venerdì, novembre 19, 2010
Europa, ora in affanno sono le destre
venerdì, maggio 28, 2010
Michael Palin, il comico che si fece geografo
Molti lo ricorderanno a braccetto con Terry Jones, Graham Chapman, John Cleese, Eric Idle e Terry Gilliam ai tempi degli indimenticabili Monty Python o, in anni più vicini, con il pesce in bocca in una delle scene più esilaranti del film Un pesce di nome Wanda. Ma Michael Palin, oggi brizzolato sessantaseienne dalla faccia di eterno ragazzo scavezzacollo, i panni dell’attore comico li ha dismessi da un pezzo. E dal giugno dello scorso anno siede, si fa per dire giacché è sempre in viaggio, sulla poltrona della Royal Geographical Society, la prestigiosa società scientifica britannica fondata a Londra centottanta anni fa, con il patrocinio di re Guglielmo IV e con lo scopo di promuovere l’avanzamento della ricerca geografica.
Un comico al vertice di un’istituzione fondata, fra gli altri, da Sir John Barrow, viaggiatore e consigliere politico esperto di affari coloniali, Sir John Franklin, esploratore perito nella leggendaria spedizione alla ricerca del passaggio a Nordovest e Francis Beaufort, ammiraglio, cartografo e inventore della scala di misurazione dei venti utilizzata per decenni dai meteorologi di tutto il mondo! Un evento che poteva accadere solo in Gran Bretagna, patria dello humor. E invece è una cosa seria.
Anche perché Michael Palin da molto tempo ha portato il suo buonumore in giro per il mondo, trasformandosi da star della risata in star della Bbc. Per la televisione pubblica inglese ha realizzato una serie di documentari che sono diventati leggenda, riprodotti in cofanetti di Dvd collezionati da appassionati del genere, spezzettati in stralci che inondano le praterie internettiane di You Tube e, da ultimo, trasformati in libri di viaggio divenuti best seller in tutta Europa. Non ancora in Italia, ma forse, prima o poi, qualche casa editrice ci penserà.
Che sia toccato a lui presiedere la società cui la regina Vittoria assegnò nel 1845 l’aggettivo reale è un segno dei tempi. A chi gli chiede se non si tratti dell’ennesimo sintomo dello snobismo britannico, Palin risponde onestamente: «In realtà volevano qualcuno che avesse una certa visibilità mediatica e che potesse avvicinare le giovani generazioni ai piaceri della geografia e dei viaggi». Non sono più i tempi di Charles Darwin o David Livingstone, di Robert Falcon Scott o Ernest Shackleton o Henry Morton Stanley, per citare solo alcuni degli scienziati ed esploratori cui la Royal Geographical Society ha fornito nei secoli supporti finanziari e logistici per intraprendere avventure che hanno contribuito a segnare la storia delle esplorazioni, definire i contorni esatti della cartografia, espandere il potere dell’impero britannico oltre gli stretti confini dell’isola d’Oltremanica.
E anche qui c’è un paradosso, uno dei tanti di questa storia. Negli anni Settanta la truppa dei Monty Python aveva fatto dell’impero e dei suoi esploratori i bersagli satirici di molti sketch comici, ironizzando sulle loro scoperte e sulle velleità imperialistiche che il mito britannico si trascinava stancamente ancora nella seconda metà del Novecento, come le antiche collezioni di servizi di porcellana per il tè delle cinque nei salotti dei Lord. «Allora era abitudine mettere tutto in discussione», risponde adesso Palin «ma io credo che i tempi siano profondamente cambiati e oggi lo scopo della società geografica non è quello di finanziare scoperte per preservare l’impero, semmai di indagare e diffondere nelle giovani generazioni la consapevolezza delle sfide future che attendono il nostro pianeta: cambiamenti climatici, pandemie, sviluppo demografico». Nella sede della Royal Geographical Society, un aristocratico complesso in mattoni rossi con guglie, abbaini e camini sempre in mattoni costruito nel 1875 sotto la supervisione dell’architetto Richard Norman Shaw nell’elegante quartiere di Kensington, si susseguono mostre, letture, conferenze e un grande salone è dedicato alle visite degli studenti, ogni giorno – weekend esclusi – dalle 10 alle 17. Corsi e seminari vengono tenuti dagli scienziati membri e numerose sono le pubblicazioni di settore, scientifiche o divulgative, i policy briefing destinati al mondo politico e ai media, le riviste tra cui l’Annual Review, una summa (scaricabile anche online) che annualmente riporta le attività svolte e i programmi per il futuro. I membri effettivi sono circa 15 mila e, dal 1978, Michael Palin è uno di loro.
Da allora ha cominciato a viaggiare, senza più fermarsi. L’esordio è avvenuto con uno dei sogni di ogni avventuriero: ripercorrere con mezzi moderni il viaggio attorno al mondo in ottanta giorni, lungo il filo d’Arianna dispiegato da Julius Verne per Phileas Fogg e il suo maggiordomo Passepartout, dal Reform Club Pall Mall di Londra attraverso Europa, Asia e America per incassare una scommessa di venticinquemila sterline. Un percorso leggermente modificato seguendo le nuove rotte di navigazione (ad esempio, in Italia, Palin non arriva giù sino a Brindisi per salire sulla leggendaria Valigia delle Indie, che non c’è più, ma s’imbarca meno romanticamente a Venezia per raggiungere velocemente Atene attraverso il Canale di Corinto), ma il viaggio fu un successo e Palin pensò di riprovarci proponendo una serie di servizi geografici dal Brasile. La Bbc però amava le avventure on the road, sempre in movimento. Poteva finire tutto lì e invece arrivò la controproposta, di quelle indecenti, che non si possono rifiutare: dopo le orme di Phileas Fogg, Michael Palin avrebbe dovuto seguire quelle di Roal Amudsen, scaraventarsi al Polo Nord e da lì raggiungere il Polo Sud, attraversando l’Europa e l’Africa, due continenti, due emisferi e sedici nazioni. Ne è nato un sodalizio duraturo, che ha portato l’ex comico in Sahara, sull’Himalaya, in circolo attorno al Pacifico, sulle orme di Hemingway e, infine, nei paesi dell’Europa centro-orientale.
Qualche tempo fa, Palin è finito sulle pagine culturali del quotidiano Tagesspiegel a raccontare le esperienze di un viaggiatore dei tempi moderni. «Sono stato attratto fin dall’infanzia dai paesi stranieri e dai loro misteri», ha detto l’ex comico «ma oggi capita poche volte di sentirsi davvero soli da qualche parte. Sono sempre in giro con cameramen, tecnici del suono e regista e anche dalla vetta più isolata del Tibet posso telefonare con il satellitare a mia moglie seduta nel tinello di casa». Le avventure non sono tuttavia mancate. La carne di cammello mangiata nel deserto del Sahara, con conseguente dissenteria che ha reso tragicomica – quasi un episodio da Monty Python – l’intervista il giorno successivo al comandante di un campo profughi della zona, interrotta ogni tre minuti per scappare alla toilette. La fuga in Sudan a gambe levate di fronte a un gruppo di indigeni non proprio benintenzionati verso le telecamere. Il volo sulla tundra siberiana con un elicottero sovietico che cigolava a ogni giro di pala. E qualcosa del viaggiatore d’altri tempi gli è rimasto: «Non amo gli aeroporti», confessa «mi rendono nervoso il caos delle carte d’imbarco, i controlli di sicurezza, le lunghe attese negli aeroporti tutti uguali, dove ci si sente sperduti. Molto meglio una stazione ferroviaria, che ha poi il vantaggio di trovarsi sempre nel centro delle città. Viaggio più volentieri in treno e potrei trascorrere ore nel caffè di una stazione».
Da presidente della real società geografica e autore di vendutissimi libri di viaggio gli è quasi impossibile evitare il confronto con i grandi nomadi della letteratura inglese. Bruce Chatwin in particolare, che andava per le vie del mondo alla ricerca di se stesso. Ci vuole molta autoironia e molta umiltà per non cadere in trappola: «Temo che la mia motivazione non sia così profonda», ammette «io semplicemente mi diverto a conoscere il mondo e poi faccio del mio meglio per documentare le esperienze che vivo». Tempi diversi, tempi di tv e Internet, il nomadismo contemporaneo è di sicuro più comodo e meno romantico, più elettronico e meno fantasioso, ma non è una buona scusa per smettere di cercare il senso della vita.
mercoledì, marzo 17, 2010
Happy St. Patrick's day
«Sia la strada al tuo fianco, il vento sempre alle tue spalle, che il sole splenda caldo sul tuo viso, e la pioggia cada dolce sui campi attorno, e finché non ci incontreremo di nuovo, possa Dio proteggerti nel palmo della sua mano».
John M. Synge, Vagabondo in Irlanda.
sabato, febbraio 27, 2010
Chi salverà il mito di Abbey Road?
Londra. Costretto a rallentare, il tassista si volta e sbotta: «Vede, ogni volta che passo da qui sempre la stessa storia. Quattro stramaledetti turisti si mettono a fare su e giù per le strisce pedonali mentre un loro amico li fotografa. Poi, non contenti, si scambiano i ruoli e questa pantomima può durare anche qualche minuto. Io, se posso, Abbey Road la evito. E sì che resto un fan dei Beatles». Le strisce pedonali, lievemente spostate rispetto alla posizione originale del 1969, sono appunto quelle di Abbey Road. La foto con i quattro Beatles che le attraversano in una soleggiata mattinata londinese, scattata da Ian McMillan, è stampata ad eterna memoria sulla copertina dell’omonimo long playing, l’ultimo registrato dal quartetto di Liverpool negli studi lì accanto (il successivo Let it be era stato inciso precedentemente). Gli studi discografici della Emi, i più famosi del mondo, quelli dove i Beatles registrarono il 90 per cento dei loro successi.
Nelle prossime settimane il pellegrinaggio di turisti e amanti dei Beatles e della musica potrebbe addirittura aumentare e il nostro tassista e i suoi colleghi faranno bene a passare al largo. Gli studi sono in vendita. La società che li gestisce da settantanove anni, la prestigiosa Emi, li ha messi sul mercato con l’obiettivo di racimolare 10 milioni di sterline necessarie a parare il colpo del leveraged buy-out (l’acquisizione di una società attraverso il debito) messo a segno dal fondo Terra Firma nel 2007: un’operazione che ha fatto impennare l’indebitamento dell’azienda, una storia legata anch’essa alle conseguenze della crisi finanziaria che ha investito i più grandi istituti bancari globali. Ad attirare i compratori, come ha fatto intendere al Financial Times un avvocato della Emi, dovrebbe essere il fascino del marchio e non solo la bellezza del palazzo e le apparecchiature che ci sono dentro. Ma è come mettere in vendita un pezzo di storia della musica mondiale e soprattutto il profumo di quei quattro musicisti che il 6 giugno del 1962 il compositore George Martin, poi divenuto anch’egli discografico, portò negli studi di Abbey Road.
L’allarme è scattato non solo tra i fan della musica. Preoccupato che questa icona possa finire nelle mani di un acquirente sbagliato è intervenuto addirittura il National Trust, l’ente che gestisce il patrimonio storico-architettonico del Regno Unito. E mentre i nostalgici sperano (e s’illudono) che possa essere proprio Paul McCartney, mosso da intenti sentimentali, ad acquistare il palazzo, il National Trust pensa più realisticamente di lanciare una campagna internazionale per salvare quello che non è semplicemente un asset finanziario ma un vero e proprio patrimonio nazionale.
Dall’esterno il palazzotto sembra quello che fu un tempo: una semplice ed elegante costruzione ottocentesca in stile georgiano piazzata nel quartiere aristocratico di St. John’s Wood, nella zona settentrionale di Londra. Curiosamente, venne acquistato dalla Emi per centomila sterline proprio in un altro anno legato a una devastante crisi economica globale, il 1929. Due anni di ristrutturazioni, quindi l’inaugurazione, il 12 novembre 1931 con la storica registrazione condotta nello studio 1 dal compositore inglese Sir Edward Elgar di Land of hope and glory, suonata dalla London Symphony Orchestra alla presenza di George Bernard Shaw. Alla musica classica gli studios hanno fornito grandi contributi come la rimasterizzazione di molte registrazioni effettuate nella chiesa metodista di Kingsway Hall, dotata di un’acustica eccezionale ma finita anch’essa negli archivi storici della città: fu demolita dieci anni fa per lasciare spazio a un hotel che ne ha ripreso il nome.
Negli anni della seconda guerra mondiale gli studi vennero utilizzati dal governo per trasmissioni di propaganda e dalla BBC per registrare i suoi notiziari. Ma è alla stagione post-bellica e alla nascita e allo sviluppo della musica rock dagli anni Sessanta fino agli anni Ottanta che è legata gran parte della sua leggenda. I Beatles ci capitarono ancora poco conosciuti nel 1962 e vi rimasero fino al 1969, registrando quasi tutti i loro singoli e i loro long playing, fino all’ultimo cui diedero proprio il nome di Abbey Road. Fu un evento particolare per la storia del gruppo di Liverpool. I quattro erano ormai prossimi allo scioglimento, Lennon, Harrison e Starr erano tutti presi dai loro nuovi interessi e l’unico che riuscì a tenere i cocci insieme, anche perché c’era ancora un impegno da rispettare nel contratto della Emi, fu Paul McCartney. Non ci furono i memorabili litigi che avevano segnato la incisione dei precedenti due dischi, ma gran parte dell’album fu registrato separatamente e le uniche sessioni comuni furono quelle in cui vennero realizzate le basi ritmiche. Lennon avrebbe voluto piazzare le sue canzoni sul lato A, relegando quelle di McCartney al lato B. Nonostante il clima ormai di rottura fu un bel lavoro, che non risentì della frammentarietà con cui venne realizzato.
Ian McMillan, famoso fotografo scozzese trapiantato da Dundee a Londra e amico di Yoko Ono conobbe John Lennon e fu amicizia al primo colpo. Fu così che Lennon gli chiese di lavorare alla copertina dell’album e McMillan decise di non spostarsi troppo dalla sede degli studios e di portare i quattro Beatles a passeggio sulle strisce pedonali di fronte. Sei scatti realizzati alle 11 e mezzo del mattino, per evitare la presenza dei fan generalmente concentrata nel primo pomeriggio quando i musicisti erano soliti arrivare per le registrazioni, con un bobby che si godeva la scena bloccando il traffico cittadino. Dall’anno dopo gli studios della Emi presero il nome di Abbey Road, aprendo la strada alla leggenda.
Dal 1957, quando Cliff Richard e i Drifters incisero Move It, il primo singolo rock europeo, da qui sono passati i grandi nomi della musica rock internazionale. Dai Pink Floyd a Manfred Mann, dagli Hollies a Gerry and the Peacemakers ai Manic Street Preachers, dai Queen ai Deep Purple, dai Police agli U2, fino alla new wawe anni Ottanta con gli Spandau Ballet e i Simple Minds e alle band più prestigiose dei tempi recenti, gli Oasis, i Radiohead, i Blur. Composta da tre studi (quello destinato al rock era lo studio 2), la struttura venne ampliata nel 1980 con la costruzione della Penthouse per i mixing e le colonne sonore e completata successivamente con la costituzione di due studi mobili. Per le sue ampie sale, è anche uno dei pochi studi a permettere l’ingresso di una orchestra completa. Da qui l’utilizzo anche per le colonne sonore del cinema. Ci ha lavorato Ennio Morricone, qui sono state registrate le colonne sonore di film che hanno segnato, anche con la loro musica, la storia del grande schermo, da Guerre stellari alla trilogia del Signore degli anelli, da Braveheart a Eyes Wide Shut di Stanley Kubrick, fino alle serie di Herry Potter.
Ora tutta questa leggenda rischia di scomparire. Navigando sul sito online degli Abbey Road Studios sembra che ancora non sia successo niente. La notizia della messa in vendita non compare affatto, e d’altronde la Emi non l’ha ancora confermata ufficialmente. Gli appassionati possono viaggiare virtualmente dentro le stanze che hanno fatto la storia della musica, o sbirciare attraverso una webcam ruffiana fissata proprio sulle strisce pedonali calpestate quarant’anni fa dai Beatles. Ma il recupero dell’indebitamento è solo una faccia della crudeltà dei tempi moderni. L’altra è che gli studios sono diventati troppo costosi e sono insidiati dalla concorrenza di strutture simili in paesi dove il costo del lavoro è più basso e dallo sviluppo tecnologico che oggi permette agli artisti di registrare da soli utilizzando un semplice computer portatile. Per le case musicali il budget da destinare a un’eventuale registrazione nelle sale del mito è troppo impegnativo. «Abbiamo un pezzo di eredità eccessivamente costoso», confessa l’avvocato sempre al Financial Times, «se un’artista chiede alla propria casa discografica di fare le sue registrazioni a Abbey Road, il minimo che può ottenere in cambio è una sonora risata».
(Pubblicato sul Secolo d'Italia)
Qualche aggiornamento rispetto a questo articolo scritto una settimana fa. La Emi, forse sorpresa dalle reazioni alle voci di una vendita degli Studios, ha reso noto ufficialmente di non aver intenzione di mettere in vendita Abbey Road. La casa discografica pensa adesso all'intervento di un investitore per dare nuova linfa e magari diversificare il loro utilizzo. In questo senso l'attenzione mostrata dal National Trust può essere di buon auspicio in vista di un più generale piano di rivitalizzazione dell'intera area di St. John's Wood.
giovedì, novembre 27, 2008
Francia e Germania, la crisi femminile dei socialisti
venerdì, settembre 05, 2008
The stolen child
Come away human child to the waters and the wild
With a faery hand in hand
For the world's more full of weeping than you can understand
Where dips the rocky highland
Of Sleuth Wood in the lake
There lies a leafy island Where flapping herons wake
The drowsy water-rats
There we've hid our faery vats,
Full of berries
And the reddest stolen cherries
Come away human child to the water
Come away human child to the waters and the wild
With a faery hand in hand
For the world's more full of weeping than you can understand
Where the wave of moonlight glosses
The dim grey sands with light,
Far off by further Rosses,
We foot it all the night,
Weaving olden dances,
Mingling hands and mingling glances
Till the moon has taken flight;
To and fro we leap
chasing frothy bubbles,
While the world is full of troubles
And is anxious in its sleep
Come away human child to the water
Come away human child to the waters and the wild
With a faery, hand in hand
For the world's more full of weeping than you can understand
Where the wandering water gushes
From the hills above Glen-Car,
In pools among the rushes
That scarce could bathe a star,
We seek for slumbering trout
And whispering in their ears
Give them unquiet dreams;
Leaning softly out
From ferns that drop their tears
Over the young streams
Away with us he's going,
The solemn-eyed:
He'll hear no more the lowing
Of the calves on the warm hillside
Or the kettle on the hob
Sing peace into his breast,
Or see the brown mice bob
Round and round the oatmeal chest.
For he comes, the human child to the water
He comes, the human child to the waters and the wild
With a faery, hand in hand
From a world more full of weeping than he can understand.
Note. For the purposes of the musical arrangement, the lyric phrasing of the chorus was altered in the Waterboys recorded version. The original chorus of the poem is : "Come away, O human child ! To the waters and the wild With a faery, hand in hand For the world's more full of weeping than you can understand."
W.B.Yeats
On "Fisherman's Blues" and "Now And In Time To Be"
(Nella foto: cascata nei pressi di Sligo, Irlanda, fotowalkingclass).
domenica, luglio 06, 2008
Crisi petrolifera e tentazione nucleare
Emergenza energetica, petrolio alle stelle, carovita, inflazione. La Banca centrale europea alza i tassi dello 0,25 per cento che toccano il 4,25 per cento, il punto più alto da sei anni. Le questioni si intrecciano fra notizie, commenti, analisi e soprattutto dossier sulla questione energetica che è sempre più al centro degli incontri internazionali. Di questo si era parlato nel recente vertice Ue-Russia in Siberia, e sulla definizione di una politica energetica comune europea si misura (tra le altre cose) il semestre di presidenza francese [... continua su Ideazione].
mercoledì, luglio 02, 2008
Il Charles biologico
martedì, luglio 01, 2008
Sarkozy alla prova dell'Europa
Visto da Berlino, il semestre di presidenza europeo che Nicolas Sarkozy avvia oggi si presenta ambizioso e irrealizzabile. Tanto più irrealizzabile quanto più ambizioso. Il giudizio non viene, ovviamente, dalle sedi istituzionali ufficiali, dalla Cancelleria o dall’Auswärtiges Amt (il ministero degli Esteri), quanto dalla stampa e dagli opinionisti. Questi ultimi, non vincolati all’obbligo della diplomazia, possono esternare con più libertà i dubbi che la Germania nutre sul vasto programma sarkoziano [... continua su Ideazione].
martedì, giugno 24, 2008
Rigori e rigori
sabato, maggio 24, 2008
L'Ue ripensa i contributi agricoli
L’approssimarsi della stagione estiva è in genere foriera di dibattiti nel mondo politico che si appresta alle ultime iniziative prima della pausa (che in molti paesi europei parte con qualche settimana d’anticipo rispetto all’Italia). Le iniziative sono generalmente procrastinate all’autunno. La tarda primavera è tempo di dibattiti. A Bruxelles si discute la riforma delle politiche agricole europee, a Parigi al centro di un acceso confronto con risvolti anche di tipo partitico c’è la legge sulle trentacinque ore. E poi uno sguardo ad Est, dove il boom economico degli ultimi anni è messo in crisi dall’inflazione e dall’instabilità politica. Intanto si avvicina il campionato europeo di calcio è c'è chi già dà i numeri [... continua su Ideazione].
sabato, maggio 03, 2008
Gran Bretagna, time for change
Ci sono sconfitte e sconfitte. Ce ne sono alcune che possono avere il senso di una battuta d’arresto temporanea. Una candidatura al momento sbagliato, una proposta politica in anticipo sui tempi, un rimescolamento delle carte non compreso dagli elettori. E ce ne sono altre che appaiono tanto nette da essere definitive. Epocali. A questo secondo tipo sembra appartenere la sconfitta del New Labour nelle elezioni comunali di giovedì scorso. La speculare vittoria dei Tories merita anch’essa la copertina della rassegna stampa di questa settimana, il ritorno dei nipoti della Thatcher che trionfano ripudiandone l’eredità (e proprio quando commentatori e politologi tornano concordi a rivalutarla) [... continua su Ideazione].
martedì, aprile 29, 2008
Premiere Dame
sabato, aprile 26, 2008
L'anno di Sarkozy e il futuro di Tempelhof
“Un discorso umile” è stato il giudizio del quotidiano conservatore Le Figaro. Il discorso è quello televisivo del presidente Nicolas Sarkozy. Una “entretien”, un colloquio in tv. Per fare un bilancio dei suoi primi 365 giorni. Incollati allo schermo quasi 12 milioni di francesi. Cifre da una finale di calcio di Champions, non di un Mondiale. Lontani i 18 milioni dell’intervista dello scorso ottobre. Segno tuttavia, che il presidente che aveva fatto sognare i suoi elettori li ha sì delusi, ma loro vogliono ancora sapere perché. Lo vogliono sapere dalla sua voce. E vogliono capire se si è trattato solo di una falsa partenza e se si può sperare in una rivincita. Una rivincita, innanzitutto, per lo stesso Sarkozy [... continua su Ideazione].
sabato, aprile 19, 2008
Trans Europa Press. Roma chiama Mosca
Dopo la rassegna stampa europea della scorsa settimana completamente dedicata alle elezioni italiane, torniamo oggi al tradizionale ventaglio informativo da tutto il Continente, partendo però ancora una volta dal nostro Paese. Su questo giornale abbiamo lamentato la totale assenza nella campagna elettorale dei temi di politica estera. Ora però, finite le elezioni e eletto il nuovo governo, la stampa internazionale discute su come sarà l’azione della Farnesina sotto il terzo mandato di Silvio Berlusconi [... continua su Ideazione].
mercoledì, aprile 09, 2008
Donne di ferro: Margaret Thatcher
I fans della lady di ferro non dovrebbero perdersi l'articolo che le dedica il Telegraph. Con lo sguardo non rivolto solo al passato.
lunedì, aprile 07, 2008
L'hanno spenta
13 h 01, la flamme éteinte et évacuée - Les forces de l'ordre escortant la flamme olympique décident de l'éteindre en raison du nombre important de manifestants, et de l'évacuer vers un endroit inconnu à bord d'un bus. L'incident a eu lieu au bord de la Seine.AGGIORNAMENTI IN TEMPO REALE: Le Figaro, la Repubblica.
sabato, aprile 05, 2008
Trans Europa Press. Chi ha vinto al vertice Nato?
Per chi ha avuto modo di visitare il mostruoso palazzo del parlamento di Bucarest costruito sulle basi della megalomania di Ceausecsu, resta un mistero il perché la Nato abbia scelto proprio il simbolo più folle della stagione comunista come sede di un vertice così decisivo (qui il sito ufficiale). Come dire: complicarsi la vita fin dalla location. Stanze gigantesche, soffitti a perdifiato, corridoi senza fine. Un labirinto buono per visite turistiche negli orrori del tempo che fu. Un labirinto nel quale confondere le strategie e confondersi le idee. Anche sul bilancio finale [... continua su Ideazione].
domenica, marzo 30, 2008
Trans Europa Press. Un'Italia spenta verso il voto
Si avvicina la data delle elezioni in Italia e la stampa europea dedica all’avvenimento le prime analisi. Prevalgono i toni grigi e l’impressione che il nuovo governo che uscirà dal voto non sarà in grado di fornire una soluzione ai problemi dell’Italia, sia quelli contingenti che quelli di natura più strutturale. Colpa della legge elettorale, che potrebbe riproporre una diversa maggioranza alla Camera e al Senato e delle leadership politiche che difficilmente saranno in grado di imporre riforme decisive [... continua su Ideazione].
