martedì, novembre 04, 2008
Americana / 3. Dietro le quinte di John Mc Cain
Negli ultimi giorni i quotidiani italiani hanno spedito dall'altra parte dell'Oceano i loro migliori inviati per rinforzare il plotone di giornalisti nelle fasi finali della campagna elettorale. A leggere alcuni di loro c'è da rammaricarsi del fatto che ormai dalle nostre parti sia invalsa l'abitudine di concentrare l'attenzione per un paese solo nelle fasi finali di una campagna elettorale. E già che stiamo parlando dell'America, cioè del paese più presente sui nostri media. Altrove succede ancora di peggio. Ma insomma, per tirarci su e per essere una volta tanto orgogliosi dei nostri colleghi, ecco una selezione molto ristretta di articoli che spiegano il mondo di McCain e lo stato di salute di quella che per anni abbiamo chiamato la Right Nation.
Quell'America che vota con la pistola
di Marcello Foa, il Giornale
Ecco i ventenni di Mc Cain: giubbotti da rapper e lacrime
di Marcello Foa, il Giornale
L'eroe frenato dai propri errori
di Massimiliano Gaggi, Corriere della Sera
Zig zag Mc Cain
Christian Rocca, Il Foglio
Repubblicani alla ricerca dell'anima perduta
Christian Rocca, Il Foglio
Americana / 2. Un'ottima campagna elettorale
Il giudizio migliore sulla campagna elettorale appena conclusasi negli Stati Uniti lo stanno dando gli elettori, in fila davanti ai seggi elettorali come mai negli ultimi anni. Anzi, le file sono iniziate già da giorni in quegli Stati che consentono il voto anticipato. E anche lì è stato record. E' stata una competizione molto bella, segnata da tanti momenti interessanti, fin dalle primarie dei due partiti che ci hanno consegnato candidati che erano partiti come outsider. Breve e fulminante è stata la corsa di McCain nelle fila repubblicane, lunga e combattuta quella di Obama nel campo democratico, contro una donna tenace come Hillary Clinton che si preparava da anni per questo obiettivo. Personalmente ho seguito la trasferta berlinese di Barack Obama, il suo comizio davanti a una folla che non ha più ritrovato neppure negli happening più frequentati in patria. Un discorso bello, costruito con la consueta abilità oratoria, nel quale mi è sembrato di rintracciare molti di quegli elementi che deluderanno i suoi fan più ideologizzati se dovesse vincere questa sera. Non c'è dubbio che il combinato dell'età e del colore della pelle, la possibilità che alla Casa Bianca per la prima volta giunga un afro-americano e che possa aprire una stagione nuova anche in forza del salto generazionale, ha reso la candidatura di Barack Obama mediaticamente più accattivante. Ma se ci sono molti motivi per celebrare la corsa di Obama, ce ne sono almeno un paio per lodare quella di John McCain. Settantadue anni e birra da vendere. Passione. Coraggio. Determinazione e un pizzico di follia, tipica di questo politico difficilmente inquadrabile nelle briglie strette della disciplina di partito. Francamente non ci sarebbe stato un altro candidato in grado di rimontare la disillusione e la stanchezza che serpeggiavano nel campo repubblicano. Di McCain mi rimarrà sempre impresso il modo determinato e fermo con cui ha stoppato una sua anziana sostenitrice che inveiva contro Obama perché arabo: "No, no way". Fair play di altri tempi. Sì è stata una bella campagna elettorale, che ci ha restituito il piacere di guardare e curiosare in America.
Americana / 1. Come seguiremo il voto
Giornata piena, quella che si apre oggi, con lo sguardo fisso dall'altra parte dell'Atlantico. Si vota negli Stati Uniti per il nuovo presidente. Barack Obama o John McCain. I lettori di Walking Class conoscono ormai la filosofia di questo blog: notizie, informazioni, commenti, analisi, reportage, scritte in prima persona o offerte attraverso una selezione di link esterni. Sarà così anche oggi, in una cavalcata che ci porterà in notturna (europea) a seguire i dati che arriveranno dall'America. Niente liveblogging, quelli li potrete seguire sui blog che hanno gli Usa come loro focus. Qui siamo ai confini orientali dell'Impero (ex?), nella Germania riunificata sensibile al forte legame storico con Washington almeno quanto ai venti contraddittori che giungono da Mosca. Seguiremo insieme il voto americano con gli occhi dell'Europa, quella "vecchia" dei tradizionali e oggi un po' riottosi alleati occidentali, e quella "nuova" dei paesi dell'est che nelle stelle e nelle strisce vedono l'ancoraggio a quella democrazia e libertà di cui sono ancora assetati. La seguiremo insieme da qui, da Berlino, in quella che è ormai diventata la capitale strategicamente più importante dell'Europa, a cavallo tra un est e un ovest che sembrano respirare con due polmoni diversi. Una lunga serie di post, ovviamente disordinata, presumibilmente fino a risultato acquisito. Cercando di raccontare la lunga notte americana anche attraverso le emozioni di chi la vive in diretta e di spiegare come e perché il quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti è stato scelto dai suoi elettori.
lunedì, novembre 03, 2008
Alla ricerca dell'Assia perduta
Nessuna strada porta in Assia e nessun governo sembra in vista nell'importante regione che ha per capitale Wiesbaden ma che ingloba il centro finanziario europeo di Francoforte. Roland Koch resta al suo posto, in attesa di soluzioni. Se si votasse domani, riprenderebbe la maggioranza perduta in un'elezione giocata sul terreno scivoloso dell'identità e della xenofobia, una sorta di ricetta teocon in salsa tedesca. Non era piaciuta all'elettorato che l'aveva punito, premiando la candidata dell'Spd, ma non fino al punto di concederle una vittoria chiara. L'impasse dell'Assia è diventata la cartina di tornasole della crisi politica della Germania, scivolata nell'arena pentapartitica senza avere ancora trovato soluzioni adeguate per farvi fronte.
Dieci mesi fa, "mai con la Linke" era stato il grido di battaglia della Ypsilanti, politica tanto tenace e testarda quanto ansiosa di arrivare al potere. In Germania le promesse pre-elettorali contano. Ma a urne aperte, l'Spd poteva costruire una coalizione solo con l'apporto della Linke. Peccato che l'alleanza fosse stata esclusa categoricamente in campagna elettorale. Dunque non si doveva fare. Non è apparsa credibile la giustificazione di Ypsilanti, che il voto all'Spd era soprattutto un voto anti-Koch e che dunque nel mandato fosse implicito il diritto a far di tutto pur di scalzare il politico conservatore dalla poltrona. Lunghi mesi di incertezza: difficile la trattativa con la Linke, difficilissima quella con i Verdi. Ma la pugnalata è arrivata dai suoi. Ypsilanti s'è infilata in un tunnel rischiosissimo, sfidando i sondaggi dei suoi stessi elettori che si dichiaravano contrari all'accordo, ignorando gli editoriali di fuoco della stessa stampa di area socialdemocratica (per tutti il fondo del direttore Giovanni Di Lorenzo sulla Zeit di questa settimana dal titolo "Un putsch di sinistra").
Tuttavia, la Ypsilanti pagherà in prima persona il fallimento del suo azzardo. C'è chi mette in dubbio anche il prosieguo della carriera politica, tanto alto era il trampolino del suo triplo salto mortale. Forse è esagerato. Di certo lo smacco di oggi peserà come un macigno sulle già fragili spalle del partito socialdemocratico, che sta tentando con il nuovo duo Steinmeier-Müntefering di risalire la china dei sondaggi. Dal fallimento si sfilano tutti. I Verdi, che potrebbero addirittura pensare a una coalizione Giamaica a guida democristiana magari senza Koch (che la sua partita seppur di sponda l'ha vinta e ora potrebbe togliere l'ingombro ritagliandosi un ruolo nazionale a Berlino). E la Linke, diretta concorrente dell'Spd per i voti di sinistra, che già parla a gran voce di inaffidabilità del partito socialdemocratico. Kein Weg führt nach Hessen, sembra davvero che la strada più probabile sia quella del ritorno alle urne.
(Immagine: il Landtag dell'Assia a Wiesbaden, fotowalkingclass).
Tutti sotto l'ombrello statale
Il quotidiano finanziario di Amburgo Handelsblatt parla nel suo commento di passo pragmatico da parte della dirigenza della Commerzbank. A conferma dell'ormai cambiato clima economico nel paese c'è il pacchetto che il governo sta mettendo a punto per affrontare la difficile congiuntura dei prossimi mesi: un deciso intervento dello Stato che va al di là delle classiche misure dell'economia sociale di mercato, con la quale la Germania si è comunque sempre distinta dal capitalismo di stampo anglosassone. Lo Spiegel annuncia le misure del pacchetto che, secondo il ministro dell'economia Glos, salverà almeno un milione di posti di lavoro. Di parere opposto gli economisti interpellati dal Financial Times Deutschland: si tratta di misure inadeguate ad affrontare il disastro che abbiamo davanti, sarebbe meglio utilizzare quei soldi per sostenere i consumi.
(Immagine: una filiale berlinese della Commerzbank, fotowalkingclass).
sabato, novembre 01, 2008
giovedì, ottobre 30, 2008
Il triste addio di Tempelhof
Oggi il grande androne centrale è illuminato a giorno come sempre. Dal soffitto cesellato piomba verso il basso, bianca e violenta, la luce dei neon, simbolo di modernità del secolo scorso. Si rifrange sulle colonne laterali disegnando giochi di luci e ombre che infondono solennità. Ma la tristezza prevale. Se i muri e le colonne potessero parlare! Se potesse parlare l’orologio anni Trenta appeso in alto a sinistra, sopra la porta che conduce al ristorante. Invece non parla nessuno. L’enorme stanzone è semi deserto. Pochi passeggeri ciondolano tra i sedili come fossero sospesi in uno spazio senza tempo. Il lungo serpentone porta bagagli è silenzioso. Silenzioso è anche l’addetto dell’ufficio informazioni che tamburella con i polpastrelli sul tavolino. Tic tac, tic tac: sembra proprio che scandisca gli ultimi secondi.
Tempelhof chiude. Il primo, storico aeroporto di Berlino ha le ore contate. Ancora pochi voli, gli ultimi, poi questa sera chiuderà le piste e sarà solo l’ennesima pagina di storia ingiallita di una città eternamente proiettata al futuro, incapace tuttavia di custodire il passato. La decisione è stata lunga e pure sofferta, nasce più di dieci anni fa sotto la giunta locale democristiana e socialdemocratica degli anni Novanta ma viene perfezionata solo negli ultimi tempi sotto la regia di sinistra del borgomastro Klaus Wowereit. Motivo: la costruzione di un grande aeroporto internazionale a sud-est nell’area dell’attuale scalo di Berlino Schönefeld. Lavori già iniziati, apertura prevista nel 2011.
L’opzione ha una sua logica: dopo la caduta del Muro, Berlino s’è ritrovata tre aeroporti di medio-piccole dimensioni e senza una grande struttura. Ma l’idea di costruire un mega aeroporto chiudendo gli altri due (dopo Tempelhof toccherà a Tegel) è stata lungamente contrastata, sia sul piano strategico da chi riteneva più sensato seguire l’esempio di altre capitali come Londra, Parigi e Roma che hanno più aeroporti, sia su quello sentimentale da chi non voleva mettere i lucchetti ad un pezzo di storia dell’aviazione berlinese e mondiale. I secondi l’hanno tirata per le lunghe, riuscendo anche a raccogliere le firme per indire un referendum, fallito lo scorso aprile per il mancato raggiungimento del quorum.
Da allora è iniziato il conto alla rovescia per quello che ancora all’inizio del secolo scorso era soltanto una pista di atterraggio per le dimostrazioni di volo. Fu nell’ottobre del 1923 che a Tempelhof venne riconosciuto lo status di aeroporto e da quel momento la sua storia si è intrecciata a doppio filo con quella della città e del mondo. Tre anni dopo qui nacque la Lufthansa, la compagnia di bandiera tedesca che oggi è una delle cause della chiusura, giacché la sua strategia industriale predilige la centralizzazione degli scali per ottimizzare i costi dei servizi e delle manutenzioni. E fino agli anni Trenta, nel vecchio terminal messo su nel 1927 si alternavano politici e artisti, piloti e intellettuali futuristi della tempestosa Berlino weimariana.
Dalle caotiche temperie artistiche al razionalismo architettonico del nazionalsocialismo il passo fu breve e violento e l’aeroporto di Tempelhof lo seguì docilmente. La struttura venne inglobata nel piano urbanistico di Albert Speer e all’architetto Ernst Sagebiel fu affidato il compito di ricostruire il terminal. Ne venne fuori l’attuale struttura, un gigantesco monumento all’aviazione moderna, un complesso di palazzi e corridoi che dovrebbe ancor oggi costituire il terzo edificio più grande del mondo, dopo il Pentagono e il Palazzo del Parlamento di Bucarest di Ceausescu.
I marmi dei rivestimenti interni riflettono la sontuosità tipica di quei tempi, anche se proprio il grande androne del terminal non fu mai del tutto completato. I lavori si protrassero dal 1936 al 1941: Tempelhof divenne la porta d’Europa della Germania nazista, qui furono costruiti e assemblati i pezzi dei bombardieri Junkers Ju 87 Stuka e dei caccia Focke-Wulf Fw 190 e il suo nome fu per lungo tempo accostato a quello un po’ imbarazzante di aeroporto del Führer. La battaglia di Berlino visse qui uno dei momenti più caldi. Le truppe russe si impossessarono dell’aeroporto nell’aprile del 1945 e due mesi e mezzo dopo lo consegnarono agli americani nel quadro dell’accordo sulla divisione della città.
Agli statunitensi piaceva questo piccolo gioiello architettonico. Le due piste erano perfette per i veivoli dell’epoca, si atterrava, si rombava sulla pista fino al grande spiazzale ad arco che replicava la struttura centrale del terminal. Così cominciò l’era americana di Tempelhof. Da quelle piste partì il primo volo dell’American Overseas Airlines che inaugurò nel maggio del 1946 la linea per New York: l’alba di una nuova era. Ma la fama di Tempelhof doveva ancora conoscere il suo momento più glorioso, quello che resterà per sempre impresso sui libri di storia, non solo aeronautica. Arriverà con il ponte aereo messo su agli inizi della guerra fredda dagli Alleati per superare il blocco sovietico della città con il quale Stalin voleva mettere in ginocchio la metà occidentale di Berlino. Per oltre un anno, dal 25 giugno 1948 fino a fine settembre 1949, centinaia e centinaia di aerei, partendo dagli aereoporti di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna, trasportarono a Tempelhof ogni genere di prima necessità. Le foto dei berlinesi assiepati sulla collinetta antistante le piste di atterraggio, con le mani alzate al cielo in segno di saluto, testimoniano l’emozione del momento. Il 12 maggio 1949 Stalin tolse il blocco e ammise la sconfitta, i rifornimenti proseguirono fino a settembre, per scongiurare il rischio di un’altra prova di forza.
Le cifre restano a memoria di quella epopea: 278.228 voli, 2.326.406 tonnellate di cibo, forniture, macchinari, medicinali tra cui 1.500.000 tonnellate di carbone per il riscaldamento e la produzione di energia elettrica. Nel momento di maggior traffico, atterravano a Tempelhof uno dopo l’altro 1398 aerei ogni ventiquattro ore. Fu un successo straordinario e spettacolare, la prima, grande vittoria delle potenze occidentali nella Guerra Fredda.
La storia è però piena di ironia. Proprio nell’anno in cui è stato celebrato il sessantesimo anniversario del ponte aereo, è stata decretata la chiusura di Tempelhof. Cosa diventerà questa immensa area, nessuno ancora lo sa. Gli edifici saranno conservati ma nessun progetto è per il momento previsto, anche se tanti si accavallano proponendo cose bizzarre come uno zoo, un forum, un parco o la solita speculazione edilizia.
Per la chiusura, cerimonia ufficiale con ottocento invitati, fra cui il borgomastro, inflessibile nel perseguire la cancellazione dello scalo. Più che una festa sembra un funerale. In questi ultimi giorni i berlinesi si sono assiepati di nuovo attorno alle piste, aggrappati al reticolato con le macchine fotografiche per strappare una foto degli ultimi decolli. All’interno, il tabellone delle partenze e degli arrivi racconta già la fine. Le destinazioni che compaiono non descrivono più il mondo lontano: Bruxelles, Graz, Mannheim, Vaxjo, Cagliari. Già da tempo Tempelhof è stato declassato a City-Airport, terminale di voli regionali e velivoli privati: troppo corte le sue piste per i grandi aerei intercontinentali.
Le compagnie, tuttavia, hanno fatto ferro e fuoco per assicurarsi l’ultimo decollo, c’era chi aveva proposto che a partire per ultimo fosse ancora un Rosinenbomber, l’aereo ad elica del ponte aereo. Invece sarà un normale volo di linea, della piccola compagnia Cirrus Airlines, a chiudere un pezzo di storia del Novecento. Orario previsto: 21 e 50. Direzione: Mannheim. Un’ultima rollata sulla pista, la rincorsa, il decollo. Poi dalla torre di controllo spegneranno i monitor, appenderanno le cuffie ai ganci e calerà il sipario.Aggiornamento: cambi di programma rispetto a quando è stato scritto questo articolo e maltempo stanno condizionando le ultime ore di vita dell'aeroporto. Dopo il volo di linea per Mannheim, dovrebbe essere previsto ancora il decollo di due aerei storici, tra cui proprio il Rosinenbomber. Ma le cattive condizioni meteo tengono a terra ancora tre aerei e non è chiaro cosa accadrà. Nel frattempo, nell'androne partenze/arrivi sta per iniziare il gala d'addio, all'esterno manifestazioni di protesta (sotto la pioggia) e folla attorno alle piste per l'ultima foto (alcuni si sono presentati con le candele mortuarie). Piccoli dettagli, tutto resta molto triste, ma chi fosse interessato a seguire fino in fondo c'è la diretta online del Morgenpost (mentre per chi è a Berlino o in Brandeburgo, basta sintonizzarsi sul canale regionale rbb).
sabato, ottobre 25, 2008
Anonyma. Eine Frau in Berlin
Wie oft? Quante volte? Quanto spesso? Era la domanda più frequente tra le donne che si incontravano per strada nella Berlino martoriata del 1945, nei giorni, nelle settimane, nei mesi dell’occupazione sovietica, quando i russi sfondarono sul fronte orientale e presero la capitale del Reich in fumo, quartiere dopo quartiere, strada dopo strada, casa dopo casa. E con la città presero le loro donne, vecchie, giovani o bambine, senza riguardo per nulla, né per l’età, né per la condizione, né per lo stato di salute: bottino di guerra. Era accaduto più o meno la stessa cosa con l’avanzata dei nazisti in Russia, ora la storia si rovesciava, i ruoli si invertivano, carnefici i russi, vittime le tedesche. Solo una cosa non cambiava: il sesso degli stupratori e il sesso delle stuprate. Sarebbe accaduto ancora, nelle cento e più guerre successive, fino ai giorni nostri e di nuovo nel cuore dell’Europa, nei Balcani: serbi, croati, bosniaci, ortodossi, cristiani, musulmani. E sempre la stessa vigliacca divisione: gli uomini di qua, le donne di là, prede e bottino di guerra, rifugio violato e preteso, per annegare animalescamente la durezza della guerra. Ora madri, ora sorelle, ora puttane, a piacimento. Il cinema tedesco affronta il tabù più scabroso della seconda guerra mondiale: quello delle donne violentate dalle truppe russe che occuparono la metà orientale del paese nella controffensiva del 1945. Lo fa con un film basato sul diario di una testimone, una giornalista che visse a Berlino il dramma della rovina, dei bombardamenti, della sconfitta, della solitudine, infine dell’assalto. In tutti i sensi. Una giornalista, Marta Hillers, che riversò su piccoli quaderni l’orrore e l’angoscia di quei giorni, la disperazione e la paura, l’umiliazione ma anche l’incredibile voglia di vivere e sopravvivere, navigando tra le rovine materiali e morali della città più conquistata che liberata. Il film prende il titolo dal libro, “Anonyma, eine Frau in Berlin” (Anonima è lo pseudonimo dietro cui, fino alla sua morte, si è celata l’autrice). E’ diretto da Max Färberböck, regista anche di “Aimée & Jaguar”, un altro classico della Berlino ai tempi della guerra, che ha curato anche l’adattamento cinematografico del testo originale.
In Germania è il film del momento, accolto da critiche contrastanti, ora positive ora feroci: in attesa dell’impatto sul pubblico, a dividersi sono le grandi firme delle maggiori testate giornalistiche, da Andreas Kilb della Frankfurter Allgemeine ad Andrian Kreye della Süddeutsche Zeitung, da Christiane Peitz del Tagesspiegel a Joachim Kronsbein dello Spiegel, da Knut Elstermann di Radio Eins a Bettina Homann di Zitty. Sui canali televisivi si susseguono i documentari su quei mesi terribili, con ricostruzioni storiche e filmati d’epoca e con i microfoni pronti a raccogliere i ricordi e le lacrime delle poche testimoni ancora in vita.
Il film è da ieri nelle sale cinematografiche tedesche e noi siamo andati a vederlo nel primo spettacolo allo Zoo Palast, il cinema che ha per anni ospitato le serate della Berlinale, alle spalle dello Zoologischer Garten di Berlino. Una sala sorprendentemente vuota, una ventina di spettatori in tutto, un’anziana signora seduta in disparte nelle file laterali con la quale ho incrociato lo sguardo a fine proiezione: aveva gli occhi pieni di lacrime, un’emozione che fa giustizia delle critiche al regista.
Rispetto al libro, il film opera alcuni compromessi. Salta dei passaggi, semplifica le situazioni, inserisce personaggi femminili giovanili. Il ritmo procede a strappi, ora troppo lento, ora troppo rapido, alla ricerca di una narrazione che possa tenere tutto insieme. E però, se il giudizio su un film che si basa sul racconto in prima persona dell’autrice deve essere misurato anche dalla scelta dell’attrice protagonista, la decisione di affidare il ruolo a Nina Hoss è stata delle più felici. Un’interpretazione densa e drammatica, capace di incarnare alla perfezione gli stati d’animo della protagonista: angoscia, paura, rassegnazione, determinazione, umorismo nero. Una miscela difficile da rappresentare, che la Hoss riesce a proporre con grande convinzione confermandosi una delle attrici più interessanti nel panorama cinematografico ormai non solo tedesco ma europeo. Lo spessore della sua interpretazione fa perdonare anche la scelta più scellerata del regista, quella di cedere al peccato cinematografico di forzare la relazione fra l’autrice del diario e un ufficiale sovietico, inventando una storia d’amore di cui non v’è traccia nel libro.
Questo per quel che riguarda il film sul piano tecnico. Ma la scelta di affrontare il tabù dei tabù della storia tedesca non può confinare il dibattito sul film al piano strettamente tecnico. Non era ancora capitato di veder rappresentata sul grande schermo la violenza cieca di un’avanzata militare che sin dal primo momento si rivelò per quel che era e che sarebbe stata una volta firmato l’armistizio: non una liberazione ma un’occupazione. Non una vittoria ma l’umiliazione di un popolo che da quel momento in poi sarebbe divenuto il baluardo più occidentale del nuovo sistema di sicurezza russo. Dietro la banalità del male della guerra e le tremendamente normali storie di vendetta, lo stupro sistematico delle donne tedesche celava l’obiettivo di annichilire non solo l’orgoglio – peraltro già distrutto – dei soldati o degli uomini dell’apparato di regime ma l’amor proprio di un’intera popolazione. L’annullamento della dignità delle donne e dei loro mariti, padri, fratelli, figli, costretti a subire l’umiliazione oltre la sconfitta.
Le cifre sono sempre rimaste avvolte da una cortina di pudico riserbo ma sembra veritiera la stima di centomila donne violentate nella sola Berlino. Ora che il tempo ha guarito le ferite (basti pensare che in politica estera la Germania unita è oggi il partner europeo più importante per la Russia di Putin e Medvedev) e che i timori del revisionismo si sono dissipati, il paese ritorna a parlare dei propri tabù di guerra, rispondendo all’ormai lontano appello di W. G. Sebald, che dieci anni fa si chiedeva come mai la letteratura tedesca avesse rinunciato a raccontare eventi di grande portata del proprio passato. Si pubblicano i libri sull’affondamento nel 1945 della nave da crociera Gustloff da parte dei sovietici con diecimila profughi a bordo, si aprono i dibattiti sulla vera ragione dei bombardamenti a tappeto delle città tedesche da parte degli alleati, si moltiplicano i film e i libri sulle vicende dei “Vertribene”, gli sfollati dai territori orientali. Argomenti trattati con scrupolo e rigore storiografico, fuori da strumentalizzazioni politiche, nel tentativo di riannodare il filo della storia e della memoria a quasi vent’anni dalla riunificazione.
Anche la storia di Anonima è emblematica. Marta Hillers scrisse il suo diario tra l’aprile e il maggio 1945 su tre quaderni e su alcuni fogli sparsi. Qualche mese dopo revisionò tutto, elaborando 121 pagine sulla carta grigiastra del periodo di guerra. Fece leggere i quaderni al fidanzato rientrato dal fronte: questi voltò la testa dall’altra parte e sparì. E’ quello che fecero tutti gli altri tedeschi, ad ovest per la vergogna, ad est perché i russi erano i nuovi padroni e le gesta dell’Armata Rossa si tinsero di un eroismo che non c’era stato. I diari furono affidati a Kurt W. Marek, un critico letterario che con lo pseudonimo di C. W. Ceram aveva pubblicato un bestseller di archeologia, “Civiltà sepolte”. Si trasferì negli Stati Uniti e pubblicò in inglese la prima versione di Anonima. Era il 1954, seguirono traduzioni in norvegese, italiano, danese, giapponese, spagnolo, francese e finlandese. Solo nel 1959 fu pubblicata l’edizione tedesca ma da Kossodo, una piccola casa editrice svizzera con sede a Ginevra. In patria nessuno lo voleva pubblicare e il libro non ebbe alcun successo. L’autrice proibì qualsiasi riedizione sino alla sua morte, che avvenne nel 2001. E’ allora che Hans Magnus Enzensberger decise di intraprendere la strada della ripubblicazione. Il libro uscì nel 2003 presso l’editore Eichborn di Francoforte. Fu un successo, replicato un anno dopo in Italia con l’edizione Einaudi, prefatta dallo stesso Enzensberger. Adesso è il momento del grande schermo.
(pubblicato sul Secolo d'Italia il 25 ottobre 2008)
venerdì, ottobre 24, 2008
La crisi ora investe le economie emergenti
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Asien gleitet in die Krise. Dies aber ist keine Krise der Banken, denn die Finanzinstitute waren nicht weit genug globalisiert, um das ganz große Rad zu drehen. Es ist die heraufziehende Rezession im Westen, die die Exportnationen der Region mit voller Härte trifft. Bislang hat es Asien nicht geschafft, den heimischen Konsum soweit anzukurbeln, dass er einen Nachfrageeinbruch aus dem Ausland auffangen könnte. Nun aber sei das Weihnachtsgeschäft um mehr als 30 Prozent eingebrochen, berichten Logistiker in China. Im Westen wird unter dem Weihnachtsbaum gespart, und die Hersteller von Turnschuhen, Spielzeug und Computern in China und Indien bekommen dies zu spüren... [H. Mußler, C. Hein, C. Moses, S. Thielbeer und R. Hermann continuano sulla Faz].
Un fantasma si aggira per la Fiera: l'e-book
Nei saloni d’ingresso, le fotografie in bianco e nero delle edizioni passate raccontano la lunga storia della Fiera del Libro di Francoforte. Un evento che ha accompagnato con puntualità lo sviluppo del paese: dalla rinascita del dopoguerra al miracolo economico, dalle ribellioni degli anni Sessanta alle tensioni degli anni Settanta, dalla nascita della società dello spettacolo alla rivoluzione tecnologica, passando per guerre fredde e muri caduti, separazioni e riunificazioni, temperie culturali e movimenti sociali. Sono trascorsi sessanta anni dalla prima volta: un anniversario importante che in questi giorni coincide con la rappresentazione della grande crisi che si svolge a pochi passi dal grattacielo in vetro e acciaio che ospita la Buchmesse. Per l’esattezza in altri grattacieli costruiti alla stessa maniera, dove va in scena la partita drammatica della finanza globale.Francoforte è la prima piazza finanziaria della Germania e una delle principali del mondo. E’ sede di importanti banche e istituti di credito tedeschi, da qui l’Europa governa la sua economia attraverso le mosse della Banca centrale europea. Inevitabile che l’attenzione si divida fra gli eventi della più grande mostra libraria del mondo e le preoccupazioni per le sorti finanziarie del globo. Tanto più che le cattive notizie che rimbalzano dalla borsa francofortese si ripercuotono come un’onda angosciosa anche negli androni foderati di libri. Non vale molto la contrapposizione un po’ idealistica fra il vile denaro e la sublime cultura. Pensiero contro profitto, riflessione contro speculazione. Le preoccupazioni che si raccolgono all’interno degli stand degli editori sono piuttosto pratiche e materiali. Quanto inciderà sull’economia reale il crollo dei mercati finanziari? Quanta difficoltà incontreranno le aziende editoriali nell’accedere ai crediti bancari? E le librerie, specie le medie e le piccole, potranno reggere l’impatto di un’economia in recessione?
Tanto più che la Fiera di Francoforte si distingue da molte altre fiere del settore per una sua stretta vocazione agli affari. Se nella vicina sede della borsa si fanno affari scambiando azioni, in questa sorta di borsa della cultura si fanno affari scambiando diritti d’autore. Il cronista rischia di smarrirsi vagando fra i banchi delle case editrici di tutto il mondo: qui i libri si vendono solo l'ultima domenica, rigorosamente dalle 9 alle 18, come indicano i cartelli sui banconi. E infatti per ora di libri ce ne sono pochi, e occhieggiano dagli scaffali come fossero oggetti di arredamento per foto di case d’autore. Prevalgono i cataloghi, i depliant, le schede informative sui libri che usciranno: roba da settore vendite più che da lettori.
Certo, ci sono gli eventi, le presentazioni dei libri, le conferenze e i dibattiti con gli autori dei libri e gli intellettuali che contano. Ma in genere la ciccia di Francoforte si trova dietro le quinte, dove i manager più che gli intellettuali si contendono i titoli dei bestseller o quelli degli scrittori emergenti. Dove gli squali dell’editoria vanno a caccia dei talenti sconosciuti, pesci grandi che circuiscono pesci più piccoli, pronti ad acquistare diritti e a strappare contratti alle condizioni più vantaggiose possibili.
Quest’anno al timore per le sorti finanziarie, se ne aggiunge un altro, sottile, che ha direttamente a che fare con il settore editoriale. Parafrasando l’incipit di un’edizione che ebbe un certo successo un secolo e mezzo fa, si può dire che un fantasma si aggiri per le sale della Fiera. Ed è quello del libro elettronico. Sono anni, forse decenni, che l’industria dei chip annuncia la morte del libro di carta, e sono anni e sicuramente decenni che si susseguono uno dopo l’altro i flop dei cosiddetti supporti elettronici. Ma questa volta parrebbe che la minaccia sia seria. I “supporti” hanno trovato un nome suadente – e-book – e soprattutto una qualità e una versatilità che prima non avevano. Sfruttano l’onda lunga di Internet che sta creando lo stesso scompiglio nel settore dei giornali di carta stampata. Puntano al mercato ormai maturo della generazione nata coi computer e cresciuta con i videogames, per la quale la tv è già roba vecchia, figuriamoci la stampa. Se tutto il mondo è racchiuso nei pochi pollici di uno schermo e nei pochi giga di un hard disk (perfino le amicizie, come testimonia il fenomeno di Facebook) nessun dubbio che il futuro sia arrivato anche per il libro.
La Fiera di Francoforte prova ad esorcizzare il fantasma, festeggiandolo. E il libro elettronico è la star di questa edizione a numero tondo. Gutenberg gioca con bit e tastiere (Mainz, che ospita il museo dell’inventore della stampa, è a un tiro di schioppo da qui), il gioiellino della Sony – già presentato un mese fa alla Fiera dell’elettronica di Berlino – si contende i riflettori con una nutrita schiera di rivali e i guru della lettura digitale snocciolano cifre dell’ultimora che non lasciano scampo, questa volta per davvero assicurano, al nostro caro, polveroso, libro di carta. Si apre una nuova era, che promette di smarcare il settore librario dalle tante strozzature che lo soffocano. Testi importanti, che non vedono la luce per carenza di valore commerciale, potranno usufruire della stampa on-demand: si stampa alla bisogna, non solo piccoli quantitativi ma anche singole copie. Le rotative incerte di qualche tempo fa hanno lasciato il posto a marchingegni di tutta efficienza, il sogno divenuto realtà è quello di fare di ogni scrittore un potenziale autore di romanzi o libri di saggistica: via dalle grinfie delle mafie editoriali ma anche diritti dentro il cono d’ombra di una produzione senza qualità, dove ognuno è in grado di pubblicare il proprio libro saltando l’intermediazione delle case editrici e, grazie ad Internet, della distribuzione. Più libri di tutti per tutti, ma ogni rivoluzione si porta appresso il suo contrario e già altrove, ad esempio nel giornalismo, il fenomeno elettronico dei blog offre oggi assieme ai vantaggi anche il conto di un’informazione gridata, approssimativa, autoreferenziale, faziosa. Fatta di opinioni che fanno a meno dei fatti.
Poi, girato l’angolo, si ritrova la tradizione. Che a Francoforte si ripete nella scelta annuale del paese ospite, del quale vengono presentati gli aspetti letterari, sociali, politici, finanche gastronomici. Quest’anno si è deciso di giocare in casa e si è scelta la Turchia. La prima cosa che salta agli occhi è il numero di scrittori turco-tedeschi, romanzieri appartenenti alla seconda o terza generazione di immigrati, che costruisce il proprio mosaico dell’integrazione attraverso le rotture e gli scontri di due culture assai diverse. La Turchia tedesca mescola currywurst e kebab, modernità mal digerita e ancestrali ritorni al passato. E’ la Turchia anatolica, lontana e perduta, esotica quanto incomprensibile. Così, appare paradossalmente più vicina la Turchia cosmopolita di Pamuk e degli altri autori arrivati da Istanbul, a raccontare le ansie di un paese che è ormai Europa, la cui letteratura chiede ai suoi governanti libertà di espressione e di critica, riconoscimento dei diritti civili e laicità. Sarà il caso di tornare sulle letterature turche che raccontano paesi diversi e ansie opposte. Magari quando l’ennesimo frastuono dei bit si sarà placato e tornerà ancora una volta invincibile il fruscio delle pagine sfogliate.
Articolo pubblicato il 18 ottobre 2008.
I sessant'anni della Buchmesse
martedì, ottobre 21, 2008
Ucraina e Russia, accordi nucleari
"We plan to sign a contract with TVEL on "customer-owned" raw materials by the end of the year. Moreover, we plan to sign it earlier than agreements for nuclear fuel supplies for Ukrainian nuclear power plants," Nedashkovskiy said. Under a contract on "customer-owned" raw materials, Ukraine will supply uranium to Russia for enrichment to be subsequently delivered to Ukrainian nuclear power plants as nuclear fuel. Ukraine plans to sign a long-term contract with Russia on Russian nuclear fuel supplies for all Ukrainian nuclear power plants from 2010 after the expiry of the current agreement. Nedashkovskiy said Ukraine could only cover 30% of its uranium requirements at the present time and planned to switch to full supplies of Ukrainian nuclear fuel for its domestic nuclear power plants from 2015.
Fonte: Ria Novosti.
lunedì, ottobre 20, 2008
Immunizzato
Günter Grass, Il tamburo di latta, 1959.
La citazione mi è venuta in mente leggendo i sondaggi sul consenso bulgaro degli italiani per l'attuale presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Io l'ho vista più di qualche tribuna dal di dietro. E' vero che immunizza.
giovedì, ottobre 16, 2008
martedì, ottobre 14, 2008
Storie calcistiche dall'Heimat: senza rivali
Chi conosce le serie minori del calcio, sa quanto siano dure e faticose. Quanto sia difficile difendere un blasone più grande, quanta umiltà ci voglia per risalire la china quando si veste una maglia che ha assaporato anni di serie B sotto il patronato di Franco Fanuzzi, la guida tecnica di Vinicio, giocatori del calibro di Sensibile, La Palma, Cantarelli, Fiorini, Castelletti, Renna, Giannattasio, Ferrari, Lombardo, Cremaschi, Papadopulo, Boccolini. Nomi che ai più giovani dicono poco, ma a chi era giovane allora, anzi bambino (si andava "al campo" ovviamente accompagnati da padri e zii), dicono tanto. A quei tempi, e stiamo parlando ormai della prima metà degli anni Settanta, la squadra con la maglia bianca e la "V" azzurra (o al contrario azzurra con la "V" bianca, in genere utilizzata in trasferta) era quella del Brindisi. Il Brescia veniva dopo, come nelle targhe automobilistiche. Quei tempi sono lontani. Tante società si sono succedute nella Brindisi Sport, in genere massacrando blasone e orgoglio. Fino al fallimento e alla rinascita con un nuovo nome, Brindisi Football Club che ha nella data il suo ancoraggio storico: 1912. Inizio del Ventesimo secolo, prima di tante squadre che gareggiano in serie superiori. Sì, perché il Brindisi oggi milita in serie D. Ha dovuto ancora una volta ricominciare dal fondo. Una promozione immediata, poi qualche anno di delusioni: una società nuova ha bisogno di maturare sul campo le esperienze necessarie, perché gestire una società sportiva, di calcio in particolare che muove passioni a volte anche irrazionali, è tra i mestieri più difficili in Italia. Quest'anno la marcia sembra riprendere. E' presto per far festa, siamo appena all'inizio. Calma, sangue freddo, sono campi dannati, quelli della serie D, che oggi non si può più neppure chiamare "quarta serie" per quanto hanno incasinato i campionati nazionali. Però sono state giocate sei giornate e un paio di partite importanti. La squadra viaggia a punteggio pieno. Mi dicono che giochi una meraviglia. Ha già cinque punti di vantaggio sulle seconde. E basta così: il resto sarà, finalmente, un campionato appassionante come non accadeva da tempo. (Foto dal sito ufficiale del Brindisi Football Club 1912).
Europeans do it better (sometimes)
giovedì, ottobre 09, 2008
Die wirkliche Einsamkeit
Andrzej Stasiuk, Dojczland, Suhrkamp, 2008.
Immagine: Winter an der Ostsee, fotowalkingclass.
Tic tac, tic tac
mercoledì, ottobre 08, 2008
Esordio vincente
Nel video scorrono gli ultimi minuti della partita d'esordio dell'Enel Basket Brindisi in Lega due, in casa contro la quotata squadra del Fastweb Casale Monferrato. Una vittoria sul filo di lana (67-65), dopo una gara tirata e iniziata sotto il segno della comprensibile emozione. Brindisi torna in quella che ai miei tempi era la serie A2 partendo da una vittoria. Il campionato è lungo è l'obiettivo è di ben figurare, conquistando innazitutto una tranquilla salvezza. Riassaporiamo la serie A dopo ventotto anni. La sapremo conservare a lungo. Forza ragazzi. (Il video è ripreso da YouTube, e qui si ringrazia l'anonimo regista che ha filmato tutto dalla gradinata).
In aeroporto con i Tir
La crisi finanziaria tra Europa e Germania
martedì, ottobre 07, 2008
Herbst vorm Balkon
lunedì, ottobre 06, 2008
Ma cos'è questa crisi/1
Zona Cesarini (o zona Hypo)
domenica, ottobre 05, 2008
Il riscatto degli albanesi
Assia, la prima volta della Linke
(Aggiornato lunedì 6 ottobre, ore 11.00)
sabato, ottobre 04, 2008
La Serbia tra Fiat e Hollywood
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Scenari fantastici e bassi costi di produzione fanno di Belgrado una delle mete privilegiate dalle grandi case di produzione americane per girare i loro film. Una buona pubblicità per la Serbia e un'occasione per rilanciare l'industria cinematografica nazionale (continua). Fonte: Osservatorio sui Balcani.
venerdì, ottobre 03, 2008
Sondaggio ARD: una donna sola al comando
Nonostante il binomio Cdu-Csu stia inanellando una sconfitta dietro l'altra nelle elezioni locali (comunali o regionali) che si vanno succedendo, e nonostante la nuova leadership dell'Spd abbia rimescolato le carte in casa socialdemocratica, Angela Merkel resrta saldamente in testa a tutti i sondaggi d'opinione che vengono realizzati in questo periodo. Oggi, giorno simbolico perché è la festa della riunificazione tedesca, giungono i risultati del "Deutschland Trend" dell'ARD, il primo canale pubblico tedesco. Messi a confronto i due candidati alla Cancelleria, Angela Merkel stacca Frank-Walter Steinmeier di ventuno punti nel gradimento degli elettori: 53 per cento per la cancelliera uscente, 32 per cento per lo sfidante. Due cose possono al momento consolare il ministro degli Esteri. La prima: nella soddisfazione per il lavoro svolto, la sua percentuale è praticamente identica a quella lusinghiera della cancelliera (68 a 69). La seconda: punto più punto meno, questa era la stessa distanza di partenza di Gerhard Schröder dalla Merkel nelle elezioni precedenti, distanza che poi l'ex cancelliere riuscì quasi completamente a recuperare. Di contro, questa volta i ruoli sono invertiti, e sarà la Merkel a potersi giovare del "bonus del cancelliere".Ancora più netti i risultati se si guardano le singole questioni (a questo si riferisce il grafico riportato dall'ARD in apertura del post). Merkel batte 57 a 25 Steinmeier come capacità di leadership, 45 a 19 come percezione di vicinanza ai problemi dei cittadini, addirittura 34 a 29 come attenzione ai diritti sociali, campo tradizionalmente favorevole ai socialdemocratici. Se è lecito interpretare qualcosa, la cancelliera è percepita come una leader capace di guidare il paese e allo stesso tempo attenta alle questioni che preoccuopano i cittadini, una sorta di politico della porta accanto. Mentre Steinmeier, complice anche il suo ruolo di "diplomatico con la valigia" appare più distante e distaccato.
Interessanti poi altri spunti forniti dal "Deutschland Trend". Come il sondaggio sui partiti. In calo - ma ormai questo sembra il leit motiv di questi anni - i due partiti di massa: 35 per cento per Cdu-Csu e addirittura ritorno al 25 per cento per l'Spd. Nessun beneficio dal cambio di guida, per il momento. Crescono invece ancora i liberali (13 per cento) e si mantengono a buon livello anche la Linke e i verdi (con l'11 per cento). Ormai non si può più parlare di piccoli partiti, riferendosi ai tre gruppi minori e la Germania è entrata a pieno titolo in un sistema a cinque partiti, che pone problemi inediti di stabilità. Tuttavia si delinea interessante il ruolo dell'Fdp, dei liberali, che stanno vivendo una nuova giovinezza e che potrebbero anche diventare l'ago della bilancia per un governo che eviti la replica della Grosse Koalition. Mancano pochi punti percentuali, ma l'Fdp potrebbe trovarsi nella condizione di essere determinante sia per un governo di centrodestra con la Cdu-Csu, che per la riedizione di un centrosinistra (stile anni Settanta) con l'Spd e l'aggiunta dei verdi (Ampelkoalition).
Sviluppo curioso, visto che fino a questo momento l'attenzione di tutti gli osservatori si era concentrata sul nuovo fenomeno della Linke. Che conferma tuttavia la sua inevitabile spinta orientale. Nelle regioni dell'ex Germania Est, infatti, il sondaggio dell'ARD la piazza come primo partito, con il 29 per cento, un filo davanti alla Cdu e all'Spd. I risultati in dettaglio del "Deutschland Trend" di ottobre li trovate nella riproduzione in flash qui.
A chi giova la guerra fredda? Forse a nessuno
Sia chiaro: la teoria della democrazia liberale non è, in quanto tale, un'ideologia, visto che è una teoria che ha funzionato in pratica, che si è realizzata nel mondo reale, mentre le ideologie sono (come le utopie che le hanno precedute) teorie senza pratica che clamorosamente falliscono nell'attuazione (vedi per tutti l'Urss), e che sopravvivono come fedi, come un pensiero che nessuno ripensa più, come un ex pensiero fossilizzato. Dunque la teoria della democrazia è una cosa, e l'ideologismo democratico che è esploso nel '68 e che ne proviene, è tutt'altra cosa. La prima ha fatto le democrazie, la seconda semmai le disfa. Ciò premesso, oggi l'urgenza è di stabilire e ristabilire senza paraocchi ideologici la realtà dei fatti, la realtà della «forza delle cose». E il fatto è che il mondo nel quale stiamo vivendo è il mondo più pericoloso nel quale l'uomo sia mai vissuto.
In parte perché stanno proliferando armi di distruzione di massa che ci potrebbero sterminare tutti; e in parte perché la dissennata crescita della popolazione (che il buon senso anche a questo effetto avrebbe dovuto impedire) ha innescato una sequela di altre crisi: dell'acqua che manca, del clima, delle risorse energetiche. E quest'ultima è la crisi più esplosiva del momento, visto che sta ridisegnando la mappa del potere mondiale tra chi dispone di petrolio e di gas e chi no. Gli Stati Uniti di petrolio ne hanno poco, l'Europa quasi punto. Invece la Russia ne ha. Ne hanno anche, si sa, il Venezuela, la Nigeria, l'Iran e alcuni Stati arabi del Medio Oriente; ma sono tutti Stati o traballanti o ostili e infidi. Il buon senso suggerisce, allora, che la Russia di Putin è, per l'Occidente, un alleato indispensabile. Se Putin venisse indispettito oltre misura, potrebbe chiudere i suoi rubinetti e l'Europa sarebbe in ginocchio in due mesi, gli Stati Uniti in gravi difficoltà entro sei.
Eppure il presidente Bush sta facendo di tutto per indispettirlo. È lui che per primo ha violato le intese indebitamente consentendo l'indipendenza del Kosovo; è lui che si propone di avvicinare i suoi missili intercettori ai confini della Russia, è lui che vuole incorporare nella Nato i Paesi dell'Europa orientale, è infine lui che sotto sotto ha incoraggiato la Georgia a sfidare Putin. Insomma Bush si comporta come se lui fosse il gatto e Putin il topo. L'acume di Bush mi è sempre sfuggito. Ma quando ho conosciuto Condoleezza Rice in panni accademici, lei era davvero intelligente (a detta di tutti). Pertanto quando una decina di giorni fa ha dichiarato che la crisi del Caucaso lascia la Russia «isolata e irrilevante» sono restato di stucco. Possibile che il potere logori anche l'intelligenza delle donne? Davvero gli Stati Uniti credono di poter condizionare Putin con rappresaglie finanziarie e bloccandone l'ingresso nell'Ocse e nel Wto? Eccezion fatta per il formidabile potere deterrente del suo arsenale atomico, a tutti gli altri effetti gli Stati Uniti sono oramai, al cospetto della Russia (e anche della Cina) una tigre di carta. E questa è la realtà.
Beninteso io rispetto e mi sento anche debitore dello zelo missionario degli americani atteso a promuovere la democrazia nel mondo. Ma sono spaventato da uno zelo missionario che cade in mano a un «ideologismo democratico» di marca Sessantottina che, appunto, stravolge ogni buon senso.Giovanni Sartori, La scomparsa del buon senso (estratto), Corriere della Sera.
giovedì, ottobre 02, 2008
Berlino sotto attacco. Alleato.
Un nuovo contratto sociale da riscrivere
Se questo è vero, c'è addirittura un contratto sociale da riscrivere, una sovranità da ristabilire, un'autorità democratica che garantisca i diritti anche nel mondo postnazionale, prendendo possesso persino delle bolle senza spazio né tempo della globalizzazione. Anche perché la crisi complica la prospettiva, ma ripulisce lo sguardo. Il broker per strada a Wall Street, con la sua biografia professionale nello scatolone del licenziamento, esce dall'indistinto virtuale del paesaggio elettronico per tornare ad essere una figura sociale, politica, che non abita solo i numeri della finanza globale, ma cammina per la città reale. Così come il consumatore finirà per tradurre su se stesso - cioè su un soggetto di nuovo politico, sociale - il saldo finale del salvataggio americano, attraverso il peso ingigantito del debito.
Tornano così ad avere senso quelle categorie che non riuscivano ad afferrare la crisi, perché i suoi paradigmi erano tutti post-moderni, creati per un'altra dimensione: il diritto, la diplomazia, la politica internazionale, addirittura il sindacato. Con l'ambizione di non tornare indietro, né attraverso la regressione di una chiusura insensata nei nazionalismi né attraverso la tentazione di contrapporre Main Street a Wall Street, vellicando le paure per farle popolo, o almeno plebe, comunque forza d'urto populista [...]».
Ezio Mauro, Il nuovo disordine mondiale (estratto), la Repubblica.
Intervallo/4 - Letteratura per tutti
Intervallo/3 - Arm aber sexy
Intervallo/1 - Plattenbauten occidentali
I morti del bombardamento di Dresda
Il bombardamento di Dresda (13 febbraio 1945) resta una delle pagine drammatiche della seconda guerra mondiale. Negli ultimi tempi la storiografia si è a lungo interrogata sulla reale opportunità strategica e militare di quell'azione aerea, aprendo un dibattito che per lungo tempo era stato evitato, seppellito sotto la colpa nazista per aver dato il via al più sconvolgente conflitto globale e, ancor più, alla tragedia dell'olocausto, lo sterminio degli ebrei. Dietro alle valutazioni e ai giudizi, che con il trascorrere del tempo e delle emozioni vengono calibrati con luce nuova, si muove la ricerca concreta, che studia, conta, misura la realtà dei fatti, strappandoli a volte dal mito che ora la propaganda, ora il ricordo, le si sono appiccicati addosso. Così il Berliner Morgenpost ci informa che un nuovo studio ridimensiona il bilancio delle vittime del bombardamento di Dresda (il bilancio materiale resta inalterato). Di fronte alle enormi devastazioni, il numero delle vittime non era mai stato precisato, e le stime oscillavano da un minimo di 35mila a un massimo di mezzo milione, una forbice troppo alta per non lasciare spazio a un nuovo tipo di propaganda, come quella delle formazioni neo-naziste che tendono gonfiare i numeri per accentuare la brutalità di quella operazione. Ora pare che una stima più attendibile possa attestare sui 20mila i morti del bombardamento di Dresda.
Storie italiane
mercoledì, ottobre 01, 2008
La storia e la cronaca
Intanto in Assia la Ypsilanti (Spd) sblocca la trattativa con Verdi e Linke per un governo di minoranza rosso-verde con l'appoggio esterno della sinistra radicale. E' il primo ingresso (seppur dalla finestra) della Linke nel parlamento di un Land occidentale. Qui si sostiene da tempo la piena legittimità politica della Linke (con tutto il suo carico di ambiguità rispetto al passato, ma il titolare di questo blog viene dall'Italia, dove negli ultimi anni hanno avuto incarichi di governo post-fascisti e post e neo comunisti e dove a capo dell'esecutivo siede un principe del populismo). La vicenda dell'Assia, però, puzza tanto di spasmodica ricerca del potere più che di seria e costruttiva ricerca di nuove alleanze e nuove strategie, come scrive Boggero su Germany News. Tuttavia la politica è anche (talvolta soprattutto) potere, dunque non ci si deve troppo scandalizzare. In tempi di crisi nuove strade vengono intraprese più grazie ai condizionamenti delle contingenze (la cronaca?) che in seguito ad analisi programmatiche (la storia?). Come dimostra anche la travagliata vicenda italiana, le fasi di transizione sono complesse, i percorsi obliqui, le soluzioni incerte.
