sabato, gennaio 26, 2008

Ma che ce frega, ma che ce importa



(15.11.2011) Piccolo aggiornamento, perché vedo dalle statistiche del blog che questo post è ancora molto cliccato, probabilmente perché chi ci arriva cerca il testo del popolare stornello romano. E invece capita in un post che parlava più o meno di politica e che aveva un senso di amarezza. Ora sarebbe tornato d'attualità, ma YouTube ha cancellato il video, quindi rimane solo il testo dello stornello. Riguardava i festeggiamenti in aula di buona parte dei deputati dell'allora Casa della Libertà alla caduta del secondo governo Prodi. La prassi da paese da terzo mondo di festeggiare la fine dei governi, invece di considerarla un normale passaggio democratico, non è dunque invenzione recente di coloro che hanno assediato qualche sera fa i palazzi della politica per dare l'ultimo sarcastico saluto a Silvio Berlusconi. C'è almeno un precedente, di tre anni prima, messo in scena addirittura nel palazzo di Montecitorio. Nel video cancellato, si poteva vedere anche lo stappo di una bottiglia di spumante e l'indimenticabile scorpacciata di mortadella (che avrebbe dovuto simboleggiare Romano Prodi) del deputato Nino Strano. Il cattivo gusto, insomma, viene da lontano e non risparmia alcun settore di una classe politica che - tutta o quasi - ha ridotto l'Italia alle condizioni in cui si trova. E ora, potete gustarvi il testo dello stornello.

Fatece largo che passamo noi,
sti giovanotti de sta Roma bella,
ce so regazzi fatti cor pennello,
e le regazze famo innamorà.
e le regazze famo innamorà.

Ma che ce frega, ma che ce importa,
se l'oste ar vino c’ha messo l'acqua,
e noi je dimo, e noi je famo,
c’hai messo l'acqua, e nun te pagamo, ma però,
noi semo quelli, che jarisponnemo n’coro,
è mejo er vino de li Castelli
che de sta zozza società.

Ce piaceno li polli, l'abbacchi e le galline,
perchè so senza spine,
nun so come er baccalà.
La società dei magnaccioni,
la società de la gioventù,
a noi ce piace da magna' e beve,
e nun ce piace de lavora'.

Osteee!!

Portace n'artro litro,
che noi se lo bevemo,
e poi ja risponnemo
embe', embe', che c'è?

E quando er vino, embe',
ciariva ar gozzo, embe',
ar gargarozzo, embe',
ce fa n’ficozzo, embe'.

Pe falla corta, per falla breve,
mio caro oste portace da beve,
da beve, da beve, zan zan.

Ma si per caso la socera more
se famo du spaghetti matriciani,
se famo un par de litri a mille gradi,
s'ambriacamo e n’ce pensamo più
s'ambriacamo e n’ce pensamo più.

Che ciarifrega, che ciarimporta,
se l'oste ar vino c’ha messo l'acqua,
e noi je dimo, e noi je famo,
c’hai messo l'acqua, e nun te pagamo, ma però,
noi semo quelli, che jarisponnemo n’coro,
è mejo er vino de li Castelli
che de sta zozza società.

È mejo er vino de li Castelli
che de sta zozza società parapappappa’.