani. Il rientro a Berlino è previsto per la metà di gennaio, giorno più giorno meno. I post nelle prossime settimane saranno più rari, ma non mancheranno. Per il prossimo anno sono previste molte novità. Non staccate la spina da Walking Class. Per ora, un arrivederci a Berlino. (fotowalkingclass).

venerdì, dicembre 05, 2008

Davide contro Golia all'Allianz Arena

(Allianz Arena, fotowalkingclass)

Risultato finale: Bayern München - Hoffenheim 2-1
[reti: Ibisevic (H), Lahm (B), Toni (B)].
Grande partita, Bayern fortunato, vince al 92' minuto grazie ad uno svarione della difesa dell'Hoffenheim di cui approfitta Luca Toni, tornato a buoni livelli. Squadre appaiate in testa alla classifica. Il Bayern mostra la sua grande esperienza, l'Hoffenheim dà l'idea di poter arrivare sino in fondo. Per una volta, calcio tedesco a grandi livelli.

Manca ormai poco alla sfida dell'anno fra Davide e Golia. Fra Hoffenheim e Bayern München. In foto l'Allianz Arena, lo splendido stadio bavarese che questa sera si accenderà di rosso, come tradizione quando in casa gioca il Bayern. Il blu è riservato al Tsv 1860 München, che oggi milita in seconda divisione. Ma oggi questa foto ricorda i colori dell'Hoffenheim, la matricola terribile che guida la classifica e fa sognare i suoi tifosi. Davide e Golia, per la tradizione e il blasone delle due squadre. Ma per il gioco finora espresso e per la solidità finanziaria delle due società, non si sa davvero chi sia oggi Davide, e chi Golia. 

Staufen, l'ecologia e il ritorno di Faust

L’idea era pure suggestiva. Dotare il municipio di un sistema di riscaldamento ecologico, a buon mercato, in grado di rispettare quelle norme sull’ambiente cui i tedeschi tengono più di ogni altra cosa. Per il borgomastro una bella figura e un utile risparmio da mettere in bilancio. Senonché le cose sono andate diversamente e ora Michael Benitz, sindaco di Staufen, una piccolo paesino di ottomila anime ai bordi della Foresta Nera nella regione del Baden-Württemberg, deve vedersela con i suoi concittadini inviperiti, con il loro avvocato e con le crepe che si insinuano per tutto il centro storico, palazzo municipale compreso.

L’idea era stata quella di utilizzare il riscaldamento geotermico, sfruttando la riserva di calorie accumulate dalla terra attraverso sensori interrati e reti di serpentine che si inseguono nel sottosuolo. In Germania il sistema viene adottato da molti privati e Benitz aveva avuto la geniale idea di utilizzarlo per l’edificio pubblico per eccellenza, il Rathaus, come un fantastico e futuristico esempio di virtù pubblica.

Chi si avventura oggi fra le guglie e le casette che sembrano fatte di marzapane di Staufen, si trova però di fronte a uno spettacolo desolante. Le crepe si stanno mangiando i palazzi e le abitazioni dalle belle facciate color pastello. Si insinuano lungo l’acciottolato di sanpietrini, aggrediscono muri e tetti, s’infilano persino dentro le stanze del sindaco e s’ingrossano giorno dopo giorno. Dal sottosuolo non giunge solo il calore sperato ma anche un sordido movimento sussultorio che minaccia di ridurre in briciole uno dei centri storici sotto tutela della Germania. “Una catastrofe”, come ammette ora lo stesso improvvido borgomastro.

La colpa sembra proprio del complesso sistema di sensori piazzato sottoterra per dare corpo al progetto. L’acqua sarebbe filtrata nel terreno mescolandosi al materiale calcareo di cui è ricco il sottosuolo. Un complesso meccanismo di combinazioni chimiche avrebbe creato una sorta di matassa di gesso che, aumentando del 60 per cento il proprio volume, sta premendo verso la superficie, sgretolando tutto quello che incontra. Secondo accertamenti delle autorità competenti sono al momento 129 le case del nucleo storico interessate dal fenomeno, tutte facenti parte della zona sotto tutela artistica.

La polemica è divampata furiosa. I cittadini si sono affidati a un avvocato e chiedono che il Comune risarcisca i costi delle riparazioni, nella speranza che il fenomeno possa rimanere circoscritto alle crepe. Si tratta di diversi milioni di euro. Il sindaco, per ora, non ne vuol sapere. Guarda sconsolato le crepe che si aprono nel suo ufficio, sale con accortezza le scale di pietra del Rathaus attento a non inciampare negli smottamenti, ma ribatte di voler attendere la fine delle ricerche affidate agli esperti dell’Università di Stoccarda e le conclusioni del tribunale di Friburgo. Il territorio era un tempo soggetto a smottamenti sismici ma nessuno ricorda più un terremoto, almeno a memoria d’uomo. La gara allo scaricabarile coinvolge anche l’azienda cui sono stati affidati i lavori. Si tratta di un’impresa austriaca: li avesse svolti un’azienda di qui, sostengono i cittadini, avrebbero tenuto conto delle particolari condizioni del terreno. Ma gli austriaci costavano meno.

Difficile comunque non lasciarsi tentare, in questo caso, dalla forza della suggestione e dal richiamo della leggenda. Nel 1539, quasi 470 anni fa, proprio a Staufen il diavolo avrebbe chiesto al Dottor Faust di rendergli conto del patto stretto qualche tempo prima per accedere a conoscenze proibite. Oggi tocca al povero borgomastro Benitz rendere conto, ancora una volta, di aver voluto sfidare le leggi della natura. Questa volta vendendo l’anima alla moda dell’ecologia.

(pubblicato su il Giornale del 5 dicembre 2008)

giovedì, dicembre 04, 2008

La nuova Berlino e il castello di Franco Stella

(Il Palast der Republik nel 2004: qui verrà ricostruito il Castello; fotowalkingclass)

Dopo la Potsdamer Platz ridisegnata da Renzo Piano, sarà dunque un altro architetto italiano a ricostruire un pezzo della Berlino che fu. Questa volta tocca a Franco Stella, vicentino, al quale una giuria composta da architetti e politici tedeschi ha affidato, la scorsa settimana, il compito di rimettere in piedi il vecchio castello degli Hohenzoellern, al centro della città, nello spazio compreso fra il Duomo, l’Altes Museum di Schinkel, il fiume Sprea e la Unter den Linden, il grande viale berlinese che ricorda i Campi Elisi parigini e che corre dalla Porta di Brandeburgo verso questo immenso piazzale oggi vuoto.

Si tratta del cuore storico della capitale, l’ennesimo vuoto apertosi dopo le tante ferite del Novecento che segnano la storia e l’urbanistica di Berlino. Ed è un riconoscimento alla creatività e alla progettualità italiana da parte di una città divenuta il laboratorio urbanistico della nuova Europa. Il progetto di Stella deve aver messo tutti d’accordo, ponendo fine a una polemica infinita che si trascinava avanti da quasi venti anni, quando il facoltoso commerciante amburghese Wilhelm von Boddien si fece promotore dell’idea, allora considerata poco più di una boutade, di rimettere in piedi il castello dei principi e dei Kaiser, abbattuto dopo cinque secoli di onorata carriera dalle ruspe del regime comunista.

Danneggiato dai bombardamenti aerei della seconda guerra mondiale, lo Stadtschloss, il “castello di città” – questa la sua esatta denominazione – rimase intrappolato nel settore sovietico della Berlino divisa. Poteva essere restaurato ma venne invece completamente raso al suolo nel 1951, tra le proteste della comunità internazionale, in nome della nuova urbanistica real-socialista. Sebbene già dopo la rivoluzione del 1918 non fosse più residenza del Kaiser, il castello andava abbattuto perché l’aristocrazia prussiana degli Hohenzollern ricordava il tragico passato imperialista e guerrafondaio. Le cariche di esplosivo fecero giustizia di quelle meste mura, lasciando spazio ai metri cubi di cemento della nuova era comunista.

Sulle macerie di un tempo che andava cancellato venne innalzato il nuovo Palazzo della Repubblica, squadrato esempio del razionalismo socialista, per quarant’anni sede dei congressi unanimi del parlamento, di concerti, di appuntamenti culturali, di feste e balli popolari, cui venivano invitati funzionari e burocrati di partito, sindacalisti ossequiosi, eroi del lavoro, cittadini meritevoli. Questo nelle sale interne. Fuori, sul vasto piazzale, sfilavano le figurine classiche del regime, i soldati e i loro carri armati, i lavoratori delle industrie pesanti, le giovani fanciulle con le messi dorate raccolte dai campi, i giovanissimi con il fazzoletto azzurro dell’associazione giovanile di partito al collo, la Freie Deutsche Jugend, forgiata sul modello della tanto vituperata Hitlerjugend. Il Primo Maggio, la festa della Repubblica popolare, le parate militari davanti agli ospiti del Patto di Varsavia, gli anniversari della Rivoluzione d’ottobre: tutto il calendario celebrativo dell’universo comunista. Su quella piazza, di fronte a quel palazzo, si consumò anche l’ultimo atto della Ddr, con Gorbaciov e Honecker che salutavano senza guardarsi i soldati che sfilavano in occasione dei quarant’anni della Germania est, a pochi giorni dalla caduta del Muro e mentre i contestatori premevano sui cordoni di sicurezza della Volkspolizei.

Dunque, per il sogno di von Boddien c’era un ostacolo: il Palazzo della Repubblica. A suo modo un altro pezzo di storia, memoria contro memoria in una città che dopo la riunificazione stava cancellando i simboli dell’ennesimo regime appena caduto: forse con troppa fretta e con un po’ di arroganza, come avrebbe dimostrato l’inatteso fenomeno della Ostalgie. Tra le indecisioni e i litigi della politica, i veti incrociati del Senato della città e del governo federale, fu il Palazzo stesso a fornire la soluzione, sprigionando dalle sue giunture il veleno dell’amianto che lo condannò all’abbattimento sicuro. Nel frattempo i fautori della ricostruzione si erano organizzati in fondazione, al commerciante anseatico non mancavano spirito d’iniziativa e gusto dell’avventura. Nel 1993 trenta artisti parigini guidati da Catherine Feff dipinsero su un enorme telone di plastica il castello così come era e come lo avrebbe voluto ricostruire von Boddien: fu uno straordinario colpo d’occhio e da quel momento la boutade divenne progetto concreto.
Può sembrare strano che in una città così tumultuosa come Berlino le decisioni vengano prese con così tanta lentezza, ma le polemiche sono un po’ il sale di questa nuova capitale europea. Così ci sono voluti altri quattordici anni perché il governo avocasse a sé la decisione, trovasse i finanziamenti e desse il via al progetto. 

Ora, dunque, tocca ancora una volta a un italiano. Franco Stella dovrà abbandonare per un po’ di tempo i suoi corsi di progettazione architettonica all’Università di Genova e tuffarsi a capofitto nella realizzazione dell’opera. Non si tratterà però di un vero e proprio castello perché i tempi non sono più quelli delle fiabe, dei principi e delle dame di corte. Le indicazioni del Bundestag sono precise: la struttura sarà un grande contenitore culturale, divisa in spazi ampi e moderni e solo tre delle quattro facciate replicheranno perfettamente il castello così come era. La quarta, quella che si affaccia sul lungofiume, è stata lasciata alla libera interpretazione dell’architetto e Stella sembra essersi ispirato al palazzo della Civiltà del Lavoro dell’Eur, a Roma, sviluppando la successione di archi in orizzontale invece che in verticale. Un bel colpo d’occhio. 

Il complesso si chiamerà Humboldt-Forum e verrà affidato alle cure della omonima e vicina università. Stella si prepara a riempire i quarantamila metri quadrati dell’area. Fuori dalla sala della giuria che gli ha consegnato un premio di 100mila euro si sprecano i commenti positivi di politici e architetti: “Un progetto perfetto e geniale, un compromesso fantastico di antico e moderno”. Era dai tempi di Renzo Piano che un italiano non veniva avvolto da tanto entusiasmo qui a Berlino. Domenica scorsa è calato l’ultimo colpo di piccone sui resti del Palazzo di Honecker. Il castello della cultura di Stella sarà pronto nel 2013.

(pubblicato sul Secolo d'Italia del 4 dicembre 2008)

mercoledì, dicembre 03, 2008

Ci facciamo sempre riconoscere

Hertha-Galatasaray è finita 0-1. Atmosfera straordinaria all'Olympiastadion, fa sempre effetto vedere uno stadio così grande pieno come un uovo. Turca la curva ospite, turca la tribuna laterale (tribuna Tevere la chiamerebbero a Roma) e mista - multikulti? - quella centrale (insomma, la Montemario). Berlinesi stretti e gagliardi nella Ostkurve, in minoranza. Neve sciolta e terreno di gioco - avrebbe detto Enrico Ameri - in precarie condizioni. Primo tempo così e così, secondo tempo bello e arrembante, da un lato e dall'altro. Peggiore in campo? Vi avevo detto che l'arbitro era italiano? Il Galatasaray ha segnato su rigore dell'ottimo Barros, nazionale della Repubblica Ceca. Peccato che il penalty fosse regalato. Venti minuti dopo, identica situazione in area turca, ma il rigore non è stato fischiato. Fosse solo questo, fosse solo un errore di valutazione, pazienza. Se il calcio italiano resta di alto livello (a livello di club, di gran lunga superiore sia a quello tedesco che a quello turco), a noi tutti è invece nota la crisi in cui versa il settore arbitrale. Crisi di qualità. Pazienza. Nel giornalismo è lo stesso, non tirerò la prima pietra. Il problema è che il signor Rizzoli ha arbitrato con arroganza, non parlava con i giocatori (cosa che qui accade sempre, gli arbitri hanno un atteggiamento aperto con i calciatori) e faceva con la manina "sciò, via" come si fa con i mocciosi fastidiosi. Le polemiche del dopo partita sono tutte sulla suppnenza dell'arbitro. Perché gli errori ci stanno. La maleducazione no.

Italienisch für Ausländer: Ilaria Party

di Massimo Gramellini (da La Stampa)
Fu nella drammatica notte del 2 dicembre 2008 che il consiglio di amministrazione di Sky prese l’unica decisione in grado di garantirgli la sopravvivenza: fondare un partito politico. Ilaria Party, dal nome dell’on. D’Amico, candidata al ministero della Difesa e Contropiede. «L’Italia è il Paese che amo», disse il presidente Murdoch doppiato dal telecronista Caressa, ispirandosi a un format di successo degli Anni 90 di cui aveva comprato i diritti.

Il programma fu redatto da una squadra di esperti guidata da Vialli e Topolino (in quota Disney Channel): 1. lotta all’ultima parabola contro il regime berluscomunista; 2. più partite di calcio e film a luci rosse per tutti, anche gratis e a mezzogiorno; 3. inaugurazione dell’Albinoleffe Channel (per sottrarre voti alla Lega); 4. riduzione dell’Iva sulla pay-tv allo 0,1%, pagabile in comode rate quarantennali. Un documento riservato suggeriva di concentrare gli sforzi soprattutto sul punto numero 4. 

Essendo le frequenze di destra tutte occupate, l’Ilaria Party decise di schierarsi a sinistra, dove il segnale era debole, praticamente assente. Ottenne il sì di Rifondazione in cambio di un canale dedicato alle interviste di Gianni Minà, mentre per convincere Veltroni bastò garantirgli le repliche di “Giovanna, la nonna del corsaro nero” su Sky Classic. L’unico a tenere duro fu D’Alema: «Lo dissi nell’autunno del 1993 e lo ripeto oggi: in Italia non può succedere che il padrone di una tv riesca a fondare un partito». 

NOTA. Tranne l’ultima frase, il testo è frutto della fantasia dell’autore.

Mamma li turchi: l'Hertha in trasferta a Berlino

(Kebab Imbiss, Berlin-Schöneberg, fotowalkingclass)

Nevica di brutto, ma l'Olympiastadion potrebbe registrare il tutto esaurito, questa sera, per l'incontro di Coppa Uefa Hertha-Galatasaray. Potrebbe. Perché nei chioschi autorizzati alla vendita dei biglietti, compare ancora un cartello: "Noch Karten übrig, Ostkurve, Hertha-Fan Block". Insomma, se qualche ritardatario ci ripensa, qualche biglietto nella curva dei tifosi dell'Hertha lo può ancora rimediare. Nell'altra curva, quella dei tifosi turchi, non c'è posto neppure per uno spillo. Da giorni.

Hertha-Galatasaray, Berlino-Istanbul, è il vero derby d'Europa. Derby fratricida fra due tifoserie abituate a vivere ogni giorno gomito a gomito nella capitale tedesca, di fatto la terza città turca più grande del Continente dopo Istanbul e Ankara. La comunità turca è in fibrillazione e lo spirito nazionalista che spesso si amplifica quando si vive all'estero, fa superare i campanili locali: non tutti i turchi, ovviamente, tifano per il Galatasaray (solo a Istanbul, Fenerbahce e Besiktas sono squadre concorrenti) ma tutti i turchi, tutti i turchi di Berlino questa sera saranno dalla parte del Galatasaray (giusto per complicare gli intrecci, allenato dal tedesco Michael Skibbe). I bianco-blù locali giocheranno dunque in trasferta, tra gli spalti del proprio stadio. Nove anni fa le due squadre si incontrarono in Champions League, e i turchi misero a segno un cappotto memorabile: 4-1. Oggi l'Hertha è un po' più in salute di allora, in campionato viaggia al terzo posto dietro Hoffenheim e Bayern Monaco, ma il calore dei "concittadini turchi", la bolgia infernale che scateneranno questa sera all'Olympiastadion è capace di sciogliere anche la neve che in queste ore cade copiosa. In uno stadio che può ospitare poco più di 70mila spettatori, i tifosi turchi sono attesi in 40mila.

Per chi è in Germania o ha il satellite (ed è interessato) diretta ARD dalle 20.15. A proposito: arbitra l'italiano Rizzoli, assistenti Stefani e De Santis, in bocca al lupo. Per chi è a Berlino e non ha rimediato un biglietto, potrei consigliarvi di andare in qualche Imbiss turco tra Kreuzberg e Schöneberg. In fondo: italiani turchi, una faccia una razza. Anche se qui si tifa per l'Hertha.

India: le conseguenze sono ancor più terrificanti

(Delhi, Chadni Chowk, foto Franco Oliva)

di Rasheeda Bhagat
Even as we, the citizens of India, resolve never to forget the bloody and petrifying 59-hour siege on Mumbai and take a pledge to compel those responsible for our security — not only politicians but also our intelligence agencies and others who have been lax in guarding our borders, such as the Coast Guard, and probably even the Indian Navy — what is going to be much more important is our response to the post-Mumbai events. In the anger, all of it justified, and the jingoism, not all justified because clearly diverse agendas are being pushed here, that follows the Mumbai carnage, one wrong step can end up doing much more harm than good [... continua su The Indu Business Line].