martedì, maggio 27, 2008

Aspettando il vero Toni

E ora chi glielo dice a Pasquale Ametrano, l’immigrato lucano interpretato da Carlo Verdone in “Bianco, Rosso e Verdone”), che un suo omologo, quasi trent’anni dopo, impazza nelle tv e sui giornali tedeschi pubblicizzando televisori al plasma della catena Media Markt per gustare i campionati europei di calcio? Almeno il copyright al buon Ametrano glielo dovrebbero pagare. Pasquale, taciturno operaio, si faceva duemila chilometri di fila da Monaco di Baviera a Matera per adempiere al suo dovere elettorale di cittadino italiano residente all’estero. A quei tempi Mirko Tremaglia non pensava mai che un giorno sarebbe diventato ministro e agli italiani non era permesso di votare per posta o nelle ambasciate [... continua su Ideazione].

sabato, maggio 24, 2008

L'Ue ripensa i contributi agricoli

L’approssimarsi della stagione estiva è in genere foriera di dibattiti nel mondo politico che si appresta alle ultime iniziative prima della pausa (che in molti paesi europei parte con qualche settimana d’anticipo rispetto all’Italia). Le iniziative sono generalmente procrastinate all’autunno. La tarda primavera è tempo di dibattiti. A Bruxelles si discute la riforma delle politiche agricole europee, a Parigi al centro di un acceso confronto con risvolti anche di tipo partitico c’è la legge sulle trentacinque ore. E poi uno sguardo ad Est, dove il boom economico degli ultimi anni è messo in crisi dall’inflazione e dall’instabilità politica. Intanto si avvicina il campionato europeo di calcio è c'è chi già dà i numeri [... continua su Ideazione].

venerdì, maggio 23, 2008

Brindisi-Venezia, finale come ai bei tempi

In finale. Dopo anni di play-off stregati, Brindisi acciuffa (superando in gara 5 il Latina) la finale per accedere in Lega due. Oggi il basket ha buffi nomi e regole tutte diverse. E anche i protagonisti sul parquet hanno altri nomi e altre storie (in foto l'uruguagio Alejandro Muro, ieri mattatore con 28 punti). Ma per Brindisi, che di basket ha sempre vissuto, il sapore delle sfide è sempre quello di tanti anni fa, quando c'era la Libertas e poi la Pallacanestro, quando c'erano "Big Elio" Pentassuglia e "Lupetto" Malagoli. Quando le serie erano A1 e A2. Quando dall'altra parte c'era sempre il Venezia. Come questa volta. Si ricomincia da giovedì. Forza ragazzi!

giovedì, maggio 22, 2008

Analisti a convegno sul futuro dei Balcani

La Slovenia sta concludendo con buon successo la prima presidenza europea affidata a un Paese che apparteneva al blocco orientale. La Croazia muove speditamente i suoi passi verso Bruxelles. La situazione in Kosovo si è sbloccata e, per quanto restino ancora dubbi sia sull’efficacia dell’indipendenza riconosciuta che sulla futura stabilità del Paese, i primi passi appaiono tuttavia incoraggianti. La Bosnia sembra essersi riappropriata, dopo lunghi anni bui, del suo passato multietnico e Sarajevo torna sulle prime pagine dei giornali per la sua vitalità culturale. Il Montenegro è la nuova mecca del turismo estivo. L’Albania non è più la piccola Cenerentola d’Europa che spediva profughi su imbarcazioni di fortuna. E soprattutto la Serbia, perno infuocato di tutta l’area, sembra muoversi con maggior decisione verso l’Europa e le sue istituzioni. Basterebbero le novità degli ultimi anni a rendere il convegno che si apre giovedì a Gorizia sul futuro dell’Europa sud-orientale degno di interesse e attenzione [... continua su Ideazione].

mercoledì, maggio 21, 2008

Incendio alla Filarmonica: Berlino, martedì nero

Ci sono giornate che nascono segnate. Berlino ha vissuto ieri il suo martedì nero. Iniziato al mattino con l’allarme (poi risultato falso) in una scuola di Kreuzberg, dove una telefonata anonima annunciava la presenza negli edifici di un uomo armato. E proseguita nel pomeriggio con l’incendio, questa volta vero, della Filarmonica, una delle meraviglie architettoniche della città. Un tempio della cultura berlinese e mondiale, costruito fra il 1960 e il 1963 su progetto dell’architetto Hans Scharoun ai margini di un’area semi-desertica a ridosso del confine fra le due Berlino [... continua su Ideazione].

martedì, maggio 20, 2008

Hoffenheim, il villaggio della serie A

C’è la comunità evangelica, duecento anime fra bimbi e genitori, che si riunisce in preghiera due volte alla domenica, alle dieci del mattino e alle sei della sera, nella piccola chiesetta al numero 6 della Sinsheimer Strasse. Una scalinata, il corpo antico della chiesa con l’interno invece bianco di calce e al soffitto le travi di legno, un campanile. Il pastore Thomas Bock è uno smilzo signore, alto e stempiato, che sembra l’immagine classica del curatore d’anime protestanti. Non fosse per le lenti vezzose con la montatura leggera che tradiscono una certa accondiscendenza ai tempi moderni, padre Bock potrebbe essere appena uscito da una vecchia stampa del Seicento fiammingo. Invece siamo a Hoffenheim, Germania profonda, e in pieno inizio di Ventunesimo secolo [... continua su Ideazione].

lunedì, maggio 19, 2008

Nevicava sangue

Arriva in libreria, in Italia, il nuovo libro di Giampaolo Pansa sui tre anni dopo la caduta del fascismo in Emilia. Titolo: "I tre inverni della paura". E' faticosa la ricostruzione storica ed emotiva del tessuto comune dell'Italia. Anche questa volta accuseranno Pansa di essersi venduto, di aver intrapreso il percorso insidioso del revisionismo. Pazienza. Anche di uno storico come Renzo De Felice dissero questo. Poi, anni dopo, le opinioni si fecero più equilibrate e i meriti vennero riconosciuti. Ci vuole sempre un po' di tempo. Il merito è di iniziare, con onestà e senza secondi fini. Qui la recensione di Annalena Benini dal Foglio. Qui un estratto pubblicato dal Giornale.

La Russia sta tornando

Dopo il calcio, l'hockey. Dopo la coppa Uefa, il mondiale. Dopo lo Zenit di San Pietroburgo, la nazionale. La Russia sbanca il Canada, batte in una lunghissima finale i padroni di casa, gli strappa il titolo e se lo riporta a casa dopo 15 anni. E' il segno dei tempi: la Russia sta tornando.

Raccontare gli zingari

Vediamo un po' se si riesce ad allargare il dibattito sulla comunità zingara al di là dei fatti di cronaca. Qui un bel reportage di Andrzej Stasiuk, romanziere polacco, in italiano ripreso dall'Espresso. Articolo bello perché è un racconto onesto, duro e per nulla accondiscendente. Però la prospettiva è un'altra. Più ampia. Perché se tutto si riduce solo all'ordine pubblico e alla sicurezza, i risultati sono le ronde, i progrom, le semplificazioni dei leghisti di tutte le latitudini e di tutti i colori. Il reportage di Stasiuk, con la sua cronaca neorealistica e perfino con la sua provocazione ("assistiamoli a derubarci e a vivere contro di noi") apre le menti e aiuta a discutere. Cosa che non pare sappiano fare le anime belle della sinistra intellettuale e politica italiana. Sì, proprio loro, i leghisti rossi, uguali e speculari ai leghisti verdi che oggi ci fanno vergognare e rabbrividire. Perché i lager del Casilino 900 o di Castel Romano, vere e proprie favelas prive dei servizi minimi per vivere decentemente, si sono sviluppate all'ombra di amministrazioni di sinistra. Che coinvolgevano anche i partiti delle estreme, quelle i cui rappresentanti si vantano di parlare a favore dei "migranti". Favelas che non esistono in nessun altro angolo di paese civile europeo. Perché negli altri paesi, quando va al governo la sinistra (ma spesso anche la destra) fa quelle cose che consentono a chi è presente in un territorio di vivere secondo standard almeno accettabili. E fa politiche di assistenza oltre che ingrassare i bilanci dei palazzinari. Le belle parole stanno a zero, quando si parla di immigrazione. E - lo sappia la destra - anche le brutte parole e le minacce. Problema troppo serio per essere affrontato con gli slogan. Ci si metta a lavorare, senza demagogia: senza lassismo ma anche senza prepotenza. Quanto alla splendida provocazione di Andrzej Stasiuk credo che la risposta sia triste e malinconica. Forse no, non c'è spazio nei tempi moderni per un popolo che vuole vivere senza regole in posti dove le regole esistono. Neppure nell'Europa dove i confini sono caduti, perché poi non è vero che quei confini siano caduti davvero e per tutti. Non sarebbe la prima volta che un popolo perde le sue tradizioni perché quelle tradizioni sono superate dai tempi. Assisterli? Assisterli per derubarci? Mi pare difficile. Solo una bella provocazione letteraria.

Piccola aggiunta. Dice cose sensate Michele Salvati sul Corriere della Sera, che inchioda l'Italia alla mancanza di politiche pubbliche adeguate al problema dell'immigrazione (e dunque la critica coinvolge nel complesso tutti coloro che hanno avuto responsabilità di governo, a livello nazionale e locale, come si diceva prima). La colpa degli italiani (qui però non solo dei politici) è di scaricare su un'etnia una colpa che è innanzitutto della propria cattiva amministrazione. Sia sul tema dell'accoglienza (nella Germania dalla quale scrivo non ci sono meno immigrati ma molti molti di più e generalmente ben integrati: frutto di politiche che costano ma alla fine sono soldi ben spesi e che sempre ritornano sottoforma di tasse, migliore integrazione, meno spese per l'ordine pubblico). Sia su quello della repressione: arrestare chi delinque, processi equi e rapidi, certezza della pena (sempre per riferirsi al caso concreto tedesco, non ci sono molte aree di lassismo nelle quali arrabattarsi): anche questo costa, perché per tenere la gente in galera (e anche qui in maniera dignitosa) bisognerebbe evitare gli indulti e costruire più carceri e più moderne. Insomma, Salvati fa poi l'elenco delle cose che si dovrebbero fare per riportare il tema dell'immigrazione sotto controllo - anche verbale - ed evitare la trappola del razzismo o della risposta fai-da-te. Ma pare un elenco al di sopra delle capacità della nostra classe politica. Che tuttavia forse non è la peggiore d'Europa. Come giudicare, altrimenti, l'incontinenza verbale dell'esecutivo di Zapatero che solo qualche mese fa aveva compiuto la scelta che ci rammenta Camillo?

domenica, maggio 18, 2008

sabato, maggio 17, 2008

Il boom tedesco tira l'intera europa

E’ stata una settimana priva di un forte tema europeo. La stampa continentale si è più soffermata su fatti avvenuti al di fuori del confine comunitario. Dalla cronaca, con le conseguenze dell’alluvione in Birmania o del terremoto in Cina, alla politica con le primarie dei democratici americani ormai giunte quasi al loro epilogo. E’ dunque forse dall’economia che giungono le notizie più interessanti, anche perché inattese [... continua su Ideazione].

giovedì, maggio 15, 2008

Usate l'e-mail

In Italia il carteggio pubblico Travaglio-D'Avanzo è una delle dimostrazioni di come il giornalismo stia diventando sempre più autoreferenziale. I due hanno cominciato col darsi lezioni professionali a vicenda dalla morale "il mio giornalismo è più giornalista del tuo" e hanno finito col pubblicarsi contro quella robetta da bassa cancelleria tribunalizia di cui si alimenta il giornalismo da boulevard giudiziario, come lo chiamano qui in Germania. La cosa ha scatenato una replica che ci racconta una vacanza fantozziana con conti raddoppiati e poi cuscini prestati e cose del genere. Uno spettacolo raccapricciante, e per di più sulle pagine del primo quotidiano italiano. Davvero ragazzi, non interessa a nessuno. Perché non utilizzate l'e-mail?

L'Europa russa

Lo Zenit di San Pietroburgo abbatte con una partita perfetta i Glasgow Rangers nella finale di Coppa Uefa. Ed entrano nell'albo d'oro europeo. Il potere del calcio si apre ai paesi emergenti dell'Est e alla ricca Russia in particolare. Da notare che in finale di Champions c'è l'anglo-russa Chelsea. Ma se i magnati russi smetteranno di investire nelle squadre inglesi e riporteranno i soldi a casa, fra qualche anno avremo tanti Zenit in giro per i campi di calcio d'Europa.

Il risveglio anseatico

Se si dovesse misurare la crescita delle regioni settentrionali dell’ex Germania Est dal livello del traffico autostradale, il deserto che ci avvolge in questi ultimi chilometri di asfalto verso l’Ostsee – come qui chiamano il Mar Baltico – sarebbe una risposta più cupa e realistica delle cifre del pil. L’autostrada è splendidamente vuota e nuova. O meglio, è nuovo questo raccordo che, una decina di chilometri a sud di Rostock, piega verso destra in direzione della Polonia. Si viaggia verso Stralsund, una delle cittadine che a partire dal 1200 diede vita a quella straordinaria avventura commerciale e politica del Medioevo che fu la Lega Anseatica [... continua su Ideazione].

sabato, maggio 10, 2008

Serbia, ennesimo voto, ennesimo bivio

Ancora una volta al voto, ancora una volta ad un bivio. La storia recente della Serbia è fatta di sfide sul filo del rasoio, tra chi intende realizzare un percorso europeo per offrire al paese una prospettiva di integrazione dopo i drammi della guerra civile jugoslava e chi, pur non rinunciando a Bruxelles, non accetta la definitiva perdita dei territori kosovari e sceglie una strada tortuosa e difficile, solleticando inevitabilmente sentimenti revanscisti. Dietro queste posizioni si gioca anche una lunga guerra di potere fra due leader una volta alleati, il presidente della Repubblica Boris Tadic e l’ex capo del governo Voijslav Kostunica. Data l’importanza del paese balcanico per le sorti dell’Europa e per gli interessi strategici dell’Italia, è ad esso che dedichiamo gran parte della rassegna stampa di questa settimana [... continua su Ideazione].

venerdì, maggio 09, 2008

Lonely Planet

Il Dalai Lama tornerà a Berlino. Ma questa volta non lo incontra nessuno. Non sarà pure un po' colpa sua?

giovedì, maggio 08, 2008

Gattuso raggiunge Toni al Bayern?

Luca Toni s'è trovato benissimo nel suo primo anno tedesco al Bayern. Campionato, coppa nazionale, capocannoniere. Gli è mancata solo la Coppa Uefa, ma il Bayern è squadra da Champions e l'anno prossimo ci proverà. In verità, gli è mancata anche la parola. Il Trap parla meglio di lui. Secondo il suo allenatore, l'unica cosa che riesce a dire è "Tor, Tor, Tor", cioè gol, e la cosa va anche bene. Le cronache dicono che s'era pure messo a studiare, gomito a gomito insieme a Ribéry, ma i due non sembra abbiano fatto grandi progressi. Nelle interviste, Toni parla sempre per bocca del suo interprete. E così, per meglio sopportare i lunghi silenzi bavaresi, Toni ha chiesto da tempo un sacrificio ai dirigenti del Bayern: affiancargli in squadra un altro italiano. Viste le prestazioni dell'attaccante, e l'ottima esperienza con gli italiani, al Bayern ci stanno pensando. E avrebbero individuato il compagno ideale in Ringhio Gattuso, che vorrebbe chiudere la sua lunga stagione al Milan. Il Tagesspiegel è sicuro che l'accordo ci sia, nonostante la smentita di una tv italiana. Ma, dice con malizia il quotidiano tedesco, quella tv (Italia 1) appartiene a Berlusconi, che è anche il presidente di Gattuso.

Smentisce anche Gattuso. A chiudere per il momento la vicenda, giunge però anche la smentita diretta di Gattuso, attraverso il suo procuratore Pasqualin. Il giocatore non ha avuto alcun contatto con il Bayern ed è concentrato esclusivamente sul finale di stagione del Milan per il raggiungimento della Champions League. Tuttavia, pare una smentita a tempo. Infatti si proietta solo sino alla fine della stagione. Pasqualin non dice che Gattuso vuole sicuramente disputare anche la Champions League (eventualmente conquistata) con il Milan: dichiarazione che avrebbe certamente messo una pietra sopra alle speculazioni. Così il tormentone continuerà. Qui però vi abbiamo dato solo l'inizio. Il resto non lo seguiremo.

E si smentisce anche il Tagesspiegel. La cosa è tuttavia curiosa. Se provate a cliccare sul primo link di questo post, l'articolo cui mi riferivo, e ripreso dall'edizione online di giovedì sera, non c'è più. Al suo posto un articolo più aggiornato, questo, con la cronaca che sembra ripresa dalla più accurata (anche perché di Monaco) Süddeutsche Zeitung, via Dpa (il link è nel secondo capoverso). Al Tagesspiegel diverte molto la questione Belrusconi (presa immagino dal lato politico) e il Cavaliere ce lo rimette dentro. Solo che oggi la storia di Italia 1 è un'altra, quella riportata dalla Süddeutsche. E cioè che lo scoop del passaggio di Gattuso al Bayern è dovuto proprio alla tv di Berlusconi. Italia 1, dunque, ha dato la notizia, non l'ha smentita in ossequio ai desiderata del suo proprietario (che ieri mi pare fosse in altre faccende affaccendato). Così il Tagesspiegel gira la frittata: è proprio perché la tv appartiene a Berlusconi, che è presidente anche del Milan oltre che del Consiglio, che la notizia era stata data per vera. Bugiardo di un Cavaliere! Mi sa che se continua così, la seguiremo ancora sta storia.

mercoledì, maggio 07, 2008

Il nuovo (?) governo

Non mi aspetto grandi cose dal governo Berlusconi. Le attese sono basse, dunque il giudizio finale potrebbe avvantaggiarsene. E bisogna valutare un governo alla fine del suo mandato. I giudizi preventivi, come le accuse, lasciano il tempo che trovano. Io, però, non posso essere accusato di pregiudizio. Dunque, parole chiare: è un giudizio sui nomi e sulla qualità che il governo presenta. Se farà bene, sarò il primo a riconoscerlo e a felicitarmene. E tuttavia, tempi rapidi di presentazione a parte, l'esecutivo lascia molto l'amaro in bocca. Nomi già visti e scontati, che peraltro non hanno granché brillato nelle occasioni precedenti. C'è più esperienza, questo sì. C'è anche qualche scelta felice (non farò nomi, perché si tratta di giudizi generali). Ma anche una certa sensazione di deja-vù, almeno nei ministeri che contano. Berlusconi ha detto che si tratta di "riprendere il lavoro". Voglio ricordare, tuttavia, che l'impressione lasciata prima di interromperlo, quel lavoro, non fu positiva: tanto è vero che Prodi vinse, anche se per una manciata di voti. Le nuove entrate, a maggior ragione, andranno valutate con il tempo: anche perché il giudizio odierno sarebbe troppo ingeneroso. Ci sono alcuni giovani: discorso troppo frastagliato. Chi ha già una robusta esperienza politica, potrà dimostrare di essere all'altezza di un compito comunque gravoso. Di altri, non si comprende la rapidità della carriera. E tuttavia, l'impressione è che il governo sia debole e modesto e che il premier l'abbia fatto apposta per far risaltare la sua persona. In genere, un governo forte rafforza il premier, un governo debole lo indebolisce. Mi fermo qua. Bisognerà farli lavorare. E giudicarli fra qualche mese. Si annunciano peraltro tempi difficili.

ps. Gianni Letta è il nuovo sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Succede a Enrico letta che era succeduto a Gianni Letta. Non è una novità ma, a leggere tutto d'un fiato, fa ridere lo stesso.

Se una notte di primavera un sindaco...

Parafrasi (un po' ardita, ne convengo) italocalviniana per il nuovo sindaco di Roma, Gianni Alemanno. Oggetto di una lettera bella e garbata di Cristiana Alicata sul GayPride. Fosse mai che la gentilezza richiama gentilezza, che l'apertura richiama apertura, che la curiosità richiama curiosità, e il sindaco più a destra d'Italia riesca a sorprenderci tutti? Invece che una scontata, magari garbata, difesa di posizioni tradizionali? Fosse mai...

Precursori

Terrorismo psicologico, nella reunion del Foglio (oggi affidata alla bella penna di Annalena Benini). "Esce ancora Ideazione?" si chiede il buon Giuliano. "Sì, online", risponde un reunionista. "Pensa quando si dirà di noi: ma il Foglio esce ancora? Sì, online". Annalena scrive che si ride soffrendo. Ideazione e il Foglio hanno un lungo percorso parallelo. Scrivono di cultura politica e di esteri più della media dei giornali italiani. Sono nati sulle sponde della prima rivoluzione berlusconiana, ma ne hanno rappresentato la fronda più irriverente. Le critiche più feroci sono sempre venute dai saggi del bimestrale o dai corsivi del quotidiano ferrariano. Poi, al dunque, pesata l'altra sponda, nessuno ha mai mancato il patto d'onore con i propri lettori. E anche oggi, nella tarda primavera berlusconiana, chi volesse legger qualcosa che sia lontano dall'agiografia popolibertista, si deve rivolgere al Foglio. Su carta. O a Ideazione. Adesso online.

Il finanziamento pubblico fa la differenza. Noi non ne abbiamo mai usufruito. E "fabbricare" una rivista quando chi potrebbe finanziarla preferisce investire nell'ennesima tv, può risultare un po' frustrante. Ma siccome le idee da lanciare e le notizie da raccontare non ci mancavano, abbiamo deciso di far economia, risparmiare sulla carta e di puntare su quello che avevamo inventato già dal 2000, un vero giornale online. Trasferitici esclusivamente sul web, abbiamo scoperto cose strane. Ad esempio, che rispetto alla carta stampata la considerzione dei colleghi non è (ancora) la stessa, ma i lettori sono molti di più. Ma d'altronde, non siete stati voi, voi del Foglio, a non sfanculare il Grillo del V2Day in nome dell'eccessiva autoreferenzialità dei giornalisti?

Ideazione è nata nel 1994. Il Foglio nel 1996. Ideazione ha inaugurato sul suo sito web la prima edizione di una testata originale online nel 2000. Il Foglio ha trasformato il suo sito in un'entità vivente nel 2008. Chissà. E poi magari sul web si ride e neppure si soffre.

martedì, maggio 06, 2008

In viaggio da Berlino a Bonn

Il treno che parte dalla nuova stazione centrale di Berlino fa parte di quella flotta di super-rapidi (in Germania si chiamano Ice) che ogni giorno collega ogni angolo del paese, facendo ormai concorrenza al congestionato traffico aereo. Il viaggio ci porterà a Bonn. Quattro ore e mezzo per collegare due estremi geografici del Paese, dall’estremo est all’estremo ovest, dal confine con la Polonia a quello con il Belgio. Dal centro della nuova al cuore della vecchia capitale. Dai binari del simbolo del nuovo potere berlinese (la futuristica stazione a tre piani dove tubi e vetrate si piegano all’immaginazione del futuro) a quelli di una stazione che sa di modernariato e prefabbricato. Come la Repubblica di Bonn, tanto modesta e tanto confortevole da essere oggi già rimpianta da una buona parte di tedeschi occidentali [... continua su Ideazione].

lunedì, maggio 05, 2008

Il diavolo, un omino triste al centro dell'Europa

Amstetten. L’orrore ha la faccia di un allampanato signore austriaco di settantatrè anni. L’orrore è nello spazio stretto di uno scantinato sigillato, un rifugio anti-atomico di sessanta metri quadri. L’orrore lo avverti dal puzzo del fiato di quattro esseri umani segregati per anni. L’orrore lo leggi negli occhi sfiniti di una figlia ridotta a produrre i frutti dell’incesto. Ventiquattro anni. Un quarto di secolo è durata la doppia vita del signor Josef Fritzl, uomo banale fin dal nome stampigliato come una sequenza casuale di lettere sulla targhetta del citofono. E un quarto di secolo è durata la prigionia di Elisabeth, la figlia rinchiusa nel bunker dell’orrore da quando di anni ne aveva diciotto. Oggi ne ha quarantadue. Ventiquattro anni e sette figli dopo (uno è morto). Diventa difficile immaginarsi come vivrà i prossimi.

Lo scenario dell’orrore è invece assai meno isolato. Uno pensa di arrivare in un posto sperduto d’Europa, magari di incrociare a un tornante di strada uno di quei passaggi magici che portano in un mondo parallelo, roba da romanzo giallo o da fumetto di Dylan Dog, tanto per rimanere più terra terra, perché storie come queste non possono accadere nel mondo reale, tanto meno in una cittadina che, invece, colpisce per la sua normalità. E’ banale anche Amstetten, come il suo concittadino Josef Fritzl. Ventiquattromila abitanti (il ritorno di certi numeri sembra quasi un gioco della cabala), un pugno di case linde e ordinate, mura bianche o grigie, tetti spioventi da cui occhieggiano i finestroni delle mansarde, qualche geranio sui balconi come in Tirolo, strade pulite e squadrate. Non una carta per terra, non un bidone della spazzatura fuori posto, niente di niente. I recinti riverniciati in bianco di fresco – il colore pare vada di gran moda quest’anno – qualche terrazzo attrezzato per l’estate che si annuncia con l’insolito tepore di questi giorni.

La casa dei Fritzl è in un palazzetto di cemento tozzo e anonimo con le finestre a vasistas: una via di mezzo tra un bunker e un piccolo casermone dell’Europa dell’Est. Su in alto, un terrazzino soffocato da una palizzata di legno che impedisce la vista e dal quale spuntano rami di piante, come volessero fuggire anche loro; nel mezzo l’appartamento dove viveva Josef con la sua famiglia strampalata; lì sotto il buio infinito dell’inferno senza fuoco e senza fiamme. Lì viveva “il resto”. Non tragga in inganno la pulizia ospedaliera di Amstetten. In questo spicchio ricco d’Europa – la carta geografica parla di Niederösterreich, Austria inferiore – è così: la qualità della vita è fatta di ordine e responsabilità. Il droghiere all’angolo apre e chiude il suo negozio senza saracinesche, la vicina di casa piazza ogni sera la spazzatura biologica nell’apposito contenitore del riciclaggio, il ragazzo della casa di fronte schizza in groppa alla sua bici per andare a farsi una birra con gli amici in centro. Una sorta di mondo ripetitivo nella sua ordinarietà. Ma non chiuso, non isolato.

Tangenziale all’abitato, sfreccia l’autostrada numero 1 che collega Vienna a Linz e alla Germania. La stazione ferroviaria si trova sulla linea che unisce Vienna a Berlino e il treno notturno che viene dalla capitale tedesca si ferma sul terzo binario alle sette e quarantadue del mattino, ritardo permettendo. Sulle due direttrici viaggia un mondo di gente, che viene dall’Ungheria o da Vienna o dalla Svizzera o dalla Germania. E poco più a nord, che a farci una scampagnata fuori porta ci si mette un quarto d’ora, scivola dolce il Danubio con le chiatte cariche di merci e le navi da crociera cariche di turisti da fiume. Non è un posto isolato, Amstetten. Non è un mondo parallelo.

Oggi è comunque un mondo sottosopra. E’ arrivato il gran carrozzone del giornalismo globale. Televisioni soprattutto. Furgoni, parabole, cavi, motori, luci, telecamere, microfoni con la pelliccetta che sembrano orsacchiotti di peluches, reporter d’assalto con il giubbotto da inviato di guerra. Ci sono tutti i tedeschi e tutti gli austriaci. Ci sono i latini dall’Italia e dalla Spagna. Gli asiatici e gli americani. E ci sono soprattutto gli inglesi, quelli della tv e quelli della stampa, popolare e seria, che però si comportano tutti allo stesso modo. E’ caccia continua, all’ultimo particolare, in una guerra di concorrenza che vomita sui siti internet la notizia più fresca, il video inedito, l’intervista esclusiva, il dettaglio cui nessuno aveva ancora pensato. Neppure gli investigatori, stretti fra l’orrore del caso su cui indagare e il circo mediatico che si è scatenato attorno e costretti a conferenze stampa con un pubblico da stadio e la Bbc che trasmette in diretta mondiale il faccione spaurito di Alois Lissl, il capo della Polizei.

Le notizie si rincorrono, nonostante gli inquirenti siano parchi di novità e ci tengano a far sapere che Fritzl ha confessato, che è rinchiuso in isolamento, che la sua vita è in pericolo perché gli altri detenuti gli vorrebbero fare la pelle. Però poi si scopre che Fritzl non parla, è muto di fronte al medico e allo psichiatra che sono gli unici a poterlo vedere. Dai vicini si strappano piccoli ritagli di vita che sino a ieri sembravano insignificanti. E si cerca l’esperto più esperto per spiegare l’abisso in cui è caduto un uomo che violenta la figlia, poi la sequestra inscenando una sua fuga in una setta religiosa, poi l’aiuta a far nascere i figli dell’incesto e tre dei sette li deposita sulla soglia di casa con una letterina estorta: curateli voi, io non ho tempo.
E in tutto questo, tra gli abitanti della linda Amstetten c’è anche la signora Fritzl, all’anagrafe Rosemarie, che dice di non essersi accorta di nulla. Josef avrebbe costruito il bunker anti-atomico negli anni Settanta, quando in un’Austria troppo vicina al blocco sovietico s’era diffusa la paura della guerra nucleare. Tutti i permessi in regola, fanno sapere con burocratica asetticità i quotidiani locali. I figli “del piano di sotto” sono malati, non hanno mai visto la luce, conoscono il mondo solo dalla tv, non sono mai andati a scuola, parlano male il tedesco. I figli “del piano di sopra” hanno incontrato ieri, per la prima volta, i fratelli ritrovati. I bene informati (ma da chi?) dicono che l’incontro è stato sereno e commovente: ma va? Poi Josef e Rosemarie hanno altri sei figli, tutti loro, e uno di questi avrebbe avuto la chiave del bunker. Sei più tre nove più tre dodici. Come vivranno in questa affollata compagnia?

I dettagli spuntano da testimonianze senza controllo. Josef faceva la spesa nei centri commerciali fuori città, per non destare sospetti. Bruciava la spazzatura in una stufetta, dove avrebbe incenerito anche il corpo di un settimo figlio, nato morto. Faceva le vacanze in Thailandia (la Bild ha messo in rete un filmato “gentilmente” concesso da un amico). Ora è sospettato anche di un vecchio omicidio irrisolto: si sta valutando l’alibi. Non c’è fine al pozzo di orrore scoperto ad Amstetten.

E pensare che qui i cittadini si preparavano a sintonizzare i televisori sull’evento che fra un mese avrebbe dovuto accendere i riflettori sul paese: il campionato europeo di calcio che partirà il 7 giugno. L’organizzazione è a metà con la Svizzera. Gli stadi sono pronti da tempo, le infrastrutture hanno avuto bisogno solo di una rinfrescata. Bastava accendere il tasto del televisore. Ora in tv ci sono loro. Con i cartelli “Warum, perché?” e “Schon wieder, di nuovo”. Di nuovo come due anni fa, quando dalle viscere di questa terra tranquilla tornò alla luce un’altra donna segregata per anni, Natascha Kampusch, che oggi sembra restituita a una vita normale e ovviamente ha fatto sentire la sua presenza – benedetta dai media – offrendo aiuto e denaro alle vittime.

Ci si chiede perché l’Austria nasconda i suoi mostri nelle viscere, così come i belgi nasconderebbero i pedofili nelle abitazioni borghesi. Casi che si sommano in un pregiudizio che lascia gli altri, cioè noi, tranquilli. I media inglesi ci sguazzano ma sollevano solo fango. La Bbc si chiede: i vicini che girano la testa dall’altra parte è forse per reazione a quando sotto il nazismo era in voga la pratica della delazione? Ma alcuni vicini la testa non la girano e avrebbero chiesto ai reporter 100 euro per fotografare la casa dell’orrore: splendida inquadratura offresi. Ovviamente i reporter hanno pagato.

Trionfa la sociologia spicciola: la solitudine, il nichilismo, la ricchezza che lascia indifferenti. Fritzl era diventato un pensionato benestante, possiede case e una ricca pensione. Ma quando drogò la figlia per farla entrare nel tunnel correva l’anno 1984, non c’era l’euro, non c’era Internet, l’Austria non era ancora entrata nella Comunità europea, non c’era la globalizzazione, non c’era lo smarrimento, il Muro era in piedi e teneva mezza Europa ben ferma al di là. Forse la verità è banale come il nome di Fritzl: una malattia, una perversione folle. E’ accaduto in Austria. Poteva accadere ovunque.

(pubblicato sul Secolo d'Italia del 4 maggio 2008)

Ma non era pacifista quell'eroe

Il mito è tornato. Almeno sugli schermi cinematografici. A suggellare, novant’anni dopo il suo ultimo volo, la riappacificazione della Germania con il lato eroico – anche se militaresco – della sua storia. Il mito è quello del Barone Rosso, come era soprannominato in Inghilterra, o Diavolo Rosso come era temuto in Francia. Manfred von Richthofen, l’eroe di guerra prussiano che a bordo del Fokker DR1 e a capo di una flottiglia di ottanta pazzoidi volanti, infiammò i cieli di Francia e Inghilterra e i cuori delle fanciulle tedesche. Ma la storia raccontata dal regista e autore Nikolai Müllerschön non centra davvero l’obiettivo e si abbandona per lunghe fasi a un polpettone rosa che annacqua l’arte bellica del protagonista, evidenziandone tentazioni pacifiste e vocazioni sentimentali che scricchiolano rispetto alla biografia ufficiale.
Novant’anni dopo, dunque, la storia trasportata sullo schermo si colora di epopea e dolcezza e si adegua ai tempi non più marziali di un Paese che a lungo ha voltato le spalle al proprio passato. Il volto, la voce e l’anima del Barone Rosso è quella di Matthias Schweighöfer, ventisettenne astro nascente del ritrovato cinema tedesco, capelli biondi, lunghi e scarmigliati, occhi grigi languidi e sognanti, una voce elastica e suadente già prestata a un genere che in patria ha un incredibile successo: gli audiolibri.

Schweighöfer una cosa in comune con il personaggio che interpreta ce l’ha: fa sognare adolescenti e ragazze tedesche, che hanno trovato un mito di celluloide da adorare in patria. Ed è su questo aspetto (hollywoodiano, se si vuole) che Müllerschön insiste troppo, preoccupandosi soprattutto di sfumare gli aspetti patriottici e crudeli della guerra in una melassa romantica. Il suo pubblico, comunque, lo ha trovato. E nella serata della prima, sotto il tetto futurista del Sony Center, ce n’erano a centinaia di teenager adoranti, arrampicate sulle transenne per osannare il protagonista e gridargli amore eterno. Neppure davanti al tappeto rosso della Berlinale, ad attendere gli idoli americani lo scorso febbraio, ce n’erano così tante.
D’altronde il giovanotto interpreta alla perfezione questo Barone Rosso post-bellico, gentiluomo, ricco e aristocratico, amante del suo aereo e dell’avventura, responsabile verso i suoi uomini e in fondo nemico leale di inglesi e francesi volanti. Gli storici non concordano su questa versione addolcita del personaggio, fair play a parte. Ma la storia, riletta decenni dopo, si colora – come detto – dello spirito del tempo. E la Germania di oggi sembra disposta a ritrovare i suoi miti a patto di diluirli il più possibile nel liquido sciropposo del politicamente corretto.

Matthias Schweighöfer è berlinese d’adozione. Nato ad Aklam, un piccolo paese del Brandeburgo, l’11 marzo del 1981, è figlio d’arte. I suoi genitori erano una coppia di attori di primo piano nella Ddr (e la madre la ritroviamo nel “Barone rosso” nel ruolo naturale di madre del pilota). Matthias però non fa in tempo a iscrivere il suo nome nell’albo cinematografico della Germania comunista: il suo primo film come attore è datato 1997 nella pellicola “Raus aus der Haut” di Andreas Dresden, una produzione mai arrivata in Italia. Ora le evoluzioni sui cieli della prima guerra mondiale ne stanno decretando il successo. Nei botteghini il film va bene e ha rapidamente scalato le classifiche, oscillando tra il primo e secondo posto. La storia vera è nota, almeni ai lettori del Secolo che hanno potuto apprezzare di recente un lungo articolo di ricostruzione del personaggio reale.

Quello cinematografico, invece, cede più del dovuto allo Zeitgeist tedesco contemporaneo. In sintesi: dietro la scorza dell’eroe si cela un cuore irrequieto, perduto nella scia di una bella crocerossina metà belga e metà tedesca, interpretata da Lena Headey. La rincorsa dei due fa da filo conduttore a tutto il film e sostanzia la parte sentimentale della pellicola secondo il cliché classico: lei prima lo detesta, poi ne è incuriosita, infine conquistata. Quando i due potrebbero tranquillamente amarsi, la guerra si fa più dura e la prima linea (che li vede entrambi impegnati sul fronte sanitario e su quello aereo) li divide. Lei si fa promettere l’impossibile: cioè la rinuncia al volo. Lui, dopo un primo ripiego nelle retrovie degli ufficiali, ritorna in prima linea, sull’aereo, per quello che sarà l’ultimo volo.

La tirata pacifista spetta tutta a lei, impegnata sul fronte sanitario a bloccare emorragie, a saturare ferite, più spesso a socchiudere palpebre. Pur se infagottata in improbabili impermeabili bianchi e ingolfata da sciarpe vaporose che avrebbero fatto invidia a Lilli Gruber sulla terrazza irachena, la Headey si muove con agilità da un campo all’altro, incrociando il suo eroe più di quanto questi non incroci il suo aereo. E siccome lui non sembra convincersi della banalità e della crudeltà della guerra, a un certo punto lei gli spalanca gli orrori dell’ospedale militare, dove i soldati di terra, quelli che non appartengono all’aristocrazia della nascente aeronautica militare, sono la carne da macello di quella che fu la prima guerra mondiale.

Lui tiene botta e ruolo come fascinoso rubacuori da schermo, evitando di fornire spessore drammatico al personaggio. Vola in scontri cavallereschi, nei quali sembra che uccida solo per caso: noi spariamo agli aerei, non agli uomini, recita in una scena. Sembra un dettaglio trascurabile che, assieme agli aerei, se ne vengano giù anche i piloti. La scena regge solo fino a quando la guerra non si incarognisce. Lo scontro è edulcorato, la cattiveria cinica del pilota leggendario viene nascosta e quando nel finale il barone Richthofen decolla per l’ultima missione impossibile pare che lo faccia controvoglia, quasi una ribellione contro lo Stato maggiore inetto e guerrafondaio, incapace di accettare che la guerra è ormai perduta.
E la cosa fa rimpiangere al critico cinematografico della Frankfurter Allgemeine che il ruolo di protagonista non sia stato affidato a un altro attore tedesco che va per la maggiore, Til Schweiger, uno che sembra avere la pellaccia del duro e che deve il suo fascino al mascellone e agli occhi sottili e paraculi di chi dà a credere di averne passate tante. Solo che a Schweiger, Müllerschön ha riservato un ruolo secondario, da fratello maggiore del Barone Rosso, disincantato e solitario, pronto a offrirgli una solidarietà distaccata ma non un briciolo del suo “charme macho”. In realtà non sarebbe stato sufficiente cambiare ruolo. Bisognava cambiare sceneggiatura.

Ecco così che questa occasione mancata risulta rivelatrice non solo di un film modesto e fuori registro (che nella rinascita prepotente del cinema tedesco ci può pure stare) ma della difficoltà che incontra la Germania a rapportarsi con la sua storia. Sia quando lo fa onestamente, sia quando cerca di edulcorarla, e dunque – anche a buon fine – di falsificarla. Le polemiche che hanno accompagnato la produzione del “Barone Rosso” paiono, alla luce della proiezione, poca cosa.

“Molte voci si sono sollevate contro l’idea che portassimo sullo schermo un eroe di guerra tedesco”, aveva sostenuto il regista Müllerschön “ma il film offre un chiaro messaggio contro la guerra”. Il punto non è, ovviamente, questo. Che la guerra non sia una buona cosa è opinione ormai consolidata, almeno nell’Europa di oggi, nata dalle macerie del secondo conflitto mondiale e felicemente integratasi in cinquant’anni di pace e cooperazione. Meno accettabile è il fatto che la Germania possa riappacificarsi con il proprio passato se, piuttosto che guardarlo in faccia e digerirlo per quello che è stato, tenta di ridisegnarlo con tinte pastello. L’espunzione del dolore, della sofferenza data e ricevuta, della violenza dalla memoria europea non aiuta a comprendere il percorso compiuto negli anni dal dopoguerra ad oggi. Per paradossale che sia, la dolce vita europea di oggi non è figlia dei buoni sentimenti, ma della lezione tratta delle tragedie che abbiamo vissuto. Anche attraverso quelli che, senza vergogna, possono restare degli eroi del loro tempo.

(pubblicato sul Secolo d'Italia del 2 maggio 2008)

domenica, maggio 04, 2008

sabato, maggio 03, 2008

Circo Visco

Ovviamente, per i novelli assatanati vischiani, i guardoni dei 740, il fatto che la magistratura ipotizzi un reato non significa niente. Perché i giudici vanno bene a senso unico. A senso alternato no. Quando scenderanno dalla curva sud, sarà sempre troppo tardi. Update: anche un bel lavoro, e non c'è ancora Stanca a far danni con la tecnologia.

Circo Gheddafi

A me Calderoli non piace neanche un po', ma se Gheddafi-junior-l'altro fa tutta sta casciara per un posto di attaccante in serie A, sappia che Gaucci è fuggito da un pezzo. Insomma, non è aria. Abbiamo già troppi pagliacci in casa per ospitarne di nuovi. A meno che i problemi siano legati non al grillo parlante della Lega ma al grande gioco energetico mediterraneo, fra Tripoli, Algeri, Roma e Mosca. Ma allora, beh, la diplomazia è un'altra cosa. E ognuno ha il suo Calderoli.

Gran Bretagna, time for change

Ci sono sconfitte e sconfitte. Ce ne sono alcune che possono avere il senso di una battuta d’arresto temporanea. Una candidatura al momento sbagliato, una proposta politica in anticipo sui tempi, un rimescolamento delle carte non compreso dagli elettori. E ce ne sono altre che appaiono tanto nette da essere definitive. Epocali. A questo secondo tipo sembra appartenere la sconfitta del New Labour nelle elezioni comunali di giovedì scorso. La speculare vittoria dei Tories merita anch’essa la copertina della rassegna stampa di questa settimana, il ritorno dei nipoti della Thatcher che trionfano ripudiandone l’eredità (e proprio quando commentatori e politologi tornano concordi a rivalutarla) [... continua su Ideazione].

E' finita la madre di tutti gli scioperi

A Berlino si chiude la buffa e lunga esperienza degli scioperi nel trasporto pubblico. Nella giornata di ieri l'accordo fra le parti. E nel fine settimana è prevista la fine degli scioperi degli autobus. Tram, bus e metro torneranno regolari, almeno fino al prossimo rinnovo di contratto. Per Berlino sono stati mesi di passione, gli scioperi prolungati, spesso senza preavviso e ad oltranza, hanno cadenzato tutto l'inverno. Qualche protesta, molta solidarietà. Una buffa esperienza. Da domani si torna alla solita efficienza cittadina.

Te la do io Saffo!

Gli abitanti dell'isola di Lesbo non ripudiano la loro famosa concittadina e poetessa Saffo. Ma sono stufi di veder associato il nome della loro isola all'amore fra donne. Per questo si sono rivolti al tribunale per chiedere che l'appellativo di lesbici venga riservato ai soli cittadini dell'isola e, al limite, ai nativi espatriati all'estero. Centomila i primi, duecentocinquantamila i secondi, per un totale di 350mila lesbici. Se otterranno la vittoria - assicurano - impediranno l'utilizzo dell'aggettivo a tutte le donne gay del mondo. Saffo non sarebbe d'accordo.

venerdì, maggio 02, 2008

Occhiali, il ritorno della montatura nerd

Si cazzeggia un po' in questi giorni. Parliamo di occhiali. Quando a gennaio, durante le ferie in Italia, il mio ottico di fiducia brindisino mi aveva proposto una montatura in acetato di cellulosa pesante, l'avevo acquistata con l'idea di affiancare agli occhiali leggeri che ho da tempo un paio del tutto diverso. Dovevo immaginare che mi avrebbe rifilato un prodotto di moda. Sì perché, nel corso di questi mesi, gli occhiali dalla montatura pesante si sono moltiplicati e qui a Berlino non c'è più quasi nessuno con gli occhialetti invisibili. Al massimo hanno le lenti a contatto o si sono fatti l'operazione. Altrimenti, tutti pazzi per gli occhiali alla Woody Allen. Io li alterno a quelli vecchi, che sul naso pesano un po'. La Sueddeutsche ne fa una gustosa carrellata fotografica. Se fossi un po' più giornalista di costume ne farei un lungo articolo, prima che passino velocemente di moda. Allora continueremo a portarli in due: Woody Allen e (a giorni alterni, come le targhe) io.

Napulè

Se torno a vivere a Napoli, mi iscrivo all'Università. Se torno all'Università mi iscrivo a Napoli.