giovedì, luglio 29, 2010
L'ultimo mistero di Nicolae Ceausescu
domenica, luglio 11, 2010
Nuova? No, lavata con Perlana
sabato, luglio 10, 2010
mercoledì, luglio 07, 2010
On the road: Ucraina
Germania, l'altra faccia dell'integrazione
Jogi Löw, l'esteta alla guida della nuova Germania
Nuove scaramanzie fra Mick Jagger e il polpo Paul
Chi scaramantico non è affatto è il tifoso di calcio tedesco. Sono settimane che va in giro con la maglietta «campioni del mondo», riciclata per l'occasione dopo quattro anni di naftalina: è la stessa che indossava la volta scorsa, ma la lezione non è servita. Ricordo che nella Berlino mondiale del 2006, i passanti sorridevano soddisfatti di fronte a un grande cartellone pubblicitario della Coca Cola, piazzato sulla Unter den Linden, che diceva più o meno: «Statisticamente, la Germania vince il campionato del mondo ogni volta che lo ospita». Era una battuta. La Germania, o meglio la Germania Ovest, lo aveva ospitato una sola volta, nel 1974, e lo aveva vinto. Il calcolo statistico era così complicato che sarebbe riuscito pure a me, tuttavia la cosa curiosa era che i tifosi berlinesi guardavano il cartellone felici e sorridenti, già pregustando il trofeo promesso dai geni del marketing di Atlanta. Lo avessero appeso a Napoli o a Roma un cartello del genere, bande di facinorosi lo avrebbero tirato giù in dieci secondi. Da noi il massimo della spavalderia si riduce al famoso «non succede, ma se succede». Tutti ricordiamo come andò a finire a Berlino 2006, anche se consiglio di non andarlo a raccontare a questo tipo qui, malauguratamente doveste incrociarlo.
La seconda leggenda riguarda infatti la Germania. Un brivido di paura attraversa il paese da quando il polpo Paul s'è venduto per un cucchiaio di paella. Finora le ha azzeccate tutte e dunque le sue profezie sono seguite con la stessa tensione di un calcio di rigore al 93' (o al 123'). Rinchiuso dentro un acquario addobbato con improbabili palloni da calcio, il povero Paul è costretto a scegliere fra due scatole trasparenti sulle quali sono appiccicate le bandiere della Germania e della squadra avversaria. Stanco della bandiera nero-rosso-oro, Paul ha scelto di arrampicarsi su quella della Spagna e i tedeschi si sono dimenticati di non essere scaramantici. Qualcosa sta cambiando, nonostante le magliette «campioni del mondo». L'allenatore Jogi Löw, che come vi racconterò nel prossimo post è un vero esteta, avrebbe voglia di cambiarsi la maglietta azzurra che dall'inizio del mondiale sfoggia in panchina. Ma i suoi calciatori gliel'hanno proibito, così è stato costretto a lavarla e domani dovrebbe essere regolarmente al suo posto con il capo portafortuna. Intanto il povero Paul rischia di finire sulla griglia. È lo spirito del nuovo tempo: non risulta che quattro anni fa la vendita di Coca Cola sia diminuita.
L'eccitazione per la fase finale del mondiale qui si avverte a ogni angolo. Ho perso il primo tempo della semifinale Olanda-Uruguay perché ero a lezione di tedesco (dal miglior professore di lingue che mi sia capitato di incontrare nella mia lunga e infruttuosa carriera di apprendista di idiomi stranieri, ma non rischio la piaggeria perché, ove dovesse scoprire questo blog, non sa una parola di italiano). Tuttavia sono stato costantemente informato sull'andamento della gara dall'autista del bus sul quale rientravo a casa. Poco prima della fermata di Potsdamer Platz, il buon uomo ha avvertito i passeggeri che l'Uruguay aveva pareggiato (tra l'entusiasmo dei viaggiatori) e appena superata la fermata di Kleistpark sono stato aggiornato sul fatto che il primo tempo si era concluso 1-1. Tutto via altoparlante. Il secondo tempo l'ho visto a casa ma mi sarebbe piaciuto assistere alle reazioni sul 48 (il numero dell'autobus) ai due gol dell'Olanda.
Il tragitto è durato una ventina di minuti, dall'Alexanderplatz a Schöneberg. Non ricordo più dove, mi si è seduta accanto un'anziana signora. Questa volta mi ero portato un libro appresso, per ammazzare il tempo durante il percorso. Una cosa un po' pallosa, la storia dell'Ucraina moderna, non temete, non vi do gli estremi del libro. Dopo qualche minuto la signora mi ha chiesto se poteva farmi una domanda. Mi è sembrato sgarbato dirle di no, anche se avrei voluto. «Il libro che sta leggendo è in spagnolo?», mi ha chiesto. Mi sono ricordato che in semifinale la Germania gioca con la Spagna e, temendo il replay della vicenda di Hannover, mi sono affrettato a smentire: «No signora, non si preoccupi, è in italiano». E poi, per consolarla: «Sa, le due lingue sono simili, ma noi siamo già usciti dal mondiale». Speravo fosse finita lì. Ma quando mi sono alzato per uscire, l'anziana signora mi ha rivolto un sorriso aperto dicendo: «Sarebbe entusiasmante una finale Olanda-Germania, vero?». A naso non penso che la signora abbia mai visto una partita di calcio, ma credo sia impossibile vivere a Berlino in questi giorni senza aggiornarsi sulle ultime vicende pallonare.
Intanto la serata è passata e sappiamo che la finale la giocherà l'Olanda. Ah, l'Olanda. Un test su Facebook (di quelli tipo l'oroscopo, non è vero ma ci credo) mi ha rivelato che sarebbe quello il mio paese ideale. Infatti mi piace. Mi piaceva, soprattutto, la nazionale olandese degli anni Settanta. Io resto - calcisticamente parlando - un tardelliano militante (nel senso di Tardelli) ma Cruijff è un mito dal quale non sono mai guarito. Mi piaceva tutto di quella squadra, il pressing asfissiante a tutto campo, l'atmosfera da figli dei fiori che emanavano i giocatori, le serpentine inarrestabili del già citato Cruijff e pure la melina, che faceva incazzare tutti e a me divertiva da morire, cento passaggi di lato e all'indietro mentre gli avversari osservavano impotenti e il pubblico fischiava spazientito: erano dei fantastici strafottenti. Quella di oggi la ricorda solo per il colore della maglia e per le «ij» che adornano i cognomi di Cruijff e Sneijder, ma ha un compito da assolvere: vendicare due finali perse contro i padroni di casa sfacciatamente favoriti dagli arbitri del tempo. Se la Germania va in finale, per me diventa dura, perché questa nazionale tedesca mi piace davvero tanto. Come dite? Chi li sopporta i tedeschi se vincono? E chi se ne frega, tanto fra due giorni parto, la finale la vedo fuori. Dove? In Ucraina, ovviamente. Ma tranquilli, vi risparmio le coordinate di quel libro.
martedì, luglio 06, 2010
lunedì, luglio 05, 2010
Prince, ritorno al futuro
Tusk-Komorowski, il tandem polacco
Polonia all'ultimo respiro
domenica, luglio 04, 2010
East Side Report ai quarti di finale
A Varsavia che giorno è?
sabato, luglio 03, 2010
Deutschland. Ein Wintermärchen?
Ci ha lasciato il Ghana, l'ultima squadra africana. Non ci si attendeva una partita di gran classe, ma di temperamento ed emozioni. Che infatti non sono mancate. Fino al grande dramma del 123', il gol impedito con una mano, il rigore che poteva chiudere la storia, la traversa, gli inevitabili rigori decisivi. Quanti capovolgimenti in pochi secondi, quanti stati d'animo modificati, dal dolore alla gioia al dolore, e viceversa! Negli undici metri decisivi, il portiere dell'Uruguay Muslera si è riscattato delle cappellate fatte durante i minuti regolamentari e ha portato la sua squadra in una semifinale mondiale dopo quarant'anni. Cromaticamente è stata una partita che mi ha risolto subito dubbi sul tifo. Pazienza per il Ghana, in fondo aveva anche una bellissima prima maglia bianca. Poteva usarla di più.
Oggi gli ultimi due quarti. Di sera gioca la Spagna. Il suo mondiale sinora assomiglia molto a quelli disputati dall'Italia quando poi vinse. Inizio incerto, lenta ma costante ripresa, sempre il minimo necessario per andare avanti. Ma la squadra c'è, è forte, le punte sono di gran qualità, può ingranare come si deve nel trittico finale. Nel pomeriggio invece c'è la partita più attesa, un'altra finale anticipata. Una classica: Argentina-Germania. Inutile ripetere che qui sono tutti nel pallone. Complice anche un clima mediterraneo (si danza ormai da giorni sui trenta gradi) ogni bar, ogni caffé, ogni kneipe, ogni chiosco, ogni ristorante ha i suoi tavolini all'aperto e il suo televisore di competenza. Credo che quando il mondiale sarà finito, si potranno fare buoni affari comprando grandi schermi poco usati. Maradona è un genio, ha una squadra solida e piena di alternative in attacco e un figlio naturale lì davanti che porta il suo stesso numero sulla maglia. E poi allena fumando il sigaro e s'impiastriccia di sudore e baci coi suoi giocatori: sembra una famiglia invincibile e predestinata. Ma i tedeschi hanno preparato questo mondiale con grande precisione. Finora hanno espresso (tranne che con la Serbia) il calcio migliore, anche se il secondo tempo con l'Inghilterra andrebbe ripetuto partendo dal 2 a 2. Sommermärchen, favola estiva, era il motto dei mondiali di quattro anni fa, una sorta di notti magiche in versione tedesca. Ora hanno inventato il motto Wintermärchen, favola invernale, perché in Sud Africa è inverno e se si vuole vincere qualcosa bisogna essere precisi, anche a costo di rivangare reminiscenze letterarie non proprio beneaguranti. In Italia va molto di moda invidiare il melting pot della squadra di Jogi Löw, specchio di una società aperta agli stranieri che integra anche nella nazionale figli di immigrati o giocatori nati all'estero: c'è il ghanese (che ha giocato contro il fratello quando si sono incontrate Germania e Ghana), i polacchi, il tunisino, lo spagnolo, il brasiliano, i turchi. Nei quartieri "turchi" di Kreuzberg e Neukölln si festeggia dopo la vittoria dei bianchi come se il Galatasaray avesse vinto la Champions League, specie se a segnare il gol decisivo è stato Mesut Özil. Tutto vero. Però, se il mondo calcistico italiano deve invidiare qualcosa a quello tedesco e magari prenderne qualche spunto, inviterei più a guardare l'organizzazione del sistema, la competenza di chi ne fa parte e le scelte politiche di fondo fatte dalla federazione. È lì il segreto del successo tedesco: in fondo Balotelli lo abbiamo anche noi, solo che invece di trascinare l'Italia in avanti fa lo spaccone per strada sparando con le pistole giocattolo. E i cosiddetti "stranieri" della Germania sono usciti dai vivai delle squadre tedesche.
Vabbé, stiamo uscendo fuori tema. Torniamo sul campo. E come d'abitudine, niente pronostici, tanto sarebbero sbagliati. L'Argentina è più forte, la Germania ha sinora giocato meglio, fra un po' di ore si vedrà chi prosegue l'avventura. Da otto squadre ne usciranno quattro, poi le semifinali, quindi le due finaliste per la vittoria. Peccato non esserci, anche se mai come quest'anno l'unico viaggio che ci siamo meritati è stato quello di ritorno.
venerdì, luglio 02, 2010
mercoledì, giugno 30, 2010
La vittoria mutilata di Christian Wulff
Wulff decimo presidente della Repubblica
Secondo scrutinio: flop. Linke: libertà di voto, ma...
I Querdenker
Non c'è un vincitore ma c'è già una sconfitta
Ottimo il risultato di Joachim Gauck: 499 voti, di fatto 39 in più rispetto alle stime di partenza, contando il forfait di due elettori socialdemocratici (segnalatoci da Germany News). La strada è ancora lunga ma lo sfidante ha già la soddisfazione di essere considerato il miglior candidato per quel ruolo al di là dei confini partitici. Chi sta perdendo un'occasione forse storica è la Linke. La sua candidata ha ottenuto due voti in più del pacchetto a disposizione. Potrebbe far convergere da subito i suoi voti su Gauck e determinare la sorprendente elezione dello sfidante alla seconda chiamata. Votando l'uomo che svolse un ruolo importante nei movimenti popolari che buttarono giù il regime comunista, la Linke potrebbe in un solo colpo mettere in difficoltà il governo e compiere un salto simbolico verso la piena agibilità politica, avviando quel processo critico nei confronti della storia della Ddr, finora affrontato con molte ambiguità. Se questo avverrà in un'eventuale terza votazione, avrà un valore strumentale, non strategico. (Aggiornamento: la Linke conferma il voto per la sua candidata anche nella seconda votazione).
Si va alla seconda votazione
La soffiata di Twitter
Riunita la Bundesversammlung
Nelle prime due votazioni è necessaria la maggioranza assoluta di 623 voti, nell'eventuale terza votazione è sufficiente la maggioranza relativa. La Bundesversammlung comprende i parlamentari del Bundestag e i delegati nominati dai sedici Länder, una rappresentanza composta da deputati regionali, politici ma anche intellettuali, professori universitari, personalità di prestigio varie. È soprattutto quest'ultima componente, che raccoglie persone sganciate dalle direttive dei partiti, che può riservare qualche sorpresa.
A un conteggio di massima dei voti, infatti, Christian Wulff parte con una maggioranza solida, superiore ai venti voti, che dovrebbe consentirgli l'elezione sin dalla prima votazione. Un vantaggio ancor più consistente di quello cui poté avvalersi Horst Köhler poco più di un anno fa, quando venne eletto alla prima votazione per il suo secondo mandato, poi conclusosi anticipatamente con le improvvise dimissioni. Tuttavia la situazione di difficoltà in cui versa il governo, con molti scontenti nelle file dei partiti di maggioranza, e il carisma dello sfidante Gauck, che incontra molte simpatie fra i rappresentanti della Cdu e dell'Fdp, soprattutto nelle federazioni dell'est, dove è vivo il ricordo del suo impegno come oppositore del regime, rendono questa elezione particolarmente avvincente.
Una stima dei voti fatta dal settimanale Der Spiegel attribuisce in partenza 644 voti a Wulff (ricordo che la maggioranza assoluta richiesta è di 623), 462 a Gauck, 124 alla Jochimsen, 14 in libera uscita. Sulla carta, dunque, la partita sembra chiusa. Se lo sarà anche nella realtà lo sapremo fra poco.
martedì, giugno 29, 2010
Wulff o Gauck? La Germania vota il nuovo presidente
lunedì, giugno 28, 2010
Dibattito tv, il ritorno di Komorowski
lunedì, giugno 21, 2010
Polonia, ballottaggio all'ultimo voto
Polonia fra exit poll e voti reali
domenica, giugno 20, 2010
mercoledì, giugno 16, 2010
Sambonet, l'italiano che salvò Rosenthal
A ritrovarsi con l’acqua alla gola fu il prestigioso marchio bavarese delle porcellane Rosenthal, centotrent’anni di tradizione nel design della tavola nata dalla fantasia imprenditoriale di Philipp Rosenthal, che nel 1879 fondò in una cittadina dell’alta Franconia una società di decorazione delle porcellane. Dalla decorazione alla produzione il passo fu piuttosto breve e all’inizio del Novecento il marchio tedesco aveva ormai conquistato notorietà globale in quel mondo spensierato e borghese che passò alla storia con l’appellativo di Belle époque. Al vecchio Philipp, viaggiatore curioso delle novità del tempo, venne anche in mente di creare in azienda un laboratorio di design, un’atelier dedicato alla progettazione e alla realizzazione di prodotti di porcellana ad alto contenuto artistico. Una svolta che impose il marchio sui mercati internazionali, una crescita continua fino all’avvento del nazismo, che costrinse l’imprenditore di origini ebraiche alla fuga. Dopo la guerra toccherà al figlio guidare le sorti del gruppo. La ricetta è la stessa, innovazione e creatività, premiata anche dalla ripresa economica della Germania e dell’Europa occidentale, dal boom che riporta il gusto del lusso e del bello nelle case della nuova borghesia europea. Mille artisti e designer si sono cimentati nei laboratori Rosenthal, i nomi più noti sono quelli di Salvator Dalì e Andy Wahrol, Walter Gropius e Aldo Rossi, Jasper Morrison e Luigi Colani, Paul Wunderlich e Patricia Urquiola. Con gli anni Ottanta arriva la rivoluzione tecnologica nei sistemi di produzione, la modernizzazione delle strutture e la razionalizzazione dei cicli produttivi. La fine della guerra fredda apre nuovi mercati, nell’Europa orientale, poi anche nella lontana Asia ma crea anche nuovi impegni. E la crisi finanziaria che dal 2008 aggredisce l’economia globalizzata mette in ginocchio anche un marchio come Rosenthal: l’azienda rischia l’insolvenza, gli oltre mille lavoratori il posto di lavoro, una tradizione centenaria l’oblio.
È in questo momento che avviene il miracolo. Dalla pianura vercellese si fa avanti una piccola azienda italiana che ha a sua volta alle spalle una particolare storia di successo, la Sambonet Paderno, leader nelle posaterie in acciaio con le quali ha conquistato le tavole degli alberghi più prestigiosi sparsi per il mondo. Pochi avrebbero scommesso sulla bontà di questa curiosa operazione di salvataggio, con la Sambonet Paderno nella parte di Davide che restituisce scopo e prestigio al Golia Rosenthal. Eppure è andata così. E questa settimana, quando la storia della Sambonet sbarca nei locali del punto vendita più famoso di Rosenthal sulla Kurfürstendamm di Berlino, la strada che fu la vetrina dell’occidente negli anni della città divisa, con una mostra che racconta uno spicchio dell’epopea imprenditoriale italiana, in molti offrono solo sorrisi. I lavoratori innanzitutto, tutti salvati dallo spettro della disoccupazione, millecento nelle sedi tedesche e cento dispersi nelle reti commerciali all’estero, ma anche i manager che, grazie al lavoro di ristrutturazione guidato da Vercelli, possono oggi contare su un’azienda che ha avviato un faticoso processo di risanamento integrandosi in una struttura più competitiva.
Per questa operazione la Sambonet Paderno ha anche ricevuto il premio Mercurio, assegnato dall’omonima organizzazione italo-tedesca come riconoscimento per gli «eccellenti risultati riscontrati nell'acquisizione della Rosenthal AG». Un traguardo che difficilmente si sarebbe prefisso il mastro orefice Giuseppe Sambonet, che nel lontano 1865, pochi anni dopo l’unità d’Italia, ottiene il diploma all’istituto delle belle arti e fonda una ditta a proprio nome depositando nella zecca di Torino il punzone con le iniziali “GS” destinate a diventare il marchio delle nobili tavole italiane. A cavallo del nuovo secolo è ormai il fornitore ufficiale dell’aristocrazia nazionale, nel 1932 fonda il primo impianto per la produzione industriale e sei anni dopo anticipa tutti avviando – primo in Europa – la produzione di posateria in acciaio inossidabile e la tecnica di argentatura dell’acciaio. Dopo la guerra introduce i nuovi coltelli in acciaio inox e nove anni più tardi ottiene la commessa del primo albergo americano internazionale, l’hotel Cairo: è lo sbarco nel mondo dell’hotellerie internazionale. Il sodalizio con Paderno, azienda specializzata nella fabbricazione di pentolame professionale e articoli da cucina, è del 1997. Li unisce la stessa idea che porterà questa azienda rinforzata a tentare con successo l’acquisizione di Rosenthal: sfruttare la complementarità della produzione per offrire ai clienti un servizio completo. I loro prodotti sono esclusiva delle più grandi catene alberghiere di lusso, Hilton, Crowne Plaza, Hyatt, Four Season, Fairmont, Mövenpick, forte la vocazione internazionale, il 60 per cento del fatturato è determinato da vendite all’estero. Il cuore resta in Italia, a Orfengo, una manciata di chilometri da Vercelli, dove dal 2001 la Sambonet Paderno ha costruito uno stabilimento modello che concentra il lavoro dell’intero gruppo. Nomi e luoghi adesso noti anche a Berlino.
lunedì, giugno 14, 2010
domenica, giugno 13, 2010
La Germania mette la quarta, ora tocca a noi
Intanto fra meno di ventiquattr'ore tocca a noi. Siamo diventati meno divertenti dei tedeschi, non mettiamo le bandiere alle finestre, quelle per la macchina non sappiamo neppure cosa siano, gli stranieri li guardiamo storti e non li invitiamo a festeggiare insieme a noi e, siccome l'inno non lo abbiamo mai imparato a memoria, ora preferiamo cantare il Va pensiero. Quelli che sono qua, però, tengono alto il morale, insomma non siamo né favoriti né forti, nessuno ha capito cosa Lippi abbia in mente per questo mese anche se bisogna ammettere che - forse tranne un caso rischioso - non è che abbia tenuto a casa chissà quale talento. Abbiamo vinto la Champions League, ma tutti i campioni dell'Inter vestono altre maglie nazionali. L'Italia si è impoverita di classe in quattro anni, i sopravvissuti del 2006 tirano gli ultimi calci della carriera e anche l'allenatore ha già le valige pronte. Però siamo i campioni del mondo uscenti e abbiamo una tradizione che può portarci avanti, magari con l'esperienza. Insomma, ora tocca a noi: forza azzurri!
Cambio della guardia a Bratislava
sabato, giugno 12, 2010
Gli alveari ronzanti
Per ora le protagoniste sono le trombette che trasformano gli stadi sudafricani in altrettanti alveari ronzanti. Vuvuzela, il nome è entrato come un incubo nei discorsi di tutti i telespettatori (non è dato sapere cosa ne pensino gli spettatori che sono in Sud Africa negli stadi). Tutti ne sono innervositi, pare che in Italia il loro ronzio sia ritenuto più fastidioso dei commenti dei Caressa, dei Bagni e dei Varriale. Qui in Germania, dove i commentatori sono più sobri, ci si chiede se le svogliate partite sinora osservate non siano dovute al rimbambimento dei calciatori per il continuo rimbombo. C'è chi rimpiange il coro crescente dei tifosi nei momenti cruciali delle azioni (chi di noi malati di calcio non ha imitato da bambino il rombo dello stadio all'incalzare di un'azione), l'urlo ai gol e pure i fan inglesi hanno faticato non poco a far sentire il canto del loro inno durante il secondo tempo con gli Stati Uniti.
Lo Spiegel, mettendo insieme vuvuzuelas e modestia tecnica della prima giornata ha trovato il titolo più simpatico: "Molto rumore per poco". Il Tagesspiegel, invece, la prende più sul serio, racconta il nervosismo dei telespettatori tedeschi, cita pagine di resistenza fondate su Facebook, spinge uno dei suoi inviati a Città del Capo a scrivere che pure ai sudafricani questo ronzio comincia a dar fastidio ma si becca i rimbrotti di una lettrice evidentemente esperta in materia per alcune imprecisioni sulle origini dello strumento. Così veniamo a sapere che queste benedette vuvuzelas sono una riproduzione di uno strumento tradizionale utilizzato per richiamare persone a lunga distanza. Che la prima riproduzione di massa in plastica si deve a un fabbricante sudafricano di origini indiane. E che solo successivamente è stato utilizzato dai tifosi durante le partite di calcio. ne sappiamo di più, ma le nostre orecchie non se ne gioveranno.
Il nuovo aeroporto di Berlino porta ritardo
Il nuovo scalo sarebbe dovuto essere inaugurato fra poco più di un anno, nell'ottobre 2011, ma dopo molti sussurri su un ritardo dei lavori, qualche giorno fa il Tagesspiegel ha rivelato che quei sussurri sono certezze. Si è parlato dello slittamento di un anno, i politici son dovuti uscire dalla melina e hanno preso la situazione in mano, cercando di capire e di rivelare ai cittadini quanto si dovrà aspettare. Una nuova data non è stata ancora comunicata, si parla di un ritardo compreso fra i sei e i nove mesi. L'inaugurazione avverrà dunque tra la primavera e l'estate del 2012. Responsabili della vicenda sono, in serie, il rigido e lungo inverno passato (con molti giorni con temperature sotto i -10 gradi) che ha ridotto le giornate lavorative, il fallimento di una delle imprese impegnate nei lavori, l'adeguamento delle norme di sicurezza alle ultime disposizioni europee.
Nessuno, in realtà, si sta stracciando le vesti per questo ritardo, anche perché recuperare il tempo perduto sarebbe ancora possibile, però con un aumento dei turni di lavoro e conseguente maggiore esborso per le casse pubbliche. E di questi tempi, la parola d'ordine è risparmiare. In più, era già stabilito che il collegamento ferroviario diretto da Berlino non sarebbe stato completato per il 2011 e ora ci sono speranze che tutto possa essere inaugurato assieme. L'unico problema è rappresentato dal sovraccarico di voli che ormai sopporta la pista di Tegel e dei riflessi elettorali che potranno ricadere sul borgomastro di Berlino (il prossimo anno si vota). Per il resto, sei o nove mesi più in là non sono la fine del mondo, di fronte a un'opera complessa come il Willy Brandt. E visto che c'è ancora un po' di tempo, potete intanto prendere le misure del nuovo aeroporto con la simulazione al computer.