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martedì, novembre 01, 2011

ILLUSIONE CINESE, TAPPA A VIENNA

L'Europa guarda alla Cina misurando ogni respiro che arriva da Pechino, nella speranza che da Oriente giunga la corda di salvataggio per un'economia e una moneta trascinate giù dal peso dei debiti sovrani. Sono passati in fondo pochi anni e il clima è completamente cambiato: il pericolo giallo si è trasformato in una speranza gialla, gli europei mettono in mostra beni non troppo pregiati come le obbligazioni di Stato con l'auspicio che Pechino voglia farne incetta [... continua su Lettera43].

mercoledì, marzo 30, 2011

Cinesi da laboratorio

Segnatevi questa data: 2013. Potrebbe essere quella dell’ennesimo sorpasso cinese. Questa volta nel campo delle pubblicazioni scientifiche. Secondo uno studio realizzato dalla prestigiosa Royal Society britannica, intitolato Knowledge, Networks and Nations, ci vorranno ancora solo 2 anni prima che la Cina scavalchi gli Stati Uniti nel numero di pubblicazioni prodotte. Unico problema, non di poco conto: la quantità non si sposa ancora con la qualità. Articolo completo su Lettera 43.

martedì, febbraio 01, 2011

Se il caffè diventa oro nero

Tempi duri per gli appassionati di caffè. Secondo le indiscrezioni che ha pubblicato il Financial Times Deutschland, «le piogge abbondanti che hanno colpito nei mesi scorsi l’Asia e parte del Sudamerica hanno pregiudicato buona parte dei raccolti e reso difficili i trasporti del prezioso chicco» [... continua su Lettera 43].

domenica, dicembre 26, 2010

Il nuovo disordine mondiale

Fine d’anno è sempre tempo di bilanci. Se poi la fine coincide con quella di un intero decennio, le analisi si fanno più approfondite e riescono a focalizzare anche i cambiamenti di lungo periodo. I primi 10 anni del Ventunesimo secolo possono essere considerati un vero e proprio momento di svolta mondiale: le novità sono già tutte visibili e destinate ad accelerarsi e completarsi nel futuro prossimo. Quello che ci attende, e che in parte già viviamo, è un mondo diverso da quello che conoscevamo [... continua su Lettera 43].

venerdì, novembre 19, 2010

Quattro ruote alla pechinese

Quattroruote cinesi. Avanzano sui mercati emergenti grazie ai costi inferiori dei prodotti, ma acquistano case automobilistiche occidentali per acquisire know-how e fabbricare auto migliori. Con le quali tentare il salto di qualità. Nel 2008 avevano il 6,2% del mercato mondiale, gli esperti concordano sulla previsione che crescerà di anno in anno. Fino alla sfida del prossimo futuro: l'auto elettrica. E qui si scopre che i cinesi sono già più avanti di noi. Articolo su Lettera43.

mercoledì, dicembre 03, 2008

India: le conseguenze sono ancor più terrificanti

(Delhi, Chadni Chowk, foto Franco Oliva)

di Rasheeda Bhagat
Even as we, the citizens of India, resolve never to forget the bloody and petrifying 59-hour siege on Mumbai and take a pledge to compel those responsible for our security — not only politicians but also our intelligence agencies and others who have been lax in guarding our borders, such as the Coast Guard, and probably even the Indian Navy — what is going to be much more important is our response to the post-Mumbai events. In the anger, all of it justified, and the jingoism, not all justified because clearly diverse agendas are being pushed here, that follows the Mumbai carnage, one wrong step can end up doing much more harm than good [... continua su The Indu Business Line].

venerdì, novembre 28, 2008

La ricchezza nel mirino

(Delhi Chadni Chowk, foto Franco Oliva)

di Federico Rampini
L'India ancestrale delle faide religiose ha colpito selvaggiamente la sua figlia più splendida: Mumbai, la città-simbolo di una modernizzazione ammirata nel mondo. Un odio secolare si avvinghia alla più grande democrazia della storia e strangola la sua capitale economico-finanziaria. Il terrore aveva già insanguinato Mumbai due anni fa - 180 morti - ma fu una "strage povera", di pendolari, non colpì i pilastri del miracolo economico. Stavolta li hanno centrati tutti. A cominciare dai due hotel Taj Mahal e Oberoi perennemente affollati da delegazioni confindustriali e bancarie, tappe obbligate per il Gotha del capitalismo planetario e per i turisti occidentali [... continua su la Repubblica].

Il mito dell'Hotel Taj Mahal

(Delhi, Chadni Chowk, foto Franco Oliva)

di Stefano Malatesta
Ricordo di un pomeriggio a Bombay (allora si chiamava ancora così), davanti a quello che era una volta l'imbarcadero della P.&O., Peninsular and Oriental Lines, quella che prendeva sempre Somerset Maugham quando andava nell'estremo Oriente a rovistare tra i panni sporchi dei coloniali inglesi. La pioggia portata dal monsone era finalmente arrivata, spazzando le strade con raffiche furiose, attesa dagli arabi che alloggiavano al Taj Mahal, come i cattolici attendevano che lo Spirito Santo calasse sulla loro testa, et maneat semper. Erano funzionari di ditte petrolifere del golfo o impiegati nelle banche di Abu Dhabi che trascorrevano le loro vacanze passeggiando sotto quell'acqua tiepida davanti al monumento chiamato Gateway of India con espressione di assoluta beatitudine [... continua su la Repubblica]. 

Voci dall'India ferita: Rasheeda Bhagat

(Delhi, Chadni Chowk, foto Franco Oliva)

When one of the terrorists holed up in the Oberoi hotel demanded while talking to a television channel “Release all the Mujahideens, and Muslims living in India should not be troubled,” he was certainly not speaking for me. Or millions and millions of Indian Muslims either. Yes, Indian Muslims today face a plethora of problems. Problems related to an economic downturn that impacts their jobs, if already employed, or makes more bleak the prospects of the unemployed hunting for jobs [... continua su The Hindu Business Line].

giovedì, novembre 27, 2008

Conseguenze geopolitiche dell'attacco in India

(Cartina da Limes online)
A massive and well-organized attack by militants in Mumbai, India, has left nearly 100 people dead so far, promises to cut deeply into India’s foreign investment prospects and threatens to rock India’s government. As India responds to the attack, its relationship with Pakistan will be front and center, and the potential for a destabilization of relations between the two geopolitical rivals is high. L'analisi su Stratfor.

Su Flickr, l'album di Vinu: la notte degli attentati a Mumbai.
Da Mash Get la timeline video degli attacchi.

venerdì, ottobre 24, 2008

La crisi ora investe le economie emergenti

Ci sarà una terza fase della crisi, e da dove verrà? La prima ondata ha sconquassato il settore bancario innescando la precipitosa escalation di salvataggi pubblici. La seconda è la recessione che deprime l’economia reale. Il terzo capitolo potrebbe aprirsi all’insegna del rischio-paese. E stavolta gli anelli deboli del sistema sono le nazioni emergenti, l’ultimo motore ancora acceso della crescita globale... [Federico Rampini continua su Repubblica].

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Asien gleitet in die Krise. Dies aber ist keine Krise der Banken, denn die Finanzinstitute waren nicht weit genug globalisiert, um das ganz große Rad zu drehen. Es ist die heraufziehende Rezession im Westen, die die Exportnationen der Region mit voller Härte trifft. Bislang hat es Asien nicht geschafft, den heimischen Konsum soweit anzukurbeln, dass er einen Nachfrageeinbruch aus dem Ausland auffangen könnte. Nun aber sei das Weihnachtsgeschäft um mehr als 30 Prozent eingebrochen, berichten Logistiker in China. Im Westen wird unter dem Weihnachtsbaum gespart, und die Hersteller von Turnschuhen, Spielzeug und Computern in China und Indien bekommen dies zu spüren... [H. Mußler, C. Hein, C. Moses, S. Thielbeer und R. Hermann continuano sulla Faz].

martedì, agosto 12, 2008

La Cina di Stenio Solinas

Tra i giornalisti e scrittori calati in Cina per raccontare il nuovo mondo al tempo delle Olimpiadi c'è Stenio Solinas, autore di preziosi e densi libri di viaggio e inviato di lungo corso del Giornale. Mai banali i suoi reportage e sempre originale il suo punto di vista. Qui la modernizzazione cinese vista dal laboratorio di un sarto.

lunedì, agosto 11, 2008

Le Olimpiadi di Zoro

Zoro Tze Tung, l'inviato ombra nella Cina delle Olimpiadi, alle prese con colazioni di soja, giornate lattiginose, atleti stressati e il ricordo sbiadito del comunismo che fu, che non c'è più, nella Cina del fu Mao Tze Tung. Tra una medaglia e l'altra, il modo migliore (e tutto internettiano) di leggere in diretta una scanzonata cronaca di costume e (forse) sport. Molto meglio del superficiale Beppe Severgnini e del cupo Gianni Mura.

domenica, agosto 10, 2008

Le olimpiadi del secolo asiatico

I giochi olimpici più criticati e più attesi degli ultimi decenni hanno preso il via a Pechino con una cerimonia spettacolare. Un mese fa questo articolo di presentazione che oggi ripubblico su Walking Class.

Fra un mese si parte. E allora le prove generali si fanno più frenetiche. E’ il momento degli spettatori, tutti in pista a provare le nuove tecniche di incitamento. Ad agitare quei salcicciotti di gomma gialli che fanno tanto finale del Superbowl americano. Su e giù, a destra e a sinistra e ora “clap!”, sbatteteli l’uno contro l’altro, veloci, veloci che il tempo stringe. Come soldatini ansiosi di essere addestrati, gli spettatori se la ridono come matti. Non c’è aria da caserma, semmai da gita scolastica, tanta goliardia e un po’ di curiosità per questo esercizio da imparare per il bene dello Stato. E però ci si diverte.

Pechino, Cina, luglio 2008. Fra un mese si parte. E un sondaggio ha rivelato che un pechinese su cinque non conosce le regole ufficiali di incitamento. Sì, perché gli organizzatori non desiderano che ognuno faccia come gli pare: ci vuole ordine. Ordine e disciplina. E allora bisogna far presto, mandare a memoria i concetti tutti nuovi dello show business e agitare i salcicciotti di gomma, applaudire a ritmo, far sentire l’entusiasmo: le olimpiadi cinesi saranno un successo.
I corsi per il perfetto incitamento sono stati pensati dal partito. E se c’era qualcosa che poteva riportare alla mente lo spettro di una società dove tutto è controllato e diretto, anche l’incitamento e la felicità, è proprio questo tentativo di maldestra applicazione delle tecniche occidentali di spettacolo alla nuova società asiatica. Ma è solo una parte degli ingredienti. Alla cerimonia di apertura non mancheranno le magie tipiche dell’iconografia asiatica, i grandi draghi di cartapesta che sfileranno sotto le trecce di acciaio incrociate del nuovo stadio olimpico di Pechino. Le abbiamo già viste all’opera nell’inaugurazione delle olimpiadi di Seul e poi ancora dei mondiali di calcio di Giappone e Corea. Coreografie da mozzare il fiato. Ma la Cina pensa di essere cambiata e il suo terrificante miscuglio di Asia e America sarà inevitabilmente la carta da visita di questa manifestazione. Dagli Usa sono arrivate anche seicento ragazze “pon pon”, gioia e delizia dei sogni erotici dei ragazzini americani degli anni Settanta: faranno lezione pure loro, nella speranza di rinverdire un mito yankee in terra asiatica.

Gli aspetti spettacolari non sono le sole preoccupazioni di queste ansiose settimane di vigilia. Non poteva mancare anche l’allarme terrorismo. Minaccia vera e minaccia ingigantita, buona a trasformare per un mese (e chissà poi dopo) il grande campo olimpico in una specie di Alcatraz inespugnabile. E così, attorno all’ardita struttura futuristica dello stadio, sono state piazzate batterie missilistiche anti-aeree. Dovrebbero fungere da deterrente per eventuali attacchi dal cielo. Per il momento fanno coppia con una serie infinita di misure di sicurezza estese a tutto il paese, dal divieto di manifestazioni di massa a quello di assembramenti, che con il terrorismo non hanno nulla a che fare. E che prefigurano una sorta di “stato di guerra” con il quale si proverà a evitare che la tribuna olimpica diventi una passerella per esprimere il dissenso. L’ambiguità con cui il partito ha giustificato queste misure interne stanno tutte nella direttiva inviata alle prefetture peroferiche: “Le Olimpiadi di Pechino si avvicinano. Proteggere l’armonia sociale e la stabilità, assicurare che i Giochi si svolgano ordinatamente e nella sicurezza, è una dura battaglia che ogni settore dello Stato deve vincere a ogni livello”.

Hai voglia a togliere il faccione di Mao Tse-Tung, riscoperto negli ultimi decenni con il più esotico nome di Mao Zedong, dai bigliettoni di yuan e rimpiazzarlo con la silouette del nuovo stadio. Sarà difficile anche al più sprovveduto spettatore televisivo della più remota provincia europea o americana credere alla bontà del nuovo corso cinese, a questa mescolanza di comunismo politico, capitalismo economico e autoritarismo sociale. Questo miracolo, che suscita tanta meraviglia e tanta inquietudine. Proteggere l’armonia sociale. Istruire la felicità, magari insegnando a muovere i salcicciotti gialli come si deve. Tutto troppo scoperto, e banale. La storia ci ha insegnato che la felicità non si impara: con quei metodi quello che si impara è ad essere schiavi.

Le olimpiadi più attese e contestate stanno dunque arrivando. C’è la curiosità di guardare dentro il complesso caleidoscopio cinese, le mille facce di una modernità che a volte ci affascina e altre ci atterrisce. Urbanizzazione sfrenata e campagne desolate, ricchezza e povertà, crescita economica a due cifre e diritti civili negati, competizione e clientelismo, merito e repressione. Guardare lì dentro è un po’ come fare un viaggio nel futuro, forse anche il nostro. La Cina ha scelto una via originale per abbandonare la miseria del comunismo: ha gettato via il cuore e s’è tenuta lo scheletro. Certo, era un cuore di pietra, nessuno più lo irrorava di quel romantico e imbecille conformismo che negli anni Settanta faceva sfilare per le strade d’Europa e d’America milioni di studenti con le gigantografie di Mao (allora ancora Tse-Tung) e i più improbabili slogan di regime rubati da quella sorta di scrigno di baci perugina che era il libretto rosso. Eppure nella cittadella del potere pechinese hanno avuto le idee chiare. Il nuovo corso ha avuto il marchio di Deng Xiaoping. Il partito ha deciso, gestito e guidato l’apertura al capitalismo, diffidando dei modelli di transizione dell’Europa centro-orientale, aborrendo il caos scatenatosi con la dismissione dell’Unione Sovietica e imboccando un percorso lungo il quale, per tanti anni, i commentatori occidentali e i sinologhi di tutte le scuole hanno misurato la capacità di tenuta della transizione cinese. Di fronte a questa bolla politologica, si sono divisi fra chi ne prevedeva la rapida esplosione per le inevitabili tensioni tra libertà di mercato e diritti civili negati e chi ne lodava la solidità rispetto alla disgregazione centrifuga subita dall’impero sovietico. Ma tutti hanno cominciato a immaginare come sarebbe cambiato il mondo se i tassi di crescita già allora straordinari fossero rimasti così alti.

Ora che i giochi olimpici stanno per iniziare, essi appaiono la certificazione del raggiunto status di grande potenza. Nessuno più si chiede se la Cina ce la farà, ma addirittura in che anno supererà gli Stati Uniti. Uno studio scientifico degli economisti di PricewaterhouseCoopers, che applica allo sport una serie infinita e incomprensibile di variabili statistiche, prevede che, almeno dal punto di vista sportivo, il sorpasso avverrà proprio a Pechino e che i padroni di casa sfrutteranno il fattore campo per collezionare il maggior numero di medaglie: sarebbe un enorme impatto psicologico.
Ancora ricordiamo gli studi dei primi anni Ottanta, più inclini alla futurologia che alla sociologia: il Ventunesimo sarà il secolo asiatico, il Pacifico soppianterà l’Atlantico, gli Usa dimenticheranno l’Europa e pencoleranno verso ovest. Ci siamo arrivati. E se “La fine della storia” di Francis Fukujama ha illuso tutti sulle magnifiche sorti e progressive dell’umanità post-Ottantanove, e “Lo scontro delle civiltà” di Samuel Huntington ha segnato intellettualmente il turbolento passaggio tra due secoli, “Il mondo post-americano” di Fareed Zakaria sarà la pietra miliare dei nuovi tempi. Un mondo che chiude la parentesi della stagione unipolare e si apre al multipolarismo, ai nuovi giganti non più emergenti dell’Asia, alla Russia restaurata dalle risorse energetiche e dalla cura autoritaria di Putin, ai tanti piccoli ma vitali principati arabi del petrolio. All’America naturalmente, che non crollerà come l’impero romano. Resta un’incognita: sarà della partita anche l’Europa?

L’Europa di fronte alle Olimpiadi cinesi stenta a trovare una posizione comune. Ormai sembra una maledizione inevitabile: ognuno va per fatti suoi. A cominciare dalla presenza o meno dei vari capi di Stato e di governo alla cerimonia inaugurale. C’è il sì fresco fresco di Sarkozy che prima aveva detto no. C’è l’ambiguità della Merkel che non andrà ma solo perché non aveva mai pensato di andarci. C’è l’originalità british di Gordon Brown che non è interessato all’apertura ma, chissà perché, non mancherà alla chiusura. E poi c’è lo spirito olimpico di Berlusconi che ci sarà perché lo sport affratella. Intanto alla Cina interessa più l’America, e Pechino si è messa già l’anima in pace perché Bush ha assicurato che ci sarà. E probabilmente questa presenza si tirerà appresso quella di tutti gli indecisi europei, con buona pace degli ultimi “signor Tentenna”.

D’altronde la voglia di esserci dei leader europei è tanta, pari almeno alla sofferenza di gran parte delle loro opinioni pubbliche che sull’argomento Cina oscillano tra sensazioni diverse ma tutte generalmente negative: la soppressione dei diritti civili, la repressione dei monaci tibetani, il ricordo del massacro di Tienanmen, l’eroe solitario contro la fila dei carri armati, l’invasione migratoria verso occidente, la concorrenza (in genere sleale) commerciale, il social dumping, il pericolo giallo declinato in tutte le versioni possibili. Gli italiani, in particolare, sono convinti che la Cina e i cinesi siano la causa dei loro mali e la questione è stata anche al centro delle campagne elettorali. Ma i loro capitani d’industria (almeno quelli che son rimasti) sono convinti che sia un’illusione alzare muri protezionistici e che la partita si giochi lì, in Cina, andando a stringere accordi e a fare affari prima che sia troppo tardi.

E’ probabile che non abbiano torto. Ancora una volta l’Europa si muove al suono delle singole fanfare nazionali e c’è chi è arrivato nel nuovo Eldorado prima di noi. I tedeschi, ad esempio, sull’onda della spregiudicatezza del cancelliere Schröder e della solidità del loro sistema paese. Nel decennio passato la Germania si è costruita in Cina una base privilegiata per gli scambi commerciali e oggi sfrutta questa sua visione lungimirante: l’export tedesco spera in futuro di recuperare a est quello che perderà a ovest, di bilanciare la caduta dei consumi americani con l’esplosione di quelli cinesi. Ecco perché sull’atteggiamento verso la Cina il realismo del ministro degli Esteri Steinmeier si scontra di continuo con l’idealismo della sua cancelliera. Noi, invece, abbiamo dimenticato la lezione di Marco Polo e oggi giochiamo in difesa, cercando consolazione nelle pieghe del risentimento.

Poi c’è anche il resto, che mai come in questa olimpiade sembra contare poco. Le gare. L’agonismo sportivo. La magia dei giochi. L’atmosfera delle squadre. Il sudore degli atleti. Le loro emozioni, il cuore che batte all’impazzata prima del via, poi la corsa verso un traguardo, un’asticella sospesa, il bordo di una piscina, una porta avversaria. E le medaglie. E gli inni, con i campioni sorridenti sul podio. Magari la protesta coraggiosa di qualche atleta, un gesto di dissenso in pista o una dichiarazione sgradita in conferenza stampa. In fondo noi telespettatori comuni ci appassioneremo a questo, sempre che lo smog asfissiante – prodotto dell’ennesima contraddizione di una crescita economica e urbanistica impetuosa e sregolata – non ci impedisca la visuale.
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Sullo stesso argomento l'editoriale di Andrea Romano sulla Stampa pubblicato il giorno dopo l'inaugurazione dei giochi olimpici di Pechino. Su recenti esternazioni di politici italiani (Gasparri e Meloni) l'articolo di Mauro Gilli su Epistemes.

giovedì, luglio 17, 2008

La quadratura del cerchio

O almeno dell'anguria. Vanno di gran moda in Asia e ne avremo un abbondante assaggio durante le olimpiadi cinesi. Ora pare che la moda si stia diffondendo anche in occidente. Resta da capire, a parte la curiosità estetica, dove sia la praticità. Forse nel trasporto ma probabilmente meno nel taglio.

venerdì, maggio 09, 2008

Lonely Planet

Il Dalai Lama tornerà a Berlino. Ma questa volta non lo incontra nessuno. Non sarà pure un po' colpa sua?

lunedì, aprile 07, 2008

L'hanno spenta

13 h 01, la flamme éteinte et évacuée - Les forces de l'ordre escortant la flamme olympique décident de l'éteindre en raison du nombre important de manifestants, et de l'évacuer vers un endroit inconnu à bord d'un bus. L'incident a eu lieu au bord de la Seine.

AGGIORNAMENTI IN TEMPO REALE: Le Figaro, la Repubblica.

domenica, aprile 06, 2008

Spegnete quella fiaccola

Resto contrario al boicottaggio dei giochi mentre mi pare straordinariamente mediatica l'idea di boicottare la cerimonia inaugurale, che ha sempre una valenza politica. Inoltre, appoggio tutte le proteste non violente, possibili e immaginabili, che contrassegneranno il passaggio della fiaccola olimpica nel mondo. Oggi è accaduto in una Londra, sotto la neve di aprile: spegnete quella fiaccola.