lunedì, giugno 30, 2008

La Germania sospende la ratifica del trattato

Era stato il fiore all'occhiello della presidenza europea della Germania, nella prima metà del 2006: rimettere in piedi il processo costituzionale europeo e dare il via a quello che sarebbe poi diventato il trattato di Lisbona, quella specie di costituzione-bignami che avrebbe dovuto mettere tutti d'accordo e far ripartire l'Europa. Il primo colpo glielo ha inferto il no referendario irlandese. E ora ci si mette pure la stessa Germania. Il presidente della Repubblica Horst Köhler non apporrà la sua firma sulla ratifica fino a quando la corte costituzionale non avrà giudicato su due ricorsi che obiettano la compatibilità del trattato rispetto alla costituzione tedesca. E' stata la corte stessa a chiedere al presidente di astenersi dalla firma, valutando evidentemente piuttosto serie le obiezioni mosse. Secondo alcune indiscrezioni, l'impasse tedesca potrebbe protrarsi fino al 2009. Non è difficile immaginare quali conseguenze avrà questo blocco sulla strategia adottata dalla stessa Ue dopo il no irlandese: attendere tutte le ratifiche entro ottobre e poi ripresentarsi a Dublino per chiedere una ripetizione del voto (strategia che appare di per sé piuttosto bizzarra). C'è poco da rallegrarsi, comunque, soprattutto per chi ha a cuore la costruzione della casa comune europea. Ed è una nuova, pesante, palla al piede per Sarkozy che avvia il semestre di presidenza francese (domani la rubrica Alexanderplatz su Ideazione è dedicata proprio al semestre parigino).

Qui aggiornamenti da Der Spiegel, Süddeutsche Zeitung e Die Zeit.

E intanto l'ex ministro degli Esteri Joschka Fischer non le manda a dire ai socialdemocratici austriaci che propongono anche in Austria il referendum. L'accusa è di populismo. Il commento: "Povera Austria e povera Europa, guidate da certi opportunisti". Dal Tagesspiegel.

Aggiornamento. Poteva mancare il Kaczynski sopravvissuto? No che non poteva mancare. La Polonia ci riprova. Solo che fa meno notizia, come un disco rotto.

sabato, giugno 28, 2008

Germania, ultimi scampoli di Grosse Koalition

Parlamento e governo tedeschi vanno in ferie. Ma difficilmente ci andrà la politica. E' già cominciato il fuoco incrociato che, prevedibilmente, si intensificherà alla ripresa autunnale. Nel 2009 sono in programma le nuove elezioni legislative. E nel frattempo qualche ulteriore e delicato passaggio amministrativo e istituzionale. Posto un articolo sullo stato della Grosse Koalition pubblicato una settimana fa su Ideazione.

Secondo molti commentatori l’anno politico che si aprirà dopo la pausa estiva sarà per la Germania il peggiore della Grosse Koalition. Il meglio è già stato dato e l’approssimarsi del confronto elettorale nazionale – previsto per l’autunno del 2009 – non potrà che accentuare le differenze fra i due grandi partiti che si sono caricati l’onere di gestire una fase di transizione. Ma transizione sino a quando? [... continua su Ideazione].

Sul ponte sventola bandiera falsa


ARD e ZDF, i due canali pubblici federali della Germania, sono fra le televisioni migliori d'Europa, per qualità dei programmi, completezza e obiettività dei notiziari giornalistici, competenza dei tecnici e operatori. Durante il blackout di Germania-Turchia, i tecnici degli studi di Mainz hanno in pochi secondi trovato il modo per riportare sugli schermi le immagini della partita organizzando un velocissimo scambio di trasmissione da Vienna (luogo dell'oscuramento) alla Svizzera. La tv svizzera, infatti, aveva continuato a trasmettere la partita perché la sua area non era stata interessata dal nubifragio. Senza neppure attendere burocratiche autorizzazioni, i tecnici a Mainz hanno immesso sul circuito tedesco le immagini provenienti dalla Svizzera appena in tempo per far vedere ai tifosi tedeschi il secondo gol di Klose. Qui l'avventuroso cartello "Ci scusiamo per l'interruzione" è durato pochi minuti. Poi - sino al ritorno definitivo delle immagini da Vienna - si è sopperito con quelle dalla Svizzera. Unico inconveniente: l'audio arrivava tre secondi prima delle immagini, per cui mentre dallo stadio già esultavano per il temporaneo 2-1, Klose stava ancora scattando per colpire di testa. Poco male e un bravo agli operatori a Mainz, il giorno dopo celebrati come eroi al pari della truppa di Jogi Löw. Peccato che in mattinata, negli studi della ARD, i tecnici del telegiornale avevano rovinato tutto, ponendo alle spalle del mezzobusto una bandiera tedesca sbagliata a corredo della presentazione della partita (come testimoniato dal video di You Tube).

Europa, la palla passa a Parigi (e a Sarkozy)

Due appuntamenti interessano l’Europa in questi giorni. Da un lato il vertice Unione-Russia che si è svolto in settimana in Siberia. Dall’altro la chiusura del semestre di presidenza sloveno e l’avvio (molto atteso) di quello francese. Dal lavoro minuzioso di un piccolo Paese (il primo tra i nuovi membri dell’est) a quello ambizioso di uno dei grandi Paesi fondatori. Ma per Nicolas Sarkozy, che punta sul semestre anche per rilanciarsi nella politica interna francese, non saranno tutte rose e fiori [... continua su Ideazione].

Il miracolo di Gomorra

Non basta Capri e la sua memoria. Ecco da Monaco di Baviera l'altra faccia dell'Italia, trasportata sull'onda dei due ultimi successi cinematografici. Tutto esaurito nelle anteprime dei due film (Gomorra arriverà nelle sale tedesche all'inizio di settembre) ma il libro di Roberto Saviano è da molti mesi ai primi posti delle classifiche della saggistica.

Il miracolo di Capri

Capri e Krupp, un anniversario, il ritorno di un'isola mito per le genti del Nord. E' la prima volta da sei mesi - a mia memoria - che un giornale tedesco non scrive di spazzatura occupandosi della Campania.

giovedì, giugno 26, 2008

Luftbrücke. L'epopea dei Rosinenbomber

Il Douglas C-47 Skytrain sembra ancora in pieno volo, lì in alto, impigliato nei tiranti che lo sostengono sulla terrazza del Deutsches Technikmuseum di Berlino. Scivolando sul barcone lungo il Landwehrkanal, uno dei canali navigabili che intersecano la Sprea, non si può fare a meno di notarlo, immenso, luccicante con quella fusoliera argentata battuta dal sole. Ci si aspetta che sganci ancora una volta pacchi di viveri e sigarette e saponi e dentifrici, o scatole di cioccolato e chewing gum che facevano impazzire i bambini dai volti ancora emaciati dagli stenti del dopoguerra. Il C-47 è un “Rosinenbomber”, come lo chiamarono i berlinesi, un bombardiere d’uva passa [... continua su Ideazione].

Shantel. Disko Partizani

Italiener brava gente

Opposizione giustizialista, maggioranza ingiustizialista. Pare che il dialogo si sia spezzato. Fesso chi ci aveva creduto. Ma chi l'ha detto che la "democratura" è una salsa solo russa? A me pare equilibrato questo commento di Piero Ostellino (via Corriere).

mercoledì, giugno 25, 2008

Brindisi by night

Berlino festeggia il ritorno della Fanmeile

Di fronte alla Porta di Brandeburgo da ieri ha ripreso vita la cosiddetta Fanmeile, il lungo viale 17 giugno trasformato in una curva da stadio all'aperto. Si tratta di un chilometro di strada chiuso al traffico, con tre grandi maxi-schermo e una teoria infinita di venditori di salsicce, birra, coca-cola (che sponsorizza il tutto), gadget da tifo come le corone di fiori con i colori delle nazionali ancora in gara all'Europeo e le amatissime bandierine da auto, gelati, crepes, flamkuchen, currywurst, patatine fritte e, data la partita di oggi, anche e soprattutto kebab. Tutte cose senza le quali, pare, non si possa vedere una partita di calcio.

La Fanmeile venne inventata in occasione dei mondiali tedeschi del 2006 per consentire ai tifosi accorsi in città e privi di biglietto per lo stadio di godersi insieme la manifestazione. Ai berlinesi piacque tanto. Nei momenti cruciali del mondiale si contarono un milione di persone pigiate lungo il vialone e lì i tedeschi festeggiarono il terzo posto della propria Nazionale auto-celebrandosi (in mancanza del titolo originale) "campioni del mondo del cuore". Molti di loro avrebbero voluto ripristinare la Fanmeile fin dal primo giorno dei campionati europei ma la difficoltà di organizzare per tanto tempo un simile evento aveva sconsigliato il sindaco. Ora che siamo alla stretta finale, però, il carnevale calcistico-gastronomico è tornato per la gioia di tutti.

Turchi compresi. Quelli che qui chiamano "türkische Mitbürger", cioè turchi concittadini, hanno già in parte invaso da ieri la Fanmeile e promettono un tifo di fuoco sotto la Porta di Brandeburgo. Ma anche nei quartieri dove vivono in gran numero, da Kreuzberg a Wedding a Schöneberg. Se Germania-Turchia è stato chiamato il derby d'Europa, è ancor più vero che esso è soprattutto il derby di Berlino che vedrà di fronte berlinesi, turchi e turco-berlinesi, cioè l'immensa categoria di tedeschi di origine turca che dichiarano (non creduti) di tifare per tutte e due le squadre. E dopo le previsioni meteo un po' catastrofiche di questa mattina, sembra invece che il tempo terrà: i temporali sono scongiurati. La pioggia del pomeriggio dovrebbe lasciare spazio a una serata più asciutta. Che la festa abbia inizio.

Germania-Turchia, derby d'Europa

La parola d’ordine è: buttiamola sul sociale. Così i tedeschi provano a esorcizzare la madre di tutte le sfide, la semifinale che avrebbero voluto evitare, anche a costo di incontrare vecchi volponi come gli italiani, i francesi o gli olandesi se fossero riusciti ad arrivare fino in fondo. Perché non è tanto vero, come invece sostengono i giornali, che Germania-Turchia è l’occasione per ribadire la realtà dell’integrazione. E’ vero semmai il contrario. Come sempre accade quando due popoli vivono gomito a gomito, ma uno è il padrone di casa, l’altro l’ospite. E qui i padroni di casa sono i tedeschi, ricchi, belli e forti e che dunque hanno tutto da perdere. E gli ospiti sono i turchi, poveri, sporchi e pure cattivi, che cercano nel calcio il riscatto di una vita vissuta guardando dal basso. Questo sembrerebbe il sentimento reale della gente. Poi ci sono le eccezioni [... continua su Ideazione].

Sullo stesso argomento Giovanni Boggero ha scritto per il Riformista. L'articolo lo trovate sul suo blog GermanyNews.

L'Irlanda e le due Europe. E un po' di viaggi

Riprendo sul blog le segnalazioni agli articoli scritti per le varie testate. Comincio dalla rassegna stampa europea di questa settimana. Parallelamente ai nuovi articoli, inserirò quelli dei giorni passati, scritti nel periodo di (felice) assenza dal web.

Le conseguenze del no irlandese non si sono fatte attendere e i capi di Stato e di governo europei riuniti a Bruxelles hanno cominciato a fare i conti con un futuro incerto. Sono dunque i punti interrogativi che prevalgono in questo momento e l’Unione reagisce come ha sempre fatto quando un ostacolo si è frapposto sul suo cammino: prende tempo. L’allargamento vissuto è stato un passo storico e importante, e forse è inevitabile che la ricerca di nuovi meccanismi richieda tempi assai più lunghi di quelli previsti. Tuttavia, la bocciatura degli irlandesi (dopo quella du tre anni fa di francesi e olandesi) pone domande a cui non sarà semplice rispondere [... continua su Ideazione].

martedì, giugno 24, 2008

Rigori e rigori

Che la Spagna possa essere un modello di tolleranza nella politica di immigrazione viene smentito anche da questo articolo pubblicato dalla berlinese Tageszeitung (TAZ). Il che, ovviamente, giustifica poco e nulla la ventata xenofoba italiana. Ma è giusto per scoperchiare qualche sepolcro ipocrita.

lunedì, giugno 23, 2008

Tutti al mare

Leggo in giro commenti più o meno aspri, più o meno rassegnati, più e ancor più sconsolati sull'Italia pallonara. Io mi sono consolato con il fatto di essere sfuggito, per la prima volta in questo europeo, alla co-telecronaca di Salvatore Bagni.

domenica, giugno 22, 2008

Nein

Il Papa è ormai l'unico che riesce a dire di no a Berlusconi, il quale si dovrà accontentare di trovare "una forza e un'efficacia salvatrice". Dell'ostia consacrata, non se ne parla neppure.

venerdì, giugno 20, 2008

martedì, giugno 17, 2008

Berlino la città del mutamento

La città di Berlino è da sempre associata ad aggettivi che ne riassumono il carattere mutevole, veloce, moderno. Il suo camaleontismo è la carta d’identità. Quello che c’era ieri non c’è più oggi e se c’è ancora non va più di moda. Correre, correre, correre, come faceva Lola Rennt nel film che simboleggiò le tumultuose convulsioni degli anni Novanta, quando la città era un cantiere aperto e si costruiva a destra e a manca, in alto e in basso, per restituire la capitale alla modernità e farla entrare con palazzi di vetro e acciaio nella liquidità del Ventunesimo secolo [... continua su Ideazione].

martedì, giugno 10, 2008

Pianeta Balcani, eppur si muove

Se la politica induce alla speranza, e quindi le analisi dei politici si colorano inevitabilmente di ottimismo della volontà, quelle dei giornalisti inducono alla prudenza: il loro mestiere è quello di raccontare le cose come stanno e non come potranno essere. Nessuna sorpresa, dunque, che da un simposio giornalistico lo sguardo sui Balcani e sul loro futuro si uniformi a toni realistici che inducono a mitigare entusiasmi a volte eccessivi sullo sviluppo di tali regioni. E’ quanto emerso dai tre giorni di convegno a Gorizia dell’Associazione giornalistica italo-tedesca [... continua su Ideazione].

Pausa di riflessione (si fa per dire)

Allora il vero Toni non è arrivato. Al contrario sono arrivati gli olandesi che ce le hanno suonate di santa ragione. La Prefabbricati basket Brindisi ha perduto con il Venezia (troppo forti) ma è tornata in serie A battendo nell'ultima finale un bel Trapani. La città è in festa, il basket è ragione di vita, si torna in serie A dopo 23 anni. Ora Brindisi aspetta il Papa per sabato e domenica. La città è molto bella. Qui la pausa continua ancora un po'. Poi si vedrà.

mercoledì, giugno 04, 2008

Il giorno di Obama, la sfida con McCain

A centocinquantadue giorni dal voto presidenziale i democratici sciolgono il nodo infinito della loro candidatura. Barack Obama compie il balzo decisivo dopo le primarie in Montana e South Dakota. Le prime vinte con un solido vantaggio, le seconde perdute di misura. La somma dei delegati prosegue con l’abituale lenta progressione ma è sul lato dei superdelegati che la partita si chiude. Cifre nude e crude, al di là della poesia, quelle del candidato nero: 1762 delegati, 394 superdelegati, 2156 il conto totale. La soglia da superare era di 2118. Partita chiusa.

“Stasera inizia un nuovo, lungo viaggio” ha esordito Obama sul palco preparato per avviare la nuova avventura: obiettivo Washington. E il primo pensiero è andato all’avversaria battuta che, tuttavia, non ha ancora concesso ufficialmente la vittoria. Ma una pagina è stata girata e il lungo, infinito duello con Hillary Clinton è ormai alle spalle. Nel giorno della vittoria di Obama si spegne così il sogno ambizioso e coraggioso di una First Lady che sperava di diventare la prima donna presidente degli Stati Uniti. Che ha combattuto e lottato all’inizio sull’onda dei sondaggi che la vedevano super favorita. E che poi è stata spiazzata, superata, infine battuta dall’onda di un giovane che nell’immaginario degli americani richiama “JFK”, il presidente diventato un mito, un’icona, una sigla attorno alla quale, a prescindere dai veri giudizi storici, aggrappare il sogno di innocenza di una nazione che quell’innocenza ha da tempo perduta.

Ci metterà ancora un po’ di tempo Hillary a concedere la vittoria. Ma le sue parole ieri, e prima ancora le dichiarazioni poi in parte rimangiate del suo staff, fanno capire che si tratta solo di tattica. Il tempo di chiudere le trattative in corso, che si tratti di ripianare i debiti di una campagna elettorale che alla fine era diventata disperata e suicida, o che si tratti di compromessi politici, un ruolo più influente nella macchina democratica targata Obama, uno scanno di prestigio nelle assemblee parlamentari o addirittura la vice-presidenza, a lungo rifiutata come un’onta ma che potrebbe tornare utile, adesso che il sogno di Hillary non è più possibile.

Potrebbe volerla il partito democratico, quella vice-presidenza per Hillary, per compattare partito ed elettorato attorno al candidato nero, dopo che primarie così lunghe hanno lacerato e sfiancato l’asinello. I supporter di Hillary assieme a quelli di Obama, perché da questa sera il nemico è un altro. Ha settantuno anni. Ed è un signore repubblicano che il suo partito non ama, ma l’americano medio sì. John McCain, il senatore che si fece il Vietnam e sopportò prigionia e torture. Il senatore moderato, distante dal patchworck religioso che ha sostanziato la Right Nation Bushiana, che non dispiace anche ai democratici moderati. L’avversario più pericoloso per l’uomo che fa sognare l’America sulla musica di discorsi che sembrano prediche religiose.

Un uomo concreto, questo McCain, che ha sbaragliato con facilità la concorrenza dei competitori interni, niente di eccezionale dal momento che pure il più pericoloso, Rud Giuliani, ha toppato la campagna elettorale. E tuttavia, McCain ha il vantaggio di aver avuto la mente libera da qualche mese e di aver già impostato la sua strategia, prendendo le misure al candidato avversario che ancora si lacerava nella guerra fratricida. Sfrutterà le gaffe e le cadute in cui Obama è incocciato nelle primarie. E proverà a coniugare la volontà di cambiamento con la competenza e l’esperienza.

Ma contro Obama potrebbe risultare meno credibile, specie sul primo punto, quello del cambiamento, che proprio il candidato nero ha posto al centro della campagna elettorale, costringendo tutti gli altri a inseguirlo. Lo scontro è generazionale, innanzitutto. McCain ha le sue stimmate politiche nel Vietnam, in una guerra che ha spaccato in due l’America, gli eroi da una parte i pacifisti dall’altra. E’ il crinale degli anni Sessanta, la divisione tra destra e sinistra, conservatori e democratici che ha segnato lo spaccato politico degli ultimi quattro decenni del Novecento. Obama supera di colpo tutto questo e lo fa diventare vecchio, superato, in nome di una nazione unita che vorrebbe ritrovarsi oltre differenze che non sente più sue. C’è tutta una nuova generazione dietro Obama alla quale le contrapposizioni di ieri non dicono nulla. E nulla dice più il presidente George W. Bush, votato due volte ma oggi al punto più basso della sua popolarità, nonostante dai fronti di guerra che ha aperto per rispondere all’11 settembre, giungano notizie più rassicuranti, che McCain proverà a sfruttare.

Barack Obama chiude il sipario sull’America nata negli anni Sessanta, sulle guerre dei sessi e delle razze, delle ricchezze e delle povertà, delle metropoli e delle campagne. O almeno ci prova. Da un punto di vista mediatico ha funzionato. E ha funzionato anche nella competizione interna ai democratici. Chissà se funzionerà nel resto del paese, ora che la battaglia si fa a tutto campo. A guardare l’andamento elettorale dell’America pubblicata puntualmente sul sito Real Clear Politics, in verità, Obama supera McCain ma non di molto. E soprattutto la mappa geografica mostra un paese ancora fortemente polarizzato, i democratici forti sulle coste e nel nordest, le aree metropolitane, laiche, liberal, i repubblicani prevalenti nella pancia profonda dell’America, le campagne interne e la famosa Bible Belt, la cintura religiosa che voterebbe McCain controvoglia, più come male minore rispetto alla rivoluzione del primo presidente nero a Washington.

Ci sono tante questioni che si affastellano disordinatamente nella campagna che si apre. McCain punterà sulla politica estera, cercando di smarcarsi da Bush ma di rilanciare il modello di esportazione della democrazia fidando sul fatto che in Iraq il generale Petraeus sembra aver dato un po’ d’ordine. Proverà a colpire Obama tacciandolo di inesperienza, evidenziando come la politica di dialogo che intende aprire sia gravida di incognite e pericoli. Obama al contrario proverà a schiacciare McCain su Bush e a sostanziare non solo di speranze la sua politica estera. Ma l’America è agitata dai venti di crisi economica e forse la politica estera passerà in secondo piano di fronte alla crisi del mercato immobiliare, all’aumento spaventoso del prezzo dei carburanti (per gli americani questa è la prima vera crisi energetica che rischia di modificare consolidati stili di vita e consumo), alla debolezza del dollaro, all’inflazione che mangia i salari dei lavoratori e i guadagni dei commercianti.

Sono questi i temi che spingono giù nel gradimento il presidente Bush e mettono in difficoltà i repubblicani, dopo otto mesi di governo, più della politica estera. La recente elezione suppletiva di Peoria nell’Illinois, feudo di provata fede repubblicana, è un campanello d’allarme assai più concreto dei sondaggi di Real Clear Politics: lì ha vinto un democratico strappando il seggio congressuale al leader repubblicano Dennis Hastert. Secondo gli esperti elettorali conservatori, il rinnovo del Congresso potrebbe essere una catastrofe, non c’è più alcun seggio sicuro per i repubblicani. La speranza è che per il presidente il voto possa essere più equilibrato, magari fidando nella tendenza degli americani a bilanciare il potere.

(pubblicato sul Secolo d'Italia)

martedì, giugno 03, 2008

Islanda fra libri e crisi finanziaria

Sarà l'Islanda l'ospite d'onore (Ehrengast) della Fiera del libro di Francoforte nel 2011. Qualche settimana fa, a Reykjavik, la firma del contratto. Per il piccolo Paese nordico si tratta ovviamente di un grande successo di immagine e dell'occasione di presentare alla principale ribalta europea del settore la propria (sorprendentemente) vasta produzione letteraria. “Si tratta di un Paese che ha una posizione geografica speciale, un ponte fra la cultura europea e quella americana”, ha sottolineato Jürgen Boos, direttore della Fiera, aggiungendo che “nonostante le piccole dimensioni dell’isola, la letteratura ne plasma l’identità non solo culturale” [... continua su Ideazione].