sabato, gennaio 31, 2009

Berlino festeggia i 20 anni dalla caduta del Muro

(Info-box sulla Potsdamer Platz, fotowalkingclass)

I festeggiamenti più classici non mancheranno, come i fuochi d’artificio alla Porta di Brandeburgo o una lunga fila di tessere del domino che, la notte del 9 novembre, verranno fatte cadere a partire dal Checkpoint Charlie per simboleggiare l’effetto domino che la caduta del muro di Berlino ebbe in tutta l’Europa dell’Est. Tuttavia, il lungo anno del ventennale, conterà molti appuntamenti meno spettacolari finalizzati a riflettere, discutere, tracciare un bilancio.
La città di Berlino ha presentato mercoledì scorso il suo calendario per il ventennale della caduta del Muro. Evento che verrà ricordato in molte altre città del Continente (il Comune di Roma, ad esempio, sta preparando un suo fitto cartellone) ma che qui avrà il suo indiscutibile baricentro: qui dove tutto ebbe inizio e dove la cronaca, nel ventennio successivo, si è spesso intrecciata con la storia di una riunificazione complessa e affascinante.

“In questi vent’anni Berlino è cresciuta insieme, l’est e l’ovest, in un laboratorio sociale che viene osservato in tutto il mondo”, ha detto il borgomastro Klaus Wowereit inaugurando la prima di una lunga serie di manifestazioni. “Quando cadde la barriera, nessuno voleva più vedere il Muro, i cittadini si armarono di scalpelli e iniziarono a distruggerlo con le loro mani. Poi vennero le ruspe e in breve tempo, di quella ferita, non rimasero che pochi resti. Oggi si discute se, per motivi storici e turistici, non sarebbe stato meglio conservarne una parte, in modo da mantenere visivamente viva la memoria dei danni che una dittatura produce. Ma abbiamo aperto dei memoriali, ci sono supporti tecnologici per ripercorrere le tracce della storia e oggi presentiamo un fitto programma che ci accompagnerà lungo tutto il 2009”.

I resti ci sono, nascosti qua e là tra la vegetazione che nel frattempo si è arrampicata sulle rovine. Qualcosa in più è rimasta sulla Bernauer Strasse, la lunga via a nord-est della città lungo la quale si consumarono grandi tragedie umane. C’è il museo al Checkpoint Charlie, il punto di frontiera dove si fronteggiavano soldati americani e sovietici. C’è la East Side Gallery, lunga poco più di un chilometro, dove sul lato destro della Sprea un centinaio di artisti di tutto il mondo ha dipinto sul lato orientale del Muro graffiti inneggianti alla libertà e alla pace. E ci sono le utlime diavolerie tecnologiche, come il telefonino multimediale che ogni turista dotato di buon allenamento può mettersi al collo per ripercorrere in bicicletta il perimetro esatto lungo il quale correva il Muro.

La festa e il ricordo sono però ingredienti forse inevitabili ma non sufficienti per celebrare un ventennale, almeno nella città che vive tuttora le conseguenze di quarant’anni di divisione. “Vogliamo tracciare un bilancio di come la città si è trasformata dal 1989” dice Richard Meng, portavoce del Senato berlinese, presentando l’appuntamento di apertura nella ricostruita Potsdamer Platz, tra i grattacieli di Renzo Piano e le futuristiche costruzioni di Helmut Jahn. La piazza decantata da Filippo Tommaso Marinetti negli anni Venti è divenuta il simbolo della rinascita di Berlino. Il Muro l’aveva tagliata in due, stringendola in una terra di nessuno dentro la quale Wim Wenders faceva aggirare uno smarrito Peter Falk nel leggendario Il cielo sopra Berlino. Oggi le facciate dei nuovi edifici illuminano una nuova vita, con i cinema, i teatri, i centri commerciali, ristoranti e caffè, mentre le auto scorrono veloci lungo le grandi arterie regolate dalla riproduzione del primo semaforo al mondo, che Marinetti chiamava velocifero.

Da qui parte la grande mostra berlinese. Un Info-box di colore rosso fiammante ospita un grande pannello multimediale sul quale è riprodotta la mappa della città. Nei vari punti simbolici è possibile visualizzare il prima e il dopo: strade divise tornate unite, piazze tagliate restituite a nuova vita, zone morte rimesse in attività. Il gioco del prima e del dopo si ripete sui pannelli tridimensionali, dove basta spostare lo sguardo per fare un viaggio nel tempo di questi ultimi vent’anni.

L’Info-box si sdoppierà. Un secondo modulo mobile si aggirerà per le aree che più di tutte hanno vissuto trasformazioni urbanistiche e architettoniche. La Marlene Dietrich Platz, dove fra una settimana prenderà il via la cinquantanovesima edizione della Berlinale; la nuova stazione centrale, il gioiello di vetro e acciaio da cui transitano i treni veloci per tutta Europa; la Museumsinsel, l’isola dei musei che racchiude i tesori artistici della città; l’Olympiastadion, passato indenne attraverso le tragedie del Novecento. A maggio toccherà all’Alexanderplatz, dove nell’autunno 1989 si svolsero le manifestazioni oceaniche che diedero il colpo di grazia alla Ddr, ospitare una mostra all’aperto sulla rivoluzione pacifica. In attesa della Festa della libertà, dal 7 al 9 novembre, tra fuochi d’artificio ed effetti domino.

venerdì, gennaio 30, 2009

Sorpresa: per i liberali consenso record

Liberali su, Cdu in flessione, Spd al palo, Verdi poco su e fine del fenomeno Linke. Tagliato un po' con l'accetta è il risultato del Politbarometer della Zdf, uno dei più autorevoli sondaggi sulle tendenze elettorali tedesche. Decisamente da seguire nell'anno che ci condurrà alle elezioni generali di settembre. Gli spostamenti sono sensibili. I liberali (caso unico in Europa in tempi di crisi economica) schizzano al 16 per cento, un record. Consenso probabilmente strappato alla Cdu (37 per cento, meno cinque punti): la Merkel paga forse il profilo sociale dato alla sua politica economica. L'Spd interrompe l'emorragia dell'ultimo anno (stabile al 27 per cento) mentre la Linke arretra di ben due punti: fenomeno ridimensionato? Non basta alla sinistra il buon risultato dei Verdi, che salgono al 9. A parte molte altre riflessioni che faremo nei prossimi giorni, il Politbarometer registra per la prima volta da molti anni la possibilità di una maggioranza organica di centrodestra (Cdu più liberali) che eviterebbe sia una riedizione della coalizione straordinaria tra i due grandi (e alternativi) partiti, sia la ricerca di alleanze inedite che appaiono, allo stato delle cose, ancora acerbe e premature.

Ancora su Jan Palach

Ora che il quarantennale del 1968 è passato, e con esso anche quel po’ di ricostruzione del “Sessantotto degli altri”, cioè il Sessantotto cecoslovacco della Primavera di Praga, a ricordare l’evento più tragico di quella rivoluzione mancata restano in pochi. Eppure per decenni il mito di Jan Palach, il giovane studente universitario che si diede fuoco nella centrale e simbolica piazza San Venceslao di Praga, influenzò generazioni di studenti, poeti e cantautori in tutta Europa. Oggi che da quel gesto di ribellione alla sopraffazione del potere sono trascorsi, appunto, quarant’anni, Jan Palach sembra scivolato nell’oblio della storia. Anche a casa sua [continua su Ff Web Magazine].

L'articolo è stato pubblicato il 15 gennaio 2009.

Gennaio amaro per l'occupazione

(Disoccupazione in Germania, gennaio 2009, fonte: SZ)

Alla fine è arrivata. Attesa, temuta, esorcizzata: la mazzata sui disoccupati. Il dato è stato fornito ieri dall'agenzia federale per il lavoro di Norimberga (Bundesagentur für Arbeit): si tratta di un aumento sensibile. In termini assoluti, i disoccupati sono 387mila in più rispetto al mese di dicembre (Handelsblatt), fissando la percentuale all'8,3 per cento. Nel grafico riportato in apertura, ripreso dalla Süddeutsche Zeitung, la distribuzione geografica dei disoccupati: un quadro sempre utile a valutare lo stato della riunificazione per quel che riguarda il mercato del lavoro. Visto che siamo entrati nel "ventennale", il bilancio dell'integrazione fra le due Germanie sarà un leitmotiv di questo blog.

Nella dinamica interna al mercato del lavoro, si registra una massiccia richiesta da parte delle aziende del cosiddetto Kurzarbeit, il lavoro breve (concetto noto in Italia come settimana corta): la possibilità di accedere al meccanismo che consente di ridurre le ore lavorative e di conseguenza il salario dei lavoratori pagato dalle aziende. Per la quota mancante interviene lo Stato, proprio attraverso l'agenzia federale del lavoro. Un meccanismo che riduce il ricorso alla disoccupazione: grazie all'intervento pubblico, l'azienda non riduce i posti di lavoro, nella speranza che la situazione economica riprenda al più presto e consenta i reintegro pieno dei lavoratori (Süddeutsche Zeitung). L'istituto del Kurzarbeit è da tempo presente in Germania (di fatto sostituisce la nostra cassa integrazione), e lo scorso novembre è stato modificato nella durata (da sei a diciotto mesi) per consentire alle aziende di affrontare con strumenti rinforzati la crisi economica. Una crisi che, anche sul piano della forza lavoro, si annuncia ancora molto lunga.

Nel frattempo al Bundestag è in discussione il secondo pacchetto di aiuti e di stimolo all'economia, il Konjunturpaket II. Il parlamento ha rimesso la proposta del governo all'apposita commissione per ulteriori approfondimenti e consigli. L'approvazione è prevista per il 13 febbraio.

martedì, gennaio 27, 2009

Per gli imprenditori un po' di respiro

(Ifo Geschäftsklima Deutschland, gennaio 2009)

Nel mare di pessimismo che si respira in economia un po' dovunque, spicca il dato fornito oggi dall'Ifo, l'istituto di ricerche economiche dell'Università di Monaco di Baviera, che monitorizza mensilmente il clima che si respira all'interno delle aziende. I media tedeschi hanno riportato il dato fornito oggi con grande enfasi (qui lo Spiegel), giacché invece della caduta attesa si è registrata una ripresa dell'indice di fiducia dei manager.

Il dato preso da solo dice poco: 83 punti, contro 82,6 del mese scorso. Tuttavia indicano una certa fiducia fra gli imprenditori che in tempi di magra non è da buttar via. In più si tratta del primo dato in salita dopo mesi di continui cali. Ed è proprio su questo che insistono gli studiosi dell'istituto bavarese per gettare acqua sul fuoco. Innanzitutto la ripresa è troppo lieve. In secondo luogo l'indice era sceso talmente tanto nei mesi scorsi che parlare di un'inversione di tendenza è assai prematuro. Certo, gli imprenditori hanno ormai assorbito lo shock della crisi e vedono il futuro con minor scetticismo. L'Ifo invita però media e analisti ad usare maggiore prudenza. Comunque, sul versante economico non è stata una cattiva giornata.

Assieme all'indice di fiducia degli imprenditori sono giunti i dati sulle azioni della Siemens. Sorprendentemente positivi. Gli azionisti possono brindare, anche se il quotidiano finanziario Handelsblatt invita a leggere anche qualche accenno di critica.

Da Münster: meno calorie, più memoria

Prendiamola alla larga, prima di tuffarci in politica e in economia. Assumere meno calorie fa bene alla linea, e questo si sapeva. Ma secondo uno studio realizzato da esperti dell'Universita di Münster e ripreso dal Proceedings of National Academy of Sciences Journal, ridurre di un terzo le calorie ingurgitate fa bene alla memoria. Ne aumenta le capacità. La Bbc ci fa un lungo servizio, nel quale viene esposto lo stato del dibattito intorno al tema della riduzione delle calorie. Pro, contro, dubbi. ma anche gli ultimi dati della ricerca tedesca. 

La nuova bigiotteria di Luca Toni

Da dove ricominciare? Da dove ripartire con Walking Class dopo un lungo periodo di pausa? Dal gossip, ovvio, ingrediente solitamente poco presente su queste "pagine". L'indiscrezione arriva direttamente da Monaco di Baviera e riguarda il giocatore italiano più famoso di Germania, Luca Toni. A pubblicarla è l'autorevole Süddeutsche Zeitung che fornisce così una copertura affidabile al giornale scandalistico che per primo ha tirato fuori la notizia: l'Abendzeitung. Il bomber del Bayern avrebbe una liaison dangerouse con Sandy Meyer-Wölden, che dietro una cascata di capelli biondi e un nome altisonante nasconde un'arte tutta particolare per gioielli e bigiotteria di classe. E' una delle varie ex di Boris Becker. La Bundesliga riparte nel prossimo fine settimana e dopo il grave infortunio al centravanti dell'Hoffenheim, le quotazioni dei campioni bavaresi sono in crescita. Luca Toni ha ritrovato nell'ultimo mese prima della pausa invernale la strada del gol e la squadra bavarese sembra essersene giovata, completando la rincorsa alla matricola terribile. Ora il nostro campione, che è da lungo tempo fidanzato con la bella modella Marta Cecchetto, sembrerebbe aver trovato ulteriori motivi di integrazione nella sua nuova Heimat, anche se il presunto scoop non trova alcuna conferma dagli interessati. I dettagli sono da indagatori del gossip e chi capisce il tedesco può leggerseli negli articoli sopra linkato. Qui abbiamo già dato: il gossip non è il nostro forte.

mercoledì, gennaio 14, 2009

Jan Palach, a 40 anni dall'inverno di Praga

(Jan Palach, lapide commemorativa in Piazza San Venceslao a Praga, fotowalkingclass)

A gennaio fa sempre molto freddo dalle parti di Praga. L’umidità sale dalle anse della Moldava, si arrampica sulle pietre antiche dei ponti, abbraccia il vento gelido che scende dai monti boemi e forma una patina di brina sulle statue severe del Ponte Carlo. Qualche volta scende giù un nevischio bagnato, tanto per rendere ancora più sbiadita e magica l’immagine da cartolina del vecchio castello che dall’alto domina il centro storico. Non è neve bianca e candida, è proprio nevischio. Pesante, grigio, duro. Faceva freddo anche quel gennaio del 1969, il gennaio di quarant’anni fa. Tempo da lupi. Tempo da rimanere al caldo sotto le coperte e al diavolo la rivoluzione, la speranza e la protesta. Tanto più che Praga è così bella anche quando è triste e quasi invita ad abbandonarsi malinconici a quel grigiore ovattato, all’umido che sale dal fiume e alla brina che si deposita sulle statue severe del Ponte Carlo.

Jan Palach, venti anni, però aveva una missione da svolgere e un patto da rispettare, stretto qualche sera prima con un cerchio di amici, magari romanticamente seduti attorno al tavolo di una birreria, una di quelle bettole della città vecchia dove, quando fuori tutto congiura, tempo e politica, ci si rifugia a bere la migliore birra del mondo, che notoriamente è proprio quella ceca: bionda, corposa, dal sapore robusto che riscalda il corpo e l’anima e i sogni perduti. Niente letto, dunque, e niente coperte quel giorno. Era il 16 gennaio di quarant’anni fa, nel resto d’Europa fiammeggiavano le bandiere rosse della contestazione studentesca, contro il capitalismo, contro la borghesia, contro gli Stati Uniti d’America e la sua guerra in Vietnam. A Praga era già un bel po’ che non fiammeggiava più niente.

Jan Palach aveva una piazza da scalare, la piazza San Venceslao, ampia, rettangolare e tutta in salita per arrivare lì in cima dove troneggia il cavallo bronzeo su cui siede con lo sguardo fiero il duca e patrono di Boemia, appunto Venceslao, santo e pacifista. Attese il pomeriggio, poi s’incamminò, forse faticò un poco per arrivare sotto la statua, si tolse il cappotto pesante di lana, lo posò sulle pietre della fontana, lasciò lì accanto la borsa, quindi sollevò sulla testa un canestro e si versò addosso tutto il liquido che conteneva. Neppure il tempo di ingolfarsi le narici del puzzo di benzina, senza un attimo di ripensamento, tirò fuori dalla tasca i fiammiferi e si diede fuoco. Bruciava Jan Palach, nel pomeriggio gelido di Praga, nella disperata speranza di scaldare di nuovo l’onore dei cecoslovacchi, di sciogliere l’umido e la brina che salivano dalla Moldava e si posavano sui ponti e sulle statue severe del Ponte Carlo e sulle coscienze dei concittadini che avevano smesso di lottare per il socialismo dal volto umano e si stavano spegnendo nella rassegnazione. Bruciò fino a che l’autista di un tram bloccò il mezzo che transitava sulla piazza e si precipitò gettandogli sopra giacca e cappotto e tutto quello che trovò a portata di mano in quegli attimi disperati. A gennaio fa sempre molto freddo dalle parti di Praga. A gennaio muoiono le primavere, anche quelle più ostinate. Jan Palach morì tre giorni dopo per le ustioni riportate.

Nel calendario commemorativo che ha punteggiato il quarantennale del 1968, a cavallo tra le contestazioni marcusian-maoiste d’occidente e la ribellione anticomunista d’oriente passata alla storia con il nome poetico di Primavera di Praga, la data del 16 gennaio 1969 segna il punto finale, simbolico e doloroso, di una stagione riformista che avrebbe potuto cambiare il corso del socialismo e forse della storia d’Europa. Il gesto clamoroso ed estremo di Jan Palach, che verrà ripetuto nelle settimane successive da tre altri giovani, è già un appunto a futura memoria, un messaggio disperato infilato in una bottiglia che navigherà per venti anni prima di essere raccolto e interpretato da una nuova generazione, quella che darà vita ai crolli dei muri e dei regimi del 1989.

Venti anni di tempo per passare da una rivolta fallita a una riuscita, dal sogno di un socialismo riformato alla realtà del comunismo ripudiato. Poi altri venti anni per sperimentare la nuova era, riappropriarsi del proprio destino e arrivare fino ad oggi. E ritrovarsi nel pieno di una crisi economica globale che ha interrotto la crescita pressoché continua del paese e di una transizione politica che non ha ancora trovato il suo centro di gravità permanente.

Eppure qui, nel cuore morbido della rinata Mitteleuropa, le inquietudini di un tempo sembrano aver trovato in apparenza le risposte giuste. Il passaggio dal socialismo reale alla democrazia è stato indolore, tanto che alla rivoluzione cecoslovacca è stato trovato un altro attributo gentile, come quello della primavera del 1968: la rivoluzione di velluto. La folla dura e silenziosa che presidiava ancora una volta piazza San Venceslao ha potuto riabbracciare i suoi eroi di un tempo e restituirgli l’onore e la dignità smarrita, da Vaclav Havel, il drammaturgo passato dal carcere alla presidenza della Repubblica ad Alexander Dubcek, sul volto del quale ritornò il sorriso triste prima di morire in un incidente stradale sul quale ancor oggi si esercitano i dubbi dei complottisti. E anche la transizione dell’economia, dai piani statali al libero mercato, è stata meno dura che altrove, giovandosi di una cultura industriale e del lavoro che era patrimonio e tradizione del paese già ai tempi dell’Impero austro-ungarico ed era passata indenne attraverso gli anni delle collettivizzazioni e delle produzioni forzate.

Anche il primo serio strappo alla favola cecoslovacca è stato superato senza gravi danni, il distacco fra le due regioni che non volevano più convivere e che avevano riscoperto incomprensioni, gelosie, nazionalismi. L’unità era stata una parentesi artificiale e tutto sommato breve nella lunga storia dei due mondi, il ceco e lo slovacco. Praga da un lato e Bratislava dall’altro, la ricca e la povera, la bella e la bestia. Separazione consensuale, come una coppia civile dotata di buonsenso, una cartolina di civiltà spedita in quegli anni dalla Mitteleuropa ai Balcani dilaniati dalla guerra fratricida. E con il paradosso oggi di vedere la bestia che sorpassa la bella, la Slovacchia in cima a tutte le classifiche del miracolo est-europeo e Bratislava che per una volta si gode i riflettori del successo, lasciando Praga un po’ in ombra. E il dualismo politico che per diversi lustri ha contrapposto un presidente socialista come Vaclav Havel, letterato e dissidente, amato dall’intellighenzia di mezza Europa e un premier liberista come Vaclav Klaus, sarcastico e provocatore, amato dai realisti dell’altra metà d’Europa, sembrava ricalcare lo schema perfetto delle democrazie dell’alternanza di stampo anglosassone. Il castello di Hradcany come il palazzo di Westminster, la giovane arena politica ceca solenne e stabile come quella inglese. Salvo poi misurare l’impasse del sistema inceppatosi in una serie di leadership deboli, di scandali politici e di trasformismi.

Fino al braccio di ferro con l’Europa, accentuato dopo l’ingresso (agognato per anni) nell’Unione Europea. Da qualche giorno la Repubblica Ceca ha assunto le redini semestrali dell’Ue, secondo paese del blocco est-europeo dopo la Slovenia, e nelle capitali della Vecchia Europa si trattiene il fiato, temendo una presidenza euro-scettica, specie dopo che Vaclav Klaus, nel frattempo subentrato ad Havel alla presidenza della Repubblica, ha elogiato gli irlandesi per il loro “no” al trattato di Lisbona e ha sottolineato un parallelismo tra la sua attuale opposizione “all’Europa dei burocrati” e il suo passato di dissidente nella Cecoslovacchia normalizzata dall’Unione Sovietica. Si aggiungano le divergenze con Bruxelles sul progetto dello scudo missilistico americano, che prevede proprio in Repubblica Ceca l’installazione del radar, e si ha il quadro completo di come, anche in politica estera, dalle rose di Praga giungano oggi più spine che petali.

Tuttavia, viaggiando per le ordinate cittadine della Slovacchia orientale, arrampicandosi sui resort turistici dei Monti Tatra, scavallando il trafficato Danubio nel centro di Bratislava, rimbalzando sui sampietrini dei centri storici della Boemia settentrionale o mescolandosi fra le migliaia di turisti che assalgono le magie di Praga è impossibile non tracciare un bilancio positivo della transizione nei due Stati che formarono la Cecoslovacchia e che tentarono, quarant’anni fa, la scommessa di riformare il comunismo. Se c’è un destino storico, un filo rosso che lega le sfide intellettuali e politiche di ieri ai successi economici e sociali di oggi, questo è rintracciabile nella profonda cultura, civiltà ed eleganza che costituiscono il dna degli abitanti di questa parte d’Europa, dove sembra essersi condensata tutta la gentilezza e tutta l’arguzia dei miti e delle atmosfere che hanno segnato la Mitteleuropa. Talvolta tutto questo sfocia in una sorta di autocompiacimento rischioso, i cechi più che gli slovacchi corrono il rischio di piacersi troppo guardandosi allo specchio, dimenticando che al di là dei monti e dei colli che segnano i loro confini c’è anche il resto del mondo, non sempre paziente nel decifrare le sottigliezze moldavo-danubiane.

Tuttavia dovette sembrare strana Praga ai soldati dell’Armata Rossa che vi giunsero nell’agosto del ’68 per portare un aiuto fraterno che non era stato richiesto: i praghesi, dopo aver provato a spiegare e senza cedere alla volgarità della violenza, decisero che era il caso di ignorarli, di fare come se non ci fossero, una beffarda resistenza passiva che aggiunse assurdità ad assurdità, mentre l’incomprensione diplomatica fra le componenti del Patto di Varsavia portò Breznev a sbagliare tutto, ad abbracciare la dottrina della sovranità limitata, a condannare proprio in quel momento l’universo comunista all’irriformabilità e alla sconfitta. Ci vollero ancora venti anni. Ma con il tempo avremmo capito che la torcia umana di Jan Palach, accesa drammaticamente sulla piazza di San Venceslao, più che una protesta impotente per il Sessantotto fallito illuminava il futuro di un Ottantanove inevitabile.

Il fantasma di Franz Kafka era lì, nelle giornate della primavera, a farsi beffa dei ragazzoni russi che non capivano i coetanei fricchettoni di Praga e sparavano in aria per dare l’idea che qualcosa di grosso stesse accadendo. Vagava per birrerie e club clandestini, sorti come funghi nell’atmosfera di libertà che il socialismo dal volto umano aveva scatenato, e se la rideva con Jaroslav Hasek e il suo soldato Josef Svejk, si dava di gomito con lo scrittore surrealista Vitezslav Nezval e i vari Milos, da Marten a Jranek e tutti s’incrociavano con i fantasmi contemporanei creati da Bohumil Hrabal e Milan Kundera e Vaclav Havel: una sola e strana moltitudine trasversale di conservatori e radicali e vecchi marxisti che affollava le struggenti notti della Praga magica di Angelo Maria Ripellino. Si saranno ritirati sdegnosi nelle ombre del quartiere ebraico, quando Breznev ordinò di ristabilire l’ordine, per riapparire vent’anni dopo inseguendo la cometa di Jan Palach.

(Pubblicato sul Secolo d'Italia del 4 gennaio 2009).

domenica, dicembre 07, 2008

In giro per l'Europa

Da domani si va un po' in giro per l'Europa. Un mese come un flipper, Italia, Austria, Slovacchia, di nuovo Italia, giù nel Finisterrae, nell'angolo che guarda ai Balcani. Il rientro a Berlino è previsto per la metà di gennaio, giorno più giorno meno. I post nelle prossime settimane saranno più rari, ma non mancheranno. Per il prossimo anno sono previste molte novità. Non staccate la spina da Walking Class. Per ora, un arrivederci a Berlino. (fotowalkingclass).

venerdì, dicembre 05, 2008

Davide contro Golia all'Allianz Arena

(Allianz Arena, fotowalkingclass)

Risultato finale: Bayern München - Hoffenheim 2-1
[reti: Ibisevic (H), Lahm (B), Toni (B)].
Grande partita, Bayern fortunato, vince al 92' minuto grazie ad uno svarione della difesa dell'Hoffenheim di cui approfitta Luca Toni, tornato a buoni livelli. Squadre appaiate in testa alla classifica. Il Bayern mostra la sua grande esperienza, l'Hoffenheim dà l'idea di poter arrivare sino in fondo. Per una volta, calcio tedesco a grandi livelli.

Manca ormai poco alla sfida dell'anno fra Davide e Golia. Fra Hoffenheim e Bayern München. In foto l'Allianz Arena, lo splendido stadio bavarese che questa sera si accenderà di rosso, come tradizione quando in casa gioca il Bayern. Il blu è riservato al Tsv 1860 München, che oggi milita in seconda divisione. Ma oggi questa foto ricorda i colori dell'Hoffenheim, la matricola terribile che guida la classifica e fa sognare i suoi tifosi. Davide e Golia, per la tradizione e il blasone delle due squadre. Ma per il gioco finora espresso e per la solidità finanziaria delle due società, non si sa davvero chi sia oggi Davide, e chi Golia. 

Staufen, l'ecologia e il ritorno di Faust

L’idea era pure suggestiva. Dotare il municipio di un sistema di riscaldamento ecologico, a buon mercato, in grado di rispettare quelle norme sull’ambiente cui i tedeschi tengono più di ogni altra cosa. Per il borgomastro una bella figura e un utile risparmio da mettere in bilancio. Senonché le cose sono andate diversamente e ora Michael Benitz, sindaco di Staufen, una piccolo paesino di ottomila anime ai bordi della Foresta Nera nella regione del Baden-Württemberg, deve vedersela con i suoi concittadini inviperiti, con il loro avvocato e con le crepe che si insinuano per tutto il centro storico, palazzo municipale compreso.

L’idea era stata quella di utilizzare il riscaldamento geotermico, sfruttando la riserva di calorie accumulate dalla terra attraverso sensori interrati e reti di serpentine che si inseguono nel sottosuolo. In Germania il sistema viene adottato da molti privati e Benitz aveva avuto la geniale idea di utilizzarlo per l’edificio pubblico per eccellenza, il Rathaus, come un fantastico e futuristico esempio di virtù pubblica.

Chi si avventura oggi fra le guglie e le casette che sembrano fatte di marzapane di Staufen, si trova però di fronte a uno spettacolo desolante. Le crepe si stanno mangiando i palazzi e le abitazioni dalle belle facciate color pastello. Si insinuano lungo l’acciottolato di sanpietrini, aggrediscono muri e tetti, s’infilano persino dentro le stanze del sindaco e s’ingrossano giorno dopo giorno. Dal sottosuolo non giunge solo il calore sperato ma anche un sordido movimento sussultorio che minaccia di ridurre in briciole uno dei centri storici sotto tutela della Germania. “Una catastrofe”, come ammette ora lo stesso improvvido borgomastro.

La colpa sembra proprio del complesso sistema di sensori piazzato sottoterra per dare corpo al progetto. L’acqua sarebbe filtrata nel terreno mescolandosi al materiale calcareo di cui è ricco il sottosuolo. Un complesso meccanismo di combinazioni chimiche avrebbe creato una sorta di matassa di gesso che, aumentando del 60 per cento il proprio volume, sta premendo verso la superficie, sgretolando tutto quello che incontra. Secondo accertamenti delle autorità competenti sono al momento 129 le case del nucleo storico interessate dal fenomeno, tutte facenti parte della zona sotto tutela artistica.

La polemica è divampata furiosa. I cittadini si sono affidati a un avvocato e chiedono che il Comune risarcisca i costi delle riparazioni, nella speranza che il fenomeno possa rimanere circoscritto alle crepe. Si tratta di diversi milioni di euro. Il sindaco, per ora, non ne vuol sapere. Guarda sconsolato le crepe che si aprono nel suo ufficio, sale con accortezza le scale di pietra del Rathaus attento a non inciampare negli smottamenti, ma ribatte di voler attendere la fine delle ricerche affidate agli esperti dell’Università di Stoccarda e le conclusioni del tribunale di Friburgo. Il territorio era un tempo soggetto a smottamenti sismici ma nessuno ricorda più un terremoto, almeno a memoria d’uomo. La gara allo scaricabarile coinvolge anche l’azienda cui sono stati affidati i lavori. Si tratta di un’impresa austriaca: li avesse svolti un’azienda di qui, sostengono i cittadini, avrebbero tenuto conto delle particolari condizioni del terreno. Ma gli austriaci costavano meno.

Difficile comunque non lasciarsi tentare, in questo caso, dalla forza della suggestione e dal richiamo della leggenda. Nel 1539, quasi 470 anni fa, proprio a Staufen il diavolo avrebbe chiesto al Dottor Faust di rendergli conto del patto stretto qualche tempo prima per accedere a conoscenze proibite. Oggi tocca al povero borgomastro Benitz rendere conto, ancora una volta, di aver voluto sfidare le leggi della natura. Questa volta vendendo l’anima alla moda dell’ecologia.

(pubblicato su il Giornale del 5 dicembre 2008)

giovedì, dicembre 04, 2008

La nuova Berlino e il castello di Franco Stella

(Il Palast der Republik nel 2004: qui verrà ricostruito il Castello; fotowalkingclass)

Dopo la Potsdamer Platz ridisegnata da Renzo Piano, sarà dunque un altro architetto italiano a ricostruire un pezzo della Berlino che fu. Questa volta tocca a Franco Stella, vicentino, al quale una giuria composta da architetti e politici tedeschi ha affidato, la scorsa settimana, il compito di rimettere in piedi il vecchio castello degli Hohenzoellern, al centro della città, nello spazio compreso fra il Duomo, l’Altes Museum di Schinkel, il fiume Sprea e la Unter den Linden, il grande viale berlinese che ricorda i Campi Elisi parigini e che corre dalla Porta di Brandeburgo verso questo immenso piazzale oggi vuoto.

Si tratta del cuore storico della capitale, l’ennesimo vuoto apertosi dopo le tante ferite del Novecento che segnano la storia e l’urbanistica di Berlino. Ed è un riconoscimento alla creatività e alla progettualità italiana da parte di una città divenuta il laboratorio urbanistico della nuova Europa. Il progetto di Stella deve aver messo tutti d’accordo, ponendo fine a una polemica infinita che si trascinava avanti da quasi venti anni, quando il facoltoso commerciante amburghese Wilhelm von Boddien si fece promotore dell’idea, allora considerata poco più di una boutade, di rimettere in piedi il castello dei principi e dei Kaiser, abbattuto dopo cinque secoli di onorata carriera dalle ruspe del regime comunista.

Danneggiato dai bombardamenti aerei della seconda guerra mondiale, lo Stadtschloss, il “castello di città” – questa la sua esatta denominazione – rimase intrappolato nel settore sovietico della Berlino divisa. Poteva essere restaurato ma venne invece completamente raso al suolo nel 1951, tra le proteste della comunità internazionale, in nome della nuova urbanistica real-socialista. Sebbene già dopo la rivoluzione del 1918 non fosse più residenza del Kaiser, il castello andava abbattuto perché l’aristocrazia prussiana degli Hohenzollern ricordava il tragico passato imperialista e guerrafondaio. Le cariche di esplosivo fecero giustizia di quelle meste mura, lasciando spazio ai metri cubi di cemento della nuova era comunista.

Sulle macerie di un tempo che andava cancellato venne innalzato il nuovo Palazzo della Repubblica, squadrato esempio del razionalismo socialista, per quarant’anni sede dei congressi unanimi del parlamento, di concerti, di appuntamenti culturali, di feste e balli popolari, cui venivano invitati funzionari e burocrati di partito, sindacalisti ossequiosi, eroi del lavoro, cittadini meritevoli. Questo nelle sale interne. Fuori, sul vasto piazzale, sfilavano le figurine classiche del regime, i soldati e i loro carri armati, i lavoratori delle industrie pesanti, le giovani fanciulle con le messi dorate raccolte dai campi, i giovanissimi con il fazzoletto azzurro dell’associazione giovanile di partito al collo, la Freie Deutsche Jugend, forgiata sul modello della tanto vituperata Hitlerjugend. Il Primo Maggio, la festa della Repubblica popolare, le parate militari davanti agli ospiti del Patto di Varsavia, gli anniversari della Rivoluzione d’ottobre: tutto il calendario celebrativo dell’universo comunista. Su quella piazza, di fronte a quel palazzo, si consumò anche l’ultimo atto della Ddr, con Gorbaciov e Honecker che salutavano senza guardarsi i soldati che sfilavano in occasione dei quarant’anni della Germania est, a pochi giorni dalla caduta del Muro e mentre i contestatori premevano sui cordoni di sicurezza della Volkspolizei.

Dunque, per il sogno di von Boddien c’era un ostacolo: il Palazzo della Repubblica. A suo modo un altro pezzo di storia, memoria contro memoria in una città che dopo la riunificazione stava cancellando i simboli dell’ennesimo regime appena caduto: forse con troppa fretta e con un po’ di arroganza, come avrebbe dimostrato l’inatteso fenomeno della Ostalgie. Tra le indecisioni e i litigi della politica, i veti incrociati del Senato della città e del governo federale, fu il Palazzo stesso a fornire la soluzione, sprigionando dalle sue giunture il veleno dell’amianto che lo condannò all’abbattimento sicuro. Nel frattempo i fautori della ricostruzione si erano organizzati in fondazione, al commerciante anseatico non mancavano spirito d’iniziativa e gusto dell’avventura. Nel 1993 trenta artisti parigini guidati da Catherine Feff dipinsero su un enorme telone di plastica il castello così come era e come lo avrebbe voluto ricostruire von Boddien: fu uno straordinario colpo d’occhio e da quel momento la boutade divenne progetto concreto.
Può sembrare strano che in una città così tumultuosa come Berlino le decisioni vengano prese con così tanta lentezza, ma le polemiche sono un po’ il sale di questa nuova capitale europea. Così ci sono voluti altri quattordici anni perché il governo avocasse a sé la decisione, trovasse i finanziamenti e desse il via al progetto. 

Ora, dunque, tocca ancora una volta a un italiano. Franco Stella dovrà abbandonare per un po’ di tempo i suoi corsi di progettazione architettonica all’Università di Genova e tuffarsi a capofitto nella realizzazione dell’opera. Non si tratterà però di un vero e proprio castello perché i tempi non sono più quelli delle fiabe, dei principi e delle dame di corte. Le indicazioni del Bundestag sono precise: la struttura sarà un grande contenitore culturale, divisa in spazi ampi e moderni e solo tre delle quattro facciate replicheranno perfettamente il castello così come era. La quarta, quella che si affaccia sul lungofiume, è stata lasciata alla libera interpretazione dell’architetto e Stella sembra essersi ispirato al palazzo della Civiltà del Lavoro dell’Eur, a Roma, sviluppando la successione di archi in orizzontale invece che in verticale. Un bel colpo d’occhio. 

Il complesso si chiamerà Humboldt-Forum e verrà affidato alle cure della omonima e vicina università. Stella si prepara a riempire i quarantamila metri quadrati dell’area. Fuori dalla sala della giuria che gli ha consegnato un premio di 100mila euro si sprecano i commenti positivi di politici e architetti: “Un progetto perfetto e geniale, un compromesso fantastico di antico e moderno”. Era dai tempi di Renzo Piano che un italiano non veniva avvolto da tanto entusiasmo qui a Berlino. Domenica scorsa è calato l’ultimo colpo di piccone sui resti del Palazzo di Honecker. Il castello della cultura di Stella sarà pronto nel 2013.

(pubblicato sul Secolo d'Italia del 4 dicembre 2008)

mercoledì, dicembre 03, 2008

Ci facciamo sempre riconoscere

Hertha-Galatasaray è finita 0-1. Atmosfera straordinaria all'Olympiastadion, fa sempre effetto vedere uno stadio così grande pieno come un uovo. Turca la curva ospite, turca la tribuna laterale (tribuna Tevere la chiamerebbero a Roma) e mista - multikulti? - quella centrale (insomma, la Montemario). Berlinesi stretti e gagliardi nella Ostkurve, in minoranza. Neve sciolta e terreno di gioco - avrebbe detto Enrico Ameri - in precarie condizioni. Primo tempo così e così, secondo tempo bello e arrembante, da un lato e dall'altro. Peggiore in campo? Vi avevo detto che l'arbitro era italiano? Il Galatasaray ha segnato su rigore dell'ottimo Barros, nazionale della Repubblica Ceca. Peccato che il penalty fosse regalato. Venti minuti dopo, identica situazione in area turca, ma il rigore non è stato fischiato. Fosse solo questo, fosse solo un errore di valutazione, pazienza. Se il calcio italiano resta di alto livello (a livello di club, di gran lunga superiore sia a quello tedesco che a quello turco), a noi tutti è invece nota la crisi in cui versa il settore arbitrale. Crisi di qualità. Pazienza. Nel giornalismo è lo stesso, non tirerò la prima pietra. Il problema è che il signor Rizzoli ha arbitrato con arroganza, non parlava con i giocatori (cosa che qui accade sempre, gli arbitri hanno un atteggiamento aperto con i calciatori) e faceva con la manina "sciò, via" come si fa con i mocciosi fastidiosi. Le polemiche del dopo partita sono tutte sulla suppnenza dell'arbitro. Perché gli errori ci stanno. La maleducazione no.

Italienisch für Ausländer: Ilaria Party

di Massimo Gramellini (da La Stampa)
Fu nella drammatica notte del 2 dicembre 2008 che il consiglio di amministrazione di Sky prese l’unica decisione in grado di garantirgli la sopravvivenza: fondare un partito politico. Ilaria Party, dal nome dell’on. D’Amico, candidata al ministero della Difesa e Contropiede. «L’Italia è il Paese che amo», disse il presidente Murdoch doppiato dal telecronista Caressa, ispirandosi a un format di successo degli Anni 90 di cui aveva comprato i diritti.

Il programma fu redatto da una squadra di esperti guidata da Vialli e Topolino (in quota Disney Channel): 1. lotta all’ultima parabola contro il regime berluscomunista; 2. più partite di calcio e film a luci rosse per tutti, anche gratis e a mezzogiorno; 3. inaugurazione dell’Albinoleffe Channel (per sottrarre voti alla Lega); 4. riduzione dell’Iva sulla pay-tv allo 0,1%, pagabile in comode rate quarantennali. Un documento riservato suggeriva di concentrare gli sforzi soprattutto sul punto numero 4. 

Essendo le frequenze di destra tutte occupate, l’Ilaria Party decise di schierarsi a sinistra, dove il segnale era debole, praticamente assente. Ottenne il sì di Rifondazione in cambio di un canale dedicato alle interviste di Gianni Minà, mentre per convincere Veltroni bastò garantirgli le repliche di “Giovanna, la nonna del corsaro nero” su Sky Classic. L’unico a tenere duro fu D’Alema: «Lo dissi nell’autunno del 1993 e lo ripeto oggi: in Italia non può succedere che il padrone di una tv riesca a fondare un partito». 

NOTA. Tranne l’ultima frase, il testo è frutto della fantasia dell’autore.

Mamma li turchi: l'Hertha in trasferta a Berlino

(Kebab Imbiss, Berlin-Schöneberg, fotowalkingclass)

Nevica di brutto, ma l'Olympiastadion potrebbe registrare il tutto esaurito, questa sera, per l'incontro di Coppa Uefa Hertha-Galatasaray. Potrebbe. Perché nei chioschi autorizzati alla vendita dei biglietti, compare ancora un cartello: "Noch Karten übrig, Ostkurve, Hertha-Fan Block". Insomma, se qualche ritardatario ci ripensa, qualche biglietto nella curva dei tifosi dell'Hertha lo può ancora rimediare. Nell'altra curva, quella dei tifosi turchi, non c'è posto neppure per uno spillo. Da giorni.

Hertha-Galatasaray, Berlino-Istanbul, è il vero derby d'Europa. Derby fratricida fra due tifoserie abituate a vivere ogni giorno gomito a gomito nella capitale tedesca, di fatto la terza città turca più grande del Continente dopo Istanbul e Ankara. La comunità turca è in fibrillazione e lo spirito nazionalista che spesso si amplifica quando si vive all'estero, fa superare i campanili locali: non tutti i turchi, ovviamente, tifano per il Galatasaray (solo a Istanbul, Fenerbahce e Besiktas sono squadre concorrenti) ma tutti i turchi, tutti i turchi di Berlino questa sera saranno dalla parte del Galatasaray (giusto per complicare gli intrecci, allenato dal tedesco Michael Skibbe). I bianco-blù locali giocheranno dunque in trasferta, tra gli spalti del proprio stadio. Nove anni fa le due squadre si incontrarono in Champions League, e i turchi misero a segno un cappotto memorabile: 4-1. Oggi l'Hertha è un po' più in salute di allora, in campionato viaggia al terzo posto dietro Hoffenheim e Bayern Monaco, ma il calore dei "concittadini turchi", la bolgia infernale che scateneranno questa sera all'Olympiastadion è capace di sciogliere anche la neve che in queste ore cade copiosa. In uno stadio che può ospitare poco più di 70mila spettatori, i tifosi turchi sono attesi in 40mila.

Per chi è in Germania o ha il satellite (ed è interessato) diretta ARD dalle 20.15. A proposito: arbitra l'italiano Rizzoli, assistenti Stefani e De Santis, in bocca al lupo. Per chi è a Berlino e non ha rimediato un biglietto, potrei consigliarvi di andare in qualche Imbiss turco tra Kreuzberg e Schöneberg. In fondo: italiani turchi, una faccia una razza. Anche se qui si tifa per l'Hertha.

India: le conseguenze sono ancor più terrificanti

(Delhi, Chadni Chowk, foto Franco Oliva)

di Rasheeda Bhagat
Even as we, the citizens of India, resolve never to forget the bloody and petrifying 59-hour siege on Mumbai and take a pledge to compel those responsible for our security — not only politicians but also our intelligence agencies and others who have been lax in guarding our borders, such as the Coast Guard, and probably even the Indian Navy — what is going to be much more important is our response to the post-Mumbai events. In the anger, all of it justified, and the jingoism, not all justified because clearly diverse agendas are being pushed here, that follows the Mumbai carnage, one wrong step can end up doing much more harm than good [... continua su The Indu Business Line].

martedì, dicembre 02, 2008

Vintage: Hoffenheim, il villaggio della serie A

(Un tifoso dell'Hoffenheim, foto ripresa dal sito spox.com)

Ora che mancano pochi giorni alla supersfida della Bundesliga fra Bayern Monaco e Hoffenheim, ripropongo questo articolo della scorsa primavera, quando la squadra del villaggio sbarcò nella prima divisione tra la sorpresa generale. L'articolo faceva parte della rubrica Alexanderplatz, che per molti mesi è stata la finestra sulla Germania e sull'Europa orientale della rivista online Ideazione. Oggi che l'Hoffenheim arriva sulle pagine dei giornali italiani, non è male dare un'occhiata a quando è iniziata la sua favola.

C’è la comunità evangelica, duecento anime fra bimbi e genitori, che si riunisce in preghiera due volte alla domenica, alle dieci del mattino e alle sei della sera, nella piccola chiesetta al numero 6 della Sinsheimer Strasse. Una scalinata, il corpo antico della chiesa con l’interno invece bianco di calce e al soffitto le travi di legno, un campanile. Il pastore Thomas Bock è uno smilzo signore, alto e stempiato, che sembra l’immagine classica del curatore d’anime protestanti. Non fosse per le lenti vezzose con la montatura leggera che tradiscono una certa accondiscendenza ai tempi moderni, padre Bock potrebbe essere appena uscito da una vecchia stampa del Seicento fiammingo. Invece siamo a Hoffenheim, Germania profonda, e in pieno inizio di Ventunesimo secolo. Pochi chilometri dalla cittadina di Sinsheim, una ventina dalla più famosa Heidelberg, nel ricco Land del Baden-Wüttemberg. Una macchia urbana in mezzo alla foresta, un pugno di case e un dedalo di strade all’interno delle quali dormono, mangiano, lavorano e si spostano poco più di tremila abitanti. Per la precisione: tremila e duecento.

Più una trentina di sportivi. Per l’esattezza calciatori, fra titolari, riserve, rincalzi e uomini del settore tecnico. Sono gli eroi del 1899 Tsg Hoffenheim, compagine fondata nell’ultimo giro di calendario del Diciannovesimo secolo e ancora tre anni fa sprofondata nella serie dei dilettanti. Da domenica scorsa, l’Hoffenheim è nella prima serie della Bundesliga, la nostra serie A. Una favola che replica e amplifica quella italiana del Castel di Sangro, squadra abruzzese dall’equivoca composizione societaria che alcuni anni fa approdò in serie B. Qui ad Hoffenheim, la società è invece limpida come l’entusiasmo dei suoi sparuti ma invidiatissimi tifosi. Assieme ai giocatori, l’artefice del miracolo è il signor Dietmar Hopp, imprenditore del software, tra i fondatori della Sap, una delle aziende mondiali più importanti del settore con sede a Walldorf e laboratori sparsi in tutto il globo, dalla Cina agli Stati Uniti, dal Canada a Israele e l’India.

Ma il cuore di Dietmar Hopp batte in questo villaggio del Baden-Wüttemberg, per la squadra nelle cui fila tirò da giovane qualche calcio al pallone. Lo stadio che contiene più spettatori degli abitanti di Hoffenheim e che porta il suo nome, domenica era zeppo come un uovo: 5mila tifosi impazziti di gioia per la vittoria che ha regalato la storica promozione. E il paese c’era tutto, compreso il pastore Thomas Bock e la sua comunità di fedeli, più qualche rinforzo accorso dai dintorni e un intero plotone di giornalisti. La squadra non si è risparmiata, bastava un punto, ha travolto gli avversari del Führt per 5 a 0. E poi doccia di birra per tutti, dai boccali grandi un litro, come nella tradizione delle vittorie calcistiche tedesche.

Il sito internet della società proietta le foto del nuovo stadio in costruzione: per i sogni di grandeur di Hopp non possono bastare 5mila posti a sedere e i lavori proseguono a ritmo serrato. Il progetto è bello e l’inaugurazione è prevista per il 2009. E per la squadra, niente paura. L’allenatore, Ralf Rangnick, è uomo esperto: ha guidato in passato Schalke e Stoccarda. I giocatori sono stati messi insieme con una strategia di lungo respiro. Dal 2005 grandi investimenti nel vivaio, crescita costante delle speranze locali più promettenti e saggio inserimento di elementi di maggiore classe ed esperienza. Ne è venuta fuori una squadra compatta e giovane che potrà solo crescere, magari con qualche innesto appropriato in più. La favola di Hoffenheim è destinata a proseguire, a non essere una meteora. Il patron lo ha promesso a fine partita. E’ un uomo dalle emozioni forti. Ma forte, fortissimo è il suo portafoglio. E intelligente la sua strategia. Una nuova stella è nata nel firmamento della Bundesliga. Ne sentiremo parlare a lungo.

A Stoccarda la Merkel si riprende il partito

(diretta Phoenix del Cdu Parteitag di Stoccarda)

Non c’è nulla di meglio dell’arena di un congresso quando si è per la prima volta sulla graticola delle critiche. Quando la crisi economica impone sfide straordinarie. Quando i giornali influenti d’Europa smettono di esaltarti e si chiedono cosa ti stia accadendo. Quando l’insicurezza e i dubbi s’insinuanno nelle fila del tuo stesso partito, fra i militanti, e alimentano la fronda dell’opposizione interna. Quando la stampa del tuo paese pensa di scoprire che il re è nudo, anzi la regina: Merkel scoraggiata, il crepuscolo della Merkel, Merkel cercasi urgentemente. In successione sono titoli dello Spiegel, della Zeit e della Süddeutsche Zeitung. Allora non c’è nulla di meglio dell’arena di un congresso, del tuo congresso. Delegati stretti in fila dietro i banconi, il gotha della Cdu a fianco sul tavolo della presidenza, i giornalisti scettici raccolti nello spazio stampa, le telecamere collegate in diretta con le tv all-news. E dietro quelle telecamere, l’intero paese.

E’ allora che tiri fuori la grinta che ti accusano d’aver perso. In quel momento lasci da parte lo spartito ordinario, guardi diritto negli occhi i militanti e il paese e provi a sparigliare le carte. Angela Merkel ci è riuscita, nel discorso che ieri ha aperto il Parteitag della Cdu-Csu a Stoccarda, mescolando fermezza e aperture. Dopo settimane di appannamento, la cancelliera è tornata sulla scena con un discorso duro ed efficace, ma soprattutto sentito e vibrante. Non sono corde caratteristiche del suo stile. La cancelliera ama i toni soffusi, l’approccio diplomatico, la retorica piatta e descrittiva. Ma ieri, con gli occhi dei delegati puntati addosso, ha tirato fuori quello che le si chiedeva: il sentimento. E così ha ricompattato il partito, ottenendo la riconferma alla guida con oltre il 94 per cento dei voti, quasi due punti percentuali in più del plebiscito ottenuto due anni fa. Segreteria confermata e rafforzata, ma i contrasti rimangono.

La contesa con i contestatori, che sembrano aver trovato nel liberista Merz il proprio alfiere, verte su una delle misure da prendere per allentare la crisi, soprattutto quella che attanaglia il ceto medio, bacino elettorale del centrodestra: il taglio delle tasse. La Merkel non vuole sentirne parlare, almeno fino alla fine della legislatura. Ma una parte del partito pensa che sia la soluzione giusta per sostenere i consumi ed evitare che la spirale depressiva ingolfi i motori del commercio e dell’industria, più di quanto sia già lecito temere. La cancelliera promette una più vasta riforma del sistema tributario dopo le elezioni del prossimo settembre e intende farne un cavallo di battaglia della campagna elettorale: teme che un taglio una tantum non servirà a lenire i disagi e possa pregiudicare gli equilibri di bilancio. I cristiano-sociali bavaresi puntano i piedi e temono invece che nella prossima legislatura possa essere troppo tardi.

Le inquietudini legate alla crisi si moltiplicano a seconda delle sensibilità regionali, così forti nei partiti tedeschi che replicano anche a livello organizzativo la struttura federale dello Stato. Così dai Länder che ospitano le grandi case automobilistiche giungono stimoli a intervenire con sostegni economici per salvare le industrie e i posti di lavoro, da quelli che puntano sui macchinari arriva la richiesta di non lesinare denaro per gli investimenti. Da quelli più poveri dell’est (Berlino compresa) giungono proposte per irrobustire i sussidi di disoccupazione. Una coperta sempre troppo corta per le esigenze di una società divenuta estremamente frastagliata. E il governo deve provare a farsi carico di tutto, cercando tuttavia di non disperdere in mille rivoli gli interventi possibili.

La Merkel è costretta a  fare il parafulmine. All’accusa di aver dato soldi alle banche, negandoli alle famiglie, la cancelliera ribatte fiera: sostenendo le banche abbiamo difeso i risparmi dei cittadini. Ma non basta, quando la crisi si trasforma in un buco nero che inghiotte il futuro, non basta neppure mettere in fila i successi fin qui ottenuti. Ora la Merkel sembra averlo capito. Sul punto delicato del taglio delle tasse offre anche una velata apertura: il governo monitora quotidianamente la situazione e se ci saranno motivi gravi per intervenire, lo farà tempestivamente e senza escludere qualsiasi opzione. La via maestra resta quella della riforma nella nuova legislatura ma in quel “qualsiasi opzione” c’è il compromesso trovato con gli oppositori in questo difficile congresso.

Se la cancelliera sarà riuscita oltre a ricompattare il partito anche a convincerlo, si vedrà nelle prossime battute. Di certo i delegati hanno seguito col fiato sospeso il suo discorso sull’economia, ma il primo applauso è partito solo quando la Merkel ha affrontato gli argomenti più squisitamente politici, attaccando gli alleati attuali della Grosse Koalition (l’Spd) che saranno i principali avversari della campagna elettorale e la Linke. Lì ha avuto gioco facile, mettendo in evidenza le contraddizioni dei socialdemocratici e paventando il pericolo di un governo con gli ex-comunisti, che la cancelliera considera una catastrofe per il futuro del paese.

Anche la Cdu ha però i suoi problemi. La piattaforma sociale, su cui la cancelliera ha portato quasi tutto il partito, lascia scoperta a destra l’area più tradizionalista e quella liberista. E la conquista del centro, anche di molti elettori socialdemocratici delusi dal proprio partito e rassicurati dal moderatismo della nuova Cdu, viene pagata con la disaffezione degli ambienti imprenditoriali. E’ qui che Merz ha trovato lo spazio per ritagliarsi un chiaro ruolo di oppositore al di là della votazione finale.

Poi c’è l’incognita dei Freie Wähler, le liste civiche che cavalcano lo scontento per la politica tradizionale e le sensibilità locali. In Baviera hanno dimostrato di poter essere una spina nel fianco della Cdu e i suoi sparpagliati leader promettono di rinsaldare le fila per tentare lo sbarco a livello federale: il vento del populismo spira in tutta Europa e può invadere anche la Germania. Ecco perché il congresso di Stoccarda è un passaggio importante. Ora la Cdu può presentarsi come l’unica grande forza che, nonostante i contrasti interni, è capace di rappresentare un punto di aggregazione rispetto a un panorama partitico che si frantuma. Una boa sicura alla quale aggrapparsi anche al tempo della crisi.

(pubblicato sul Secolo d'Italia del 2 dicembre 2008)

Contrordine compagni (rumeni)

(Oradea, statua di Matteo Corvino, fotowalkingclass)

La notte porta scompiglio. Non cambia la forma, cambia la sostanza. La forma: la Romania è proprio come l'Italia, cioè gli exit poll giocano brutti scherzi. La sostanza: i socialisti si svegliano l'indomani senza la vittoria annunciata (anche se la formazione del governo sarebbe stata comunque difficile). Quando alle domande si sono sostituite le schede, il quadro è cambiato, le distanze tra socialisti e conservatori si sono riavvicinate e gli equilibri potrebbero riportare al governo il centrodestra. La chiave del nuovo esecutivo è infatti in mano ai liberali del Pnl che con il loro 18 per cento decideranno le nuove alleanze. A sinistra Pds e Pc si sono attestati al 33 per cento, appena mezzo punto avanti ai conservatori del Pd-l (il trattino non è un errore). Rispetto ai larghi dati della sera precedente, si deve parlare di un testa a testa. E il confronto con la tornata precedente ora addirittura penalizza la sinistra. La delusione del suo leader Mircea Geoana, è palpabile, anche perché gli exit poll seguivano una sgriscia di sondaggi tutta favorevole al suo partito.

Nella legislatura uscente, liberali e conservatori hanno governato assieme, per poi dividersi alle elezioni. La cosa più probabile ora è che tornino assieme: divisi hanno preso ancora più voti. Ora il pallino passa nelle mani del presidente della Repubblica Badescu, che avrà sessanta giorni per sbrogliare la matassa, incaricando il premier in pectore che dovrà avviare le trattative. Tariceanu, leader dei liberali, spera tocchi ancora a lui. La costituzione stabilisce modi e tempi: sessanta giorni e due tentativi. Se lo stallo permane si torna al voto. Potrebbe quindi fermarsi il pendolo della politica rumena dopo anni di continue alternanze, questa volta a destra. Se questo significherà anche stabilità e progresso, saranno i prossimi mesi a dircelo. Approfondimento da: Faz, Nine o' clock, The Right Nation.

lunedì, dicembre 01, 2008

Dämmerung

Prima i georgiani tolgono le spine dalla rivoluzione delle rose, meglio è, per loro e per noi.

Advent, Advent, ein Lichtlein brennt

KaDeWe, allestimento natalizio (fotowalkingclass)

Un problema (anche) di lettori

Nei giorni passati, e in diverse occasioni, mi è capitato con amici - e qualche collega - italiano che vive in Germania di discutere del livello dell'informazione giornalistica nel nostro paese. Hai voglia a prendertela con direttori, capiredattori, redazioni e mediocrità varie. Date un'occhiata alla classifica degli articoli più letti sul sito del Corriere della Sera e capirete da dove parte la spirale. Che poi ci voglia qualche direttore di senso e di coraggio capace di interromperla, è un discorso che viene appena un passo dopo. Ogni paese ha l'informazione che si merita. Questa la classifica di oggi:

1 - Ragazze disponibili e spalmate di sedativi per derubare ricchi e ignari stranieri
2 - Sky, in campo Ilaria e le altre star «Colpita la tv delle famiglie»
3 - Calcio: gli 11 con la peggiore capigliatura
4 - Craxi, Veltroni e le liti nel Pd Show di D'Alema da Crozza
5 - Neve al nord, disagi al traffico A Venezia una marea da record
6 - Palermo, a 82 anni prende il viagra La moglie impaurita chiama la polizia
7 - Grillo compra casa a Lugano «Sono preoccupato per il blog»
8 - Tassa Sky, Veltroni attacca Berlusconi
9 - Spot di Sky contro il raddoppio dell'Iva
10- Accoltella il marito e uccide la figlia.

Le notizie in primo piano, invece, erano queste:
ESTERI. Obama: «Lotta al terrorismo, è tempo per un nuovo inizio»
ECONOMIA. Borse europee chiudono in forte calo. Il mercato dell'auto crolla a novembre
POLITICA. Tassa Sky, Veltroni attacca Berlusconi
CRONACHE. Neve al nord, disagi al traffico. A Venezia una marea da record
POLITICA. Napolitano: «No a tagli generalizzati».

Il pendolo rumeno premia ora la sinistra

(Il Parlamento di Bucarest, fotowalkingclass)

Aggiornamento. Contrordine compagni (rumeni).

Deve essere una nemesi. Una parte degli italiani se la prende con i rumeni, ma i rumeni assomigliano agli italiani sempre di più. Specie in politica. Come a Roma così a Bucarest la transizione sembra non riuscire a trovare un punto di equilibrio. Ad ogni votazione, gli elettori ribaltano i ruoli dei partiti, punendo il governo e premiando l'opposizione. Se alla guida ci sono i socialisti, allora premiano i conservatori. Se è il turno dei conservatori, allora il voto va ai socialisti. E' un'alternanza che non porta benefici con il ricambio del personale governativo e che testimonia semplicemente la delusione per coloro che gestiscono la cosa pubblica. Questa volta tocca vincere alla sinistra, che torna al governo dopo una legislatura (turbolenta anche questa) gestita dalla destra. Un pendolo continuo, in uno dei paesi più difficili dell'Unione Europea che sembra non trovare pace. Il premier uscente, Calin Popescu Teraiceanu, a capo del partito nazional-liberale (l'acronimo, a proposito di similitudini, è Pdl) è stato sconfitto, fermandosi al 30 per cento. Il Pds, il partito socialista, vince con il 35 per cento. Nessuno ha dunque raggiunto la maggioranza assoluta e in realtà la soluzione governativa resta aperta ad ogni possibile combinazione. L'unico dato che non si cancella è quello dei votanti: 39 per cento, il livello più basso da quando nel paese sono state introdotte le elezioni libere. Una cifra che la dice tutta sul livello di disaffezione dei cittadini. Approfondimenti dalla Süddeutsche Zeitung.

sabato, novembre 29, 2008

Hoffenheim-Bayern, settimana di fuoco

(Hoffenheim-Arminia Bielefeld, foto dal sito della Bundesliga)

Sabato del villaggio calcistico in Germania, in attesa dei posticipi domenicali. Prosegue la favola dell'Hoffenheim, la matricola terribile (ma ricchissima, insomma è una favola coi diné), che strapazza in casa l'Arminia Bielefeld e si tiene a tre punti di distanza dal ritrovato Bayern Monaco (0-2 a Leverkusen) e a quattro dall'altra sorpresa della stagione, la nostra Hertha Berlino, vittoriosa nell'anticipo di ieri all'Olympiastadion sul 1. FC Köln. Dal sito ufficiale della Bundesliga, oltre alla foto di apertura, il resoconto di Hoffenheim-Arminia, di Bayer Leverkusen-Bayern Monaco, quello di ieri di Hertha Berlin-1. FC Köln e la classifica generale. Il bello però arriva fra una settimana, nell'anticipo di venerdì, ore 20.30, quando l'Hoffenheim farà il suo ingresso dal tunnel dell'Allianz Arena, nella tana del Bayern.

venerdì, novembre 28, 2008

Un altro italiano ricostruisce il cuore di Berlino

(fotowalkingclass)

Chi è capitato a Berlino nei mesi passati avrà avuto modo di vedere la piazza di fianco al Duomo più o meno così, come appare nella foto che ho scattato lo scorso settembre. Una buffa impressione, quasi un'immagine da Berlino post-bellica, quando i bombardamenti aerei avevano consegnato alla città un panorama di macerie. Si tratta degli ultimi resti di quello che fu il Palazzo della Repubblica, la culla del potere politico della Ddr (vi si riuniva l'unanimemente plaudente parlamento) ma anche centro culturale, di concerti, di feste popolari. In questi giorni stanno tirando giù gli ultimi spuntoni. Dicono che l'ultimo sarà domenica. Poi via libera alla ricostruzione del vecchio castello degli Hohenzollern, raso al suolo dalla DDR nel 1951 per motivi politici e con la scusa che era stato danneggiato dai bombardamenti. Non sarà una ricostruzione totale, solo tre delle quattro facciate saranno le stesse, più la cupola. La quarta sarà moderna e l'architetto che ha vinto il concorso farà di testa sua, così come gli spazi interni, che saranno moderni e adibiti a musei e allestimenti culturali. Chi ha vinto? L'architetto prescelto si chiama Francesco Stella, più noto con il diminutivo Franco, vicentino, professore a Genova. Dopo la Potsdamer Platz di Renzo Piano sarà di nuovo un italiano a colmare un vuoto nel cuore della nuova Berlino.

La ricchezza nel mirino

(Delhi Chadni Chowk, foto Franco Oliva)

di Federico Rampini
L'India ancestrale delle faide religiose ha colpito selvaggiamente la sua figlia più splendida: Mumbai, la città-simbolo di una modernizzazione ammirata nel mondo. Un odio secolare si avvinghia alla più grande democrazia della storia e strangola la sua capitale economico-finanziaria. Il terrore aveva già insanguinato Mumbai due anni fa - 180 morti - ma fu una "strage povera", di pendolari, non colpì i pilastri del miracolo economico. Stavolta li hanno centrati tutti. A cominciare dai due hotel Taj Mahal e Oberoi perennemente affollati da delegazioni confindustriali e bancarie, tappe obbligate per il Gotha del capitalismo planetario e per i turisti occidentali [... continua su la Repubblica].

Il mito dell'Hotel Taj Mahal

(Delhi, Chadni Chowk, foto Franco Oliva)

di Stefano Malatesta
Ricordo di un pomeriggio a Bombay (allora si chiamava ancora così), davanti a quello che era una volta l'imbarcadero della P.&O., Peninsular and Oriental Lines, quella che prendeva sempre Somerset Maugham quando andava nell'estremo Oriente a rovistare tra i panni sporchi dei coloniali inglesi. La pioggia portata dal monsone era finalmente arrivata, spazzando le strade con raffiche furiose, attesa dagli arabi che alloggiavano al Taj Mahal, come i cattolici attendevano che lo Spirito Santo calasse sulla loro testa, et maneat semper. Erano funzionari di ditte petrolifere del golfo o impiegati nelle banche di Abu Dhabi che trascorrevano le loro vacanze passeggiando sotto quell'acqua tiepida davanti al monumento chiamato Gateway of India con espressione di assoluta beatitudine [... continua su la Repubblica]. 

Voci dall'India ferita: Rasheeda Bhagat

(Delhi, Chadni Chowk, foto Franco Oliva)

When one of the terrorists holed up in the Oberoi hotel demanded while talking to a television channel “Release all the Mujahideens, and Muslims living in India should not be troubled,” he was certainly not speaking for me. Or millions and millions of Indian Muslims either. Yes, Indian Muslims today face a plethora of problems. Problems related to an economic downturn that impacts their jobs, if already employed, or makes more bleak the prospects of the unemployed hunting for jobs [... continua su The Hindu Business Line].

Quindici centimetri di dimensione artistica

Insomma, parafrasiamo Elio per parlare di pene e di confronti. Da dove prendiamo la seguente classifica "penosa"? Dalla Bild, naturalmente, che riporta uno studio dell'Institut für Kondom-Beratung di Singen, un centro tedesco che si propone di informare sulla corretta utilizzazione dei preservativi. Lo studio ha misurato i centimetri ai peni di venticinque paesi dell'Unione Europea (mancano all'appello gli organi genitali dei maschietti romeni e bulgari, evidentemente). Insomma, per farla breve, i francesi ce l'hanno più lungo (15,48 centimetri), i tedeschi ce l'hanno mediano (14,61) e i machissimi greci si beccano l'ultimo posto (12,18). La media dei peni europei è di 14,27 centimentri. Agli sconsolati ellenici, tuttavia, la stessa Bild offre consolazione attraverso l'intervista a Bernhard Ludwig: "Un pene piccolo è solo una questione di prospettiva". (Grafico di apertura preso dalla Bild).

Berlino centra Kyoto

Non è una riedizione del famigerato "asse". E' che la Germania ha centrato i parametri stabiliti a Kyoto. Il calo delle emissioni dei famigerati Treibhausgase (CO2) previste entro il 2012 era del 21 per cento rispetto al 1990. Oggi siamo già al 22,4.

giovedì, novembre 27, 2008

Conseguenze geopolitiche dell'attacco in India

(Cartina da Limes online)
A massive and well-organized attack by militants in Mumbai, India, has left nearly 100 people dead so far, promises to cut deeply into India’s foreign investment prospects and threatens to rock India’s government. As India responds to the attack, its relationship with Pakistan will be front and center, and the potential for a destabilization of relations between the two geopolitical rivals is high. L'analisi su Stratfor.

Su Flickr, l'album di Vinu: la notte degli attentati a Mumbai.
Da Mash Get la timeline video degli attacchi.

Disoccupazione, Germania-Italia 4-3

Notizie differenti per Germania e Italia dal fronte dell'occupazione, a testimonianza che la crisi è dura per tutti ma in alcuni paesi (il nostro ad esempio) si fa sentire prima e di più. E' il giorno dei dati mensili e l'agenzia di Norimberga fa tirare un temporaneo respiro di sollievo al mondo sindacale e imprenditoriale tedesco. A novembre, disoccupati ancora in flessione, la tendenza che dura ormai da quattro anni non si è ancora interrotta, anche se nessuno si fa illusioni per i mesi futuri. Poca roba, rispetto alle performance dei mesi passati, ottomila occupati in più, appena lo 0,1 per cento: la percentuale passa dal 7,2 al 7,1; in termini assoluti la cifra dei senza lavoro è di 2 milioni 988 mila. Tuttavia, il dato si riferisce ad un mese in cui la crisi finanziaria avrebbe dovuto già far sentire i suoi effetti sull'economia reale.  Qui in tedesco l'analisi della Süddeutsche Zeitung.

Meno recenti e anche meno positivi i dati sull'Italia. Li fornisce l'Istat e si riferiscono al mese di settembre. Qui segni in rosso, sia sul lato dell'occupazione che su quello della produzione industriale. L'articolo che linko è di Repubblica, dunque non mi dilungo su cifre e analisi facilmente comprensibili dal lettore.

Francia e Germania, la crisi femminile dei socialisti

Per i socialisti francesi era proprio quello che non ci voleva. Due donne insieme al comando ma l’un contro l’altra armate: di frasi, accuse, minacce verbali e carte bollate. Il congresso che doveva una volta per tutte risolvere il problema della leadership e della linea politica e restituire al partito socialista di Francia un combattivo ruolo di opposizione, ne ha invece certificato la crisi. Anzi l’ha moltiplicata, amplificata, rappresentandola infine nel ridicolo e patetico accapigliarsi delle sue due primedonne. Invece che un partito unito ne è uscito uno diviso. Piuttosto che di contenuti si rischia ora di parlare di contenitori. Al posto di una guida ce ne sono due, divise da quarantadue voti e da rimproveri di brogli che da oggi, e chissà per quanti giorni, peseranno più delle divisioni politiche. Alla Francia mancherà ancora un’opposizione forte e responsabile. All’Europa manca un pezzo di storia socialista. L’ennesimo.

Se Parigi piange, Berlino non ride. Corre lungo l’asse carolingio la crisi della socialdemocrazia, l’idea, a questo punto forse l’illusione, che il fallimento del comunismo a oriente avesse risolto la secolare disfida a sinistra fra massimalisti e riformisti, consegnando a questi ultimi le chiavi di un mondo nel quale far convivere il tanto di mercato necessario con il tanto di giustizia sociale possibile. Vent’anni sono passati dalla caduta del muro di Berlino e in Europa non c’è uno straccio di leader nuovo capace di non far rimpiangere il panteon dei padri nobili e dei loro successori, da Willy Brandt a Pietro Nenni, fino a François Mitterrand, Bettino Craxi e Olaf Palme, personaggi di un tempo perduto. Perfino Zapatero, il giovane arrivato al governo per caso e interprete di una sorta di “hippysmo di ritorno”, annaspa nelle sabbie mobili della crisi economica che si sta mangiando il modello spagnolo celebrato appena qualche mese fa. Fortuna per lui che lì i popolari stanno messi pure peggio.

C’era Tony Blair, figlio di un’Europa diversa, se vogliamo chiamare Europa quella splendida eccezione che è l’Inghilterra e se vogliamo chiamare socialismo quel neo-laburismo post-tatcheriano che non a caso ha raccolto adepti più a destra che a sinistra, al di qua della Manica. Ma ora anche lui ha seguito l’inevitabile declino dei cicli e ha lasciato il posto a Gordon Brown che forse, nonostante il buon recupero ottenuto prendendo per le corna la crisi economica, non ce la farà a reggere il ritorno di Cameron e dei conservatori.

Se la disfida Aubry-Royal è in Francia cronaca di queste ore, in Germania la guerra dentro la Spd appare senza fine. Neppure il tempo di rimarginare le ferite e i rancori per il colpo di mano che aveva fatto fuori la debole segreteria di Kurt Beck, che la nuova-vecchia dirigenza legata alla stagione dell’ex cancelliere Gerhard Schröder s’è trovata fra i piedi il disastro di Wiesbaden. Lì, a discapito delle promesse elettorali, dell’opinione degli elettori e di una parte del suo stesso partito, la leader regionale Andrea Ypsilanti s’è giocata il partimonio politico suo e dell’Spd in una azzardata trattativa con la sinistra radicale per un governo rosso-verde con l’appoggio esterno (il primo nell’ex Germania ovest) della Linke. Tentativo naufragato contro la sfiducia di quattro rapprersentanti della stessa Spd un giorno prima del voto nel parlamento dell’Assia. Con conseguente annesso psicodramma giunto fino alla sede in vetro e acciaio dell’Spd a Berlino.

Fresco di giornata è invece l’addio di Wolfgang Clement, ministro dell’Economia nel secondo governo Schröder e uomo refrattario alla disciplina di partito, portato davanti a una sorta giurì d’onore con l’accusa di aver danneggiato la campagna elettorale della Ypsilanti con le accuse al suo programma energetico a pochi giorni dal voto. Il giurì lo ha assolto con una bella ramanzina, lui non l’ha digerita e ha preso cappello.

Il nuovo-vecchio segretario dell’Spd, Franz Müntefering, non sa quasi più che pesci prendere. Perduto dietro il domino impazzito di un partito che non trova pace, non riesce a dare visibilità ai contenuti e al programma. Eppure i tempi sembrerebbero essere perfetti per il ritorno in campo di una forza socialdemocratica. La crisi economica morde la Germania come e più di altri paesi europei, esposta com’è ai venti delle esportazioni, ma Frank-Walter Steinmeier, il ministro degli Esteri che sfiderà la Merkel per la cancelleria, non riesce a trovare i temi e gli spazi giusti per proporsi agli elettori. Nonostante il profilo basso della cancelliera, alla quale per la prima volta dal giorno in cui si è insediata giungono critiche di immobilismo e scarsa incisività.

C’è sicuramente una crisi di leadership nei partiti socialisti dell’Europa occidentale ma forse c’è anche qualcosa di più. Nel momento della crisi, del liberismo declinante, della richiesta di intervento pubblico, in qualche caso del ritorno degli Stati nell’economia (soluzione quest’ultima sempre piuttosto rischiosa), la ricetta dell’economia sociale di mercato pare più efficace e più rassicurante. E i partiti di centro-destra appaiono più attrezzati, più determinati (si può ammettere, in alcuni casi anche più cinici) a rimodulare le proprie politiche su corde meno vicine al laissez faire. Cosa che riesce meno alla sinistra. Ancor più in Italia dove, come ha osservato qualche settimana fa un commentatore attento come Enzo Bettiza, la rincorsa culturalmente confusa alla fonte liberista, con l’obiettivo di depurarsi di un passato statalista, ha lasciato scoperta l’attenzione per il sociale. Come il portiere di una squadra di calcio, spiazzato ancora una volta dalla palombella della storia.

martedì, novembre 25, 2008

President-Elect

Fatevi un'idea di come si muove Barack Obama dal sito ufficiale del President-Elect.