giovedì, luglio 29, 2010

L'ultimo mistero di Nicolae Ceausescu

È di qualche giorno fa la notizia che in Romania sono stati esumati i corpi del dittatore Nicolae Ceausescu e di sua moglie Elena. Su richiesta dei parenti, il figlio Valentin (unico rimasto in vita) e il genero Mircea Oprean (marito della defunta Zoe, morta di tumore quattro anni fa), gli esperti dell’istituto di medicina legale di Bucarest dovranno accertare, attraverso la prova del Dna, se i corpi contenuti nelle bare siano davvero quelli dei coniugi Ceausescu. A lungo i figli del dittatore avevano avanzato questa richiesta ma solo nel giugno di due anni fa la corte d’appello di Bucarest ha ordinato al ministero della Difesa di «presentare ai parenti prove inconfutabili sulla sepoltura della coppia». Tempo sei mesi e i medici scriveranno la sentenza definitiva su uno dei tanti misteri che ancora aleggiano su una delle vicende più oscure della stagione rivoluzionaria che nel 1989 portò al crollo dei regimi comunisti nell’Europa orientale. Altri misteri, tutti politici, restano a vent’anni di distanza ancora aperti e proiettano le loro ombre sulla Romania di oggi [... continua su East Side Report].

domenica, luglio 11, 2010

Nuova? No, lavata con Perlana

Vale la pena fare una pausa di viaggio per farsi un giro nelle meraviglie della stampa italiana. Siamo in estate e sui siti abbondano notizie estive di colore. A Berlino c'è una piscina piazzata sulle acque della Sprea, dove si può andare a nuotare. Repubblica ne pubblica le foto e per dare più enfasi alla notizia, vi racconta che questa cosa - che si chiama Bedeschiff - è una sorta di nuova meraviglia. Per non sbagliarsi, dice proprio: "la nuova piscina galleggiante inaugurata nella capitale tedesca sulla Sprea". Sapete quando l'hanno inaugurata? Nel 2004, sei anni fa. Siccome funziona come sauna anche d'inverno - la coprono con un telone e la surriscaldano - quando a gennaio leggerete di una nuova inaugurazione, sappiate che Repubblica vi sta dando una notizia falsa. Insomma, c'è di peggio nel panorama italiano, ma perché esagerare?

sabato, luglio 10, 2010

mercoledì, luglio 07, 2010

On the road: Ucraina

È tempo di rimettersi lo zaino sulle spalle e partire. Destinazione Ucraina: Kiev, Odessa, Sebastopoli, Jalta, Simferopoli e tutto il resto che l'avventura ci metterà di fronte. Per le prossime settimane, il blog sarà aggiornato se e quando ce ne sarà l'occasione. Intanto, godetevi l'inedita finale Olanda-Spagna. Chi vincerà sarà per la prima volta campione del mondo.

Germania, l'altra faccia dell'integrazione

Ovviamente non c'è solo Mesut Özil in Germania. La situazione di molti immigrati nel mercato del lavoro e nell'istruzione appare per molti versi drammatica secondo il rapporto governativo che inquadra la situazione degli stranieri nel paese. La segretaria di Stato Maria Böhmer spinge a favore di un rinforzato impegno dell'esecutivo per affrontare il problema. L'approfondimento, in tedesco, nell'analisi di Euraktiv.

Quindici


Biergarten berlinese durante i mondiali sudafricani. © plm

Jogi Löw, l'esteta alla guida della nuova Germania

Al triplice fischio finale di Argentina-Germania, mentre Maradona bagnava di lacrime le maglie inutilmente sudate dei suoi giocatori, l’intera città di Berlino è esplosa riversandosi per le strade come fosse una capitale brasiliana o mediterranea. Bandiere, auto, clacson e le vituperate vuvuzelas, ormai arrivate su tutte le bancarelle tedesche, hanno descritto la colonna sonora dell’entusiasmo di una nazione che fino a un decennio a guardava con sospetto qualsiasi espressione di nazionalismo, perfino nella versione goliardica del football [... continua su East Side Report].

Nuove scaramanzie fra Mick Jagger e il polpo Paul

Due sono le leggende più divertenti di questo mondiale. Della prima si è persa traccia. Non si trova più Mick Jagger. Ha seccato in fila Stati Uniti, Inghilterra e Argentina, squadre per le quali diceva di tifare, fino al punto di seguirle personalmente dagli spalti nelle sfortunate partite con Ghana e Germania. Se ti becchi una nomea del genere, poi difficile che te ne scolli. Così i brasiliani hanno sudato freddo quando si è sparsa la voce che la rock star aveva in programma di assistere a Brasile-Cile per testimoniare la sua simpatia carioca. Ma tanto è bastato per uscire al turno successivo.

Chi scaramantico non è affatto è il tifoso di calcio tedesco. Sono settimane che va in giro con la maglietta «campioni del mondo», riciclata per l'occasione dopo quattro anni di naftalina: è la stessa che indossava la volta scorsa, ma la lezione non è servita. Ricordo che nella Berlino mondiale del 2006, i passanti sorridevano soddisfatti di fronte a un grande cartellone pubblicitario della Coca Cola, piazzato sulla Unter den Linden, che diceva più o meno: «Statisticamente, la Germania vince il campionato del mondo ogni volta che lo ospita». Era una battuta. La Germania, o meglio la Germania Ovest, lo aveva ospitato una sola volta, nel 1974, e lo aveva vinto. Il calcolo statistico era così complicato che sarebbe riuscito pure a me, tuttavia la cosa curiosa era che i tifosi berlinesi guardavano il cartellone felici e sorridenti, già pregustando il trofeo promesso dai geni del marketing di Atlanta. Lo avessero appeso a Napoli o a Roma un cartello del genere, bande di facinorosi lo avrebbero tirato giù in dieci secondi. Da noi il massimo della spavalderia si riduce al famoso «non succede, ma se succede». Tutti ricordiamo come andò a finire a Berlino 2006, anche se consiglio di non andarlo a raccontare a questo tipo qui, malauguratamente doveste incrociarlo.

La seconda leggenda riguarda infatti la Germania. Un brivido di paura attraversa il paese da quando il polpo Paul s'è venduto per un cucchiaio di paella. Finora le ha azzeccate tutte e dunque le sue profezie sono seguite con la stessa tensione di un calcio di rigore al 93' (o al 123'). Rinchiuso dentro un acquario addobbato con improbabili palloni da calcio, il povero Paul è costretto a scegliere fra due scatole trasparenti sulle quali sono appiccicate le bandiere della Germania e della squadra avversaria. Stanco della bandiera nero-rosso-oro, Paul ha scelto di arrampicarsi su quella della Spagna e i tedeschi si sono dimenticati di non essere scaramantici. Qualcosa sta cambiando, nonostante le magliette «campioni del mondo». L'allenatore Jogi Löw, che come vi racconterò nel prossimo post è un vero esteta, avrebbe voglia di cambiarsi la maglietta azzurra che dall'inizio del mondiale sfoggia in panchina. Ma i suoi calciatori gliel'hanno proibito, così è stato costretto a lavarla e domani dovrebbe essere regolarmente al suo posto con il capo portafortuna. Intanto il povero Paul rischia di finire sulla griglia. È lo spirito del nuovo tempo: non risulta che quattro anni fa la vendita di Coca Cola sia diminuita.

L'eccitazione per la fase finale del mondiale qui si avverte a ogni angolo. Ho perso il primo tempo della semifinale Olanda-Uruguay perché ero a lezione di tedesco (dal miglior professore di lingue che mi sia capitato di incontrare nella mia lunga e infruttuosa carriera di apprendista di idiomi stranieri, ma non rischio la piaggeria perché, ove dovesse scoprire questo blog, non sa una parola di italiano). Tuttavia sono stato costantemente informato sull'andamento della gara dall'autista del bus sul quale rientravo a casa. Poco prima della fermata di Potsdamer Platz, il buon uomo ha avvertito i passeggeri che l'Uruguay aveva pareggiato (tra l'entusiasmo dei viaggiatori) e appena superata la fermata di Kleistpark sono stato aggiornato sul fatto che il primo tempo si era concluso 1-1. Tutto via altoparlante. Il secondo tempo l'ho visto a casa ma mi sarebbe piaciuto assistere alle reazioni sul 48 (il numero dell'autobus) ai due gol dell'Olanda.

Il tragitto è durato una ventina di minuti, dall'Alexanderplatz a Schöneberg. Non ricordo più dove, mi si è seduta accanto un'anziana signora. Questa volta mi ero portato un libro appresso, per ammazzare il tempo durante il percorso. Una cosa un po' pallosa, la storia dell'Ucraina moderna, non temete, non vi do gli estremi del libro. Dopo qualche minuto la signora mi ha chiesto se poteva farmi una domanda. Mi è sembrato sgarbato dirle di no, anche se avrei voluto. «Il libro che sta leggendo è in spagnolo?», mi ha chiesto. Mi sono ricordato che in semifinale la Germania gioca con la Spagna e, temendo il replay della vicenda di Hannover, mi sono affrettato a smentire: «No signora, non si preoccupi, è in italiano». E poi, per consolarla: «Sa, le due lingue sono simili, ma noi siamo già usciti dal mondiale». Speravo fosse finita lì. Ma quando mi sono alzato per uscire, l'anziana signora mi ha rivolto un sorriso aperto dicendo: «Sarebbe entusiasmante una finale Olanda-Germania, vero?». A naso non penso che la signora abbia mai visto una partita di calcio, ma credo sia impossibile vivere a Berlino in questi giorni senza aggiornarsi sulle ultime vicende pallonare.

Intanto la serata è passata e sappiamo che la finale la giocherà l'Olanda. Ah, l'Olanda. Un test su Facebook (di quelli tipo l'oroscopo, non è vero ma ci credo) mi ha rivelato che sarebbe quello il mio paese ideale. Infatti mi piace. Mi piaceva, soprattutto, la nazionale olandese degli anni Settanta. Io resto - calcisticamente parlando - un tardelliano militante (nel senso di Tardelli) ma Cruijff è un mito dal quale non sono mai guarito. Mi piaceva tutto di quella squadra, il pressing asfissiante a tutto campo, l'atmosfera da figli dei fiori che emanavano i giocatori, le serpentine inarrestabili del già citato Cruijff e pure la melina, che faceva incazzare tutti e a me divertiva da morire, cento passaggi di lato e all'indietro mentre gli avversari osservavano impotenti e il pubblico fischiava spazientito: erano dei fantastici strafottenti. Quella di oggi la ricorda solo per il colore della maglia e per le «ij» che adornano i cognomi di Cruijff e Sneijder, ma ha un compito da assolvere: vendicare due finali perse contro i padroni di casa sfacciatamente favoriti dagli arbitri del tempo. Se la Germania va in finale, per me diventa dura, perché questa nazionale tedesca mi piace davvero tanto. Come dite? Chi li sopporta i tedeschi se vincono? E chi se ne frega, tanto fra due giorni parto, la finale la vedo fuori. Dove? In Ucraina, ovviamente. Ma tranquilli, vi risparmio le coordinate di quel libro.

lunedì, luglio 05, 2010

Prince, ritorno al futuro

Un tuffo nel passato, nella musica pop degli anni Ottanta. Prince suona, canta e balla a Berlino, alla Waldbühne, questa sera, nell'unico concerto tedesco del suo tour europeo. Ormai vado solo a questo tipo di concerti (l'ultimo, un paio d'anni fa, quello dei Cure) a vedere di persona come siamo invecchiati. Ora aspetto solo di incocciare Morrisey e un po' mi dispiace di perdere in estate la performance dei Pogues (immagino che neppure sappiate chi siano). Nel derby pop degli anni Ottanta, quello fra Michael Jackson e Prince, io stavo dalla parte del primo. Ma Prince è l'unico dei due rimasto sulla scena, e forse stasera cambierò idea.

Tredici


Varsavia di notte, il palazzo della cultura, © plm

Tusk-Komorowski, il tandem polacco

Vittoria di misura ma di grande importanza per Bronislaw Komorowski, eletto nuovo presidente della Repubblica. Dopo molti anni, i due vertici della politica polacca appartengono allo stesso partito - il liberal-conservatore Piattaforma civica - e hanno le stesse idee. Riformismo, filo-europeismo, moderatismo. Quest'ultimo è già il filo conduttore della politica estera, da quando quasi tre anni fa Donald Tusk salì al governo del paese. Ora ci sono molti mesi davanti per proseguire su una strada che la maggioranza dei polacchi gradisce [... continua su East Side Report].

Polonia all'ultimo respiro

Primi dati scrutinati, Komorowski davanti. Poi la rimonta e il sorpasso. Con la metà delle schede scrutinate, il testimone passava a Kaczynski. Ancora numeri e schede e con l'80 per cento scrutinato torna avanti Komorowski. Vantaggi sempre ridottissimi, ma forse è l'allungo finale. Sarà comunque una notte lunga a Varsavia, con il fiato sospeso fino all'ultima scheda. I primi exit poll avevano fornito un risultato più netto a favore di Komorowski: 53,1 contro 46,9, tanto che Jaroslaw Kaczynski aveva concesso la vittoria congratulandosi con l'avversario. I risultati in tempo reale potete seguirli su Gazeta Wyborcza e Rzeczpospolita.

domenica, luglio 04, 2010

East Side Report ai quarti di finale

Resta un mistero il modo in cui vengono compilate certe classifiche ma, come direbbe Jogi Löw, meglio star dentro che fuori. Così East Side Report, il blog-sito che segue in lingua italiana gli eventi dell'Europa centro-orientale entra nella top-ten di Wikio (categoria "internazionale") e si piazza all'ottavo posto. Giusto in tempo per giocarsi i quarti di finale. Se fossimo su Facebook accompagneremmo la notizia con un bel "mi piace". Siccome siamo quelli che a East Side Report dedicano tempo e passione, diciamo solo che questo risultato (importante o inutile che sia) ci ripaga del lavoro fatto, ci spinge a migliorarlo ancora e ci obbliga a ringraziare tutti i lettori che ne hanno fatto un luogo importante per l'informazione su un'area geografica che in Italia non gode della giusta considerazione. Però, in una fase in cui i grandi giornali sono alla ricerca di blog di qualità per completare la loro informazione online, beh, se a qualcuno viene l'idea di contattarci... yes, we can.

A Varsavia che giorno è?

I sondaggisti e i commentatori del luogo prevedono un testa a testa: Komorowski-Kaczynski, se fossero di fronte su un campo di calcio dei mondiali se la giocherebbero ai rigori. Per il gemello rimontante è già una mezza vittoria. Sul lato governativo le preoccupazioni sono legate al voto delle città, tradizionalmente più distratto rispetto a quello delle campagne: le prime privilegiano il voto a Piattaforma civica, il partito di governo che sostiene Komorowski, le seconde sono il terreno di pesca di Giustizia e Libertà, la formazione di Kaczynski. In più, nonostante il nuovo corso di Donald Tusk incontri il gradimento della maggioranza dei polacchi, restano molte questioni su cui i nazional-conservatori di Kaczynski offrono a una parte dell'elettorato rassicurazioni maggiori. Tre anni fa, seguendo le elezioni politiche che segnarono la vittoria di Tusk e la sconfitta di Jaroslaw Kaczynski, cercammo di inquadrare i motivi per cui l'appeal dei gemelli restava forte, specie in quella parte di Polonia che rimaneva esclusa dai benefici delle riforme economiche liberiste. Inquietudini sociali si sono rafforzate in tutta l'Europa centrale da quando la crisi finanziaria globale ha riportato indietro le lancette dell'economia. I risultati elettorali che sono emersi sono stati i più diversi, anche se ovunque nella Mitteleuropa sono state le destre ad avanzare e le sinistre ad arretrare. Vedremo che strada sceglierà oggi la Polonia, anche se giova ricordare che si vota per il presidente della Repubblica e non per il governo.

Dodici


Deutschland, ein Wintermärchen?

sabato, luglio 03, 2010

Deutschland. Ein Wintermärchen?

Delle quattro squadre alla vigilia favorite per la fase finale (Brasile, Inghilterra, Argentina e Spagna), due sono ormai fuori e altre due devono ancora qualificarsi. Per il momento ci sono invece Olanda e Uruguay. Per come è andato il mondiale sinora, l'Olanda non può considerarsi una sorpresa. Ha giocato un buon girone eliminatorio, ha passato agevolmente gli ottavi e ha fatto fuori il Brasile con una partita razionale e fredda. Non si è disunita dopo lo svantaggio e ha giocato un secondo tempo intenso, approfittando del calo dei carioca, squagliatisi davanti alla prima vera difficoltà del torneo. L'Olanda ha due fuoriclasse (tre, in verità, con il portiere), Robben e Sneijder. Occupata con una tripla marcatura la mattonella preferita dal "bavarese" è venuto fuori "l'interista". Felipe Melo ha fatto il resto (un buon assist ma alla fine non decisivo e una serie di errori, ahilui, decisivi). E i brasiliani sono apparsi di colpo stanchi e confusi: e pensare che nel primo tempo aveva dominato, compiendo l'errore fatale di sprecare invece che chiudere la partita. Ora gli arancioni sognano la finale, magari contro Germania o Argentina, per vendicare due torti passati: questa volta non giocherebbero contro i padroni di casa e contro arbitri condizionati. Comunque l'Olanda di Cruiff non ce la restituirà più nessuno, anche se questa pare molto concreta.

Ci ha lasciato il Ghana, l'ultima squadra africana. Non ci si attendeva una partita di gran classe, ma di temperamento ed emozioni. Che infatti non sono mancate. Fino al grande dramma del 123', il gol impedito con una mano, il rigore che poteva chiudere la storia, la traversa, gli inevitabili rigori decisivi. Quanti capovolgimenti in pochi secondi, quanti stati d'animo modificati, dal dolore alla gioia al dolore, e viceversa! Negli undici metri decisivi, il portiere dell'Uruguay Muslera si è riscattato delle cappellate fatte durante i minuti regolamentari e ha portato la sua squadra in una semifinale mondiale dopo quarant'anni. Cromaticamente è stata una partita che mi ha risolto subito dubbi sul tifo. Pazienza per il Ghana, in fondo aveva anche una bellissima prima maglia bianca. Poteva usarla di più.

Oggi gli ultimi due quarti. Di sera gioca la Spagna. Il suo mondiale sinora assomiglia molto a quelli disputati dall'Italia quando poi vinse. Inizio incerto, lenta ma costante ripresa, sempre il minimo necessario per andare avanti. Ma la squadra c'è, è forte, le punte sono di gran qualità, può ingranare come si deve nel trittico finale. Nel pomeriggio invece c'è la partita più attesa, un'altra finale anticipata. Una classica: Argentina-Germania. Inutile ripetere che qui sono tutti nel pallone. Complice anche un clima mediterraneo (si danza ormai da giorni sui trenta gradi) ogni bar, ogni caffé, ogni kneipe, ogni chiosco, ogni ristorante ha i suoi tavolini all'aperto e il suo televisore di competenza. Credo che quando il mondiale sarà finito, si potranno fare buoni affari comprando grandi schermi poco usati. Maradona è un genio, ha una squadra solida e piena di alternative in attacco e un figlio naturale lì davanti che porta il suo stesso numero sulla maglia. E poi allena fumando il sigaro e s'impiastriccia di sudore e baci coi suoi giocatori: sembra una famiglia invincibile e predestinata. Ma i tedeschi hanno preparato questo mondiale con grande precisione. Finora hanno espresso (tranne che con la Serbia) il calcio migliore, anche se il secondo tempo con l'Inghilterra andrebbe ripetuto partendo dal 2 a 2. Sommermärchen, favola estiva, era il motto dei mondiali di quattro anni fa, una sorta di notti magiche in versione tedesca. Ora hanno inventato il motto Wintermärchen, favola invernale, perché in Sud Africa è inverno e se si vuole vincere qualcosa bisogna essere precisi, anche a costo di rivangare reminiscenze letterarie non proprio beneaguranti. In Italia va molto di moda invidiare il melting pot della squadra di Jogi Löw, specchio di una società aperta agli stranieri che integra anche nella nazionale figli di immigrati o giocatori nati all'estero: c'è il ghanese (che ha giocato contro il fratello quando si sono incontrate Germania e Ghana), i polacchi, il tunisino, lo spagnolo, il brasiliano, i turchi. Nei quartieri "turchi" di Kreuzberg e Neukölln si festeggia dopo la vittoria dei bianchi come se il Galatasaray avesse vinto la Champions League, specie se a segnare il gol decisivo è stato Mesut Özil. Tutto vero. Però, se il mondo calcistico italiano deve invidiare qualcosa a quello tedesco e magari prenderne qualche spunto, inviterei più a guardare l'organizzazione del sistema, la competenza di chi ne fa parte e le scelte politiche di fondo fatte dalla federazione. È lì il segreto del successo tedesco: in fondo Balotelli lo abbiamo anche noi, solo che invece di trascinare l'Italia in avanti fa lo spaccone per strada sparando con le pistole giocattolo. E i cosiddetti "stranieri" della Germania sono usciti dai vivai delle squadre tedesche.

Vabbé, stiamo uscendo fuori tema. Torniamo sul campo. E come d'abitudine, niente pronostici, tanto sarebbero sbagliati. L'Argentina è più forte, la Germania ha sinora giocato meglio, fra un po' di ore si vedrà chi prosegue l'avventura. Da otto squadre ne usciranno quattro, poi le semifinali, quindi le due finaliste per la vittoria. Peccato non esserci, anche se mai come quest'anno l'unico viaggio che ci siamo meritati è stato quello di ritorno.

venerdì, luglio 02, 2010

mercoledì, giugno 30, 2010

La vittoria mutilata di Christian Wulff

Ci sono volute più di nove ore, tre scrutini e tremilasettecentoventisei schede scrutinate per far sorridere Christian Wulff, 51 anni, fino a qualche ora fa presidente del Land della Bassa Sassonia e ora decimo presidente della Repubblica federale tedesca. L’esponente della Cdu, candidato dalla maggioranza governativa, ha ottenuto 625 voti, contro i 494 del suo sfidante più agguerrito, Joachim Gauck, teologo e dissidente ai tempi della Ddr. Due voti in più rispetto alla maggioranza assoluta di 623 necessaria per essere eletto nelle prime due votazioni ma sempre 21 in meno rispetto al pacchetto di voti di cui i tre partiti di coalizione disponevano sulla carta [... continua su East Side Report].

Wulff decimo presidente della Repubblica

Alla terza votazione Christian Wulff ce l'ha fatta ed è stato eletto decimo presidente della Repubblica federale tedesca. Ha ottenuto 625 voti, due in più di quella maggioranza assoluta che gli avrebbe evitato la doppia bocciatura nei primi due scrutini. Chiaro segnale di dissenso da parte degli elettori della maggioranza governativa, che gli avevano attribuito 600 voti nella prima votazione e 615 nella seconda, consegnandogli lo sberleffo della maggioranza assoluta quando questa non era più necessaria. Toccherà adesso alla Merkel rimettere assieme i cocci di una coalizione che esce danneggiata da quella che è stata la più lunga sessione elettorale di una Bundesversammlung.

Dieci


Berlino, Joachim Gauck in campagna elettorale. © plm

Secondo scrutinio: flop. Linke: libertà di voto, ma...

Ancora sorpresa: si va alla terza votazione. Per la seconda volta lo scrutinio per il presidente della Repubblica segna fumata nera. Per il candidato del governo Christian Wulff è una nuova sconfitta: 615 voti, 8 in meno rispetto alla maggioranza assoluta necessaria. Ora cambiano le regole: la terza votazione prevede per l'elezione la maggioranza relativa: vince chi prende più voti. Ma i dati vanno letti seguendo i movimenti tra la prima e la seconda votazione. Wulff ha recuperato 15 voti, Gauck, passato da 499 a 490, ne perde nove. Tre voti in meno anche per la candidata della Linke. Wulff è dunque in ascesa, il dissenso è stato in parte recuperato soprattutto ai danni di Gauck. I riflettori sono stati subito puntati sul partito di estrema sinistra, per capire le sue intenzioni nella terza votazione, anche se con i dati del secondo scrutinio alla mano, il suo appoggio non sarebbe stato sufficiente a portare Gauck alla presidenza. La Linke ha infine deciso di ritirare la candidatura di bandiera portata avanti sinora e dare libertà di voto ai propri elettori. Ma, anche a sentire Gregor Gysi, la maggior parte di loro si asterrà piuttosto che votare per Gauck, considerato dalla Linke un conservatore e un liberale e colpevole di mantenere nei confronti del passato della Ddr un giudizio pesantemente negativo. Con questa scelta, la strada per Wulff è in discesa, paradossalmente grazie al disimpegno dei post-comunisti. Il blog dello Spiegel , i live-ticker della Bild e della Süddeutsche Zeitung, informano sulle frenetiche trattative in corso fra i partiti in questi minuti.

I Querdenker

Chi sono i cosiddetti Vip, donne e uomini, attori, registi, sportivi, editori, scrittori, manager, imprenditori e personalità che si sono distinte in vari settori della vita pubblica tedesca al di fuori della politica, che stanno partecipando al voto nel Bundestag e che con il loro "pensiero laterale" possono sovvertire le scelte dei partiti? È l'aspetto più curioso e particolare della Bundesversammlung, il collegio elettorale che in Germania elegge il presidente della Repubblica. In questa carrellata di immagini, lo Spiegel online ne svela volti, carriere e simpatie politiche.

Non c'è un vincitore ma c'è già una sconfitta

Non c'è ancora un vincitore ma c'è certamente una sconfitta: Angela Merkel. La prima votazione per il nuovo presidente della Repubblica ha lasciato il candidato di governo 23 voti lontano dalla maggioranza assoluta necessaria e 44 voti indietro rispetto al potenziale di partenza. Se la scelta di Wulff doveva dimostrare la solidità della maggioranza nonostante le difficoltà di governo, i 44 voti mancanti sono il segnale che la crisi, il dissenso e i malumori interni sono più ampi di quanto si pensasse. Sul piano strettamente elettorale, ci sono margini di recupero, sia nella seconda votazione che nella terza. Il dissenso si è espresso - dirà probabilmente la Merkel ai suoi - ora deve rientrare, perché le conseguenze sulla sopravvivenza dell'esecutivo possono essere esiziali. Ma il danno politico non può essere cancellato e con esso la cancelliera dovrà comunque fare i conti.

Ottimo il risultato di Joachim Gauck: 499 voti, di fatto 39 in più rispetto alle stime di partenza, contando il forfait di due elettori socialdemocratici (segnalatoci da Germany News). La strada è ancora lunga ma lo sfidante ha già la soddisfazione di essere considerato il miglior candidato per quel ruolo al di là dei confini partitici. Chi sta perdendo un'occasione forse storica è la Linke. La sua candidata ha ottenuto due voti in più del pacchetto a disposizione. Potrebbe far convergere da subito i suoi voti su Gauck e determinare la sorprendente elezione dello sfidante alla seconda chiamata. Votando l'uomo che svolse un ruolo importante nei movimenti popolari che buttarono giù il regime comunista, la Linke potrebbe in un solo colpo mettere in difficoltà il governo e compiere un salto simbolico verso la piena agibilità politica, avviando quel processo critico nei confronti della storia della Ddr, finora affrontato con molte ambiguità. Se questo avverrà in un'eventuale terza votazione, avrà un valore strumentale, non strategico. (Aggiornamento: la Linke conferma il voto per la sua candidata anche nella seconda votazione).

Si va alla seconda votazione

La soffiata su Twitter era falsa ma ha aggiunto suspense all'annuncio ufficiale. Niente maggioranza assoluta alla prima votazione per Christian Wulff, che ha raggiunto solo 600 voti. Si torna a votare per la seconda volta. Anche in questo caso è necessaria la maggioranza assoluta di 623 voti. Il percorso per l'esponente della Cdu si fa più complicato. Ancora poco tempo per recuperare il dissenso che si è espresso in questa prima votazione. Si dovesse arrivare alla terza, ove è sufficiente la maggioranza relativa, i giochi sarebbero riaperti.

La soffiata di Twitter

Come la scorsa volta, anche oggi c'è una soffiata arrivata via Twitter e appena comunicata dalla rete pubblica Ard «con tutte le riserve possibili»: Christian Wulff sarebbe il nuovo presidente della Repubblica, eletto alla prima votazione. Aspettiamo di conoscere il risultato ufficiale. Dovesse confermarsi giusta la soffiata, è da attendersi che le polemiche saranno ancora più veementi di un anno fa, anche perché questa volta era stato assicurato che si sarebbe evitata ogni fuga di notizie. Ma, ai tempi di Internet, appare sempre più una guerra contro i mulini a vento.

Riunita la Bundesversammlung

Milleduecentoquarantaquattro grandi elettori sono riuniti da qualche ora nell'aula del Bundestag che ospita la Bundesversammlung, lo speciale collegio elettorale che eleggerà il nuovo presidente della Repubblica tedesca. In corsa, come già scritto, il presidente del Land della Bassa Sassonia Christian Wulff, espresso dai partiti di governo (Cdu, Csu e Fdp), Joachim Gauck, il teologo esponente del dissenso negli anni della Ddr, scelto da due partiti di opposizione (Spd e Grünen) e Luc Jochimsen, giornalista e deputata della Linke. Quest'ultima è una candidatura di bandiera, la gara è ristretta ai primi due candidati.

Nelle prime due votazioni è necessaria la maggioranza assoluta di 623 voti, nell'eventuale terza votazione è sufficiente la maggioranza relativa. La Bundesversammlung comprende i parlamentari del Bundestag e i delegati nominati dai sedici Länder, una rappresentanza composta da deputati regionali, politici ma anche intellettuali, professori universitari, personalità di prestigio varie. È soprattutto quest'ultima componente, che raccoglie persone sganciate dalle direttive dei partiti, che può riservare qualche sorpresa.

A un conteggio di massima dei voti, infatti, Christian Wulff parte con una maggioranza solida, superiore ai venti voti, che dovrebbe consentirgli l'elezione sin dalla prima votazione. Un vantaggio ancor più consistente di quello cui poté avvalersi Horst Köhler poco più di un anno fa, quando venne eletto alla prima votazione per il suo secondo mandato, poi conclusosi anticipatamente con le improvvise dimissioni. Tuttavia la situazione di difficoltà in cui versa il governo, con molti scontenti nelle file dei partiti di maggioranza, e il carisma dello sfidante Gauck, che incontra molte simpatie fra i rappresentanti della Cdu e dell'Fdp, soprattutto nelle federazioni dell'est, dove è vivo il ricordo del suo impegno come oppositore del regime, rendono questa elezione particolarmente avvincente.

Una stima dei voti fatta dal settimanale Der Spiegel attribuisce in partenza 644 voti a Wulff (ricordo che la maggioranza assoluta richiesta è di 623), 462 a Gauck, 124 alla Jochimsen, 14 in libera uscita. Sulla carta, dunque, la partita sembra chiusa. Se lo sarà anche nella realtà lo sapremo fra poco.

martedì, giugno 29, 2010

Wulff o Gauck? La Germania vota il nuovo presidente

Il politico e il dissidente. Anche alla fine della campagna elettorale, restano questi i due aggettivi che riassumono le storie e i caratteri dei due candidati che domani si disputeranno la presidenza della Repubblica tedesca. Il politico è Christian Wulff il candidato proposto dal governo, 51 anni, presidente del Land della Bassa Sassonia, esponente di spicco della Cdu nelle cui file milita fin da quando aveva i calzoni corti, cresciuto all’ombra di Helmut Kohl e ora sponsorizzato direttamente da Angela Merkel dopo che la cancelliera, per qualche giorno, aveva accarezzato l’idea di proporre una donna, l’attuale ministro Ursula von der Leyen. Il dissidente è Joachim Gauck, di vent’anni più anziano, teologo e pastore evangelico, proposto da socialdemocratici e verdi, personaggio non estraneo alla politica ma riconoscibile più come esponente di quella società civile che negli anni della Ddr diede vita ai movimenti di opposizione interna [... continua su East Side Report].

Nove


Danzica, Dlugie Pobrzeze. © plm

lunedì, giugno 28, 2010

Dibattito tv, il ritorno di Komorowski

Faccia a faccia televisivo fra i due candidati nel ballottaggio per la presidenza della Repubblica polacca, a una settimana dal voto. Secondo tutti gli osservatori, Komorowski ha ritrovato smalto e incisività e, alla fine, è stato quello che ha convinto di più. Kaczynski, al contrario, si è impantanato in una curiosa proposta di politica estera: difendere gli interessi della minoranza polacca in Bielorussia attraverso un franco dialogo con il presidente russo Medvedev. «Non credo sia proprio una buona idea per difendere gli interessi del nostro paese», ha replicato Komorowski, «quella di andare a parlare dei problemi riguardanti un secondo paese con il capo di un terzo paese». Come dire: se i russi hanno un problema con i polacchi, sarebbe ben curioso che ne vadano a discutere, per esempio, a Berlino. Il richiamo storico è stato piuttosto imbarazzante. Ma Kaczynski ha mostrato incertezze anche su tutti gli altri temi proposti nel dibattito. Il solito sondaggio televisivo post-dibattito, mostra una chiara vittoria per il candidato governativo: 52 contro 28. Indicative anche le reazioni della stampa. Il quotidiano liberale Gazeta Wyborcza elogia il dinamismo mostrato da Komorowski, quello conservatore-nazionalista Rzeczpospolita rimpiange il fatto che Kaczynski non abbia sfruttato tutte le carte a sua disposizione. I dibattiti televisivi sono spesso sopravvalutati nello svolgimento di una campagna elettorale. In Polonia però, nel 2007, fu proprio il confronto televisivo fra Donald Tusk e lo stesso Jaroslaw Kaczynski a dare la spinta finale al candidato di Piattaforma civica per la conquista del governo.

lunedì, giugno 21, 2010

Polonia, ballottaggio all'ultimo voto

Alla fine della conta, solo 4,5 punti percentuali separano il candidato governativo Bronislaw Komorowski da quello dell’opposizione nazionalista Jaroslaw Kaczynski, il gemello del presidente morto nel disastro aereo di Smolensk. Il primo turno delle elezioni presidenziali anticipate consegna dunque alla Polonia un risultato sorprendente che lascia aperta ogni soluzione per la corsa a due nei prossimi quattordici giorni. Con un’affluenza del 54,8 per cento, leggermente superiore rispetto ai timori della vigilia, il candidato del partito liberal-conservatore di governo Piattaforma Civica ha ottenuto il 41,2 per cento dei voti, quello di Giustizia e Libertà il 36,7. Nel conto va citato anche il 13,7 per cento ottenuto dall’esponente della socialdemocrazia, Grzegorz Napieralski, un dato che restituisce un po’ di ossigeno a un partito finito ai margini del quadro politico polacco dopo i lunghi anni di governo a cavallo del Duemila [... continua su East Side Report].

Polonia fra exit poll e voti reali

Bisognerà attendere che passi la notte e che lo spoglio dei voti per il nuovo presidente della Repubblica polacca si completi per abbozzare una prima analisi sensata. Lo scarto fra gli exit poll e i primi dati che arrivano dai seggi può essere anche consistente. I primi davano un vantaggio di quasi 13 punti per il candidato governativo Komorowski, i secondi - ancora estremamente parziali, solo il 15 per cento delle schede scrutinate - riducono il vantaggio ad appena due punti. L'unica cosa sicura è che si va al ballottaggio del 4 luglio tra Bronislaw Komorowski e Jaroslaw Kaczynski e che sarà un testa a testa. Ma l'asticella di partenza è ancora tutta da definire. Le analisi fatte a botta calda, comparse anche su autorevoli quotidiani italiani, e sciorinate facendo affidamento solo sugli exit poll, rischiano di essere - a essere generosi - approssimative. Quando non adulterate dal tipico vizio italiano di tifare e non raccontare. Pazienza, dunque, e appuntamento domani su East Side Report. Nel frattempo, potete seguire in diretta lo spoglio su Gazeta Wyborcza.

mercoledì, giugno 16, 2010

Sambonet, l'italiano che salvò Rosenthal

Lo scorso anno furono gli italiani a scrivere uno dei pochi capitoli a lieto fine della crisi economica tedesca. Correva l’agosto del 2009, un anno orribile per l’imprenditoria made in Germany segnato dall’improvviso baratro finanziario apertosi di fronte a marchi di grande tradizione che avevano scritto la storia industriale del paese più ricco d’Europa. Grandi catene commerciali come Karlstadt, Hertie e Quelle, inglobate nel gruppo Arcandor titolare anche del prestigioso Kaufhaus des Westen di Berlino, icone del modellismo mondiale come Märklin, sui cui trenini erano cresciute generazioni di bambini tedeschi, case automobilistiche come la Opel legate all’immaginario collettivo della Germania del boom economico. Imprese strette tra le insidiose secche del credito finanziario e il grande freddo dei consumatori. Quello che non riuscì nel settore dell’auto alla Fiat di Marchionne con la Opel, arrivò nel settore del design con una piccola ma solida azienda vercellese, leader nella produzione di articoli per la tavola e la cucina: la Sambonet.

A ritrovarsi con l’acqua alla gola fu il prestigioso marchio bavarese delle porcellane Rosenthal, centotrent’anni di tradizione nel design della tavola nata dalla fantasia imprenditoriale di Philipp Rosenthal, che nel 1879 fondò in una cittadina dell’alta Franconia una società di decorazione delle porcellane. Dalla decorazione alla produzione il passo fu piuttosto breve e all’inizio del Novecento il marchio tedesco aveva ormai conquistato notorietà globale in quel mondo spensierato e borghese che passò alla storia con l’appellativo di Belle époque. Al vecchio Philipp, viaggiatore curioso delle novità del tempo, venne anche in mente di creare in azienda un laboratorio di design, un’atelier dedicato alla progettazione e alla realizzazione di prodotti di porcellana ad alto contenuto artistico. Una svolta che impose il marchio sui mercati internazionali, una crescita continua fino all’avvento del nazismo, che costrinse l’imprenditore di origini ebraiche alla fuga. Dopo la guerra toccherà al figlio guidare le sorti del gruppo. La ricetta è la stessa, innovazione e creatività, premiata anche dalla ripresa economica della Germania e dell’Europa occidentale, dal boom che riporta il gusto del lusso e del bello nelle case della nuova borghesia europea. Mille artisti e designer si sono cimentati nei laboratori Rosenthal, i nomi più noti sono quelli di Salvator Dalì e Andy Wahrol, Walter Gropius e Aldo Rossi, Jasper Morrison e Luigi Colani, Paul Wunderlich e Patricia Urquiola. Con gli anni Ottanta arriva la rivoluzione tecnologica nei sistemi di produzione, la modernizzazione delle strutture e la razionalizzazione dei cicli produttivi. La fine della guerra fredda apre nuovi mercati, nell’Europa orientale, poi anche nella lontana Asia ma crea anche nuovi impegni. E la crisi finanziaria che dal 2008 aggredisce l’economia globalizzata mette in ginocchio anche un marchio come Rosenthal: l’azienda rischia l’insolvenza, gli oltre mille lavoratori il posto di lavoro, una tradizione centenaria l’oblio.

È in questo momento che avviene il miracolo. Dalla pianura vercellese si fa avanti una piccola azienda italiana che ha a sua volta alle spalle una particolare storia di successo, la Sambonet Paderno, leader nelle posaterie in acciaio con le quali ha conquistato le tavole degli alberghi più prestigiosi sparsi per il mondo. Pochi avrebbero scommesso sulla bontà di questa curiosa operazione di salvataggio, con la Sambonet Paderno nella parte di Davide che restituisce scopo e prestigio al Golia Rosenthal. Eppure è andata così. E questa settimana, quando la storia della Sambonet sbarca nei locali del punto vendita più famoso di Rosenthal sulla Kurfürstendamm di Berlino, la strada che fu la vetrina dell’occidente negli anni della città divisa, con una mostra che racconta uno spicchio dell’epopea imprenditoriale italiana, in molti offrono solo sorrisi. I lavoratori innanzitutto, tutti salvati dallo spettro della disoccupazione, millecento nelle sedi tedesche e cento dispersi nelle reti commerciali all’estero, ma anche i manager che, grazie al lavoro di ristrutturazione guidato da Vercelli, possono oggi contare su un’azienda che ha avviato un faticoso processo di risanamento integrandosi in una struttura più competitiva.

Per questa operazione la Sambonet Paderno ha anche ricevuto il premio Mercurio, assegnato dall’omonima organizzazione italo-tedesca come riconoscimento per gli «eccellenti risultati riscontrati nell'acquisizione della Rosenthal AG». Un traguardo che difficilmente si sarebbe prefisso il mastro orefice Giuseppe Sambonet, che nel lontano 1865, pochi anni dopo l’unità d’Italia, ottiene il diploma all’istituto delle belle arti e fonda una ditta a proprio nome depositando nella zecca di Torino il punzone con le iniziali “GS” destinate a diventare il marchio delle nobili tavole italiane. A cavallo del nuovo secolo è ormai il fornitore ufficiale dell’aristocrazia nazionale, nel 1932 fonda il primo impianto per la produzione industriale e sei anni dopo anticipa tutti avviando – primo in Europa – la produzione di posateria in acciaio inossidabile e la tecnica di argentatura dell’acciaio. Dopo la guerra introduce i nuovi coltelli in acciaio inox e nove anni più tardi ottiene la commessa del primo albergo americano internazionale, l’hotel Cairo: è lo sbarco nel mondo dell’hotellerie internazionale. Il sodalizio con Paderno, azienda specializzata nella fabbricazione di pentolame professionale e articoli da cucina, è del 1997. Li unisce la stessa idea che porterà questa azienda rinforzata a tentare con successo l’acquisizione di Rosenthal: sfruttare la complementarità della produzione per offrire ai clienti un servizio completo. I loro prodotti sono esclusiva delle più grandi catene alberghiere di lusso, Hilton, Crowne Plaza, Hyatt, Four Season, Fairmont, Mövenpick, forte la vocazione internazionale, il 60 per cento del fatturato è determinato da vendite all’estero. Il cuore resta in Italia, a Orfengo, una manciata di chilometri da Vercelli, dove dal 2001 la Sambonet Paderno ha costruito uno stabilimento modello che concentra il lavoro dell’intero gruppo. Nomi e luoghi adesso noti anche a Berlino.

domenica, giugno 13, 2010

La Germania mette la quarta, ora tocca a noi

Una onda elettrizzante che cresceva di intensità fino alle otto e mezzo della sera, tutti i locali con i tavolini all'aperto attrezzati di schermi più o meno grandi, piazze e cortili trasformati in stadi open-air. Berlino ha atteso la prima della nazionale tedesca come fosse una città sudamericana, tifo da finale, abbracci e festa e buona la prima. Quattro a zero ai resti dell'Australia che fu e tutti a sciamare per le strade suonando i clacson come se si fosse a Istanbul. Certo, c'erano pure i turchi, quest'anno orfani della Mezzaluna e tutti convinti sostenitori della squadra della nazione che li ospita. Ma i tedeschi hanno imparato a divertirsi e non sono da meno. La città multi-etnica, poi, sembra fatta apposta per esaltarsi in queste occasioni e ogni comunità di traveste come a Carnevale indossando stracci coi colori nazionali, infilandosi ghirlande di fiori di carta e mettendo sulle auto le proprie bandiere. Per tornare al calcio, la Germania non stecca la prima, unica squadra fra le grandi a iniziare come si deve, forse pure troppo visto che per raggiungere la finale dovrà tirare la carretta per un mese. Comunque la squadra è compatta, solida, geometrica, disciplinata e - soprattutto - sottovalutata.

Intanto fra meno di ventiquattr'ore tocca a noi. Siamo diventati meno divertenti dei tedeschi, non mettiamo le bandiere alle finestre, quelle per la macchina non sappiamo neppure cosa siano, gli stranieri li guardiamo storti e non li invitiamo a festeggiare insieme a noi e, siccome l'inno non lo abbiamo mai imparato a memoria, ora preferiamo cantare il Va pensiero. Quelli che sono qua, però, tengono alto il morale, insomma non siamo né favoriti né forti, nessuno ha capito cosa Lippi abbia in mente per questo mese anche se bisogna ammettere che - forse tranne un caso rischioso - non è che abbia tenuto a casa chissà quale talento. Abbiamo vinto la Champions League, ma tutti i campioni dell'Inter vestono altre maglie nazionali. L'Italia si è impoverita di classe in quattro anni, i sopravvissuti del 2006 tirano gli ultimi calci della carriera e anche l'allenatore ha già le valige pronte. Però siamo i campioni del mondo uscenti e abbiamo una tradizione che può portarci avanti, magari con l'esperienza. Insomma, ora tocca a noi: forza azzurri!

Sei


Berlino 2006, la capitale nel pallone. © plm

Cambio della guardia a Bratislava

Il 2010 può essere considerato l’anno elettorale dell’Europa centrale e la serie di votazioni a catena ne sta modificando il profilo politico. Dopo le vittorie di conservatorismi di diverso conio in Ungheria e Repubblica Ceca e in attesa dei voti presidenziali (diretti e assembleari) in Polonia e Germania, anche la Slovacchia si è recata alle urne e i dati appena sfornati dall’ufficio elettorale preannunciano un cambio di governo [... continua su East Side Report].

sabato, giugno 12, 2010

Gli alveari ronzanti

L'esperienza di tanti mondiali (e soprattutto dei due vinti dall'Italia) dovrebbe averci insegnato che è quasi inutile giudicare le prestazioni delle squadre che si candidano alla vittoria finale dalle partite del primo turno. Le cosiddette "grandi" iniziano al rallentatore, fanno il minimo indispensabile per superare il girone, e poi trovano la forma nelle partite a scontro diretto, quelle che contano per arrivare in fondo. Al contrario, le squadre che non pensano di poter vincere il mondiale, danno tutto nella prima fase, perchè il passaggio del turno è la loro vittoria. Ricordo solo il Brasile stratosferico di Ronaldo (e forse quello di Pelè, ma allora c'erano meno squadre) riuscire a mantenere per un mese intero una buona forma. Così, sarà bene ridimensionare la delusione inglese di questa sera o la brillante vittoria della Corea del Sud e forse anche la noia mortale inflitta dalla Francia ieri, che pure qualche problema ha dimostrato di averlo anche nelle fasi di qualificazione. L'unica a non aver stonato è stata l'Argentina di Maradona, sebbene abbia fatto solo intravedere il potenziale di cui dispone.

Per ora le protagoniste sono le trombette che trasformano gli stadi sudafricani in altrettanti alveari ronzanti. Vuvuzela, il nome è entrato come un incubo nei discorsi di tutti i telespettatori (non è dato sapere cosa ne pensino gli spettatori che sono in Sud Africa negli stadi). Tutti ne sono innervositi, pare che in Italia il loro ronzio sia ritenuto più fastidioso dei commenti dei Caressa, dei Bagni e dei Varriale. Qui in Germania, dove i commentatori sono più sobri, ci si chiede se le svogliate partite sinora osservate non siano dovute al rimbambimento dei calciatori per il continuo rimbombo. C'è chi rimpiange il coro crescente dei tifosi nei momenti cruciali delle azioni (chi di noi malati di calcio non ha imitato da bambino il rombo dello stadio all'incalzare di un'azione), l'urlo ai gol e pure i fan inglesi hanno faticato non poco a far sentire il canto del loro inno durante il secondo tempo con gli Stati Uniti.

Lo Spiegel, mettendo insieme vuvuzuelas e modestia tecnica della prima giornata ha trovato il titolo più simpatico: "Molto rumore per poco". Il Tagesspiegel, invece, la prende più sul serio, racconta il nervosismo dei telespettatori tedeschi, cita pagine di resistenza fondate su Facebook, spinge uno dei suoi inviati a Città del Capo a scrivere che pure ai sudafricani questo ronzio comincia a dar fastidio ma si becca i rimbrotti di una lettrice evidentemente esperta in materia per alcune imprecisioni sulle origini dello strumento. Così veniamo a sapere che queste benedette vuvuzelas sono una riproduzione di uno strumento tradizionale utilizzato per richiamare persone a lunga distanza. Che la prima riproduzione di massa in plastica si deve a un fabbricante sudafricano di origini indiane. E che solo successivamente è stato utilizzato dai tifosi durante le partite di calcio. ne sappiamo di più, ma le nostre orecchie non se ne gioveranno.

Il nuovo aeroporto di Berlino porta ritardo

Berlino cambia il suo sistema aeroportuale. Dei tre piccoli scali in funzione nel dopoguerra (Tempelhof e Tegel a ovest, Schönefeld a est) solo l'ultimo resterà in funzione, anche se quel che sopravviverà sarà solo il nome. Anzi, neppure quello per la verità, giacché Schönefeld sarà solo la collocazione geografica (un po' come Fiumicino per Roma) mentre l'aeroporto prenderà il nome ufficiale di Berlin-Brandenburg International Airport (BBI) e verrà intitolato a Willy Brandt. La fase di transizione ha già portato nell'ottobre 2008 alla chiusura del primo, storico piccolo aeroporto cittadino, Tempelhof, nel frattempo diventato un parco aperto al pubblico dove è possibile pattinare sulle vecchie piste di atterraggio e fare le grigliate sul prato. Ma gli ulteriori passaggi - chiusura di Tegel e dell'attuale Schönefeld e apertura del nuovo Willy Brandt - sono in dubbio.

Il nuovo scalo sarebbe dovuto essere inaugurato fra poco più di un anno, nell'ottobre 2011, ma dopo molti sussurri su un ritardo dei lavori, qualche giorno fa il Tagesspiegel ha rivelato che quei sussurri sono certezze. Si è parlato dello slittamento di un anno, i politici son dovuti uscire dalla melina e hanno preso la situazione in mano, cercando di capire e di rivelare ai cittadini quanto si dovrà aspettare. Una nuova data non è stata ancora comunicata, si parla di un ritardo compreso fra i sei e i nove mesi. L'inaugurazione avverrà dunque tra la primavera e l'estate del 2012. Responsabili della vicenda sono, in serie, il rigido e lungo inverno passato (con molti giorni con temperature sotto i -10 gradi) che ha ridotto le giornate lavorative, il fallimento di una delle imprese impegnate nei lavori, l'adeguamento delle norme di sicurezza alle ultime disposizioni europee.

Nessuno, in realtà, si sta stracciando le vesti per questo ritardo, anche perché recuperare il tempo perduto sarebbe ancora possibile, però con un aumento dei turni di lavoro e conseguente maggiore esborso per le casse pubbliche. E di questi tempi, la parola d'ordine è risparmiare. In più, era già stabilito che il collegamento ferroviario diretto da Berlino non sarebbe stato completato per il 2011 e ora ci sono speranze che tutto possa essere inaugurato assieme. L'unico problema è rappresentato dal sovraccarico di voli che ormai sopporta la pista di Tegel e dei riflessi elettorali che potranno ricadere sul borgomastro di Berlino (il prossimo anno si vota). Per il resto, sei o nove mesi più in là non sono la fine del mondo, di fronte a un'opera complessa come il Willy Brandt. E visto che c'è ancora un po' di tempo, potete intanto prendere le misure del nuovo aeroporto con la simulazione al computer.