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venerdì, novembre 07, 2008

Americana / 19. Spiegazioni


John McCain cerca di spiegare a Silvio Berlusconi e Maurizio Gasparri, travestiti da omaccione e gentile vecchietta, che Barack Obama non è abbronzato, che dirglielo non è propriamente una carineria e che, comunque, non tifa per al Qaeda.

giovedì, novembre 06, 2008

Americana / 18. Un leader generazionale

(fotowalkingclass)

Il buongiorno glielo ha dato il suo collega russo Dmitri Medvedev, che da Mosca ha minacciato l’installazione di missili a Kaliningrad come risposta al posizionamento americano di radar e missili in Polonia e Repubblica Ceca. A Chicago erano ancora intorpiditi dai bagordi notturni per la vittoria storica, in Russia non c’era alcuna voglia di festeggiare l’alba di una nuova era.

Negli Stati Uniti la notte era stata dolce per Obama e i suoi militanti, sulle note di un blues che canta la realizzazione del sogno di un primo presidente afro-americano dopo che, sul versante politico opposto, Colin Powell prima e Condoleezza Rice poi, avevano avvicinato la meta. Hope and Change, la speranza obamiana che si salda con la nuova frontiera di kennediana memoria, il mondo postmoderno del nuovo presidente che raccoglie la forza dell’ottimismo declinata su un piano generazionale, più che politico: icone pop che muovono le masse, più che le idee, più che i contenuti. Ma da oggi è un altro giorno, il mondo lì fuori è inquieto e l’agenda è già fitta di decisioni da prendere.

Man mano che le proiezioni sugli Stati coloravano di blu il territorio rosso che fu della Right Nation, nelle strade delle metropoli americane scendeva la nuova generazione obamiana: neri e giovani, vecchi militanti democratici e nuovi consumatori del sogno tecno-pop, yes we can, slogan tanto americano da risultare ridicolo ogni volta che qualcuno prova a strumentalizzarlo in altri contesti.

Chi volesse interpretare questo successo straripante con le lenti delle ideologie del Novecento rischierebbe di restare cieco di fronte al fenomeno: farebbe meglio a dirottare lo sguardo sul voto parlamentare, dove la vittoria totale del Partito democratico mostra un evidente slittamento a sinistra del paese. Ma il successo di Obama racconta una storia che va al di là della sua appartenenza democratica e si iscrive tutta quanta in quel salto generazionale con cui l’America prova a rispondere alla sfida di un pianeta che sta entrando in una fase nuova della sua storia, per di più con una grave crisi finanziaria sulle spalle.

Timori sull’economia al primo posto per il 62 per cento degli elettori, a testimonianza del fatto che oltre al mito e al sogno contano le preoccupazioni concrete per i propri risparmi, per il lavoro, la casa, l’auto, le rate e i mutui, l’assistenza sanitaria. Come accade ormai in ogni società complessa, tanti sono i tasselli che concorrono al successo e la bravura di Obama è stata quella di saperli tenere tutti assieme, dosandoli con abilità in una campagna straordinaria dalla quale non può essere disgiunta anche la capacità del suo staff elettorale, a riaffermare che qualsiasi progetto, anche nell’America della politica secolarizzata, non si muove senza una solida macchina organizzativa.

Ma c’è anche continuità nella sua vittoria. Continuità con l’immagine di un paese che riesce a superare le divisioni fra destra e sinistra e che ha saputo superare le differenze etniche e razziali (praticamente nullo il temuto effetto Bradley). Continuità anche con la vituperata storia recente: se il tema del terrorismo è scivolato in fondo alle preoccupazioni degli elettori, favorendo il successo di Obama, lo si deve al fatto che gli Stati Uniti si sentono più sicuri rispetto a quattro anni fa. Se dal 2001 non c’è stato più un attacco sul territorio americano, questo è dovuto anche a politiche di sicurezza interna che hanno il marchio dell’amministrazione Bush.

Ma è sullo scenario internazionale che Obama presumibilmente bilancerà le due carte della novità e della continuità, deludendo le illusioni di molti. Novità nello stile, che sarà più aperto e collaborativo, specie verso l’Europa. Continuità nell’azione: se il generale Petraeus ha tolto molte castagne dal fuoco iracheno rendendo possibile un lento ripiego delle truppe americane, forte resta l’appello a un maggiore impegno della Nato in Afghanistan, una battaglia che secondo Obama il mondo libero non può perdere. Nella squadra del nuovo presidente fanno capolino molti esperti dell’era Clinton, un’amministrazione che non ha lesinato interventi internazionali per difendere gli interessi americani sotto il cappello della difesa della democrazia. Difesa invece che esportazione: cambia lo stile, forse il linguaggio, non gli interessi.

Bastava d’altronde ascoltare con attenzione il suo discorso a Berlino, lo scorso luglio. Più truppe Nato in Afghanistan sarà la prima richiesta che Obama indirizzerà ai suoi colleghi europei, questa volta da presidente degli Stati Uniti e non da candidato. Lo sanno bene i vari leader a Londra, Parigi, Berlino e Roma che tutti, indipendentemente dalla loro appartenenza politica, si sono congratulati con il vincitore. Qualche novità potrebbe arrivare sul piano della lotta ai cambiamenti climatici, per la soddisfazione di Merkel e Sarkozy. Lavoro in comune per affrontare la recessione dopo che la crisi dalla finanza ha infettato l’economia reale: premier e presidenti di destra e di sinistra, con una ricetta comune che non concede nulla alle visioni ideologiche perché la globalizzazione impone un’agenda concreta cui non si può sfuggire, piaccia o meno.

Idealismo e pragmatismo sono le doti che Obama, leader più generazionale che politico, nero e pure pienamente integrato nell’èlite americana, ha dimostrato di possedere. In una carriera fulminante e brillante, da predestinato, che lo ha portato sul gradino più alto del mondo a soli 47 anni.

(pubblicato sul Secolo d'Italia del 6 novembre 2008 con il titolo: "Si va oltre l'America unipolare?". Qui il pdf dalla Rassegna stampa della Camera dei Deputati).

mercoledì, novembre 05, 2008

Americana / 17. Letture italiane

(fotowalkingclass)

Breve rassegna italiana, dai giornali e dal web, sul voto negli Stati Uniti d'America. Come sempre, ho scelto i commenti che mi sono sembrati più originali o quelli che raccontano aspetti della società americana utili a comprendere quanto è accaduto questa notte (qualche articolo, lo capirete leggendo, è stato scritto prima di conoscere il risultato). Un particolare interesse - dato il taglio di Walking Class - è riservato alle questioni di politica internazionale che il nuovo presidente si troverà ad affrontare. Per leggere invece la mia opinione, dovrete aspettare domani quando verrà pubblicato l'articolo scritto oggi. Correttezza verso il quotidiano che ha accettato di ospitare la mia opinione, gioie e dolori dello sfasamento temporale fra web e carta stampata.

Barack eletto presidente si rivolge all'America
di Maurizio Molinari, La Stampa
La campagna perfetta
Christian Rocca, Il Foglio
Rilancio del multilateralismo e ritorno dei trattati
Silvio Fagiolo, il Sole 24 Ore
Le facili illusioni della sinistra internazionale
Andrea Gilli, Epistemes
Obama e la Russia
Stefano Grazioli, Poganka
L'America è un luogo dove tutto è possibile
Barack Obama, discorso d'insediamento (in italiano)
Il sogno e la vita
di Massimo Gaggi, Corriere della Sera
Una notte a Kingman in Arizona, ascoltando la globalizzazione in America
Andrea Romano, il Riformista
La vera sciagura saranno gli obamiani italici
Lanfranco Pace, il Foglio

Americana / 16. Victory speech di Barack Obama

Americana / 16. La "concessione" di John McCain

Americana / 13. Il sorpasso del web

In attesa di incoronare ufficialmente Barack Obama, ormai lanciato verso la Casa Bianca, un vincitore di queste elezioni già c'è ed è Internet. L'informazione in Rete ha superato come lettori quella della carta stampata e ora si lancia al sorpasso della tv. Arianna Huffington da The Huffington Post e Marco Pratellesi dal Corriere della Sera. E, in due righe, Federico Rapini sul suo blog.

Americana / 12. Liveblogging italo-americani

Qui, come già detto, non faremo il Liveblogging e analizzeremo il risultato una volta che esso sarà acquisito definitivamente, cioè in mattinata. Per godervi la nottata, oltre alle trasmissioni tv, vi passiamo un poker di blogger italiani (ma i primi due sono lì in America): i già citati The Right Nation e FreedomLand, Daw e Vote2008.

Americana 11 / Che ore sono?

Finalmente qualcuno che ci aiuta con gli orologi. Dal sito della ZDF (che linkiamo come terzo canale web-televisivo di questa nottata) gli Stati decisivi per la vittoria e l'orario centro-europeo (vale per Berlino e per Roma) in cui si chiudono i seggi. Se la lotta sarà serrata, faremo l'alba anche quest'anno.

Americana / 10. Web tv dall'Europa

Siti internet dei primi canali televisivi di Italia e Germania dedicati alla diretta della notte elettorale negli Usa. In italiano quello del Tg1 della Rai. In tedesco quello del Tagesschau dell'ARD.

martedì, novembre 04, 2008

Americana 9 / In Poll they don't trust

Le speranze per John McCain si riducono a una sola possibilità: che i sondaggi siano sballati. Non ce n'è uno che gli conceda una pur minima chance. Alcuni che circolano in queste ore indicano anzi la possibilità che la vittoria di Obama sia a valanga. Right Nation evaporata, America pronta ad affidare ai democratici tutto il potere: dal presidente alle camere. Un cappotto drammatico. Sempre che, appunto, i sondaggisti non vadano incontro ad una clamorosa sconfessione. Non sarebbe la prima volta, anche se mai come in questo caso le tendenze degli ultimi giorni sono state chiare ed univoche. Al flop dei sondaggi si aggrappano i repubblicani che sperano in una serata che capovolga tutti i pronostici.

Americana / 8. Una lunga fila di votanti

Il 30 per cento di quelli che presumibilmente saranno i votanti totali ha approfittato della possibilità concessa in 32 Stati di votare anticipatamente per posta o di persona. Lo sostiene il Los Angeles Times, confermando il grande interesse che gli americani stanno dimostrando per questa elezione. Le tv internazionali continuano a trasmettere immagini di seggi affollatissimi, con file lunghe chilometri, elettori ordinatamente in coda chi con seggiolini portatili, chi con ombrelli, specie negli Stati orientali dove al momento piove. Si va verso il record di votanti, con rallentamenti in alcuni seggi, macchine elettorali in tilt e il rischio che i risultati finali possano slittare di qualche ora.

Americana / 7. Leader di un mondo multipolare?

(fotowalkingclass)

A differenza di quattro anni fa saranno i temi interni, soprattutto quelli legati all’idea dell’America e alla crisi finanziaria, che determineranno il successo di Barack Obama o John McCain. Ma ancor più che quattro anni fa, la scelta degli elettori americani inciderà sugli senari internazionali del futuro, perché il mondo in questi quattro anni ha completato il suo lungo e turbolento processo di globalizzazione, legando ancor di più i destini di terre e popoli. L’attuale, drammatica crisi finanziaria, tema che ha caratterizzato le ultime settimane di campagna elettorale, mostra e mostrerà ancor più nei prossimi mesi lo stretto legame tra le vicende interne degli Stati Uniti e quelle globali. Il voto di Washington, per quanto maturato da motivazioni di carattere interno, avrà dunque uno straordinario riflesso internazionale.

L’idea di America che uscirà premiata dal voto – quella visionaria e messianica di Barak Obama o quella muscolare e pragmatica di John McCain – determinerà i passi della grande potenza alle prese con una crisi di identità di portata storica. La fine dell’intermezzo ventennale unipolare, dopo quarant’anni di bipolarismo Usa-Urss, riconsegnano un mondo che non senza scossoni si sta rimodellando sull’ascesa di tante potenze che fanno valere i propri punti di forza. Militari ed energetici, come la Russia di Putin e Medvedev. Economici, come l’Unione Europea. Sociali, come il Brasile. Demografici come il Sud Africa. Di nuovo economici e strategici, come la Cina e l’India.

A questa prepotente richiesta di spazio e potere il prossimo presidente degli Stati Uniti dovrà dare una risposta articolata ma chiara. Quella fornita sino ad oggi dall’amministrazione Bush non ha convinto e viene sempre più apertamente e brutalmente respinta al mittente. Con il risultato di un’America umiliata (è stato il caso della Georgia) e per di più persa nel malinconico tramonto di una presidenza che ha l’attenuante di aver dovuto affrontare eventi inediti e drammatici.

Ma quel che rimane del cosiddetto Occidente (quello che, con qualche retorica, siamo soliti scrivere con la maiuscola) non può permettersi un’America umiliata. Non può permetterselo neppure l’Europa, ad essa legata da vincoli ormai decennali di alleanza e solidarietà: ogni alternativa non tiene conto dei reali interessi del Continente, sia nella sua composizione “vecchia”, cioè carolingia e franco-tedesca, che nella sua variante “nuova”, che ingloba i paesi centro-orientali ancora scottati da quarant’anni e passa di sovietizzazione. I buoni rapporti con Mosca passano per una comune condivisione di valori e prospettive, per ora ancora tutta da costruire, non per un azzardato rovesciamento di alleanze.

A poche ore dal voto americano, è necessario dunque chiedersi cosa si aspetta l’Europa, cosa ci aspettiamo noi dal nuovo presidente. Quelle che con linguaggio diplomatico si chiamavano in tempo le cancellerie, sono ben attente a mantenersi su un piano di equidistanza tra i due candidati: lavoreremo in sintonia con il vincitore, chiunque esso sia. Inutile insistere, solo sul terreno dei partiti è possibile raccogliere qualche differenza, dettata da comunanza politica, anche se la candidatura di Obama sembra aver scompigliato le appartenenze, sfondando anche in molti ambienti di centrodestra. Ma al di là delle ideologie, che in politica estera contano fino a un certo punto, sul terreno degli interessi reali la preoccupazione europea sembra unitaria: la richiesta di una svolta in senso multipolare. Più attenzione agli alleati, più coinvolgimento nelle decisioni. A ovest e a est, tra gli alleati storici e tra i nuovi fedelissimi: per scendere sul concreto, fra chi vede come fumo negli occhi il dispiegamento di radar e missili ad est e chi li considera il deterrente più sicuro per voltare le spalle una volta per tutte all’orso russo.

L’Europa è dunque in cerca di una leadership capace di interpretare le sfide nuove, che dietro un linguaggio accademico si chiamano redistribuzione e ricomposizione del potere mondiale. Quasi un ritorno al passato, prima dell’intervallo unipolare, prima della stagione bipolare. Ma con grandi differenze: la globalizzazione ormai avvenuta, l’importanza delle organizzazioni internazionali, politiche, militari e soprattutto economiche (Wto, Fmi).

Gli Stati Uniti d’America, nel loro complesso politico, economico e sociale, sembrano frastornati dai cambiamenti che avvengono al di fuori dei loro confini. Abitudini e interessi concorrono ancora alla difesa di un sistema di vita (la mitica “way of life”) che si modificherà con molta fatica e riluttanza. Questa resistenza si avverte più seguendo la campagna di John McCain, che per età ed esperienza appartiene tutto intero alla stagione della Guerra Fredda. Più aperte appaiono le visioni messianiche della nuova frontiera obamiana, anche se a mesi dalla sua “discesa in campo” si misurano più facilmente le sue affascinanti suggestioni che le proposte concrete. Ecco perché l’Europa politica ancora non ha scelto, anche se in cuor suo – e indipendentemente dalle appartenenze politiche – tende più a fare il tifo per Obama. Perché dati per scontati alcuni punti fermi dei fondamentali interni americani, il senatore dell’Illinois appare culturalmente e anagraficamente più attrezzato a muoversi con la duttilità necessaria nei nuovi scenari internazionali che si aprono.

Americana / 6. Obama visto da Walking Class

(fotowalkingclass)

In archivio è sempre un piacere mettere le mani. Ecco gli articoli scritti in questi mesi sulla corsa di Barack Obama verso la Casa Bianca, dalla prima sorprendente vittoria nelle primarie contro Hillary Clinton all'incoronazione definitiva come candidato dei democratici, alla sua visita berlinese, fino ai mesi difficili in cui la rincorsa di McCain era stata certificata anche dai sondaggi. Poi, la crisi finanziaria, ha tagliato le gambe alla campagna repubblicana e, sempre stando ai sondaggi, questa sera la suspance potrebbe durare lo spazio di un exit poll. Buona lettura.

Noi europei e la nuova sfida americana
giovedì 31 luglio 2008
Aspettando Barack Obama
giovedì 24 luglio 2008
Perché Obama vuol parlare a Berlino
sabato 12 luglio 2008
Il giorno di Obama, la sfida con McCain
mercoledì 4 giugno
Yes we can
martedì 5 febbraio 2008
(estratto pubblicato a metà gennaio con il titolo "la politica della speranza")

Americana / 5. Dietro le quinte di Barack Obama

(fotowalkingclass)

Ed eccoci al superfavorito della serata. Eccoci dietro le quinte di Barack Obama, negli articoli che abbiamo rintracciato in questi ultimi due giorni.

E alla fine Obama disse: vincerò
di Maurizio Molinari, La Stampa
Barack e i fantasmi degli amici rinnegati e Nel ristorante di Obama
di Aldo Cazzullo, Corriere della Sera
Obamaland, la città del primo bacio
di Giuseppe De Bellis, il Giornale
Storia americana con tocco Riefenstahl
di Christian Rocca, Il Foglio
Stati Uniti d'Obama
L'Espresso
Nelle gallerie di New York sale la febbre Obama
di Cristina Raffa, Il Sole 24 Ore

Americana / 4. Mission Impossible?

(foto di Simone Bressan, da flickr)

Sono volati negli Stati Uniti anche due tizi di vecchia conoscenza di Walking Class. Due irriducibili republicans che non ne vogliono proprio sapere dei sondaggi e dell'aria che tira. Si sono sobbarcati quindici ore di volo, sono piombati a Washington e si sono diretti in Virginia a salvare McCain. Mission Impossible? Parrebbe di sì, a dare un'occhiata ai sondaggi. Ma loro ci credono ancora e, abbandonata la veste di giornalisti e indossata quella più battagliera di blogger militanti, si sono tuffati negli ultimi giorni di campagna elettorale. Tra hamburger (la foto è originale, rubata dal loro album su flickr), birre, shopping mall e una serata al comizio di Obama con i cartelli inneggianti a McCain. Decidete voi se seguire la loro Mission Impossible sul blog di Andrea (The Right Nation) o su quello di Simone (FreedomLand). O su tutti e due.

Americana / 3. Dietro le quinte di John Mc Cain

(fotowalkingclass)

Negli ultimi giorni i quotidiani italiani hanno spedito dall'altra parte dell'Oceano i loro migliori inviati per rinforzare il plotone di giornalisti nelle fasi finali della campagna elettorale. A leggere alcuni di loro c'è da rammaricarsi del fatto che ormai dalle nostre parti sia invalsa l'abitudine di concentrare l'attenzione per un paese solo nelle fasi finali di una campagna elettorale. E già che stiamo parlando dell'America, cioè del paese più presente sui nostri media. Altrove succede ancora di peggio. Ma insomma, per tirarci su e per essere una volta tanto orgogliosi dei nostri colleghi, ecco una selezione molto ristretta di articoli che spiegano il mondo di McCain e lo stato di salute di quella che per anni abbiamo chiamato la Right Nation.

Quell'America che vota con la pistola
di Marcello Foa, il Giornale
Ecco i ventenni di Mc Cain: giubbotti da rapper e lacrime
di Marcello Foa, il Giornale
L'eroe frenato dai propri errori
di Massimiliano Gaggi, Corriere della Sera
Zig zag Mc Cain
Christian Rocca, Il Foglio
Repubblicani alla ricerca dell'anima perduta
Christian Rocca, Il Foglio

Americana / 2. Un'ottima campagna elettorale

(fotowalkingclass)

Il giudizio migliore sulla campagna elettorale appena conclusasi negli Stati Uniti lo stanno dando gli elettori, in fila davanti ai seggi elettorali come mai negli ultimi anni. Anzi, le file sono iniziate già da giorni in quegli Stati che consentono il voto anticipato. E anche lì è stato record. E' stata una competizione molto bella, segnata da tanti momenti interessanti, fin dalle primarie dei due partiti che ci hanno consegnato candidati che erano partiti come outsider. Breve e fulminante è stata la corsa di McCain nelle fila repubblicane, lunga e combattuta quella di Obama nel campo democratico, contro una donna tenace come Hillary Clinton che si preparava da anni per questo obiettivo. Personalmente ho seguito la trasferta berlinese di Barack Obama, il suo comizio davanti a una folla che non ha più ritrovato neppure negli happening più frequentati in patria. Un discorso bello, costruito con la consueta abilità oratoria, nel quale mi è sembrato di rintracciare molti di quegli elementi che deluderanno i suoi fan più ideologizzati se dovesse vincere questa sera. Non c'è dubbio che il combinato dell'età e del colore della pelle, la possibilità che alla Casa Bianca per la prima volta giunga un afro-americano e che possa aprire una stagione nuova anche in forza del salto generazionale, ha reso la candidatura di Barack Obama mediaticamente più accattivante. Ma se ci sono molti motivi per celebrare la corsa di Obama, ce ne sono almeno un paio per lodare quella di John McCain. Settantadue anni e birra da vendere. Passione. Coraggio. Determinazione e un pizzico di follia, tipica di questo politico difficilmente inquadrabile nelle briglie strette della disciplina di partito. Francamente non ci sarebbe stato un altro candidato in grado di rimontare la disillusione e la stanchezza che serpeggiavano nel campo repubblicano. Di McCain mi rimarrà sempre impresso il modo determinato e fermo con cui ha stoppato una sua anziana sostenitrice che inveiva contro Obama perché arabo: "No, no way". Fair play di altri tempi. Sì è stata una bella campagna elettorale, che ci ha restituito il piacere di guardare e curiosare in America.

Americana / 1. Come seguiremo il voto

(fotowalkingclass)

Giornata piena, quella che si apre oggi, con lo sguardo fisso dall'altra parte dell'Atlantico. Si vota negli Stati Uniti per il nuovo presidente. Barack Obama o John McCain. I lettori di Walking Class conoscono ormai la filosofia di questo blog: notizie, informazioni, commenti, analisi, reportage, scritte in prima persona o offerte attraverso una selezione di link esterni. Sarà così anche oggi, in una cavalcata che ci porterà in notturna (europea) a seguire i dati che arriveranno dall'America. Niente liveblogging, quelli li potrete seguire sui blog che hanno gli Usa come loro focus. Qui siamo ai confini orientali dell'Impero (ex?), nella Germania riunificata sensibile al forte legame storico con Washington almeno quanto ai venti contraddittori che giungono da Mosca. Seguiremo insieme il voto americano con gli occhi dell'Europa, quella "vecchia" dei tradizionali e oggi un po' riottosi alleati occidentali, e quella "nuova" dei paesi dell'est che nelle stelle e nelle strisce vedono l'ancoraggio a quella democrazia e libertà di cui sono ancora assetati. La seguiremo insieme da qui, da Berlino, in quella che è ormai diventata la capitale strategicamente più importante dell'Europa, a cavallo tra un est e un ovest che sembrano respirare con due polmoni diversi. Una lunga serie di post, ovviamente disordinata, presumibilmente fino a risultato acquisito. Cercando di raccontare la lunga notte americana anche attraverso le emozioni di chi la vive in diretta e di spiegare come e perché il quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti è stato scelto dai suoi elettori.