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giovedì, aprile 05, 2012

GÜNTER GRASS NELL'OCCHIO DEL CICLONE

Putiferio doveva essere e putiferio è stato. Le accuse a Israele nel confronto con l'Iran, lanciate dal premio Nobel tedesco Günter Grass e contenute nella poesia Quello che deve essere detto pubblicata contemporaneamente da alcuni quotidiani europei il 4 aprile, hanno occupato l'intero spazio mediatico tedesco. Dalla stampa agli intellettuali, dai politici alle cancellerie straniere, nessuno si è sottratto al commento o al giudizio. Nessuno, tranne Angela Merkel [... continua su Lettera 43].

sabato, novembre 20, 2010

Il processo di Norimberga diventa un museo

Nel palazzone che ospitò il tribunale internazionale dal primo settembre 1945 al primo ottobre 1946, nascerà un museo, il Memorium Nürnberger Prozesse. Supporti multimediali e percorsi tematici illustreranno e spigheranno ai visitatori una delle pagine più controverse del '900: il processo di Norimberga. Stato e Land e Comune hanno investito nel progetto 4,2 milioni di euro. Articolo su Lettera43.

venerdì, maggio 28, 2010

Michael Palin, il comico che si fece geografo

Molti lo ricorderanno a braccetto con Terry Jones, Graham Chapman, John Cleese, Eric Idle e Terry Gilliam ai tempi degli indimenticabili Monty Python o, in anni più vicini, con il pesce in bocca in una delle scene più esilaranti del film Un pesce di nome Wanda. Ma Michael Palin, oggi brizzolato sessantaseienne dalla faccia di eterno ragazzo scavezzacollo, i panni dell’attore comico li ha dismessi da un pezzo. E dal giugno dello scorso anno siede, si fa per dire giacché è sempre in viaggio, sulla poltrona della Royal Geographical Society, la prestigiosa società scientifica britannica fondata a Londra centottanta anni fa, con il patrocinio di re Guglielmo IV e con lo scopo di promuovere l’avanzamento della ricerca geografica.

Un comico al vertice di un’istituzione fondata, fra gli altri, da Sir John Barrow, viaggiatore e consigliere politico esperto di affari coloniali, Sir John Franklin, esploratore perito nella leggendaria spedizione alla ricerca del passaggio a Nordovest e Francis Beaufort, ammiraglio, cartografo e inventore della scala di misurazione dei venti utilizzata per decenni dai meteorologi di tutto il mondo! Un evento che poteva accadere solo in Gran Bretagna, patria dello humor. E invece è una cosa seria.

Anche perché Michael Palin da molto tempo ha portato il suo buonumore in giro per il mondo, trasformandosi da star della risata in star della Bbc. Per la televisione pubblica inglese ha realizzato una serie di documentari che sono diventati leggenda, riprodotti in cofanetti di Dvd collezionati da appassionati del genere, spezzettati in stralci che inondano le praterie internettiane di You Tube e, da ultimo, trasformati in libri di viaggio divenuti best seller in tutta Europa. Non ancora in Italia, ma forse, prima o poi, qualche casa editrice ci penserà.

Che sia toccato a lui presiedere la società cui la regina Vittoria assegnò nel 1845 l’aggettivo reale è un segno dei tempi. A chi gli chiede se non si tratti dell’ennesimo sintomo dello snobismo britannico, Palin risponde onestamente: «In realtà volevano qualcuno che avesse una certa visibilità mediatica e che potesse avvicinare le giovani generazioni ai piaceri della geografia e dei viaggi». Non sono più i tempi di Charles Darwin o David Livingstone, di Robert Falcon Scott o Ernest Shackleton o Henry Morton Stanley, per citare solo alcuni degli scienziati ed esploratori cui la Royal Geographical Society ha fornito nei secoli supporti finanziari e logistici per intraprendere avventure che hanno contribuito a segnare la storia delle esplorazioni, definire i contorni esatti della cartografia, espandere il potere dell’impero britannico oltre gli stretti confini dell’isola d’Oltremanica.

E anche qui c’è un paradosso, uno dei tanti di questa storia. Negli anni Settanta la truppa dei Monty Python aveva fatto dell’impero e dei suoi esploratori i bersagli satirici di molti sketch comici, ironizzando sulle loro scoperte e sulle velleità imperialistiche che il mito britannico si trascinava stancamente ancora nella seconda metà del Novecento, come le antiche collezioni di servizi di porcellana per il tè delle cinque nei salotti dei Lord. «Allora era abitudine mettere tutto in discussione», risponde adesso Palin «ma io credo che i tempi siano profondamente cambiati e oggi lo scopo della società geografica non è quello di finanziare scoperte per preservare l’impero, semmai di indagare e diffondere nelle giovani generazioni la consapevolezza delle sfide future che attendono il nostro pianeta: cambiamenti climatici, pandemie, sviluppo demografico». Nella sede della Royal Geographical Society, un aristocratico complesso in mattoni rossi con guglie, abbaini e camini sempre in mattoni costruito nel 1875 sotto la supervisione dell’architetto Richard Norman Shaw nell’elegante quartiere di Kensington, si susseguono mostre, letture, conferenze e un grande salone è dedicato alle visite degli studenti, ogni giorno – weekend esclusi – dalle 10 alle 17. Corsi e seminari vengono tenuti dagli scienziati membri e numerose sono le pubblicazioni di settore, scientifiche o divulgative, i policy briefing destinati al mondo politico e ai media, le riviste tra cui l’Annual Review, una summa (scaricabile anche online) che annualmente riporta le attività svolte e i programmi per il futuro. I membri effettivi sono circa 15 mila e, dal 1978, Michael Palin è uno di loro.

Da allora ha cominciato a viaggiare, senza più fermarsi. L’esordio è avvenuto con uno dei sogni di ogni avventuriero: ripercorrere con mezzi moderni il viaggio attorno al mondo in ottanta giorni, lungo il filo d’Arianna dispiegato da Julius Verne per Phileas Fogg e il suo maggiordomo Passepartout, dal Reform Club Pall Mall di Londra attraverso Europa, Asia e America per incassare una scommessa di venticinquemila sterline. Un percorso leggermente modificato seguendo le nuove rotte di navigazione (ad esempio, in Italia, Palin non arriva giù sino a Brindisi per salire sulla leggendaria Valigia delle Indie, che non c’è più, ma s’imbarca meno romanticamente a Venezia per raggiungere velocemente Atene attraverso il Canale di Corinto), ma il viaggio fu un successo e Palin pensò di riprovarci proponendo una serie di servizi geografici dal Brasile. La Bbc però amava le avventure on the road, sempre in movimento. Poteva finire tutto lì e invece arrivò la controproposta, di quelle indecenti, che non si possono rifiutare: dopo le orme di Phileas Fogg, Michael Palin avrebbe dovuto seguire quelle di Roal Amudsen, scaraventarsi al Polo Nord e da lì raggiungere il Polo Sud, attraversando l’Europa e l’Africa, due continenti, due emisferi e sedici nazioni. Ne è nato un sodalizio duraturo, che ha portato l’ex comico in Sahara, sull’Himalaya, in circolo attorno al Pacifico, sulle orme di Hemingway e, infine, nei paesi dell’Europa centro-orientale.

Qualche tempo fa, Palin è finito sulle pagine culturali del quotidiano Tagesspiegel a raccontare le esperienze di un viaggiatore dei tempi moderni. «Sono stato attratto fin dall’infanzia dai paesi stranieri e dai loro misteri», ha detto l’ex comico «ma oggi capita poche volte di sentirsi davvero soli da qualche parte. Sono sempre in giro con cameramen, tecnici del suono e regista e anche dalla vetta più isolata del Tibet posso telefonare con il satellitare a mia moglie seduta nel tinello di casa». Le avventure non sono tuttavia mancate. La carne di cammello mangiata nel deserto del Sahara, con conseguente dissenteria che ha reso tragicomica – quasi un episodio da Monty Python – l’intervista il giorno successivo al comandante di un campo profughi della zona, interrotta ogni tre minuti per scappare alla toilette. La fuga in Sudan a gambe levate di fronte a un gruppo di indigeni non proprio benintenzionati verso le telecamere. Il volo sulla tundra siberiana con un elicottero sovietico che cigolava a ogni giro di pala. E qualcosa del viaggiatore d’altri tempi gli è rimasto: «Non amo gli aeroporti», confessa «mi rendono nervoso il caos delle carte d’imbarco, i controlli di sicurezza, le lunghe attese negli aeroporti tutti uguali, dove ci si sente sperduti. Molto meglio una stazione ferroviaria, che ha poi il vantaggio di trovarsi sempre nel centro delle città. Viaggio più volentieri in treno e potrei trascorrere ore nel caffè di una stazione».

Da presidente della real società geografica e autore di vendutissimi libri di viaggio gli è quasi impossibile evitare il confronto con i grandi nomadi della letteratura inglese. Bruce Chatwin in particolare, che andava per le vie del mondo alla ricerca di se stesso. Ci vuole molta autoironia e molta umiltà per non cadere in trappola: «Temo che la mia motivazione non sia così profonda», ammette «io semplicemente mi diverto a conoscere il mondo e poi faccio del mio meglio per documentare le esperienze che vivo». Tempi diversi, tempi di tv e Internet, il nomadismo contemporaneo è di sicuro più comodo e meno romantico, più elettronico e meno fantasioso, ma non è una buona scusa per smettere di cercare il senso della vita.

mercoledì, marzo 31, 2010

Gli ultimi giorni di Bruto a Berlino

Il Bruto del Campidoglio nell'Altes Museum di Berlino (fotowalkingclass)

Fa un certo effetto incrociare lo sguardo pacato e dubbioso di Lucio Giunio Bruto piazzato nel mezzo della sala dell’Altes Museum di Berlino. Sembra quasi spaesato, un po’ a disagio a interpretare il ruolo della star nella nuova mostra di arte antica romana che si è inaugurata a fine febbraio e resterà aperta fino al 2 di maggio nel prestigioso museo berlinese. Lui, poco abituato a spostarsi da Roma, resterà solo per pochi giorni ancora ma a Michael Eissenhauer, direttore dei musei statali di Berlino va bene così: «È stato un grande onore avere in prestito questa opera da Roma, ringrazio la città e la dirigenza dei Musei capitolini e posso dire di essere orgoglioso del fatto che la statua di bronzo abbia scelto proprio noi per la sua prima trasferta volontaria».

Il busto si è spostato da Roma un’altra sola volta. In direzione Parigi e agli ordini di Napoleone, che lo aveva richiesto e ottenuto (assieme ad altre cento opere d’arte) con il trattato di Tolentino strappato a Pio VI nel 1797, con il quale il pontefice dovette cedere anche Avignone e le terre limitrofe. Rientrò nell’Urbe nel 1815, dopo la sconfitta napoleonica e da lì non si è mosso più. Sino a oggi.«C’è anche un’altra prima volta in questa mostra», aggiunge Claudio Parisi Presicce, dirigente dei Musei archeologici e d’arte antica del comune di Roma, «ed è il confronto diretto con un altro pezzo dell’allestimento: il primo disegno del busto di Bruto, contenuto nel libro dei disegni del pittore olandese Maarten van Heemskerck, elaborati fra il 1932 e il 1937, posseduto dai musei statali di Berlino». Una testimonianza della grande importanza che il bronzo romano assunse nella storia artistica europea a partire dal Rinascimento.

Lucio Giunio Bruto non va confuso con Marco Giunio Bruto, l’assassino di Cesare. Lucio visse nel tardo sesto secolo e la storiografia romana gli attribuisce un ruolo di primo piano nelle vicende del suo tempo: scacciò i re etruschi e istaurò la repubblica romana. Per questo sua vocazione “rivoluzionaria”, il busto di bronzo divenne un punto di riferimento anche nel mondo artistico francese negli anni della rivoluzione. Il pittore Jacques-Luis David, che passò alcuni anni a Roma usufruendo di uno stipendio per artisti, utilizzò in un suo quadro il volto del Bruto del Campidoglio come simbolo di libertà e di repubblicanesimo e per giustificare a fini propagandistici l’esecuzione di Luigi XVI. Nella rivoluzione francese, la riproposizione del Bruto romano rappresenta la radicalizzazione degli eventi. Il successivo interesse di Napoleone è invece esclusivamente legato al valore artistico dell’opera: resterà semplicemente un prezioso pezzo da museo piazzato nelle stanze del Louvre.

La mostra berlinese si arricchisce anche di una serie notevole di monete dell’epoca romana. La questione ha un rilevante valore storico, dal momento che proprio la numismatica ha aiutato gli archeologi nell’attribuzione dei nomi a molte statue romane e greche rinvenute nel corso degli anni. Anche il Bruto ha subito la stessa sorte. «Grazie ai progressi della scienza numismatica», riprende Presicce «abbiamo potuto confrontare la fisionomia del bronzo con le monete che lo raffiguravano, riscontrando alcune differenze. Il naso, soprattutto, adunco quello del bronzo, molto più affilato nei volti di Lucio Giunio Bruto impressi sulle monete. Oggi siamo certi che quel volto sia un ritratto di fantasia e raffiguri in realtà un ignoto cittadino romano della repubblica. Potrebbe anche essere un cittadino illustre, ci sono molte somiglianze con Augusto e potrebbe trattarsi di un suo parente».

La mostra rinsalda i rapporti culturali fra Italia e Germania, in una fase caratterizzata dal dibattito sulla cosiddetta «estraneazione strisciante», schleichende Entfremdung in tedesco, sollevata un paio di anni fa dallo storico ed esperto di relazioni italo-tedesche Gian Enrico Rusconi, il quale sostiene che proprio sul piano culturale i due paesi stiano vivendo un periodo di reciproca indifferenza dopo decenni di stretta collaborazione. Ma il lavoro comune tra musei capitolini e musei statali di Berlino sembra contraddire, almeno su questo piano, la tesi di Rusconi: «Nel 2002 gli allora presidenti della Repubblica Ciampi e Rahu si accordarono per ripetuti scambi tra i musei italiani e tedeschi», ricorda Eissenhauer, «e da quel momento la collaborazione si è intensificata».

Nella sala dell’Altes Museum il Bruto romano viene guardato a vista da un altro busto posseduto dal museo berlinesi, il famoso Cesare verde, opera scultorea realizzata tra il primo secolo avanti Cristo e il primo secolo dopo Cristo, raffigurante l’imperatore romano in maniera piuttosto realistica, prima che l’idealizzazione del personaggio ne alterasse, abbellendoli, lineamenti e forme. Un confronto diretto utile ad approfondire l’idea romana del ritratto. «D’altronde la storia romana è la base fondamentale per comprendere lo sviluppo dell’intera storia europea», conclude Andreas Scholl, direttore della collezione dell’Antikensammlung di Berlino «e la mostra in corso è una grande occasione per rituffarsi nel passato e leggere meglio il presente».

Il Bruto del Campidoglio (Der Brutus vom Kapitol), Altes Museum, Museumsinsel, Berlino, fino al 2 maggio 2010, dal lunedì alla domenica ore 10-18, il giovedì fino alle 22.

venerdì, ottobre 24, 2008

Un fantasma si aggira per la Fiera: l'e-book

Nei saloni d’ingresso, le fotografie in bianco e nero delle edizioni passate raccontano la lunga storia della Fiera del Libro di Francoforte. Un evento che ha accompagnato con puntualità lo sviluppo del paese: dalla rinascita del dopoguerra al miracolo economico, dalle ribellioni degli anni Sessanta alle tensioni degli anni Settanta, dalla nascita della società dello spettacolo alla rivoluzione tecnologica, passando per guerre fredde e muri caduti, separazioni e riunificazioni, temperie culturali e movimenti sociali. Sono trascorsi sessanta anni dalla prima volta: un anniversario importante che in questi giorni coincide con la rappresentazione della grande crisi che si svolge a pochi passi dal grattacielo in vetro e acciaio che ospita la Buchmesse. Per l’esattezza in altri grattacieli costruiti alla stessa maniera, dove va in scena la partita drammatica della finanza globale.

Francoforte è la prima piazza finanziaria della Germania e una delle principali del mondo. E’ sede di importanti banche e istituti di credito tedeschi, da qui l’Europa governa la sua economia attraverso le mosse della Banca centrale europea. Inevitabile che l’attenzione si divida fra gli eventi della più grande mostra libraria del mondo e le preoccupazioni per le sorti finanziarie del globo. Tanto più che le cattive notizie che rimbalzano dalla borsa francofortese si ripercuotono come un’onda angosciosa anche negli androni foderati di libri. Non vale molto la contrapposizione un po’ idealistica fra il vile denaro e la sublime cultura. Pensiero contro profitto, riflessione contro speculazione. Le preoccupazioni che si raccolgono all’interno degli stand degli editori sono piuttosto pratiche e materiali. Quanto inciderà sull’economia reale il crollo dei mercati finanziari? Quanta difficoltà incontreranno le aziende editoriali nell’accedere ai crediti bancari? E le librerie, specie le medie e le piccole, potranno reggere l’impatto di un’economia in recessione?

Tanto più che la Fiera di Francoforte si distingue da molte altre fiere del settore per una sua stretta vocazione agli affari. Se nella vicina sede della borsa si fanno affari scambiando azioni, in questa sorta di borsa della cultura si fanno affari scambiando diritti d’autore. Il cronista rischia di smarrirsi vagando fra i banchi delle case editrici di tutto il mondo: qui i libri si vendono solo l'ultima domenica, rigorosamente dalle 9 alle 18, come indicano i cartelli sui banconi. E infatti per ora di libri ce ne sono pochi, e occhieggiano dagli scaffali come fossero oggetti di arredamento per foto di case d’autore. Prevalgono i cataloghi, i depliant, le schede informative sui libri che usciranno: roba da settore vendite più che da lettori.

Certo, ci sono gli eventi, le presentazioni dei libri, le conferenze e i dibattiti con gli autori dei libri e gli intellettuali che contano. Ma in genere la ciccia di Francoforte si trova dietro le quinte, dove i manager più che gli intellettuali si contendono i titoli dei bestseller o quelli degli scrittori emergenti. Dove gli squali dell’editoria vanno a caccia dei talenti sconosciuti, pesci grandi che circuiscono pesci più piccoli, pronti ad acquistare diritti e a strappare contratti alle condizioni più vantaggiose possibili.

Quest’anno al timore per le sorti finanziarie, se ne aggiunge un altro, sottile, che ha direttamente a che fare con il settore editoriale. Parafrasando l’incipit di un’edizione che ebbe un certo successo un secolo e mezzo fa, si può dire che un fantasma si aggiri per le sale della Fiera. Ed è quello del libro elettronico. Sono anni, forse decenni, che l’industria dei chip annuncia la morte del libro di carta, e sono anni e sicuramente decenni che si susseguono uno dopo l’altro i flop dei cosiddetti supporti elettronici. Ma questa volta parrebbe che la minaccia sia seria. I “supporti” hanno trovato un nome suadente – e-book – e soprattutto una qualità e una versatilità che prima non avevano. Sfruttano l’onda lunga di Internet che sta creando lo stesso scompiglio nel settore dei giornali di carta stampata. Puntano al mercato ormai maturo della generazione nata coi computer e cresciuta con i videogames, per la quale la tv è già roba vecchia, figuriamoci la stampa. Se tutto il mondo è racchiuso nei pochi pollici di uno schermo e nei pochi giga di un hard disk (perfino le amicizie, come testimonia il fenomeno di Facebook) nessun dubbio che il futuro sia arrivato anche per il libro.

La Fiera di Francoforte prova ad esorcizzare il fantasma, festeggiandolo. E il libro elettronico è la star di questa edizione a numero tondo. Gutenberg gioca con bit e tastiere (Mainz, che ospita il museo dell’inventore della stampa, è a un tiro di schioppo da qui), il gioiellino della Sony – già presentato un mese fa alla Fiera dell’elettronica di Berlino – si contende i riflettori con una nutrita schiera di rivali e i guru della lettura digitale snocciolano cifre dell’ultimora che non lasciano scampo, questa volta per davvero assicurano, al nostro caro, polveroso, libro di carta. Si apre una nuova era, che promette di smarcare il settore librario dalle tante strozzature che lo soffocano. Testi importanti, che non vedono la luce per carenza di valore commerciale, potranno usufruire della stampa on-demand: si stampa alla bisogna, non solo piccoli quantitativi ma anche singole copie. Le rotative incerte di qualche tempo fa hanno lasciato il posto a marchingegni di tutta efficienza, il sogno divenuto realtà è quello di fare di ogni scrittore un potenziale autore di romanzi o libri di saggistica: via dalle grinfie delle mafie editoriali ma anche diritti dentro il cono d’ombra di una produzione senza qualità, dove ognuno è in grado di pubblicare il proprio libro saltando l’intermediazione delle case editrici e, grazie ad Internet, della distribuzione. Più libri di tutti per tutti, ma ogni rivoluzione si porta appresso il suo contrario e già altrove, ad esempio nel giornalismo, il fenomeno elettronico dei blog offre oggi assieme ai vantaggi anche il conto di un’informazione gridata, approssimativa, autoreferenziale, faziosa. Fatta di opinioni che fanno a meno dei fatti.

Poi, girato l’angolo, si ritrova la tradizione. Che a Francoforte si ripete nella scelta annuale del paese ospite, del quale vengono presentati gli aspetti letterari, sociali, politici, finanche gastronomici. Quest’anno si è deciso di giocare in casa e si è scelta la Turchia. La prima cosa che salta agli occhi è il numero di scrittori turco-tedeschi, romanzieri appartenenti alla seconda o terza generazione di immigrati, che costruisce il proprio mosaico dell’integrazione attraverso le rotture e gli scontri di due culture assai diverse. La Turchia tedesca mescola currywurst e kebab, modernità mal digerita e ancestrali ritorni al passato. E’ la Turchia anatolica, lontana e perduta, esotica quanto incomprensibile. Così, appare paradossalmente più vicina la Turchia cosmopolita di Pamuk e degli altri autori arrivati da Istanbul, a raccontare le ansie di un paese che è ormai Europa, la cui letteratura chiede ai suoi governanti libertà di espressione e di critica, riconoscimento dei diritti civili e laicità. Sarà il caso di tornare sulle letterature turche che raccontano paesi diversi e ansie opposte. Magari quando l’ennesimo frastuono dei bit si sarà placato e tornerà ancora una volta invincibile il fruscio delle pagine sfogliate.

Articolo pubblicato il 18 ottobre 2008.

domenica, ottobre 14, 2007

Treviri mette in mostra l'epopea di Costantino

(Post lungo). Dal momento che la mostra di Costantino di cui si parla è ancora in corso e a qualcuno potrebbe venir voglia di andare a Trier (Treviri) a visitarla, posto questo articolo pubblicato all'inizio di settembre.

Treviri. La copia della testa della ciclopica statua di Costantino, i cui pezzi originali sono custoditi nei Musei Capitolini di Roma, si staglia immensa nei suoi tre metri di altezza nell’ultima sala del Rheinisches Landesmuseum di Treviri. E’ il colpo di scena finale della mostra internazionale sull’imperatore romano, “Konstantin der Grosse”, Costantino il grande, che si svolge in questi mesi proprio a Treviri, in Germania e che chiuderà i battenti il 4 novembre. Due anni fa, un gruppo di archeologi armato di laser e computer, scansionò nelle sale del museo romano i frammenti originali della statua per realizzare questa ciclopica ricostruzione giusto in tempo per l’apertura della mostra, lo scorso giugno. In due mesi un grande successo di critica e soprattutto di pubblico sta imponendo la mostra su Costantino come l’appuntamento più prestigioso organizzato dal Lussemburgo in occasione dell’anno che vede la sua capitale al centro della cultura europea. Lussemburgo è a una manciata di chilometri da Treviri, appena un quarto d’ora di autostrada larga e comoda e il premier del piccolo e ricco paese europeo, il democristiano Jean-Claude Juncker, ha voluto coinvolgere nelle manifestazioni altre due regioni confinanti: la Renania-Palatinato in Germania e la Lorena in Francia.

Così quest’anno l’Europa festeggia la sua cultura un po’ dappertutto. Dopo l’allargamento, le capitali prescelte sono diventate due. Oltre a Lussemburgo, nell’Ovest, c’è la rumena Sibiu, a Est. Due scelte politiche ben precise, a evidenziare la matrice comune della storia e della cultura del continente: il difficoltoso percorso di integrazione politica, di fatto, non è un esperimento artificiale ma poggia su precise ragioni storico-culturali. Sibiu è incassata tra i monti della Transilvania ma fa parte del gruppo di insediamenti e fortini fondati dai Sassoni, i Siebenbürgen, letteralmente “i sette castelli”. Al di fuori della Romania è ancora conosciuta con il suo nome storico, sassone, Hermannstadt. L’Europa dell’Est, appena entrata a far parte dell’Unione, non è una componente estranea, la sua storia ci appartiene, è indissolubilmente intrecciata con la nostra, come ci raccontano la Sibiu tedesca ma anche la Bucarest romana, nei cui musei un’altra copia, quella della colonna traiana che celebra le spedizioni dell’imperatore Traiano in Dacia, rimarca la discendenza dei rumeni da Roma.

Stesso discorso da questa parte del continente. La grande regione trans-europea a cavallo di tre Stati, che comprende il Lussemburgo, la Mosella tedesca e la Lorena francese, deve molte delle sue caratteristiche attuali alla presenza dei soldati di Roma, quindi alle sue istituzioni e alle sue tradizioni. Percorrendo l’autostrada che da Lussemburgo porta a Treviri, le dolci colline ricoperte di vigneti che producono Riesling e Grauburgunder ormai degni di fama mondiale ci rimandano a immagini della Toscana e ci rammentano che furono proprio i romani a introdurre tali colture da queste parti. Entrando nella cittadina tedesca (che per inciso diede anche i natali a Karl Marx), una città tutta coperta dai manifesti della mostra su Costantino, si deve attraversare la Porta Nigra, la porta romana che si è meglio conservata a nord delle Alpi. Il messaggio delle manifestazioni lussemburghesi ha un senso politico chiaro: l’Europa ha molte radici che si intrecciano fra di loro e questa regione dell’Europa le ha ben piantate a Sud, a Roma, nel cuore di un impero che per primo uniformò terre diverse.

Il centro romano di questa regione è senza dubbio Treviri, che ospita a buon diritto la mostra su Costantino il Grande, potendo annoverare l’imperatore tra i suoi concittadini e potendo vantare alcuni monumenti voluti proprio dall’imperatore, dalla basilica alle terme, all’anfiteatro. Qui Costantino fissò la sua prima residenza imperiale, qui di ritorno dalla Britannia con il titolo di imperatore, sposò Fausta, la figlia di Massimiano. Da qui, infine, partì con le truppe alla volta di Roma per sconfiggere Massenzio nella battaglia di Ponte Milvio e unificare l’Impero Romano d’Occidente. Treviri è d’altronde una pietra miliare della storia di Roma, cosa della quale i suoi abitanti vanno molto fieri. Con il nome di Augusta Trevororum venne fondata dai soldati romani nel 15 avanti Cristo accanto al sito di un accampamento militare insediato quindici anni prima. La sua importanza negli equilibri geopolitici di Roma si accrebbe nel corso degli anni, attirando sempre nuovi abitanti. Arrivò ad essere la città più popolosa dell’Impero dopo l’Urbe e, nel terzo secolo, divenne sede vescovile e della prefettura gallica, istituzioni di primo piano negli equilibri religiosi e amministrativi romani. E il legame fra religione e politica è un’altra delle eredità di Costantino rintracciabili a Treviri, ancor oggi una delle sedi principali della chiesa cattolica tedesca.

La mostra di Treviri illustra tutti gli aspetti dell’opera di Costantino. Recupero della unicità imperiale attraverso il confronto militare e la vittoria sui rivali interni, le battaglie (Ponte Milvio su tutte), le riforme statali, la fine della persecuzione dei cristiani e la nascita del legame tra Stato e Chiesa che caratterizzerà gli ultimi due anni dell’Impero, la costruzione del mito di Costantino, la fondazione sulle sponde del Bosforo della città che porterà il suo nome, Costantinopoli. Ci sono insomma tutti gli ingredienti per affrontare le questioni europee del momento (riscoperta di valori e radici cristiane, confronto e dialogo con l’Islam, ingresso della Turchia nell’Ue) recuperando le esperienze e le suggestioni del passato. E la mostra sviluppa il percorso di Costantino suddividendolo in tre diverse esposizioni. La prima, la principale, nei duemila metri quadrati del Museo regionale del Reno, ne inquadra il rilievo politico, assolutamente fondamentale nella storia di Roma e (per l’eredità che trasmetterà) in quella europea. La seconda, nei cinquanta metri quadrati del Museo diocesano, il rapporto tra Costantino e il cristianesimo così decisivo per quell’intreccio fra religione cristiana e costruzione dell’Europa, il cui riconoscimento ufficiale è ancora oggi materia di dibattito nelle aule parlamentari di Strasburgo e Bruxelles. La terza, nelle sale del Museo comunale Simeonstift, illustra tradizione e mito dell’imperatore, con una particolare attenzione alla sponda orientale di quell’Impero e alla venerazione che nei secoli successivi anche gli islamici hanno avuto per Costantino, da loro considerato un Santo.

Un biglietto cumulativo (12 euro) permette la visita a tutti e tre i musei, in alternativa ognuno può selezionare il tema che gli interessa. In tutto sono poco più di 1400 i pezzi esposti, provenienti da 160 musei e collezioni private di 19 paesi diversi. Alcuni nomi forniscono il rilievo della mostra treviriana: i Musei Vaticani, i Musei Capitolini di Roma, gli Uffizi di Firenze, il British Museum di Londra, il Prado di Madrid, il Louvre di Parigi, il Metropolitan Museum of Art di New York, la Biblioteca Apostolica del Vaticano e quella Nazionale di Francia. Anche il costo complessivo, quasi sette milioni di euro, dà idea dello sforzo compiuto. Prezioso il catalogo pubblicato, 520 pagine patinate curate da due studiosi del calibro di Alexander Demand e Josef Engemann e accurato il commento delle audioguide (in inglese, tedesco, francese e olandese, peccato per l’assenza dell’italiano) disponibili all’ingresso.

Oltre alla mostra, l’autunno costantiniano prevede dal 10 al 15 ottobre un colloquio internazionale sull’opera politica dell’imperatore che impegnerà nelle sale dell’università di Treviri i più autorevoli studiosi di storia romana. C’è dunque tempo fino al 4 novembre per visitare l’intera esposizione. Niente di più facile, dall’Italia, che approfittare dei collegamenti aerei da molte città con gli aeroporti di Francoforte Hahn o del Lussemburgo.

(Dal Secolo d'Italia del 12 settembre 2007)

Siti internet collegati.
Il sito ufficiale della mostra.
Il sito della città di Treviri (in italiano).
Lussemburgo 2007, capitale europea della cultura.
Sibiu 2007, capitale europea della cultura.
Treviri, il museo di Karl Marx.
Mosella la regione del vino.

giovedì, settembre 06, 2007

venerdì, giugno 01, 2007

Già in coda per gli impressionisti

Si è aperta la mostra sugli impressionisti francesi arrivati da New York di cui parliamo qui. Ma voi andateci da domani, perché la fila è già lunghissima.

Alexanderplatz. Un weekend d'arte

Weekend tutto culturale, quello che si apre oggi a Berlino. Su tutto spicca l’inaugurazione della mostra degli impressionisti francesi del diciannovesimo secolo alla Neue Nationalgalerie, il tempio di vetro progettato da Mies van der Rohe, al Kulturforum della Potsdamer Platz. Si tratta di 150 opere provenienti dal Metropolitan Museum of Art di New York [... continua su Ideazione/Alexanderplatz].

sabato, febbraio 17, 2007

Berlinale, la serata dei premi

E' il giorno degli Orsi alla Berlinale. Appena assegnati quelli di argento, in serata si attende la proclamazione degli Orsi d'oro. Qui gli speciali del Tagesspiegel e della Frankfurter Allgemeine. Per la cronaca, giacché sui tg non ve lo diranno, questa è l'ultima edizione della Berlinale che si svolge in assenza di Walking Class, già invitato come ospite d'onore per l'edizione 2008.

A caccia di libri

Bel reportage da Parigi di Annamaria Paradiso per il Corsera. L'Unesco ha dichiarato patrimonio dell'umanità i librai di strada della capitale francese. Anche se in via d'estinzione, perché minacciati dalla concorrenza dei venditori di souvenir e paccottiglia per turisti, i librai parigini restano una pietra miliare della cultura cittadina. Sbirciando qua e là per le casse di legno appoggiate sul bordo del Lungosenna, è ancora possibile trovare qualcosa di interessante. Per i bibliofili di tutto il mondo, le boites dei bouquinistes - questo è il loro esatto nome in gergo - sono un'istituzione da preservare.

giovedì, febbraio 08, 2007

martedì, febbraio 06, 2007

Concittadino Wolf Biermann

Wolf Biermann diventerà il centoquindicesimo cittadino onorario di Berlino. Della nuova Berlino riunificata. La decisione è stata annunciata oggi dal Senato della capitale, guidato da una giunta di sinistra formata da socialisti (SPD) e neocomunisti (PDS). Questi ultimi, tuttavia, si sono astenuti al momento del voto dopo aver minacciato nei giorni scorsi la rottura dell'alleanza. La decisione ha invece ottenuto il voto favorevole dei conservatori (CDU), dei liberali (FDP) e dei Verdi. Wolf Biermann, poeta e cantautore tedesco assai noto in patria, simile per stile e genere al nostro Giorgio Gaber, nacque ad Amburgo nel 1936. Figlio di un operaio comunista trucidato ad Auschwitz dai nazisti nel 1943, decise dopo la guerra di emigrare nella DDR, giudicando insufficiente la discontinuità della società tedesco-occidentale rispetto al passato nazista. Entrato a far parte del Berliner Ensemble fondato da Bertolt Brecht, iniziò a scrivere poesie e canzoni. Il suo stile sarcastico e diretto, che evidenziava le discrepanze tra la propaganda comunista e la realtà della vita quotidiana nella DDR, lo rese inviso al regime che ne decretò l'ostracismo. Le sue canzoni di protesta, che criticavano il regime in nome di un comunismo dal volto umano, circolarono nella Germania occidentale e da lì rimbalzarono nei circoli del dissenso tedesco-orientale, alimentandone le speranze di rivoluzione.

Nel 1976, durante una tournée in Germania Ovest, la DDR gli tolse la cittadinanza impedendogli il rientro a Berlino Est: Biermann fu costretto a risiedere nella BDR. Personaggio istrionico e contraddittorio, inviso a destra e a sinistra per la sua irrequietezza, è stato in qualche modo un simbolo della problematicità della Germania divisa tra Est ed Ovest e delle pulsioni che l'hanno agitata. Anche ultimamente, Biermann non ha voluto rinunciare al suo cliché: nel 2002 si è dichiarato pubblicamente favorevole all'intervento anglo-americano in Iraq contro l'opinione generale dell'intellighentia tedesca, motivando la sua scelta con l'opposizione strenua al regime di Saddam Hussein, salvo poi modificare e criticare la sua stessa posizione in seguito agli sviluppi della guerra.

Dal Giornale l'articolo del corrispondente Salvo Mazzolini di qualche giorno fa, quando la decisione della cittadinanza onoraria non era stata ancora ufficializzata.

martedì, gennaio 30, 2007

L'eroina di Danzica

Bell'articolo di Andrea Tarquini su Repubblica di oggi che intervista il regista tedesco Volker Schlöndorff che ha appena finito di girare in Polonia le scene di "Strajk, die Heldin von Danzig" (Sciopero, l'eroina di Danzica). E' la storia di Anna Walentinowicz, l'operaia che diede il via all'epopea di Solidarnosc. Cattolica, lavoratrice modello, si battè per i diritti degli operai, per migliori condizioni di lavoro, per una vita di fabbrica più umana. Il suo licenziamento fu la scintilla che provocò l'incendio. Un incendio lungo poco meno di un decennio, che dalle barricate di Danzica guidate da Lech Walesa giunse fino al Muro di Berlino. E' la storia recente dell'Europa, l'emozione che portò dal filo spinato alle bottiglie di sekt stappate nella notte berlinese del 1989. I grandi personaggi di quel decennio rimangono tuttavia sullo sfondo e la grande macchina della storia si muove sulle fragili gambe di Anna. Schlöndorff non si attende un grande successo in patria: «Mi aspetto che il film abbia più risonanza in Italia, in Francia o negli Usa che non in Germania – dice nell'intervista – i tedeschi ringraziano Gorbaciov ma non Solidarnosc. E' triste e ridicolo. Denuncia una cattiva coscienza, per il passato ma anche perché la Germania Est era contro Solidarnosc». E chiude con una citazione che sarebbe bene che anche molti europei tiepidi o euroscettici di oggi tenessero a mente: «Nell'ultima scena del film Anna Walentinowicz, anziana, passeggiando sulla spiaggia di Danzica appoggiata al bastone, dice: "C'è ancora molta ingiustizia nel mondo ma la Polonia è tornata in Europa».

Malinconie

L'ultimo miglio della propria vita, per una star, è sempre quello più difficile. Nulla, però, può intaccarne il mito.

sabato, gennaio 27, 2007

Giorno della memoria (e della lettura)

E' di Maurizio Molinari il libro consigliato per oggi, Giorno della memoria. Si intitola "Gli ebrei di New York". Un modo di guardare al mondo ebraico di oggi, senza per questo dimenticare le notti degli orrori che milioni di ebrei vissero nell'Europa buia del nazi-fascismo. Quel mondo che noi europei abbiamo espulso, cancellato, annientato e che era tanta parte della nostra cultura e della nostra storia, oggi vive certo in Israele, ma anche negli Stati Uniti, e soprattutto in alcuni quartieri di New York. Molinari, corrispondente da New York della Stampa, ci consegna questo affresco pieno di emozione e di atmosfera. Il libro è edito da Laterza. Qui il link diretto a Internet Bookshop.

mercoledì, gennaio 24, 2007

Grazie

"Mi sono spesso sentito chiedere, anche di recente, come mai io non sia emigrato. Rispondo sempre che sono già un emigrato. La mia casa è altrove, in un altro Stato. Appena mi fermo in un posto, anche fuori dalla Polonia, comincio ad annoiarmi, sto male, devo ripartire. Sono molto curioso del mondo. Per tutta la vita non ho fatto che lamentarmi di non essere ancora stato in questo o quel posto.

La curiosità del mondo che anima il reporter è una questione di carattere. Ci sono persone non interessate al resto del mondo: quello in cui vivono è per loro il mondo intero. Una posizione rispettabile come qualunque altra. Confucio diceva che il modo migliore per conoscere il mondo è quello di non uscire mai dalla propria casa, e anche questo è vero: invece di spostarsi materialmente, si può viaggiare all'interno della propria anima. Il concetto di viaggio è quanto mai elastico e differenziato. Ci sono tuttavia alcune persone che, per loro natura, devono conoscere il mondo in tutta la sua varietà. Non sono numerose".

Ryszard Kapuscinski, Autoritratto di un reporter

Ich hab’ noch einen Koffer in Berlin

Wunderschön ist’s in Paris auf der Rue Madeleine
Schön ist es im Mai in Rom durch die Stadt zu gehn’n
Oder eine Sommernacht still beim Wein in Wien.
Doch ich häng', wenn ihr auch lacht, heut’ noch an Berlin.

Ich hab’ noch einen Koffer in Berlin
Deswegen muss ich nächstens wieder hin.
Die Seligkeiten vergang’ner Zeiten
Sind alle noch in meinem kleinen Koffer drin.
Ich hab’ noch einen Koffer in Berlin
Der bleibt auch dort, und das hat seinen Sinn.
Auf diese Weise lohnt sich die Reise,
Denn wenn ich Sehnsucht hab’ dann fahr’ ich wieder hin.
Marlene Dietrich