mercoledì, settembre 02, 2009
Grecia senza governo. Si vota ad ottobre?
Da mesi proteste, scontri, violenze dei manifestanti e mano dura della polizia, fino all'uccisione di un minorenne. Un paese nel pieno di una crisi economica e sociale. Oggi due attentati, due bombe piazzate ad Atene e Salonicco. E il governo di Karamanlis che si dimette, chiedendo nuove elezioni anticipate. Il miracolo greco di inizio secolo è già finito.
Aridatece "Yes we can"
Questo è l'inno elettorale inventato dai giovani democratici-cristiani per sostenere (si fa per dire) Angela Merkel. Ad ascoltarlo viene una grande nostalgia per il video musicale "Yes we can" che lanciò la campagna di Barack Obama.
Da Danzica a Danzica, settant'anni dopo
Westerplatte, il monumento agli eroi polacchi (fotowalkingclass)
Il piccolo traghetto della Zlenia Gdanska scarroccia controvento sul canale che porta in mare aperto, sballottato a destra e sinistra dalle onde. All’inizio bordeggia a fianco dei palazzi del centro storico di Danzica, ricostruiti dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale, poi ai nuovi hotel di lusso tirati su per dare corpo alla scommessa turistica dopo la caduta del comunismo. Infine, quando il canale già si apre, passa accanto alle alte gru meccaniche dei cantieri navali che fecero la storia della rivoluzione di Solidarnosc. Il passato di questa città carica di storia sfila come frammenti di un film proiettato sugli oblò del traghetto, fino al punto in cui, settant’anni fa, ebbe inizio il conflitto che inghiottì l’Europa.
Sul Westerplatte c’è festa. Premier e presidente della Polonia, per una volta uniti, hanno scelto questo piatto lembo di terra, che si insinua dalla costa dentro il Baltico a protezione della città, come luogo per le celebrazioni del settantesimo anniversario dell’inizio della seconda guerra mondiale. Hanno radunato gli amici e i nemici di un tempo, molti dei quali sono diventati a loro volta amici, per ricordare e riflettere, ma soprattutto per rafforzare attraverso un incontro simbolico il rapporto di pace e di collaborazione che oggi lega paesi che allora si contendevano potere e territori e adesso condividono il destino comune dell’Unione Europea.
E ci sono soprattutto i due capi delle nazioni nemiche di ieri. La cancelliera tedesca Angela Merkel, arrivata con un messaggio chiaro nella scia della lunga tradizione diplomatica tedesca postbellica (“Non dimenticheremo mai le cause e gli effetti di quella guerra. La Germania ha scatenato la guerra e noi abbiamo causato al mondo dolori senza fine”) e il presidente russo Vladimir Putin. La responsabilità di Mosca nello scoppio della seconda guerra mondiale è tutta nel patto di non aggressione stipulato due settimane prima dai ministri degli esteri della Germania nazista e della Russia bolscevica: il famoso patto Ribbentrop-Molotov, passato alla storia per i protocolli segreti che prevedevano lo smembramento e l’occupazione della Polonia da parte dei due contraenti. Quindici giorni dopo l’attacco nazista a Varsavia, le truppe sovietiche occuparono la porzione orientale della Polonia che quel patto assegnava. Il tallone di Stalin non fu più dolce di quello di Hitler, neppure più tardi, quando i sovietici, entrati in guerra con i nazisti, ripassarono per la Polonia con l’aura di liberatori e non se ne andarono per altri quarant’anni.
Anche Putin è arrivato con un messaggio chiaro, consegnato alle pagine del principale quotidiano polacco Gazeta Wyborcza: la condanna di quel patto il cui settantesimo anniversario è stato ricordato appena due settimane fa e che a Mosca ancora molti giustificano con il rifiuto di Francia e Gran Bretagna a concludere un trattato antinazista. “Un accordo immorale”, ha scritto Putin, aggiungendo “comprensione” per un altro avvenimento drammatico accaduto nel 1940, il massacro di Katyn, le cui responsabilità sovietiche sono state riconosciute da Mosca soltanto nel 1990, dopo aver per cinquant’anni addossato la colpa ai nazisti.
Ieri c’era il sole sul Westerplatte a sancire il clima nuovo stabilitosi fra i leader europei. Una calda giornata di fine estate un po’ inconsueta per queste latitudini ha riscaldato la lunga striscia sabbiosa, oggi ricoperta da una fitta e verde vegetazione, in mezzo alla quale svetta l’altissimo monumento di pietra agli eroi polacchi. La cerimonia è iniziata, simbolicamente, alle prime luci dell’alba (le 4.45) quando – settant’anni fa – la corazzata tedesca Schleswig-Holstein fece partire i primi colpi di cannone contro la piccola guarnigione polacca. Fu l’inizio della guerra. In altri punti di confine le truppe naziste entrarono in territorio polacco sbaragliando le difese, qui, su questa penisola protetta da solo 182 soldati, ci vollero sette giorni per completare la conquista. La difesa fu strenua e sorprendente, ma senza speranza.
Quella speranza ha invece trovato alimento nei discorsi dei leader intervenuti, in gran parte rappresentanti dei paesi dell’Europa centro-orientale lungo i quali le ferite di settant’anni fa non si sono del tutto cicatrizzate, né nel quarantennio postbellico, né nel ventennio successivo alla caduta del Muro di Berlino. La grande forza di questa commemorazione è stata proprio quella di aver riunito attorno alla riflessione su una memoria storica Russia e Germania, Ucraina e Polonia: tutti sotto il cappello europeo, rappresentato dal presidente di turno svedese e dentro lo scenario della riunificazione continentale avviata nel 1989. Il premier polacco Donald Tusk, che ha scelto la via responsabile del dialogo con i suoi vicini rispetto a quella avventurosa dello scontro perseguita dal suo predecessore Kaczynski, va così ritagliando al suo paese un ruolo centrale nel rasserenamento del clima a oriente e nel coinvolgimento di Mosca nelle strategie politiche e militari comuni. E’ questa la lezione del primo settembre 1939 che la Polonia vuole consegnare ai suoi vicini e all’Europa intera, il miracolo di cui ha parlato la Merkel in un discorso molto toccante nel quale si è incinata (come fece Willy Brandt fisicamente in uno storico viaggio a Varsavia) di fronte alle vittime della guerra. Le aperture di Putin, la soddisfazione della leader ucraina Timoshenko, l’intenso lavoro diplomatico che ha accompagnato dietro le quinte queste giornate commemorative fanno oggi sentire assai lontani i rimbombi della guerra che distrusse l’Europa.
Pubblicato sul Secolo d'Italia del 2 settembre 2009.
Su Danzica:
martedì, settembre 01, 2009
venerdì, agosto 28, 2009
Tre Länder al voto, un test per la cancelleria
Si vota domenica in tre Länder per il rinnovo dei parlamenti regionali. La Sassonia è il Land più importante, la cosiddetta Baviera dell'est, con la città di Dresda capace nell'ultimo decennio di trascinare la regione verso un vero e proprio miracolo economico. Ma l'elezione più interessante si terrà nella piccola Saar, dove il co-presidente della Linke, Oskar Lafontaine, gioca in casa e spera di rivoluzionare il quadro politico della regione. Si vota infine in Turingia, dove il presidente uscente, il cristiano-democratico Althaus, deve vedersela con le conseguenze di un incidente sciistico provocato nelle scorse vacanze natalizie, quando travolse, uccidendola, una turista ceca. Il test assume inoltre una valenza superiore a quella strettamente regionale e viene visto come un banco di prova importante per il voto federale che si terrà fra un mese. Rischia molto Angela Merkel. Se a livello nazionale i sondaggi accreditano la Cdu di un vantaggio quasi incolmabile e certificano al momento la possibilità di un governo di centrodestra con i liberali, nei tre Laender le cose vanno molto peggio. La Cdu governa in tutti e tre ma le ultime indicazioni preconizzano una sconfitta generalizzata: la Cdu dovrebbe mantenere il presidente solo in Sassonia, dove i liberali sono molto forti e possono assicurare un esecutivo giallo-nero. Nella Saar e in Turingia, più nella prima che nella seconda in verità, è possibile invece un governo di sinistra con Spd, Verdi e Linke. Il rivale della Merkel alla cancelleria, Frank-Walter Steinmeier ha infatti lasciato aperta la possibilità di accordi con la Linke a livello regionale, escludendoli solo - e per il momento - a livello federale. Nella Saar, gli ultimi sondaggi indicano Lafontaine sopra il 20 per cento e pronosticano per la Cdu un crollo del 10 per cento. Per la Merkel non sarebbe un segnale di forza a quattro settimane dal voto nazionale. E sarebbe costretta ad una campagna in negativo, giocata sul pericolo rosso, secondo il motto: quello che avviene oggi nelle regioni può accadere domani in tutta la nazione. Al contrario l'Spd spera nel ribaltone nelle due regioni per riacquistare fiducia e vigore per una campagna elettorale che si sta dimostrando comunque assai difficile. Chi sembra sicuro di vincere comunque è Guido Westerwelle (Fdp): i liberali potrebbero essere l'ago della bilancia negli equilibri futuri della politica tedesca.
Bucarest, gli amplificatori del concerto di Madonna
Devono essere stati proprio potenti gli impianti di amplificazione del concerto di Madonna a Bucarest se, come sostiene il TgCom, il suo appello contro la discriminazione dei Rom lanciato durante il concerto rumeno si sono sentiti fino in Bulgaria. Dove, secondo la testata online di Mediaset che evidentemente scambia Bucarest con Sofia, alcuni spettatori hanno fischiato.
Il sogno americano della Polonia profonda
Lodz, il distretto commerciale Manhattan (fotowalkingclass)
Lamerica, quella senza apostrofo, è in un grosso centro urbano sprofondato nella piana della Masovia, ottanta chilometri a sudovest di Varsavia. La Ulica Piotrkowska, una via pedonale lunga tre chilometri e mezzo, taglia il centro cittadino come fosse una dritta Avenue statunitense. D’estate è piena di caffè e ristoranti all’aperto che rovesciano sui passanti musica rock a tutti decibel. Nel mezzo, di fronte all’ingresso dell’Hotel Grand inaugurato alla fine dell’Ottocento, si apre la Aleja Gwiazd, la via delle stelle, arricchita – si fa per dire – di una serie di stelle di bronzo incassate nel marciapiede, sul modello dell’Hollywood Boulevard di Los Angeles. Ogni stella è associata al nome di un celebre personaggio del cinema polacco, senza distinzione alcuna, che si tratti di un regista o di un attore. L’idea è un po’ kitsch, ma attira i turisti che immortalano ogni stella con le macchine digitali e, pare, entusiasma anche i locali.
Benvenuti a Lodz, città sonnacchiosa di ottocentomila abitanti, un passato non lontanissimo di polo tessile e commerciale nel cuore dell’Europa, smarrito nel tempo per colpa dei mali del secolo breve: guerre, nazismo e comunismo. Arrivarci non è facilissimo. E non perché i collegamenti con la vicina Varsavia non siano, per quanto vetusti, a loro modo efficienti. Il problema è nel nome, o meglio nella sua pronuncia. A scriverlo sembra facile: elle-o-di-zeta. La fonetica polacca però gioca un brutto scherzo: quando lo pronunciate, dovete dire “Uuch”. Comprenderete che la vicenda si complica. Allora, eccomi in fila nell’affollatissima stazione centrale di Varsavia, munito di un cartello con su scritto il nome magico, nella speranza di ottenere con questo escamotage il biglietto giusto per raggiungere Lamerica. La bigliettaia non capisce. Dietro cominciano a mormorare. Ci provo: “Uoooosch”. Mi rendo conto che è uscito un suono incomprensibile, niente da fare. Glielo ripeto in inglese, vorrei andare qui, indico il nome della città scritto sul cartello. Mi spedisce allo sportello di fianco, dove parlano inglese. E finalmente, tra le risate di una bigliettaia poliglotta e meno apprensiva, il nodo si scioglie e ricevo un biglietto di andata e ritorno per la città dal nome impronunciabile.
C’è tuttavia un secondo motivo per cui tale pronuncia è una maledizione per Lodz. “Uuch” ha dato modo ad alcuni di questi incrollabili ammiratori del cinema americano di coniare un neologismo che dovrebbe sigillare il legame con l’altra sponda dell’Atlantico: hanno ribattezzato la loro città “Holly-uuch”. Suona terribile o commovente, a seconda dei punti di vista. Ma tant’è. Insomma, Lodz le prova tutte per rammentare a se stessa e a chi viene a visitarla che attorno non ci saranno le colline di Hollywood ma ci si trova sempre nella capitale del cinema polacco. Anche se l’arte cinematografica nazionale non se la passa più così bene come negli anni Sessanta e Settanta: un po’ perché la nuova leva non appare all’altezza dei geni del passato, gli Has, i Wajda, i Kielowski, gli Zanussi, i Polanski; un po’ perché, anche quando uno di quei geni ci riprova, come nel caso del film “Katyn”, c’è sempre qualche censore bolscevico in ritardo di trent’anni che prova a mettere il silenziatore al film; e un po’ perché proprio l’amato cinema americano ha preso il sopravvento nelle sale spingendo in un angolo i film fatti in casa.
Però la pellicola qui è come un sogno di celluloide che avvolge tutta la città. Il luogo di sintesi che meglio rappresenta Lamerica di Lodz, che poi non è altro che l’America immaginaria percepita ad est dell’ex cortina di ferro, si trova un chilometro più a nord dell’interminabile Ulica Piotrkowska, superando i palazzoni veri del socialismo reale che circondano la rotonda piazza Wolnosci. Lì si trova Manufaktura, la scommessa urbanistica, consumistica ma anche culturale della città. Si tratta di un vasto complesso industriale di fine Ottocento, quando Lodz viveva di ciminiere, tessile e commerci (per rimanere in tema, chi fosse in grado di procurarsi il film “La terra promessa” di Andrej Wajda potrebbe farsi un’idea dell’atmosfera cosmopolita di quei tempi), oggi completamente ristrutturato con l’idea di spingere questa sonnolenta città verso nuove frontiere. Non bisogna esagerare, nel senso che la ristrutturazione è assai ben riuscita ma per ora le strutture che funzionano meglio sono quelle destinate al centro commerciale. Poi c’è un cinema multisale piuttosto frequentato. E l’attività strettamente culturale è relegata a una serie di manifestazioni prevalentemente estive, non molto dissimili da quelle che animano le estati di tutte le città d’Europa: concerti pop, happening sportivi all’aperto, festival della birra. La promessa è però si spingere con più decisione verso l’aspetto culturale: gli ultimi complessi ristrutturati saranno destinati a musei e spazi espositivi per le mostre, oltre all’inevitabile contorno di hotel e abitazioni più o meno lussuose.
Per ora, comunque, è uno dei pochi angoli rimodernati di Lodz. L’altro si trova più a ovest, sarebbe il nuovo distretto commerciale, qualche palazzone dall’architettura azzardata, una cascata di finestre specchiate che rappresentano la condanna polacca alla modernità, insegne luccicanti di banche occidentali, ancora nuove shopping mall: ora che è arrivata la crisi difficile fare affidamento su questo concentrato di consumismo e finanza. Dimenticavo: il nome di questo distretto? Manhattan, ovviamente.
Per il resto, c’è ancora molto da fare per riportare la città ai fasti produttivi del primo Novecento. Allora arrivarono in massa giovani industriali ebrei e tedeschi dalla Germania e scelsero Lodz perché si trovava al centro di una rete di comunicazioni stradali e ferroviarie che smistava traffico tra est e ovest. L’età d’oro fu chiusa dalla follia razzista del nazismo e non riprese nei quarant’anni di comunismo. Oggi le infrastrutture sono il tallone d’Achille della città, cui Varsavia ha scippato il ruolo di crocevia. La stazione ferroviaria centrale si chiama Fabryczna: mai nome fu azzeccato perché assomiglia a uno di quei relitti industriali dei tempi del regime. Visto da quello che dovrebbe essere il biglietto da visita di Lodz, sembra che nulla sia cambiato in venti anni, come se uno strato di polvere si fosse depositato sul vecchio mondo, addormentandolo per sempre. Le piattaforme sono trascurate, le segnalazioni affidate a strumenti vecchi, l’androne di ingresso invita alla fuga, le sale d’aspetto alla tristezza, il bar interno è un tuffo diretto nella sceneggiatura di “Good bye Lenin”. Il futuro è invece nel piazzale esterno, incollato su una serie di cartelloni esplicativi che descrivono con tecniche digitali il nuovo progetto di riqualificazione urbana che ha per fulcro proprio la stazione. Un’altra grande scommessa, per ora fissata solo sulla carta, in attesa che i fondi europei forniscano il liquido necessario a far partire l’impresa.
Lodz ha un’altra ricchezza: l’università. Oltre quarantamila studenti e quattromila professori rappresentano una risorsa alla quale attingere nel processo di ricostruzione dell’identità e del ruolo della città. Affollano le aule e i caffè, muovono interessi economici ma anche culturali, si aggirano per le vie cittadine ancora non toccate dall’onda della riqualificazione con la speranza di poter partecipare alla costruzione di un futuro migliore. L’Erasmus, poi, porta ogni anno studenti da tutta Europa, una linfa vitale che contribuisce a ricreare quell’atmosfera cosmopolita che fu alla base del miracolo economico e sociale della Lodz di primo Novecento. E in fondo anche questo bacino universitario può essere parte del sogno americano, che non è fatto solo di cinema e shopping mall, ma anche di una robusta struttura educativa che premia ricerca, eccellenza e crescita.
Pubblicato il 30 luglio 2009 su Ff Web Magazine.
mercoledì, agosto 26, 2009
Stasi? No, grazie
L'Union Berlin è sempre più saldamente al comando della classifica della 2. Bundesliga ma deve rinunciare al suo sponsor milionario, l'ISP, International Sport Promotion. Motivo: il capo del consiglio di sicurezza della società con sede a Dubai, Jürgen Czilinski, è risultato essere stato dirigente della Stasi, il famigerato servizio di spionaggio della vecchia DDR. Per gli Eisern dell'Union una beffa, giacché la Stasi - oltre ad aver rappresentato il braccio di ferro del regime - patrocinava la BFC Dynamo, squadra acerrima rivale ai tempi della Germania Est (la storia è in parte raccontata qui). Dunque, l'onore prima dei soldi: contratto stracciato, pannelli pubblicitari rimossi dallo stadio, logo cancellato dalle maglie bianco-rosse. L'appartenenza alla Stasi di Czilinski è stata in qualche modo la classica ultima goccia che ha fatto traboccare un vaso di incomprensioni sorte fin dai giorni successivi alla stipula del contratto. Non è mai stato chiaro come la danarosa società ISP, costituita solo un anno fa, abbia realizzato i soldi di cui dice di disporre. Nel vago restano anche le sue attività e i tifosi dell'Union, già da tempo, mettevano in dubbio l'opportunità di legarsi ad un'azienda tanto misteriosa. Vista la rapida risoluzione del contratto, al managment della squadra calcistica è possibile rimproverare almeno una certa approssimazione nell'affrontare la vicenda. Resta un problema di non poco conto: come rimpiazzare i 10 milioni di euro che il sodalizio con l'ISP garantiva fino al 2014? Intanto, domani è un altro giorno (che poi vista l'ora è oggi) e all'Alte Försterei ci si gode l'amichevole con il Bayern Monaco.
Cene (e auto di servizio) private e pubbliche virtù
Succede anche in Germania che le campagne elettorali si vadano incarognendo. Dopo la vicenda dell'auto di servizio che la ministra della Salute Ulle Schmidt s'è portata in vacanza ad Alicante, tocca ora alla cancelliera in persona finire nel mirino di critiche e sospetti. Galeotta una cena in onore dei sessant'anni di Josef Ackermann, capo della Bundesbank, organizzata da Angela Merkel con trenta invitati, il 28 aprile del 2008, una settimana dopo il compleanno del banchiere. La trasmissione televisiva ARD Magazine-Report Mainz ha trovato le prove che quella cena non è stata pagata privatamente dalla Merkel ma inserita come spesa di lavoro, e dunque accollata alle tasche dei contribuenti. Dalla cancelleria si rigettano le accuse e si fa notare che non di una festa privata si trattava, ma di un incontro fra trenta personalità dell'economia, del giornalismo e della cultura che per due ore e mezza si sono scambiate opinioni e impressioni sullo stato del paese. Insomma, se non una cena strettamente di lavoro, un incontro conviviale utile a scambiarsi informazioni e, forse, a cementare un rapporto di collaborazione: gli invitati erano tutti in qualche modo vicini alle posizioni politiche di Angela Merkel.
Qui voglio aggiungere solo poche osservazioni. La prima riguarda il giornalismo tedesco. A tirare fuori la notizia è stata una trasmissione dell'ARD. L'ARD non è una tv locale o legata a qualche partito, ma la prima rete televisiva pubblica tedesca. Ve lo immaginate in Italia un servizio del Tg1 che, in piena campagna elettorale, realizza uno scoop che mette in difficoltà il capo del governo in carica? Intendo qualsiasi presidente del Consiglio, non solo Berlusconi, in questo caso non è opportuno avere la memoria corta.
La seconda si riferisce più strettamente alla vicenda. E' sempre difficile delimitare il confine fra un pranzo di lavoro e una festa privata, un'occasione pubblica e una personale. In questo caso non c'erano fanciulle o fanciulli, non si è ballato, non si sono fatte le ore piccole. Anzi qualche osservatore (anche di area socialdemocratica) ha ricordato che incontri di questo genere erano frequenti anche durante il cancellierato di Gerhard Schröder (e semmai si rimpiange che a quei tempi scorreva molto più alcool e girava anche qualche sigaro, "vizi" ai quali l'ex cancelliere amava abbandonarsi). Frank Schirmacher, giornalista della Frankfurter Allgemeine presente alla famigerata cena, racconta oggi sul suo giornale con ironia l'avvenimento: "Sehr viel wurde über Bildung gesprochen und über die Präsentation deutscher Kultur im Ausland. Ich habe sehr profitiert. Niemand schien betrunken. Es wurde nicht getanzt. Petra Roth erwähnte Goethe". Insomma, uno scenario che farebbe inorridire - e morire di noia - i frequentatori di Villa Certosa.
La terza osservazione riguarda invece il clima in cui si sta svolgendo questa campagna elettorale. Il clima dell'elettorato, intendo. Per quanto i tedeschi abbiano sempre richiesto alla politica un alto livello di moralizzazione e si siano scandalizzati per vicende che altrove sarebbero state liquidate con un'alzata di spalle, pare di riscontrare in questi tempi l'effetto di una disaffezione e disillusione verso la politica che alimenta un sentimento di disincanto, se non di latente ribellione. L'alto astensionismo nelle recenti elezioni europee è stato un campanello d'allarme. Per la Germania si tratta di un fenomeno relativamente recente, cui media e analisti hanno cominciato a prestare una crescente attenzione. Ora l'SPD (anche in risposta alla campagna che gli altri partiti hanno fatto sul caso Schmidt) i Verdi e la Linke promettono battaglia sulla cena della cancelliera. Comprensibile in campagna elettorale, ma rischia di essere un terreno scivoloso sul quale tutti i partiti possono scivolare: giocare con la pancia dell'elettorato è sempre un esercizio a doppio taglio. Dal disincanto al qualunquismo il passo può essere molto breve, come testimoniano le vicende di molti altri paesi europei.
lunedì, agosto 24, 2009
venerdì, agosto 21, 2009
mercoledì, agosto 19, 2009
Berlino, l'utopia degli ultimi moicani
Un tratto della Sprea compreso nell'area del progetto Mediaspree (fotowalkingclass)
Al “Bar 25” si arriva scendendo alla stazione di Ostbahnhof, sfiorando i resti del muro della East Side Gallery recentemente ripitturato dagli stessi artisti che l’avevano colorato con i loro graffiti dopo il 1989, e imboccando un ingresso clandestino aperto in una lunga palizzata di legno. E’ il più famoso tra i rifugi alternativi che sorgono sulla sponda orientale del fiume Sprea. Qualcuno lo spaccia come la Christiania di Berlino, la scommessa utopistica degli hippy di Copenaghen, ma l’unica cosa che l’accomuna al più famoso quartiere danese è la difficoltà di sopravvivere alla fine delle utopie. “Bar 25” chiuderà a fine agosto, giusto il tempo di vivere l’ultima estate in riva al fiume e di far respirare ai suoi clienti anticonformisti l’atmosfera frizzante di un ritrovo balneare nel cuore della metropoli. La torre di Alexanderplatz si illumina sullo sfondo, le acque scure del fiume rimandano un po’ di frescura e i vagoni della metropolitana che scorrono sul ponte a destra proiettano nella notte berlinese luci psichedeliche e rumori meccanici.
All’interno si fa di tutto, e non sempre a prezzo politico. Ci si può sedere con una bottiglia di birra sul bordo del fiume, sulla sabbia o sull’erba o, se si è fortunati, su una delle sdraio stile Rimini anni Sessanta, oppure ci si può gettare sulla pista da ballo con un cocktail recuperato dal bancone, o infine sedersi ai tavoli del ristorante, sotto le stelle o sotto il patio coperto, a seconda delle condizioni meteo e della disponibilità di posti. E qui il conto può essere anche salato, perché chi cura pietanze e cantina ha voluto dare alla cucina un tocco da gourmet.
Un collettivo di quattordici persone gestisce l’intero complesso, una sessantina fa parte del gruppo fisso. Vivono in comunità e ogni decisione viene approvata assieme: difficile trovare un capo, anche perché nessuno vuole esserlo. Il ristorante, come tutto il resto, lo hanno tirato su da soli, anche se gli autori del progetto non avrebbero difficoltà a farsi ingaggiare da un famoso studio di architettura d’interni. Tutto è venuto su per caso, con gusto spontaneo e con una caparbia voglia di resistere alle mode. E tuttavia è l’angolo più affascinante di Berlino, esteticamente bellissimo, orgogliosamente alternativo. Nei diecimila metri quadrati di area, trova posto anche un ostello fatto di capanne in legno, un piccolo cinema all’aperto, una radio autogestita, spazi per mostre ed eventi: un’utopia divenuta con il passare del tempo sempre più pragmatica e oggi minacciata da un mega progetto immobiliare destinato a rivoluzionare tutta questa area lungo la Sprea.
Il progetto si chiama Mediaspree, raggruppa investitori, proprietari terrieri e imprenditori che hanno deciso, attraverso un nuovo sviluppo urbanistico, di cambiare il volto di quest’area sulle due sponde del fiume, che racchiude in sé molte simbologie. E’ il punto di raccordo fra le due metà di Berlino, l’est e l’ovest, il luogo in cui si incontrano i due quartieri storici dell’anima anarchica cittadina, Friedrichshain e Kreuzberg, abitati da artisti, alternativi, squatter e immigrati turchi: 270mila abitanti, come una città di medie dimensioni, oggi riuniti da una recente riforma amministrativa che ha accorpato i quartieri berlinesi. Alla guida un borgomastro verde, Franz Schulz.
Il progetto s’incentra sul nuovo palazzo multifunzionale O2-World, inaugurato lo scorso autunno, che già ospita a rotazione le partite delle locali squadre di basket e hockey su giaccio e concerti rock delle star tedesche e internazionali. Un gruppo giapponese sta costruendo un nuovo albergo della catena spagnola NH e il piano prevede altri uffici, appartamenti di lusso, alberghi. L’obiettivo degli investitori è di attirare in quest’area le sedi delle società di media, della moda, magari delle nuove tecnologie. E il Senato berlinese guidato dalla sinistra, socialdemocratici più Linke, ha dato l’avallo.
Esattamente un anno fa gli abitanti dei due quartieri, che nessuno ha sentito il dovere di interpellare quando il progetto è partito, hanno potuto recarsi alle urne e dare il loro giudizio, puramente consultivo, con un referendum: hanno vinto i contrari con l’87 per cento dei voti. Un plebiscito. Così la lotta è ripresa, anche con un po’ di violenza. Nel quartiere di Kreuzberg non è solo il Mediaspree a sollevare la rivolta degli anarchici. Da quando il Muro è caduto, il quartiere un tempo snobbato perché circondato dal confine si è ritrovato nel centro della Berlino riunificata, attirando gli appetiti del settore immobiliare. C’è voluto un po’ di tempo ma, piano piano, la speculazione è arrivata: nuovi condomini di lusso, ristrutturazioni costose, progetti anche un po’ pacchiani come quelli che prevedono posti auto sul pianerottolo, di fianco alla porta di casa. Le cronache cittadine degli ultimi giorni riportano notizie sul lavoro straordinario cui sono costretti i vigili del fuoco per spegnere gli incendi ai nuovi cantieri causati da attentati incendiari notturni.
Tornando verso la sponda del fiume, questa volta sul lato del quartiere Treptow, ex Berlino est, a rischio è un altro esperimento di vita fuori dai canoni tradizionali. E’ lo “Schwarzer Kanal”, letteralmente “canale nero”, un sito abitativo costituito da roulotte, non troppo diverso dagli accampamenti gitani che si ritrovano nelle campagne dell’Europa danubiana o, meno romanticamente, nelle periferie delle metropoli occidentali. In tedesco si chiamano Bauwagenplatz: ma anche qui, vita comunitaria e stile alternativo hanno le settimane contate. Hochtief, un complesso industriale di costruzioni, istallerà la sua filiale berlinese e ha consegnato agli abitanti dello Schwarzer Kanal la lettera di sfratto: primavera 2010. Altri dodici siti abitati da 320 persone, dispersi un po’ in tutta la città, rischiano di subire la stessa sorte: nel 2002 l’amministrazione dei proprietari terrieri e la centrale degli architetti tedeschi hanno presentato un esposto contro i Bauwagenplatz accusandoli di esporre gli abitanti dei complessi vicini a una grave situazione di degrado urbanistico.
I fuochi di Kreuzberg, l’opposizione degli elettori e la rassegnata delusione degli alternativi di “Bar 25” e delle altre comunità sorte lungo la Sprea sono facce differenti di una stessa storia: quella della Berlino alternativa che va scomparendo, marginale rispetto ai profondi processi modernizzanti dell’Europa occidentale eppure ancora orgogliosa e ribelle. E’ in fondo un altro pezzo della vecchia Berlino ovest che tramonta, assieme alla memoria degli anni Settanta e Ottanta, al fenomeno dei punk e poi degli squatter, delle case occupate e degli stabili fatiscenti acquisiti a prezzo politico e rivoltati a centri di cultura underground. Un’utopia che aveva trovato nuova linfa nelle aree dismesse di Berlino est, subito dopo la caduta del Muro, ma che adesso sembra arrivata al capolinea.
L’assedio non si ferma a Kreuzberg e Friedrichshein. Nel centrale quartiere di Mitte vive tempi incerti un altro locale storico, il “Tacheles” sulla Oranienburgerstrasse. Di fatto è una galleria d’arte moderna, messa su nel 1990 da un gruppo di artisti anarchici in un palazzo malandato destinato alla demolizione. E’ divenuto un centro sociale con tanto di mostre, cinema per pellicole indipendenti, un laboratorio sperimentale e il celebre caffè Zapata, pasto completo a otto euro. Il nome, di derivazione yiddish, richiama la censura ai tempi della Ddr: Tacheles significa “parlar chiaro”, cosa proibita ai tempi del regime. Oggi è un pugno nell’occhio (benefico secondo alcuni, superato secondo altri) in un’area in cui gli investimenti immobiliari degli ultimi vent’anni hanno completamente trasformato l’atmosfera. I suoi muri crepati cozzano con il travertino liscio di un’hotel di lusso, gli appartamenti attorno hanno prezzi proibitivi per la maggior parte dei berlinesi e i nuovi proprietari del suolo hanno in mente di buttare giù il rudere degli artisti alternativi per realizzare ancora un albergo. Dunque, il Tacheles è sotto sfratto e prosegue la sua agonia nella speranza che la crisi che ha investito il settore immobiliare rallenti i progetti e prolunghi il più possibile la propria esistenza.
Economia e utopia paiono andare d’accordo solo nelle teorie delle moderne architetture. Quando si passa alla pratica, quello che intendono gli urbanisti e quello che vorrebbero gli utopisti appare del tutto inconciliabile. Una città moderna, una metropoli europea contemporanea, non riesce più a tollerare spazi autogestiti all’interno del suo perimetro urbano. C’è un mondo che scompare, che non va giudicato ma raccontato anche nelle sue ultime illusioni, perché almeno qui a Berlino ha fatto storia e letteratura di una capitale che si è autorappresentata diversa, forse anche per sopravvivere alla condizione inedita di città divisa. E c’è un mondo che è pronto al compromesso, che non compie attentati ma che, ad esempio, spinge per inserire nel progetto ormai inevitabile del Mediaspree cinture verdi, piste ciclabili, spazi condivisi. E’ la maggioranza di quell’87 per cento che ha votato contro il progetto e che ora si è messa attorno a un tavolo assieme al borgomastro verde e ai responsabili delle imprese immobiliari per trovare l’araba fenice dell’utopia pragmatica.
(pubblicato sul Secolo d'Italia di luglio 2009)
lunedì, agosto 17, 2009
Jackpot, nuovo giro nuova corsa
Dopo il successo del primo volo (a Milano), la Bild ci riprova e spedisce 55 lettori a Rimini per ritentare la fortuna del Jackpot italiano. In questa stagione Rimini appare più invitante del capoluogo lombardo e così l'Italia inaugura il turismo mordi e fuggi da Jackpot. Al ministro Brambilla non sarebbe mai venuto in mente, i tedeschi invece si stanno organizzando da soli. Da Berlino piovono telefonate a parenti, amici e vacanzieri in Italia per giocate collettive. L'Europa si unisce nel nome del Lotto e chissà che con questa organizzazione spontanea il Jackpot tricolore non finisca nelle tasche di qualche giocatore tedesco.
domenica, agosto 16, 2009
Nove e cinquantotto
Un lampo nero nella notte di Berlino, nove e cinquantotto è il nuovo record mondiale del giamaicano Usain Bolt nei cento metri.
2. Bundesliga, l'Union Berlin parte a razzo
Mentre gran parte dell'attenzione internazionale si concentra sul mondiale di atletica leggera che da ieri si disputa all'Olympiastadion di Berlino, il campionato di calcio tedesco è giunto alla seconda giornata. Liquidata la Bundesliga con le constatazioni che i campioni in carica del Wolfsburg sono già al comando e confermano di essere una squadra solida e capace di aprire un vero e proprio ciclo e che Felix Magath (oggi allo Schalke e in testa pure lui) è un tecnico coi fiocchi, ci concentriamo sulla seconda liga dove milita l'Union Berlin, la squadra che questo blog ha adottato e della quale abbiamo qui raccontato la favola dei suoi tifosi. Bene, anche nella serie cadetta siamo alla seconda giornata e l'Union si presenta con le carte in regola per disputare una stagione di rilievo. Al momento è prima, vanta una migliore differenza reti rispetto al Kaiserslautern e attende senza troppe ansie il risultato del St. Pauli nel posticipo del lunedì. Ieri, ovviamente, eravamo all'Alte Försterei a seguire la partita fra Union e Fortuna Düsseldorf, vecchia gloria del calcio tedesco sprofondata l'anno scorso in terza divisione e promossa in seconda liga assieme all'Union. I biancorossi di Köpenick, il quartiere orientale di Berlino, hanno giocato un incontro perfetto, scambi veloci, grande aggressività specie nel primo tempo, buona forma fisica per essere a inizio stagione. Un piccolo calo nel secondo tempo, poi il gol un po' fortunoso, forse nel momento migliore degli ospiti e qualche spreco di troppo nei prevedibili contropiedi finali. Nel complesso un successo meritato. Questa Union potrà farci divertire anche nella "serie B" tedesca. Qui il quadro completo.
Ipse dixit/1: Walter Ulbricht
"Niemand hat die Absicht, eine Mauer zu errichten" (15 giugno 1961). "Nessuno ha intenzione di erigere un Muro". Walter Ulbricht, presidente della Ddr dal 1960 al 1973 e segretario generale della Sed dal 1950 al 1971, pronunciò questa frase nel corso di una conferenza stampa in risposta a una domanda posta da una giornalista della Frankfurter Rundschau. Era il giugno 1961 e le speculazioni sulle intenzioni da parte della Germania orientale di rinforzare il confine tra le due Berlino si facevano sempre più insistenti. Due mesi dopo, nella notte fra il 12 e il 13 agosto 1961, cominciò la costruzione del Muro che avrebbe diviso Berlino per ventotto anni. Nella foto (fonte DHM) Walter Ulbricht siede accanto al segretario generale del Pcus Nikita Chrusciov, in occasione della visita di quest'ultimo a Berlino Est.
mercoledì, agosto 12, 2009
Alla conquista del Jackpot italiano
La Bild, il quotidiano popolare tedesco da 5 milioni di lettori, organizza una squadra d'assalto teutonica per conquistare il Jackpot italiano di 131 milioni e mezzo di euro. Il programma è semplice: volo Air Berlin in partenza da Tegel per Milano verso mezzogiorno, pranzo, bevute e, per chi dovesse reggersi ancora in piedi, una puntata in tabaccheria per tentare la sorte al nuovo giro. Il titolo con cui il tabloid lancia la propria offerta è bellicoso: andiamo a rubare agli italiani il loro Jackpot. Sulla qualità dei lettori che sbarcheranno all'aeroporto milanese non c'è da farsi troppe illusioni. Per accaparrarsi uno dei 140 posti messi a disposizione dalla Bild bisogna partecipare a una lotteria preventiva, telefonando fino alle 16 in redazione e rispondendo alla domanda: "Dove va il nostro aereo per giocare al Lotto, in Italia o a Timbuktu?". Chi verrà estratto a sorte sarà molto fortunato, perché c'è da immaginare che anche un lettore della Bild possa indovinare che il panzer-volo per conquistare il Jackpot italiano, tutto sommato, non possa atterrare a Timbuktu. Qui il dettaglio dell'iniziativa.
martedì, agosto 11, 2009
Ritratto di Berlino
"In effetti di Berlino mi piace proprio ciò che la distingue da Amburgo, Francoforte, Monaco: i resti delle rovine, nelle quali hanno messo radici faggi e arbusti alti quanto un uomo; i buchi dei proiettili sulle facciate scassate dei palazzi grigi come la sabbia; le immagini pubblicitarie sbiadite dei muri ciechi che reclamizzano sigarette e liquori scomparsi da tempo. Talvolta, nel pomeriggio, dall'unica finestra di uno di questi muri appare una faccia, la testa sopra i due gomiti appoggiati su un cuscino, un volto incorniciato da qualche migliaio di mattoni: ritratto di Berlino. I semafori sono più piccoli, le stanze più alte, gli ascensori più vecchi che nel resto della Germania; l'asfalto è ricco di crepe dalle quali riaffiora il passato. Berlino mi piace soprattutto d'agosto, quando le saracinesche sono chiuse e sulle vetrine si leggono messaggi che annunciano una riapertura sempre meno credibile; quando i 90.000 cani vanno in ferie e intorno ai tergicristalli delle poche auto rimaste si arrotolano i manifestini pubblicitari di un qualsiasi spettacolo life; quando dietro le porte aperte di un bar le sedie rimangono vuote e nella stanza due clienti sparsi non alzano più la testa, nemmeno se per caso entra un terzo".
Peter Schneider, Il saltatore del Muro, 1982
mercoledì, luglio 29, 2009
Moldova secondo estratto
Si torna a votare in Moldova, dopo il contestato voto dello scorso aprile, le rivolte, la convalida, il tentativo fallito di formare un nuovo governo. Da oggi la parola torna nuovamente alle urne.
Zu Guttenberg, il più amato dai tedeschi
E' diventato in cinque mesi il politico più amato dai tedeschi. Nell'ultimo Politbarometer della Zdf, il giovane ministro dell'Economia, barone Zu Guttenberg (Csu) è volato al primo posto, superando di un punto percentuale anche la lanciatissima Angela Merkel. E' la prima volta che accade a un politico dei cristiano-sociali bavaresi. Per la cancelliera, al momento, nessuna concorrenza ma in futuro si vedrà. Nessuno, quando Zu Guttenberg venne chiamato a sostituire il dimissionario Glos, avrebbe scommesso un euro su questo giovane che oggi sembra incarnare a un tempo la stanchezza dell'elettorato verso la politica e una vaga voglia di rinnovamento. Eppure, a leggere bene la sua biografia, familiare e politica, qualche avvisaglia c'era.
L'emozione dell'89 in foto al DHM di Berlino
L’immagine è tutto, suggerisce la teoria della comunicazione moderna. Sarà per questo che il prestigioso Deutsches Historisches Museum di Berlino ha affidato a un’ampia mostra fotografica il compito di celebrare il ventennale della caduta del Muro. Mostre e conferenze si moltiplicano un po’ in tutta la Germania, man mano che la data dell’anniversario si avvicina: quel 9 novembre che cambiò il corso della storia, chiudendo l’epoca della guerra fredda e aprendo quella della globalizzazione. Ma l’allestimento realizzato dal museo storico berlinese per eccellenza, nelle sale della dependance progettata sei anni fa dall’architetto Ieoh Ming Pei, associa al taglio celebrativo un ricco repertorio fotografico sulla vita nella Ddr prima della caduta del Muro e sui momenti decisivi in cui la diplomazia politica giocò un ruolo fondamentale accanto alle manifestazioni di piazza.
Il corredo informativo è certamente utile e preciso nel ricostruire la cornice storica e sociale entro cui si dispiegarono gli eventi del 1989, ma la descrizione e le emozioni sono lasciate alla pellicola impressa, al bianco e nero che rimanda a un passato che appare lontanissimo, anche se in realtà tutto si è svolto appena vent’anni fa.
La mostra è divisa in quattro grandi sezioni. Si parte con i tempi di piombo, quelli in cui il regime comunista aveva infilato una strada senza uscita. Anni difficili per la popolazione, ormai disillusa rispetto ai progetti di creare un mondo nuovo e più giusto sotto le insegne della stella rossa di Mosca. Sono immagini degli anni Ottanta, quando in occidente si dispiegò la rivoluzione tecnologica, la società dei consumi, l’era del libero mercato riassunta da due icone del liberalismo mondiale come Ronald Reagan e Margaret Thatcher. Le foto di questo periodo ritraggono invece una Ddr spenta e immobile, consumata finanche nella conformazione urbanistica delle sue città. Angoli di Berlino est con i palazzi screpolati per l’incuria e l’assenza di ristrutturazioni, negozi alimentari ad Altenburg desolatamente chiusi, foto di privati cittadini in libera uscita ad Halle con sullo sfondo cumuli di macerie che sembrano usciti direttamente dall’immediato dopoguerra.
Niente documenta meglio della difficoltà economica in cui era piombata la Germania orientale, ormai soffocata da un debito pubblico imponente e totalmente dipendente dai crediti occidentali, della trasandatezza del bene pubblico e dell’incuria delle strade. Ad accentuare l’impressione di una società ormai in disfacimento, ci sono anche le immagini del mondo del lavoro: non più operai orgogliosi per le nuove conquiste dello Stato socialista, come accadeva negli anni Sessanta, ma uomini spenti, adagiati su vecchie poltrone di fianco a bottiglie di birra, in una pausa di lavoro che si dilatava in uno spazio senza tempo. E, dall’altro lato, le prime ribellioni estetiche giovanili, nate sull’emulazione un po’ tardiva di quanto era avvenuto all’ovest nel decennio precedente: un gruppo di punk, svogliato e insolente, in un angolo di Berlino est.
La seconda parte è dedicata alla rivoluzione pacifica, come qui viene chiamato il grande movimento popolare che buttò giù il regime. E qui le fotografie trasmettono l’emozione di quelle settimane straordinarie. Ci sono le immagini delle Montagsdemonstrationen di Lipsia, le manifestazioni del lunedì che partivano dalla Nikolaikirche, sempre più affollate, man mano che il coraggio si diffondeva tra la gente e la polizia non interveniva: poche migliaia a settembre, poi l’escalation a ottobre, 70mila il 9, 120mila il 16, 320mila il 23. Un fiume di donne e uomini sempre più deciso a osare quello che qualche settimana prima appariva impossibile. Le proteste si diffondono ed è possibile ripercorrere la cronologia di quei giorni attraverso i reportage fotografici, Dresda, Plauen, Magdeburgo, Berlino est.
Alcune immagini sono mosse, fotografare era ancora un esercizio proibito, talvolta viene testimoniato un arresto, una violenza: la Stasi era ancora in pieno servizio. Il contraltare è rappresentato dalle foto di regime, le celebrazioni per il quarantennale della Ddr, con i soldati che sfilano impettiti sulla Karl Marx Strasse di Berlino est e il Politburo schierato sul palco attorno a Honecker. Sono immagini ferme, rigide, tanto quanto quelle delle manifestazioni popolari appaiono dinamiche, piene di vita. C’è movimento solo quando arriva Gorbaciov: una foto lo ritrae mentre discute con gli studenti, lì sì che c’è vita, in quel giorno il capo del Cremlino darà il suo benservito a Honecker: “Pericoli attendono coloro che non reagiscono alla vita”. Sono ritratti gli striscioni che faranno la storia di questa rivoluzione, dal “Wir sind das Volk”, noi siamo il popolo rivolto contro gli uomini della Sed, il partito comunista, al “Wir sind ein Volk”, noi siamo un popolo, che metteva al centro, per la prima volta, la questione della riunificazione tedesca. E poi “Freiheit”, libertà, “Tschiuss”, addio, fino all’ironico “Visafrei bis Hawaii”, visto libero fino alle Hawaii. La festa fotografica va avanti fino alla notte danzante sul Muro di Berlino, alle Trabant che transitano attraverso i passaggi di frontiera e ai bicchieri di spumante che si incontrano in una gioia che, quella notte, appariva infinita. Lacrime e commozione che traboccano dalle istantanee.
La storia è fatta di popoli ma anche di individui che, nei momenti decisivi, compiono la cosa giusta. La sezione chiamata politica internazionale ricostruisce visivamente quanto accadeva dietro le quinte delle piazze. Sfilano i personaggi per sempre legati a quella svolta epocale. Il ministro degli Esteri tedesco-occidentale Genscher, che dal balcone dell’ambasciata a Praga dichiara ai rifugiati dell’est, accampati nelle tende, che è stato raggiunto l’accordo per il loro trasferimento nella Repubblica federale. Ci sono le foto ufficiali delle riunioni fra Kohl e Gorbaciov, nella fase delle trattative per la riunificazione tedesca, fino a quella famosissima sul tavolino tondo di legno nel giardino della dacha del presidente sovietico. E quelle non ufficiali di una riunione ristretta nell’ufficio di Bonn: ancora Kohl, Bush senjor e l’allora segretario di Stato americano James Baker, tutti in maglione o giubbotto. In altre immagini compaiono Schewarnadze, allora capo della diplomazia sovietica e i timidi leader della nuova Germania est, de Mazière in testa, che fu il primo e l’ultimo capo di governo della Ddr democratica. E poi i premier dell’Europa di allora, riuniti per il summit straordinario di Dublino, che diede il via alla riunificazione tedesca, superando le ultime resistenze. Dallo sguardo severo della Thatcher, si intuisce che non tutti gradivano i mutamenti in atto.
L’ultima sezione è più “familiare”, si riferisce al dopo, ed è rappresentata dalle foto dei tedeschi occidentali scattate alle famiglie di tedeschi orientali che avevano preferito alle manifestazioni la fuga attraverso i confini ormai aperti dei “paesi fratelli”, l’Ungheria e la Cecoslovacchia. Un primo incontro, una foto, immagini di gente spaesata ma felice, l’altra faccia del vasto movimento popolare che fece cadere i regimi dell’est. La mostra è aperta fino al 30 agosto.
(pubblicato sul Secolo d'Italia)
Bratislava ha vinto la sfida della Mitteleuropa
Bratislava, scorcio del centro storico (fotowalkingclass)
Per scoprire il segreto del successo di Bratislava bisogna prenderla alla larga. Per una volta evitare il centro storico e infilarsi su una strada leggendaria della Mitteleuropa che porta il nome di D1. La progettarono negli anni Trenta del secolo scorso, per collegare Praga a Zaparkatta Oblast, che oggi si trova in Ucraina ma a quei tempi si chiamava Mukachevo e faceva parte della nuova Cecoslovacchia. Ci sono voluti molti decenni perché il progetto andasse avanti e si avviasse alla conclusione, decenni nei quali sono cambiati confini e regimi. Oggi la D1 è in gran parte un’autostrada e, anche se ci vorranno ancora più di dieci anni perché venga davvero completata, con i tunnel nei tratti che attraversano i Carpazi, rappresenta uno degli assi portanti della rinascita economica di questa regione ormai pluristatale. C’è di mezzo l’Europa: alla sigla originaria D1 si sovrappongono anche quelle dei percorsi europei E50, E58, E75 ed E571 e soprattutto la variante A del corridoio paneuropeo numero 5, quello che riprende a Venezia e Trieste il tracciato occidentale dell’Italia padana e proietta il nord del nostro paese verso est.
Il tratto urbano della D1 ha in parte snellito il traffico cittadino di Bratislava ma ha anche accelerato quello turistico e d’affari che da Vienna si muove verso l’aeroporto intitolato all’eroe slovacco Stefanik. Si percorre con agilità il nastro d’asfalto fino a quando si avvertono le ruote che impattano sulle giunture della nuova meraviglia: il ponte Apollo. Sembra un’astronave spaziale appollaiata sulle acque placide del Danubio, anche se il nome si riferisce più prosaicamente a un impianto di raffinazione petrolifera situato sulla sponda sinistra che oggi si chiama meno romanticamente Slovnaft. Il ponte è stato inaugurato esattamente quattro anni fa e il suo progetto è stato nel 2006 uno dei cinque finalisti al prestigioso Opal Award, il premio Oscar per le opere di ingegneria civile.
In un baleno si arriva all’aeroporto. L’hardware e il software del nuovo miracolo slovacco. Il secondo c’è già tutto e sono le rotte aeree. Bratislava s’è impossessata di tutto il traffico low-cost diretto nel cuore dell’Europa carpatico-danubiana. Vienna e Brno distano appena un’ora di strada, Budapest poco più di due, per Praga ce ne vogliono tre e qualcosa. L’incrocio magico fra quattro nazioni, un tempo riunite sotto lo scudo multiculturale degli Asburgo, ha offerto a questa città e alla sua giovane nazione la chance della geografia. Per l’hardware bisogna lavorare ancora duro. C’è il ponte Apollo che rende agevole l’arrivo, ma l’autostrada per Vienna è ancora un sogno, così come quella per Budapest. E l’aerostazione è ancora una vecchia scatola dei tempi comunisti che pare quasi scoppiare per l’enorme traffico di aerei e passeggeri che deve quotidianamente digerire. La nuova struttura è in costruzione, per il momento ci si può consolare guardando le riproduzioni grafiche al computer. Fine dei lavori è prevista nel 2012. Se saranno puntuali, non manca poi molto. Nel frattempo però il bellissimo e costosissimo aeroporto di Vienna si è trovato spiazzato dalla concorrenza slovacca. Chi l’avrebbe mai detto? E chi l’avrebbe mai detto, solo quindici anni fa, al momento della separazione di velluto, che la Slovacchia avrebbe tagliato il traguardo dell’euro prima della Repubblica Ceca? La storia di Bratislava ricorda quella di Cenerentola: le sorelle danubiane e boeme a farsi belle mentre a lei toccava sgobbare. E sgobbando, in silenzio ovviamente, ha incontrato il suo principe azzurro e ha fatto le scarpe a tutte.
Ora sì che è tempo di lasciare il reticolo autostradale periferico e fare rotta in centro. Il Danubio scorre placido accarezzando sponde che lasciano poco spazio al romanticismo. Non ci sono i palazzi merlettati di Budapest, né i suonatori gitani di violino che si aggirano fra i tavolini del lungofiume. La mano dell’architettura real-socialista è calata pesantemente sulla città nel quarantennio prima che cadesse il Muro: le banchine dove ormeggiano i battelli per Vienna e Budapest farebbero la loro figura sul set di Good bye Lenin, così come i grandi palazzi che si specchiano nel fiume, grossi e tozzi come anziane babushka. Eppure su quel fiume oggi transita il traffico commerciale di mezza Europa, dal Mar Nero al Mare del Nord, attraverso quella rete d’acqua che parte dalla Romania, attraversa Serbia e Ungheria, incrocia Slovacchia e Austria e, per mezzo di collaudati canali, si connette in Germania con il Reno e il Meno, sfociando a nord-ovest dalle parti di Rotterdam. Andata e ritorno. E fermata centrale qui a Bratislava.
Prendo vecchi appunti di un precedente viaggio da queste parti. Anno 2003: «Bratislava è una città sonnacchiosa adagiata sul Danubio tra Vienna e Budapest. Una collocazione geografica dalla quale si attende lo sviluppo economico e commerciale dell’era post-comunista». Era una scommessa, è stata vinta. In molti settori economici la Slovacchia ha sorpreso tutti: tre ondate di privatizzazioni hanno trasformato il modello statalista creando una moderna economia di mercato. La prima tra il 1991 e il 1993, ancora nell’ambito della Cecoslovacchia, con interventi sulle piccole imprese del commercio e dei servizi; la seconda tra il 1993 e il 1996, ha toccato le grandi imprese statali; la terza più diluita negli anni Duemila, che in alcuni casi ha parzialmente toccato settori strategici, ottemperando alle direttive Ue per centrare nel 2004 l’ingresso nell’Unione. Riformato anche il comparto agricolo con l’adozione del modello di agricoltura polifunzionale e poi la lotta alla corruzione che ha strappato il paese a un destino balcanico. Con la politica più trasparente sono arrivati anche gli investimenti dall’estero, cospicui, e un’oculata gestione di bilancio. Risultato: l’adozione dell’euro dal primo gennaio di quest’anno, appena in tempo per mettersi al riparo dalla crisi economica che ha falcidiato divise e risorse di altri paesi est-europei.
Il ventennale dalla rivoluzione di velluto che mise fine al comunismo in Cecoslovacchia viene dunque festeggiato senza troppe apprensioni. Non c’è l’atmosfera cupa che si respira in Ungheria o nei Paesi Baltici. Bratislava continua in qualche modo a sonnecchiare, è nella sua natura di città un po’ provinciale: nei vicoli del centro storico, questo sì riportato da imponenti restauri allo splendore della sua tradizione, il passo degli indigeni è lento e rilassato e quello dei turisti non troppo ingombrante. L’architettura rimanda a immagini mitteleuropee ma si avverte un’Europa già levantina che annuncia il tepore del Mediterraneo. Nell’area pedonale destinata allo shopping, la via Obchodna si ruba la scena: si susseguono vecchie osterie e nuovi caffé, negozi di abbigliamento e moderni centri commerciali, ma lo scenario è meno presuntuoso di quello di Praga, le genti si mescolano, il vecchio convive con il nuovo, l’aria è più da bazar sud-orientale, allegra, disimpegnata.
È la rivincita di un paese che sembrava destinato alla marginalità dopo la separazione dalla ricca Boemia e che invece ha saputo coniugare riscoperta delle tradizioni e apertura all’esterno. Se negli anni del comunismo la Slovacchia era stata una regione molto conservatrice, frenata da una struttura rurale e dalla presenza di industrie pesanti votate alla produzione militare, di fatto un polo opposto rispetto alle ribellioni e alle fantasie che agitavano Praga, nella nuova Europa è riuscita a ritagliarsi un ruolo importante e innovativo. Dubcek era nato a Bratislava ma fu a Praga che dispiegò la sua politica riformista: dal serbatoio slovacco vennero le resistenze più forti e l’Unione Sovietica vi attinse il personale per la restaurazione post sessantottina. Oggi non è più così. Resta ancora molto da fare, soprattutto sul versante delle infrastrutture cittadine, l’hardware sul quale far scorrere sogni e progetti: rinnovare la stazione centrale, piccola e scomoda, o il capolinea dei tram, la risorsa primaria del servizio di trasporto pubblico che collega con efficienza le diverse aree della città. Ma a guardare quanta strada è stata fatta in questi venti anni, le uniche cose che non mancano sono fiducia e ottimismo.
(pubblicato su FfWebMagazine del 17 luglio 2009)
La mission impossible di Frank-Walter Steinmeier
Conferenza con i giornalisti della VAP, la stampa estera (fotowalkingclass)
Frank-Walter Steinmeier è un ottimo ministro degli Esteri. Ma a guardarlo da vicino appare la persona meno indicata a contendere la Cancelleria ad Angela Merkel. Lo attende una sorta di missione impossibile: riportare l’alleanza rosso-verde al governo, rilanciare le sorti della socialdemocrazia in Germania, invertire la tendenza negativa della sinistra europea. Tutto in un colpo solo, nell’elezione che il prossimo 27 settembre porterà oltre 60 milioni di tedeschi alle urne per rinnovare parlamento, governo e cancelliere.
Il fatto è che il vento tira contro. Innanzitutto quello dei sondaggi. Ne girano tanti, di questi tempi, ma nessuno accredita Steinmeier del successo. La curva è anzi al ribasso, la distanza da Angela Merkel aumenta di settimana in settimana e gli ultimi dati sfornati nei giorni scorsi confermano la tendenza al successo pieno della coalizione di centrodestra formata da Cdu-Csu e liberali. Se poi ci si mette anche il presidente Obama che, secondo indiscrezioni non smentite dello Spiegel, avrebbe confessato alla Merkel nel recente incontro a Washington “ma di cosa si preoccupa, lei ha già vinto le elezioni”, allora per il candidato socialdemocratico la partita si fa davvero dura.
Frank-Walter Steinmeier è un ottimo burocrate prestato alla politica. Ma ci vorrebbe un animale elettorale come Gerhard Schröder per provare l’impossibile recupero. Il ministro degli Esteri, che di Schröder è stato a lungo collaboratore, è invece più un perfetto gentleman abituato ai passi felpati delle retrovie, un leale partner di governo, un funzionario scrupoloso e diligente poco avvezzo ai bagni di folla di una campagna elettorale.
Di fronte ai giornalisti della stampa estera riuniti in una sala dell’ Auswärtiges Amt, la Farnesina tedesca, Steinmeier prova innanzitutto a convincere se stesso: “Non guardo i sondaggi e vi invito a non prendere come riferimento il dato del recente voto europeo”. Sono numeri scomodi, che sconsiglierebbero a chiunque di buttarsi in questa avventura: l’Spd è inchiodata al 20-21 per cento, il dato più basso della sua lunga e gloriosa storia, una cifra che ne mette in forse il ruolo di partito di massa nella politica tedesca. Steinmeier cita il padre storico dell’Spd, Willy Brandt, per spiegare come si muoverà: “Quando uno è sicuro della propria linea, ma essa non è ancora popolare, allora non bisogna cambiare linea ma renderla più popolare. E’ quello che mi aspetto da tutti i socialdemocratici”. Il problema è che il tempo stringe e non sembra giocare a suo favore.
Il segreto per restituire almeno una speranza al proprio partito è dunque quello di mobilitare i candidati e l’elettorato che alle Europee non è andato a votare. Solo che il partito fa di tutto per togliere qualsiasi speranza al candidato. Litiga su ogni cosa. Solo nell’ultimo fine settimana, l’ex ministro dell’economia di Schröder, Clement, s’è scagliato contro l’attuale ministro spd dell’Ambiente Gabriel sull’argomento delle centrali nucleari mentre l’ala massimalista del partito è insorta contro le dichiarazioni del titolare delle Finanze Steinbrüch, che a sua volta aveva criticato con particolare ferocia il progetto sulle garanzie per le pensioni del suo collega (di governo e di partito) Scholz, ministro del Lavoro. Una sorta di perpetua corrida tra le due anime tradizionali della socialdemocrazia tedesca, quella riformista e governativa e quella più movimentista.
Difficile in queste condizioni restituire fiducia al proprio elettorato. L’assenza di una leadership forte, in grado di mediare tra le due ali e offrire pubblicamente l’immagine di un partito unito e ragionevole, pesa gravemente in queste settimane iniziali di campagna elettorale. Eppure la delegazione socialdemocratica nel governo di Grosse Koalition è stata operosa e leale: ha contribuito alla stabilità di un esecutivo nato sull’emergenza, ha imposto alla Merkel misure economiche utili per affrontare con agilità la crisi economica evitando pesanti ricadute sociali, si è distinta per politiche ragionevoli e responsabili. Steinmeier vorrebbe puntare su questo capitale per risalire la china, ma la litigiosità interna al partito non lo aiuta.
Dalla caduta di Schröder, l’Spd ha sperimentato prima la breve guida del brandeburghese Platzeck, poi quella ondivaga di Beck precipitato nei marosi del conflitto interno, infine il ritorno della vecchia guardia schröderiana con la diarchia Müntefering-Steinmeier: il primo presidente del partito, il secondo candidato alla Cancelleria. Ma anche questa scelta non sembra giovare alle sorti elettorali, perché il candidato non è anche il capo del partito e ciò ne indebolisce la credibilità in quanto leader.
Steinmeier vuol dimostrare comunque di essere anche un buon combattente. Dice che la campagna elettorale deve ancora iniziare e, quando sarà il momento, lui e il suo partito ci saranno. “I tempi sono difficili e non sarà una competizione con grandi illusioni. Al centro ci sarà il tema della crisi economica e gli elettori vorranno sapere due cose: chi è più in grado di gestirla e chi ha idee migliori per venirne fuori”. La prima risposta, secondo Steinmeier, è proprio nella tenuta della delegazione socialdemocratica al governo: “Non avremmo questa situazione di relativa tranquillità sociale se non avessimo imposto alla Merkel le nostre idee e i nostri progetti”. La seconda proverà a ripeterla agli elettori nelle prossime settimane: “Puntare sulla formazione dei giovani, solo un’alta qualificazione permetterà loro di affrontare il mercato del lavoro di domani”.
Basterà questo per evitare il peggior risultato elettorale di sempre? Pubblicamente Steinmeier non può che sostenere di sì: la battaglia è aperta. L’impressione, però, è che dietro le quinte il partito abbia già messo in conto che anche il prossimo governo sarà guidato da Angela Merkel. L’obiettivo realistico diventa dunque quello di evitare la vittoria completa del centrodestra, facendo in modo che Cdu e liberali non raggiungano il 50 per cento. L’asticella delle aspettative è molto più in basso: una situazione di stallo, come quella del settembre 2005, e magari la prosecuzione dell’esecutivo straordinario di Grosse Koalition, nell’interesse del paese. Sarebbero otto anni di compromesso che potrebbero cambiare per sempre il volto del bipolarismo, ormai imperfetto, della Germania. ma che consentirebbero ai socialdemocratici di restare al governo e di scongiurare il fantasma sempre più reale della dèbacle.
(pubblicato sul Secolo d'Italia del 14 luglio 2009)
La corsa elettorale secondo il politologo Langguth
Merkel, cartellone elettorale del 2005 (fotowalkingclass)
“I tempi di crisi sono tradizionalmente tempi del cancelliere. Se questi dimostra di saper gestire gli eventi, gli elettori si stringono attorno. E fintanto che la Merkel si dimostrerà all’altezza della sfida sarà difficile che il suo avversario riuscirà a rubarle la scena”. Gerd Langguth, 63 anni, non ha dubbi: Angela Merkel vincerà le prossime elezioni di settembre e guiderà la Germania con un secondo mandato. Di lui ci si può fidare. E’ uno dei più noti professori di scienze politiche, insegna all’Università di Bonn, ha mescolato nella sua carriera politica e accademia: è stato deputato della Cdu, segretario di Stato, direttore della centrale federale per la formazione politica, capo dell’ufficio di rappresentanza della Comunità europea a Bonn e presidente della Konrad Adenauer Stiftung, la fondazione della Cdu. Al grande pubblico è noto per i suoi best seller politici, fra i quali la più approfondita biografia di Angela Merkel, della quale ha svelato i segreti di una carriera politica fulminante all’indomani della sua elezione alla cancelleria.
Se Langguth dice che la Merkel rimarrà nell’ufficio vetrato della “casa bianca” berlinese c’è da credergli. Il dubbio è semmai con chi. Se con i liberali di Guido Westerwelle, come lei vorrebbe, o ancora in coabitazione con Frank-Walter Steinmeier e la sua Spd, magari dopo la competizione elettorale che li vedrà l’un contro l’altra armati come candidati dei due blocchi principali: destinati a scontrarsi e, forse, ancora una volta condannati a convivere.
“Ma anche questo è un suo vantaggio”, prosegue Langguth “Merkel è spendibile per ogni tipo di coalizione: è flessibile nelle decisioni, non ideologica, cerca sempre il compromesso. Può governare con i liberali, con i socialdemocratici, addirittura con i verdi”. Il professore ha messo in fila per il suo ultimo libro gli ultimi tre cancellieri della Germania: Kohl, Schröder e Merkel, die Machtmenschen, uomini di potere, appena uscito con la casa editrice Dtv. Osserva i tre politici attraverso la lente del potere, ne analizza la capacità di governo e di leadership e, alla fine, ci spiega perché la donna più potente del mondo secondo la rivista americana Forbes ha davanti un lungo futuro. “Nessuno avrebbe scommesso su di lei, quando si affacciò per la prima volta sulla scena politica. Non aveva attorno a sé un gruppo di persone che la sostenesse, colse più semplicemente l’opportunità di farsi notare da Kohl per la sua diligenza e per la straordinaria volontà di riuscire in tutto. Era una prima della classe nata, secchiona e determinata, riusciva a fare tutto quello che Kohl le chiedeva: in effetti è una donna capace di calarsi totalmente nei ruoli che le vengono assegnati”.
Veniva dall’est, e forse anche per questo venne sottovalutata. Nella sua silenziosa scalata ha saputo cogliere tutte le occasioni che le si presentavano, anche con cinismo. Nella sua vetrina di trofei ci sono gli scalpi dei suoi mentori: De Mazière, il primo e ultimo premier della Ddr post-comunista che la mise nel suo staff; Kohl, che la portò giovanissima al governo chiamandola “la ragazza”; Schauble, spinto nel tritacarne dello scandalo dei fondi neri alla Cdu che costarono l’umiliazione al cancelliere della riunificazione. Angela Merkel non era cresciuta con quel gruppo e, quando fu inevitabile tagliare il nodo gordiano con il vecchio padre del partito, fu l’unica a poter utilizzare il coltello: con una lettera aperta alla Frankfurter Allgemeine sentenziò la fine dell’era Kohl e la nascita di una stagione nuova.
Tra gli scalpi figura anche quello di Gerhard Schröder, che le contese fino all’ultimo voto, con uno straordinario recupero, l’elezione del 2005. Con il cancelliere socialdemocratico il confronto si sposta sui meccanismi della moderna democrazia mediatica. Schröder era un leone, amava i bei vestiti, il buon cibo e il buon vino (e forse quest’ultimo, più che la Merkel, gli costò il secondo mandato in una improvvida tavola rotonda televisiva poche ore dopo lo scrutinio). Un uomo di potere capace di trasmettere calore al suo elettorato con un rapporto quasi fisico: “Si buttava in mezzo ai suoi fan stringendo mani e dando pacche sulle spalle. E aveva una grande percezione dei media. Ma con i giornalisti, che pure lo amavano, ha avuto un atteggiamento presuntuoso: era convinto che dovessero seguire le sue idee e, alla lunga, questo atteggiamento ha determinato una sorta di estraneazione fra lui e i media. La Merkel, invece, gioca spesso la carta della critica verso il suo stesso partito, si offre ai media come una conservatrice ribelle, non proprio allineata alla tradizione della Cdu: questo le crea buona stampa anche fra i media di sinistra. Nessun cancelliere conservatore ha avuto tanto credito presso testate come Spiegel, Zeit o Süddeutsche Zeitung”.
Il partito, dunque, spesso preso alla sprovvista. “Potrebbe essere il suo tallone d’Achille”, dice Langguth “se non fosse che la Cdu ha un disperato bisogno della Merkel. E, nonostante i molti contrasti, lei per ora lo domina come faceva Kohl nei suoi momenti migliori. La Cdu non ha altra strada che stringersi attorno alla Merkel, oggi un leader solo dà più affidabilità rispetto a una squadra”. E il suo avversario? “Sarò drastico ma penso che Steinmeier non abbia alcuna chance. Sembra il karaoke di Schröder, parla come lui anche se è meno carismatico e non riesce proprio a uscire dalla sua ombra. E’ comprensibile, giacché ha lavorato assieme per tanti anni. Poi non è mai stato candidato e di colpo si ritrova ad essere il candidato alla cancelleria del suo partito. Da quando ha cominciato ad attaccare personalmente la Merkel, lei gli fa rispondere dal segretario della Cdu, Pofalla. La cancelliera sfrutterà questo vantaggio, lavorerà fino all’ultimo giorno con la grande coalizione per il bene del paese e solo alla fine scenderà in campagna elettorale. Se Steinmeier ha compiuto l’errore di non diventare anche presidente del suo partito, rafforzando così la sua figura di candidato, la Merkel si proporrà come una statista che ha lavorato per il bene comune anche con un alleato al quale ha dovuto molto concedere in nome della stabilità”.
(pubblicato sul Secolo d'Italia del 7 luglio 2009)
Jan e Neil, gli eroi del Sessantanove
La rivoluzione divora i propri figli. E’ quello che stava accadendo nell’inverno di Praga, nel Sessantotto degli altri che degradava, neppure tanto lentamente, verso la repressione e la normalizzazione. Niente più assemblee affollate nei caffè e nei teatri, niente più immaginazione al potere nei palazzi della politica, niente più cortei di studenti per le strade. Il calendario voltava pagina, i numeri non seguivano più la loro catena magica. Non era più il 1968. Era il 1969, the year after, l’anno dopo. Come la polvere dopo un’esplosione atomica stende il suo velo di morte su uomini e cose, così il ritorno del comunismo ortodosso e grigio chiudeva ogni spazio, tappava la bocca a ogni voce, sbarrava il cammino a ogni azione. Jan Palach non sapeva ancora che sarebbe diventato un’icona. Riuniva i suoi commilitoni dell’università nei caffè di periferia, si macerava nella disperazione per il riflusso cui nessuno riusciva ad opporsi, cercava e studiava contromisure per riaccendere la speranza della primavera. Fuori da quei rifugi carbonari, i figli della rivoluzione cadevano come birilli, uno dopo l’altro, di fronte alla macchina inarrestabile della restaurazione. Non era più il Sessantotto, ma il Sessantanove avrebbe ancora mostrato un colpo di coda.
La storia è nota, riesumata dagli armadi cecoslovacchi in occasione di un quarantennale che una Praga restituita alla libertà e alla democrazia ha fatto fatica a celebrare, come si trattasse di una memoria scomoda, da cancellare assieme a un passato che non si vuole più guardare in faccia. L’icona è la foto ingiallita di un ventenne con il ciuffo ribelle, che guarda con occhi buoni ma senza particolare intensità dalla lapide di una tomba riportata nel cimitero centrale di Praga. Ci si arriva quasi per caso. Il tram numero 58 sferraglia affannato lungo i colli del sobborgo di Zizkov, sfiora antichi palazzi ottocenteschi non ancora riabilitati dalla mano di restauro che ha trasformato il centro storico una meringa per turisti, sbatte contro un nuovissimo centro commerciale che è un pugno nell’occhio di modernità consumistica e piega a sinistra per un viale spoglio e disadorno come era l’est quando era est.
Lì si trovano gli ingressi ai due cimiteri di Praga, l’Olsanske, il camposanto cristiano e quello ebraico. Se si cerca la tomba di Josef Kafka bisogna entrare nel secondo, sulla via Izraelska. Le indicazioni segnaletiche sono chiare e precise, ci si piazza la kippa sul capo in segno di rispetto e si seguono i cartelli fino al punto in cui giacciono i resti dello scrittore: impossibile sbagliare. Jan Palach, invece, è seppellito nel primo cimitero. Ce lo hanno riportato nel 1990, dopo che sedici anni prima le autorità erano state costrette a spostarlo a Vsetaty, sua città natale, per porre fine alle manifestazioni spontanee che ogni gennaio, ricorrenza del suo martirio, si succedevano nel cimitero della capitale. Ci fosse ancora il regime, questo accorgimento sarebbe oggi inutile.
Quando ci arriviamo è una bella domenica di maggio, il sole splende e la temperatura è ottimale. Ma non c’è alcun assembramento nei pressi della tomba, tanto che fatichiamo un po’ a trovarla. Nessuna indicazione, nessun indizio. La troviamo con un po’ di fortuna, infilando l’ingresso principale e poi svoltando a destra, dopo una serie di lapidi più nobili e ben curate, superando con qualche imbarazzo un distinto vecchietto che piange la moglie scomparsa – dice la data impressa – da pochi mesi. La tomba dell’eroe di Praga è solitaria, i fiori radi e secchi, solo le ghirlande di qualche commemorazione passata suggeriscono che ci si trova di fronte a un giovane che ha segnato la storia. La pietra è semplice e ruvida, un paio di foglietti con frasi commemorative resistono al vento fermati da un sasso, come fossimo ancora nel cimitero ebraico.
Jan Palach non voleva fare l’eroe. Quando in una notte di gennaio del 1969 gli studenti carbonari si decisero per l’atto dimostrativo estremo, darsi fuoco nella piazza San Venceslao per risvegliare le coscienze sopite di un paese violentato, tirarono a sorte. La sorte poteva toccare a un altro. Toccò a lui, e lui non si tirò indietro. Eroe per caso e per determinazione.
Andò da solo su quella piazza, stretto in un cappotto di lana: piovigginava, quella acquaragia sottile che a gennaio penetra umida nelle ossa sulle rive della Moltava, e faceva freddo. Depose la borsa accanto al monumento di Venceslao, si strappò il cappotto di dosso e si diede fuoco. Bruciò come un eroe solitario e per alcuni giorni quella torcia riaccese commozione e ardore. Ma era già una commozione triste e rassegnata, di gente che ha deciso di non darla vinta al nemico, consegnandogli il corpo e non l’anima, che in una città come Praga è l’unica cosa che conta. Il Sessantotto della speranza collettiva si era trasfigurato nel Sessantanove della testimonianza individuale. Da molti a uno, dice il motto di un grande paese che ha segnato l’immaginario collettivo del Novecento.
Lì, in quel grande paese, dall’altra parte dell’Atlantico, il Sessantanove preparava altre avventure. Dalle stalle alle stelle o, meglio, al satellite. L’uomo sbarcava sulla Luna. Alle spalle il lavoro decennale di centinaia di uomini, equipe di scienziati e astronauti, impegnati nella versione spaziale della guerra fredda con la Russia, la gara a chi sbarcava per primo sulla Luna. Ma in quei secondi del 21 luglio, con gli spettatori di tutto l’emisfero settentrionale accaldati di sudore ed emozione di fronte ai televisori in bianco e nero, l’eroe fu uno solo, Neil Armstrong, infagottato nella tuta bianca, che scendeva lentissimamente la scaletta di Apollo 11 e stampava, per la prima volta, l’orma rigata degli scarponi spaziali sul suolo lunare. Sembrava davvero l’immaginazione al potere ed era invece il prodotto dello sforzo scientifico e umano di una nazione che piantava la propria bandiera su un satellite e su un secolo, il secolo americano.
La rivista Charta Minuta dedica a questo evento, e alle sue conseguenze nei decenni successivi, il suo numero di luglio. E per capire il risvolto nei costumi e nell’immaginario collettivo di questa impresa diversa, costruita da tanti ma tramandata alla storia dalle immagini di un uomo solo, basta citare un passaggio dell’editoriale di Charta: “Quanto tutto questo abbia influenzato le nostre società, soprattutto nei decenni immediatamente successivi all’impresa della missione Apollo, è del tutto evidente. Ne troviamo traccia ovunque, nell’arredamento, in certi modi di vestire degli anni passati, nella musica (un esempio su tutti, David Bowie con la sua Space Oddity), nei fumetti e, soprattutto, nella narrativa e nel cinema, sempre pronte a cogliere e amplificare le suggestioni e le paure più dirompenti. Proprio nella settima arte la visione del futuro, accanto a una serie infinita di titoli più o meno validi durati poco più di una stagione, ci ha regalato veri e propri capolavori, opere destinate ad avere sempre qualcosa da comunicare a dispetto del tempo che passa. Come il film Blade Runner girato nel 1982 da Ridley Scott e tratto dal romanzo Do androids dream of electric sheep? di Philip K. Dick, dove trovano spazio temi come la paura di morire, l’anelito all’immortalità, la nostra debolezza di fronte a eventi che ci travalicano, ma dove alla fine l’umanità vince proprio dove non te l’aspetti”.
Il Sessantotto? Più facile trovarlo nel Sessantanove. Anche il salto verso un altro anno magico, il 1989, cesura storica del secolo breve, appare più chiaro, come la chiusura di un cerchio aperto vent’anni prima. Il ribelle cinese che, come Jan Palach, ferma per pochi minuti la fila dei carri armati diretta verso il campo di sangue di piazza Tienanmen. O i giovani di Berlino che danzano con i bicchieri di spumante sul Muro che si sbriciola, come fosse polvere lunare.
(pubblicato sul Secolo d'Italia del 12 luglio 2009)
La Merkel verso il bis. Ma con chi governera?
Particolare della cupola del Bundestag (fotowalkingclass)
Inizia con questo articolo scritto per la rivista mensile Formiche la serie sulle elezioni politiche tedesche del prossimo 27 settembre. Articoli, analisi, sondaggi e commenti vari, recuperati dalle collaborazioni con le varie testate o dai post esclusivi per questo blog, sono raccolti nel secondo dossier di Walking Class (l'altro è quello sul ventennale della caduta del Muro) che troverete sempre nel blogroll di fianco. Si chiama Kanzlerweg [D-09].
Gli occhi di tutti i tedeschi sono puntati sul 27 settembre, la data in cui gli elettori rinnoveranno parlamento e governo, Bundestag e Cancelleria. Tuttavia, questo 2009 si carica di forti significati storico- politici. E' un anno in cui passato e contemporaneità si intrecciano senza soluzione di continuità, portando al pettine tutti i nodi della lunga vicenda postbellica della Germania. Anzi, delle Germanie. Si celebrano i sessant'anni dalla fondazione della Repubblica federale e i vent'anni dalla caduta del muro di Berlino e dalla fine della Repubblica democratica. E il voto politico di settembre è solo il punto finale di una lunga catena elettorale, partita dall'Assia, proseguita nell'assemblea che ha rieletto il presidente della Repubblica e nel voto per il parlamento europeo e che avrà nelle prossime settimane ancora due tappe fondamentali nei Länder di Turingia e Saar, quindi in Brandeburgo e Schleswig-Holstein). Un super anno elettorale, come è stato ribattezzato, piombato nel mezzo di una crisi economica globale che in Germania sta mostrando il suo lato più duro.
Lo scenario politico tedesco si è peraltro profondamente modificato negli ultimi tempi. L'impatto della riunificazione non ha tardato a farsi sentire anche sul piano partitico e l'irruzione del turbolento est nella tranquilla vita politica dell'ovest ha messo in dubbio antiche certezze e consolidate abitudini. La Grosse Koalition, l'alleanza fra i due grandi partiti di massa tradizionalmente alternativi, è in fondo solo una conseguenza della crisi di un sistema politico finora noto per la sua solidità. L'irruzione dell'oriente è in gran parte rappresentata dall'ascesa stabile di un quinto partito, la Linke, che ha proprio nei nuovi Laender le sue roccaforti elettorali. Espressione della sinistra radicale, è l'erede del vecchio partito comunista della Ddr, la Sed, ma ha aggiornato il proprio patrimonio programmatico, si è alleata con la componente massimalista fuoriuscita dall'Spd e ne ha affidato al suo leader Oskar Lafontaine la guida, smussando così il suo profilo nostalgico. E' stato il fenomeno politico degli ultimi anni: ha eroso consensi al partito socialdemocratico, ha scoperto toni populistici nella sua azione di opposizione ma ha anche mostrato capacità di governo alla guida di alcune regioni dell'est alleandosi proprio con l'Spd, come nella capitale Berlino. E ora si posiziona stabilmente fra il 10 e il 12 per cento, più del doppio dei voti conquistati nel 2005. Curiosamente, ha interrotto la sua ascesa proprio nel momento in cui la crisi economica ha cominciato a mordere la carne viva dell'economia tedesca.
Ad ogni modo la presenza stabile di un quinto partito, peraltro ancora escluso da ipotesi di coalizione a livello federale, ha fatto saltare il banco del sistema partitico tedesco, rendendo numericamente difficili le tradizionali coalizioni di governo. La Grosse Koalition nasce da questa impasse, che si è aggravata nel corso degli ultimi quattro anni. Alla crescita della Linke, infatti, si è accompagnata l'ascesa degli altri partiti minori, i verdi e soprattutto i liberali. E i politologi parlano ormai apertamente di crisi dei grandi partiti di massa. I sondaggi di opinione indicano l'Spd ai minimi storici, tra il 24 e il 26 per cento e la Cdu-Csu bloccata al 35, lo stesso risultato del 2005, nonostante il vasto consenso di cui gode la cancelliera Angela Merkel. All'interno del gruppo conservatore, la Csu, la costola bavarese cristiano-sociale, è reduce da una sconfitta storica nelle elezioni regionali dello scorso autunno, nelle quali è scesa dopo quattro decenni sotto la soglia del 50 per cento. Al contrario, verdi e liberali vengono ormai da tempo accreditati di percentuali nazionali superiori al 10 per cento.
Anzi, il testimone di partito emergente incarnato dalla Linke prima della crisi economica è stato oggi raccolto (sempre curiosamente) dall'Fdp di Guido Westerwelle, il partito liberaldemocratico che non sembra fare sconti ai suoi principi di libero mercato. Westerwelle è stato il protagonista degli ultimi mesi, il suo partito ha toccato nei sondaggi anche punte del 18 per cento, oggi viaggia tra il 13 e il 15 ed è diventato, di consegunza, l'oggetto del desiderio dei due candidati dei partiti maggiori, la Merkel e il socialdemocratico Frank-Walter Steinmeier. Cancelliera e vice-cancelliere, man mano che l'appuntamento elettorale si approssima, si stanno trasformando da alleati in acerrimi avversari. I liberali potrebbero essere decisivi per il prossimo governo, sia con i cristiano-democratici, in una riedizione della coalizione liberal-conservatrice come ai tempi di Helmut Kohl, sia con socialdemocratici e verdi, un aggiornamento della coalizione liberal-socialista dei tempi di Willy Brandt e Helmut Schmidt.
Il caleidoscopio di colori con cui i tedeschi disegnano il loro panorama partitico esprime una tavolozza variopinta che testimonia l'incertezza dei tempi. Ampelkoalition, coalizione semaforo, designa l'alleanza tra Spd, verdi e liberali. Schwarz-Gelb, nero-giallo indica quella tra liberali e conservatori. E nelle speculazioni degli esperti ha fatto capolino da tempo una terza opzione, la pittoresca Jamaikakoalition, coalizione Giamaica, dai colori della bandiera del paese caraibico riconducibili a Cdu (nero), Fdp (giallo) e verdi. La necessità di sviluppare alleanze programmatiche inedite per superare l'impasse elettorale ha spinto partiti, prima lontanissimi tra loro, a lunghe e faticose trattative per misurare i margini di possibili alleanze. Verdi e Cdu non sono mai stati così vicini come in questi tempi: i primi hanno accantonato gli accenti estremistici della prima ora, i secondi, specie sotto l'impulso della Merkel, hanno abbracciato le politiche ambientaliste. Assieme governano una città stato come Amburgo, capitale del commercio e dell'editoria. Ma i tempi non sembrano ancora maturi per questo tipo di alleanza, così come non lo sono per un coinvolgimento della Linke in un eventuale esecutivo di sinistra.
Se i commentatori tedeschi sono un po' a disagio con questo scenario in movimento, noi italiani ritroviamo aria di casa. Non ci sorprende, dunque, che questa volta tutti i partiti annuncino la coalizione dei desideri ma siano decisi a presentarsi con le mani libere. Sarà il voto a determinare i giochi politici. La Germania non elegge direttamente il cancelliere: questi è l'espressione delle trattative fra i partiti ed è nella sfera della politica che bisogna guardare nel caso probabile di un risultato interlocutorio. Angela Merkel parte favorita, non solo perché il suo partito sarà abbondantemente il primo partito del paese e perché la sua popolarità è di otto punti superiore a quella del suo avversario, ma perché la Cdu sembra avere più capacità coalizionale degli altri. La rielezione del presidente Horst Köhler (Cdu) ha dimostrato che, sul piano parlamentare, la cancelliera sa giocare le carte vincenti. Ha rafforzato il rapporto con l'Fdp e ha inflitto all'Spd una sconfitta d'immagine cui i socialdemocratici avrebbero volentieri fatto a meno.
C'è anche un altro aspetto che gioca a favore della Merkel. Come avverte il politologo Gerd Langguth, “i tempi di crisi sono tempi del cancelliere”. E Angela Merkel, dopo un iniziale smarrimento, ha saputo gestire con accortezza questa fase difficile, accentuando il profilo sociale del suo partito in nome dell'economia sociale di mercato. Un cavallo di battaglia storico della Cdu, oggi in grado di rassicurare cittadini spaventati in cerca di protezione. La domanda più pressante è semmai con chi governerà Angela Merkel. I sondaggi indicano che tutte le opzioni tradizionali sono lontane o (come l'ipotesi liberal-conservatrice) appese al filo sottile di una strettissima maggioranza. Tutte, tranne una riedizione della Grosse Koalition. Se così fosse, sarebbero otto anni di compromesso fra Cdu e Spd. E se un'alleanza straordinaria dovesse trasformarsi in un progetto stabile di governo del paese, il quadro politico della Germania ne uscirà automaticamente modificato.
(pubblicato sul numero di luglio del mensile Formiche)
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